Lo sviluppo del petrolio nella regione del Delta del Niger [1] risale agli inizi del 1900, anche se il settore avrebbe cominciato a funzionare a pieno regime dopo la seconda guerra mondiale, quando, accanto all’allora potenza coloniale, la Gran Bretagna, hanno fatto il loro ingresso anche i capitali di altre multinazionali straniere, i cui profitti sarebbero cresciuti, negli anni, in modo esponenziale, grazie anche alla connivenza dei regimi militari succedutisi al governo del paese. Per le sue ottime caratteristiche fisiche - poca presenza di zolfo (0,05-0,2%) e facilità di raffinazione -, il petrolio nigeriano ha conquistato facilmente i mercati occidentali: vengono estratti quotidianamente 2,5 - 3 milioni di barili, per 2/3 onshore e per 1/3 offshore (nel Golfo di Guinea, nella Baia del Benin e Baia del Bonny) [2], e si prevede un aumento a 3,7 milioni [3] per l’accresciuta domanda registrata negli ultimi anni da parte dei colossi asiatici, che, assetati di risorse energetiche, concludono contratti d’acquisto miliardari. In particolare, la Cina offre in cambio di petrolio pacchetti di investimenti ad ampio raggio, inclusivi di manodopera ed armi, costruzione d’infrastrutture e servizi, di cui il paese più popoloso dell’Africa e uno dei più poveri al mondo necessita in maniera stringente.
Diversa, invece, l’evoluzione del settore gassifero, il cui sviluppo effettivo risale alla fine degli anni Novanta, quando multinazionali e governo hanno preso coscienza della profittabilità di questa risorsa e hanno investito nel settore, il cui non sviluppo costava al paese 2,5 miliardi di dollari di mancata monetizzazione. Per cinquant’anni è stato permesso indiscriminatamente che i campi contenenti gas associato, rinvenuto al momento dell’estrazione del greggio, venissero fatti bruciare, con un evidente spreco dal punto di vista economico e con ben più gravi conseguenze dal punto di vista ambientale. Oggi, nonostante il settore non sia entrato pienamente a regime e si continui a bruciare il 40% del gas scoperto [4], vengono prodotti oltre 770 miliardi di piedi cubici all’anno [5], di cui solo 325 Bcf vengono consumati dal mercato interno, il resto destinato alla liquefazione e quindi all’esportazione sui mercati internazionali. Ad incoraggiarne lo sviluppo hanno contributo sicuramente la sempre più crescente domanda di gas a livello mondiale, la mole di investimenti effettuati da governo e compagnie petrolifere e l’avvio di mega progetti come il Bonny Island e il West African Gas Pipeline [6], che, per le cifre destinate e il carattere ambizioso degli obiettivi, non hanno precedenti nella storia dell’Africa Subsahariana [7].
Tuttavia, possedere risorse energetiche a volte diventa sinonimo di povertà e disperazione, e ben lo sanno le popolazioni degli Stati produttori, che hanno visto peggiorare le loro condizioni economiche, ai limiti della sussistenza, costrette a vivere in uno dei posti più inquinati del mondo e politicamente instabile, a dispetto degli ingenti guadagni più che proporzionali dell’élite politica e delle multinazionali. L’economia nigeriana, ancora flagellata da un ingente debito pubblico, paga il prezzo di essere stata per anni dipendente solo ed esclusivamente dal petrolio: il 90% degli introiti derivano dalle infime royalities che le multinazionali, vere attrici del settore, versavano alla Federazione nigeriana, che - agendo indisturbata e in modo corrotto come mera esattrice delle tasse - poco si è curata degli altri comparti economici, lasciati alla deriva, e si è impegnata più a foraggiare se stessa che ad investire per il bene collettivo.
Secondo le ultime stime, il reddito pro-capite delle popolazioni del Delta è al di sotto dei già risicatissimi 260 dollari annui di media nazionale e, nel Delta, il livello di povertà eccede del 70% l’indice di povertà nazionale; livello aggravato, inoltre, dall’alto costo della vita [8]. Più di due milioni di giovani sono disoccupati e il 40% della popolazione è analfabeta, con una scarsa possibilità di migliorare il proprio futuro. Le infrastrutture urbane e rurali - acqua potabile, elettricità, strade, strutture mediche - sono estremamente scarse e inefficienti. L’impiego della manodopera locale nell’industria petrolifera e del gas è molto limitato e l’inquinamento provocato dalle attività estrattive e dal gas flaring [9] ha flagellato le pratiche legate alla pesca e all’agricoltura, che garantivano un minimo di sostentamento alle comunità, e ha causato l’insorgere di malattie legate all’apparato respiratorio.
