Indipendentemente dal modo in cui viene interpretata, la rivoluzione industriale europea ha rappresentato un processo graduale e cumulativo, un processo di trasformazione tecnica e scientifica che ha prodotto una frattura radicale nell’ordine mondiale: è a partire dalla rivoluzione industriale europea che il mondo è stato diviso in due, che il sistema internazionale – gerarchico e gerarchizzato – è stato strutturato assialmente tra “centro e periferia”, cioè attorno ad una relazione asimmetrica tra due poli diseguali, di cui uno è subordinato all’altro attraverso meccanismi complessi di dipendenza e costrizione (tornerò sui concetti di "centro" e "periferia" nella seconda conferenza).
Indipendentemente dal modo in cui viene interpretata la rivoluzione industriale europea, la mia tesi è che la trasformazione attuale ne sia l’equivalente o, almeno, che essa sia uno dei fenomeni più significativi verificatisi dall’epoca della rivoluzione industriale europea: la trasformazione attuale, infatti, implica una vera e propria mutazione strutturale del sistema mondiale, che sta sovvertendo strutture in vigore da tempo e rimettendo in questione gli equilibri internazionali contemporanei.
L’Asia orientale, che include le regioni più popolate del mondo – i due terzi dell’umanità -, rappresenta un vasto insieme demografico, estremamente diversificato dal punto di vista culturale e politico, caratterizzato da significativi differenziali di sviluppo e condizioni di vita. Cercherò di mettere in evidenza questa complessità, ma innanzi tutto, prima di mettere in evidenza la complessità, vorrei introdurre un discorso più generale, per lisciare le differenze e, poi, poterle sottolineare.
- La prima conferenza, "L’Asia nell’economia politica mondiale contemporanea ", sarà dedicata allo studio dei fenomeni economici attuali, soprattutto degli ultimi due decenni.
- La seconda conferenza, "Dall’eclissi alla rinascita: percorsi storici", si concentrerà sul sistema internazionale che ha preceduto la rivoluzione industriale europea e sul processo di colonizzazione.
- La terza conferenza, "La guerra fredda in Asia orientale", si focalizzerà sulla guerra fredda in Asia e sulla strutturazione dell’economia politica regionale per mano degli Stati Uniti.
- La quarta conferenza, "Lo "Stato di sviluppo" asiatico", analizzerà le caratteristiche specifiche e singolari dello Stato di sviluppo asiatico (The Asian developmental State).
- La quinta conferenza riguarderà "La nuova potenza cinese".
- La sesta conferenza presenterà alcune riflessioni su "Sfide all’eurocentrismo e ripensamento della modernità ".
La dinamica di sviluppo e modernizzazione regionale ha fatto emergere in Asia orientale e meridionale, nell’arco di pochi decenni, economie industriali spesso altamente avanzate e tecnologicamente intensive, trasformando zone e paesi sino a quel momento marginali in attori chiave dell’economia mondiale, sul piano commerciale e finanziario. Sulla scia del Giappone – precursore negli anni Sessanta e Settanta, unico paese non occidentale ad essersi appropriato della rivoluzione industriale già nel XIX secolo –, i nuovi paesi industrializzati dell’Asia nord orientale (Corea del Sud e Taiwan) e i paesi emergenti del Sud Est asiatico (Singapore, Tailandia, Malesia, Indonesia, ecc.) sono riusciti ad uscire dal "terzo mondo" e, in meno di due generazioni, sono stati raggiunti o stanno per essere raggiunti, successivamente, dalla Cina e dall’India. La Cina e l’India – spazi continentali, immensi spazi demografici – conoscono a loro volta, rispettivamente dagli anni Ottanta e Novanta, una dinamica d’espansione e modernizzazione eccezionale per intensità e durata nel tempo.
Alcune statistiche e stime globali ci aiuteranno a comprendere quanto appena detto, fornendoci una visione generale della trasformazione in corso e, soprattutto, della velocità del percorso asiatico. Nell’ultimo quarto di secolo, negli ultimi 25 anni, la quota dell’Asia orientale e meridionale nel Prodotto Interno Lordo (PIL) mondiale, a parità di potere d’acquisto, è quasi triplicata, passando dal 12% circa del PIL mondiale nel 1980 al 34% circa del PIL mondiale di oggi. Nello stesso arco di tempo, anche il PIL mondiale ha pressoché triplicato il suo valore (16.059 miliardi di dollari nel 1973, 33.725 miliardi nel 1998, 44.645 miliardi nel 2005). Supponendo che questa tendenza persista nel tempo (supponendo una crescita lineare) ed escludendo l’ipotesi di shock endogeni (crollo dello Stato cinese) o esogeni (una guerra generale, o una guerra regionale con effetti sufficientemente drammatici e catastrofici da rimettere in discussione queste dinamiche) dalle conseguenze sistemiche, l’Asia nel suo insieme potrebbe rappresentare il 40% del PIL mondiale nel 2020 e più del 50% del PIL mondiale nel 2050. Ed è sottinteso che anche la ricchezza globale sarà raddoppiata entro il 2050.
Se si decompone il quadro generale dell’insieme asiatico in termini di specificità nazionali, l’analisi fa emergere lo scenario seguente: il PIL attuale dei tre paesi altamente industrializzati e tecnologicamente intensivi dell’Asia nord orientale - Giappone, Taiwan, Corea del Sud – costituisce il 9,3% del PIL mondiale; quello dei paesi capitalisti del Sud Est asiatico il 3,5%; quello dell’India il 6% e quello della Cina il 14%. Ora, nel 2020 l’economia cinese potrebbe rappresentare circa un quarto del PIL mondiale e l’economia indiana potrebbe rappresentarne circa il 9%, mentre la quota del Giappone dovrebbe mantenersi attorno al 6%.
Una misura ancora più precisa e significativa del livello di sviluppo di un paese è l’incremento regolare del PIL pro capite, che permette di cogliere in tutta la sua ampiezza il carattere drammatico della trasformazione. Tra il 1975 e il 2005, il PIL pro capite della Corea si è moltiplicato per 15; il PIL pro capite della Malesia si è moltiplicato per 9; il PIL pro capite di Singapore e della Tailandia si è moltiplicato per 11. E il PIL pro capite della Cina, che oggi ha una popolazione compresa tra 1 e 1,3 miliardi di abitanti – un quarto del mondo – si è moltiplicato per 29! Per fare un paragone, nello stesso arco di tempo il PIL pro capite del Giappone e dell’Italia si è moltiplicato soltanto per 6.
Anche se non entrano nei dettagli della realtà, queste statistiche permettono di comprendere la straordinaria ampiezza della trasformazione. Non si tratta di una semplice dinamica di espansione propagatasi dal Giappone agli altri paesi asiatici, ma di una mutazione fondamentale delle strutture dell’Asia, delle regioni più popolate del mondo; si tratta di una mutazione fondamentale che influenza e stravolge la struttura del sistema internazionale.
Per capire gli effetti di trasformazione globale della mutazione asiatica, è particolarmente utile la nozione di "unità attiva", teorizzata dall’economista francese François Perroux (1975) [1]: l’"unità attiva" è un’unità "che non si limita ad adattare il proprio programma all’ambiente, ma che adatta l’ambiente al proprio programma". Oggi, la Cina è diventata un’unità attiva nel senso che sta modificando l’ambiente mondiale per adattarlo al suo programma, mentre in passato, nel XIX secolo e all’inizio della mutazione, la Cina è stata adattata, modellata e strutturata dall’ambiente internazionale, in funzione delle esigenze delle forze dominanti.
Tra gli effetti della mutazione asiatica sull’economia internazionale conviene citare la ristrutturazione della divisione internazionale del lavoro; la nuova distribuzione territoriale globale dei fattori di produzione, delle manifatture e dei servizi; la deflazione mondiale dei prezzi dei prodotti manifatturieri (su una gamma sempre più vasta di prodotti, che si estende dal tessile agli elettrodomestici ed alla telefonia); la riorganizzazione e la ristrutturazione del capitalismo mondiale – la cosiddetta "globalizzazione". Inoltre, l’ascesa dell’Asia comporta la deindustrializzazione parziale o totale, in Occidente, di settori produttivi come il tessile; un impatto non trascurabile e spesso deleterio sugli equilibri tra capitale e lavoro, a detrimento del lavoro, nei paesi occidentali avanzati; un’alterazione globale dei prezzi delle materie prime, in particolare degli idrocarburi e soprattutto del petrolio; asimmetrie finanziarie internazionali sempre più marcate (il deficit americano, il surplus cinese).
Tutti questi fenomeni – risultanti dall’ascesa dell’Asia e dal grande movimento tettonico dell’economia mondiale verso l’Asia – tenderanno ad accentuarsi nei prossimi decenni. La tendenza in atto, infatti, è chiara: la Cina rappresentava lo 0,9% del commercio internazionale nel 1950 et lo 0,7% nel 1975, mentre oggi essa costituisce il 9% delle esportazioni mondiali e il 7,4% delle importazioni.
Tuttavia, le statistiche e le tendenze globali appena menzionate devono essere maneggiate con cautela, perché non riflettono appieno la densità e la complessità del reale. La modernizzazione non è mai stata un processo uniforme, ma ha sempre avuto una diffusione irregolare e diseguale. In particolare, devono essere segnalate due disparità fondamentali: in primo luogo, le disparità economiche internazionali ed interregionali tra paesi altamente sviluppati, paesi sviluppati e paesi emergenti; in secondo luogo, le disparità economiche e sociali infraregionali tra città e campagna e – come nel caso della Cina – tra la ricca fascia costiera e il cuore continentale del paese, molto più povero ed austero.
Per decostruire le cifre globali ed evidenziare le disparità reali concretamente presenti nella regione, si potrebbero immaginare due cartografie sofisticate, una cartografia economica e una cartografia sociale.
- In primo luogo, una cartografia economica della regione che sottolinei queste disparità rappresenterebbe i fenomeni seguenti (soprattutto nei paesi emergenti e in Cina): forti concentrazioni di nuova ricchezza e nuova prosperità attorno alle megalopoli – le città globali, centri dinamici d’irradiazione della struttura capitalista – e attorno ai mari, che sono sempre stati e saranno sempre luoghi d’apertura e di scambio; zone produttive intermedie che alimentano le megalopoli, fonti di lavoro e risorse per le città globali; una geografia della povertà delle regioni rurali.
- In secondo luogo, una cartografia sociale della regione mostrerebbe le nuove stratificazioni sociali (e potrebbe confrontarle alle stratificazioni sociali precedenti); importanti differenziali di sviluppo umano tra i diversi settori della popolazione; le differenze di classe sociale; i flussi migratori interni ed esterni. Nelle megalopoli asiatiche – Shanghai, Bangkok, Jakarta – esistono mondi separati, la nuova borghesia e i lavoratori venuti dalla campagna, che si fiancheggiano e si sovrappongono senza mai mescolarsi. Infine, questa cartografia sociale dovrebbe rappresentare le differenze di genere: su quest’ultimo punto, è opportuno ricordare che, nelle immense zone di concentrazione e produzione industriale della regione, le donne costituiscono la forza lavoro fondamentale ed ancillare che ha permesso, e che permette ancora oggi, l’ascesa asiatica.
Queste asimmetrie spaziali e sociali non sono soltanto la conseguenza degli sforzi compiuti dai paesi asiatici per elevarsi nella gerarchia mondiale, ma sono anche il risultato del riorientamento globale delle compagnie multinazionali e della transnazionalizzazione del capitale, verificatisi nell’ambito della globalizzazione. Sempre alla ricerca di nuovi territori e di nuovi vantaggi comparati, le compagnie multinazionali, che gestiscono un terzo del commercio mondiale, hanno progressivamente creato catene transnazionali di produzione, che alimentano i mercati sviluppati mondiali. In una prima fase, esse si sono concentrate su settori a basso costo e ad alta intensità di lavoro, per la produzione o l’assemblaggio di prodotti a scarso valore aggiunto; più recentemente, esse si sono reindirizzate verso la produzione per assemblaggio di prodotti a più forte intensità tecnologica e destinati non solo al mercato internazionale, ma anche al mercato locale, regionale e nazionale. Sono, quindi, le compagnie multinazionali e transnazionali che hanno innescato la nuova divisione del lavoro e la nuova organizzazione della produzione a livello mondiale in reti orizzontali. Sono le compagnie multinazionali e transnazionali che hanno strutturato le economie esocentrate ed aperte dei paesi asiatici, paesi che s’industrializzano progressivamente e si arricchiscono a partire dalle zone costiere (dove tendono a concentrarsi gli investimenti diretti internazionali) grazie alle esportazioni: la quota delle esportazioni nel PIL dell’India è del 20%, del 33% nel caso della Corea del Sud, del 34% nel caso della Cina, del 45% nel caso della Tailandia – mentre in Giappone, grande paese esportatore, la quota del PIL rappresentata dalle esportazioni è soltanto del 10%.
Tuttavia, l’apertura di questi paesi verso l’esterno produce anche forti dipendenze e vulnerabilità potenziali, legate ad eventuali stravolgimenti della congiuntura economica mondiale o al cambiamento delle politiche di libero scambio: ad esempio, se gli Stati Uniti decidessero d’imporre tariffe doganali del 20% o del 30% sui prodotti importati dalla Cina, l’impatto sulla crescita cinese sarebbe devastante, perché la Cina trae dalle esportazioni il 34% del PIL attuale. Un’altra fonte di vulnerabilità risiede nel fatto che una percentuale rilevante delle esportazioni asiatiche consiste in prodotti d’assemblaggio: dai prodotti d’assemblaggio – componenti inviati in Cina, assemblati in Cina e poi riinviati sul mercato internazionale - proviene il 70% del valore delle esportazioni cinesi, ma del valore di questi prodotti la Cina recupera soltanto il 30%.
La constatazione della vulnerabilità sembra contraddire o, almeno, relativizzare la mia idea iniziale, la tesi che l’Asia stia per diventare o per tornare ad essere un cuore del mondo: la situazione attuale, infatti, à caratterizzata da una profonda tensione tra la mutazione strutturale in corso da un lato e, dall’altro lato, la situazione di dipendenza da cui i paesi asiatici, imbrigliati nelle strutture coercitive delle filiere internazionali, non si sono ancora del tutto liberati.
D’alta parte, la maggioranza degli economisti occidentali qualifica l’ascensione asiatica e cinese come "miracolo economico". Nel 1994, l’economista americano Paul Krugman aveva persino affermato che "le proiezioni attuali secondo cui l’Asia raggiungerà la supremazia industriale nel 2010 sono ridicole quasi quanto le analisi degli anni Sessanta secondo cui l’era Breznev avrebbe condotto alla supremazia industriale sovietica" [2] – un’affermazione smentita dai fatti, almeno per il momento.

- Richard Katz, "The System that Soured" (1998)
Altri economisti occidentali hanno intravisto nella crisi finanziaria asiatica del 1997-1998 la dimostrazione, ai loro occhi inconfutabile, che il "miracolo" era, in realtà, soltanto un "miraggio".
Gli economisti neoliberali ed alcuni economisti neomarxisti concordano su questa questione, i primi sottolineando le supposte deficienze dirigiste del modello di sviluppo asiatico – e, quindi, la sua devianza redibitoria rispetto ai canoni dell’ortodossia liberale -, i secondi sottolineandone invece le deficienze liberali, cioè la sua dipendenza strutturale dal capitalismo mondiale e dai suoi agenti transnazionali.

- Richard Katz, "Japanese Phoenix" (2003)
Ad esempio, secondo Alan Greenspan (1998) – presidente per 18 anni, fino al 2006, della "Federal Reserve" -, gli eventi del 1997-1998 provavano che il sistema di sviluppo economico asiatico era una forma di sviluppo iniqua, prodotta da uno statalismo eccessivo, e fonte di crisi a ripetizione da cui questi paesi non sarebbero mai usciti [3]. Un autore americano specialista del Giappone, Richard Katz (1998), ha scritto che la crisi del 1997-1998 dimostrava il carattere "infantile" del capitalismo asiatico - ben diverso dal capitalismo "adulto" (o senile) americano –, che creava una situazione di dipendenza, disuguaglianza e vulnerabilità strutturali [4].
Personalmente, ritengo che queste critiche, sia quelle neoliberali sia quelle neomarxiste, manchino di profondità storica e non colgano l’essenza della questione, rispecchiando visioni eurocentriche della differenza profondamente radicate nello spirito occidentale. Le irregolarità, le disuguaglianze, le fratture sociali e le dipendenze reali non sono forse le caratteristiche storiche delle dinamiche dello stesso sviluppo capitalista? Nel caso particolare dell’Asia, le irregolarità e le dipendenze non dovrebbero offuscare il sincronismo, l’estensione spaziale, l’intensità e la persistenza temporale di una dinamica di grande spessore storico. Malgrado il declino coloniale che ha investito, nel XIX secolo, tutti i paesi della regione (ad eccezione del Giappone), malgrado le guerre e le rivoluzioni del XX secolo, malgrado le numerose fratture spaziali e sociali di cui ho parlato, malgrado le crisi che si sono verificate, ritengo che la trasformazione asiatica sia caratterizzata da un’unità essenziale e che assomigli, per alcuni aspetti, alle rivoluzione industriale europea, che ha permesso l’ascesa dell’Occidente.
Su quest’ultimo punto, è necessario ricordare che la rivoluzione industriale europea è stata anch’essa caratterizzata, nella sua diffusione, da percorsi nazionali altamente diversificati, da forti irregolarità e disuguaglianze spaziali: se si confronta l’esperienza della Gran Bretagna all’esperienza della Francia, dell’Italia o della Germania nel XIX secolo, ci si ritrova in registri completamente diversi sul piano dell’industrializzazione, delle capacità tecniche e tecnologiche, della conoscenza scientifica e della densità del processo industriale. Inoltre, la rivoluzione industriale europea è stata caratterizzata da una violenza sociale permanente, legata all’urbanizzazione, alla miseria proletaria, alla mercificazione del lavoro, al lavoro notturno delle donne e al lavoro dei bambini.

- Karl Polanyi, "The Great Transformation" (1944)
Pensate, ad esempio, alla violenza della mutazione sociale e della nuova condizione operaia – ben descritta da Karl Polanyi (1944) [5] – in Gran Bretagna all’inizio del XIX secolo, dopo la liberalizzazione del mercato del lavoro, tra il 1834 e il 1860; pensate alla frattura tra mondo rurale e mondo urbano, il mondo delle città e dell’industria. L’Europa passa attraverso tutti questi fenomeni durante la rivoluzione industriale e, da questo punto di vista, non c’è niente di eccezionale nell’esperienza asiatica: la brutalità della trasformazione, la radicalità e la violenza sono parte integrante della natura stessa del processo di mutazione capitalista, così come l’abbiamo conosciuto durante la rivoluzione industriale europea.
Non è un caso che i ricercatori cinesi, riflettendo sulla loro esperienza, scelgano di paragonare il proprio percorso, piuttosto che alla rivoluzione industriale europea in generale, all’industrializzazione tardiva della Germania e, soprattutto, all’ascesa degli Stati Uniti (la cui industrializzazione vera e propria è cominciato soltanto dopo la guerra di secessione del 1861-1865).

- Angang Hu, "Multiple Forces Driving China’s Economic Development" (2007)
Un ricercatore cinese dell’Università di Tsinghua, Angang Hu, ha affermato, nel 2007, che "l’ascesa attuale della Cina è analoga a quella che hanno conosciuto gli Stati Uniti un secolo fa, tra il 1870 e il 1913. In entrambi i casi, si registra un elevato tasso di crescita e un elevato contributo ai tassi di crescita del PIL mondiale" [6]. Quello che egli non dice, ma che è implicito, è che, tra il 1870 e il 1913, si è verificato un vero e proprio trasferimento del centro economico del mondo da Londra a New York: nel 1890, gli Stati Uniti sono diventati la prima potenza manifatturiera del mondo; la prima guerra mondiale ha accelerato questo processo di ricentramento; la seconda guerra mondiale ha permesso agli Stati Uniti di diventare il primo (ed unico) creditore mondiale, il centro finanziario del mondo. E i ricercatori cinesi che scelgono questo periodo della storia americana per cercare di paragonare la loro esperienza alla trasformazione capitalista del XIX secolo hanno compreso una verità fondamentale, che il processo di mutazione in corso cambierà il centro del mondo: come in Cina oggi, negli Stati Uniti del XIX secolo lo sviluppo industriale, la costruzione d’infrastrutture e l’acquisizione del savoir-faire sono stati possibili grazie a flussi d’investimento e finanziamenti internazionali sempre più intensi che venivano dall’Europa, soprattutto dalla Gran Bretagna. In breve, l’economia americana – come quella delle colonie di popolamento, dell’Australia e del Canada, e come l’economia cinese oggi – era imbrigliata in flussi di capitali transnazionali d’origine europea, senza i quali non avrebbe certo conosciuto un’ascesa altrettanto rapida ed intensa.
Per uno stratagemma della storia, sono i surplus finanziari dell’Impero britannico, che non poteva investire all’interno i capitali accumulati, che hanno fatto lentamente spostare il centro economico del mondo da Londra a New York. Il capitalismo tende per natura alla globalizzazione dell’economia mondiale, ma, sebbene le sue logiche trascendano le segmentazioni nazionali e regionali del mondo, finisce sempre per creare potenze nazionali, imperi ed egemonie. Oggi, il capitalismo internazionale sarà certamente in parte americano, ma esso costruirà anche l’egemonia potenziale della Cina di domani.
In conclusione, la mutazione asiatica attualmente in corso nell’ambito della globalizzazione induce uno spostamento del centro, un processo di decentramento e ricentramento grazie al quale la Cina e l’Asia nel suo insieme stanno diventando un cuore del mondo. Benché queste dinamiche non siano destinate a produrre la scomparsa dell’Occidente – né degli Stati Uniti né dell’Europa -, il processo di decentramento e ricentramento in atto costituisce un fenomeno storico di prima importanza e di eccezionale ampiezza.

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