È questo il contesto in cui da molti anni si esercita la protesta delle popolazioni locali, un conflitto che rappresenta in molti modi il microcosmo di una crisi più ampia: la crisi ha caratterizzato la Nigeria già a partire dagli anni dei regimi militari e affonda le proprie radici nella profondità della frustrazione sociale e della rabbia diretta contro l’élite politica, che ha svenduto le terre delle popolazioni locali e la loro eredità, e contro le multinazionali, che, in tanti anni di sfruttamento, non hanno mai concretizzato una politica di sviluppo.
Il conflitto però non ha avuto sempre le stesse dimensioni e, anche se l’insoddisfazione è stata palesata dalle comunità locali sin dall’inizio delle prime prospezioni petrolifere, ha ricevuto un’eco maggiore solo durante gli anni 90, quando Ken Saro Wiwa, a capo della piccola comunità degli Ogoni, ha costituito il MOSOP [10] e messo in atto una battaglia organizzata contro la Shell, per una maggiore responsabilità in materia di inquinamento, e contro lo Stato, per un’applicazione più equa del principio di derivazione [11].
Oggi assistiamo alla degenerazione di una crisi ai limiti dell’anarchia, dove la lotta per l’emancipazione del Delta del Niger si confonde con atti di sabotaggio e con rapimenti di tecnici stranieri, dove la battaglia politica serve da facciata per nascondere i lauti traffici criminali di petrolio trafugato nei siti di produzione e rivenduto sul mercato nero. Ad imbracciare le armi sono i giovani frustrati dalla povertà e dalla miseria, assoldati dalle milizie locali – come il MEND, Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger –, ma anche bambini e donne, che costituiscono un importante sostegno logistico durante la guerriglia contro l’esercito. Le cause della loro protesta sono varie e risiedono tanto nella situazione economica di estrema povertà che li attanaglia, costretti a vivere con meno di un dollaro al giorno, quanto nelle conseguenze nefaste che l’industria del petrolio ha avuto sull’assetto sociale e politico dell’area del Delta. Nella fase redistribuitiva dei proventi petroliferi, le popolazioni sono state escluse, nessun miglioramento è stato apportato ai loro stili di vita, che invece hanno subito un continuo peggioramento: aria e acque inquinate dai continui oil spills degli impianti petroliferi; distruzione ed esproprio forzato delle terre, senza nessuna o adeguata compensazione; violenze e stupri nei confronti di donne e bambini, e soprattutto plateale allontanamento dello Stato Federale, sordo di fronte alle richieste delle popolazioni del Delta e incurante dei loro più elementari bisogni.
A poco è valso il cambio di governo dell’aprile di quest’anno, che ha portato al potere Umaru Yar’Adua, delfino del presidente uscente Obasanjo: i rapimenti ad opera del MEND o degli altri gruppi di milizie armate, come l’NDPVF di Asari o l’NDV di Ateke Tom [12], non solo sono aumentati di numero, ma hanno più spesso visto coinvolti, accanto a tecnici stranieri, anche bambini occidentali o parenti di esponenti politici [13], segno di un’estremizzazione della protesta e di un’opposizione latente anche nei confronti del nuovo governo, ritenuto illegittimo, perpetuatore di una politica di asservimento al capitale straniero e distante dalle richieste della popolazione del Delta. Ciò che essi chiedono in cambio di una cessazione della protesta è il pagamento di risarcimenti da parte delle compagnie straniere e del governo nigeriano, la fine del saccheggio a danno delle popolazioni locali e un principio di derivazione innalzato al 25-50%, i cui proventi devono andare in un fondo controllato dalle comunità piuttosto che dallo Stato e dai governi locali corrotti. Richieste mai pienamente soddisfatte.
Chi sperava che il settore del gas, una volta completamente attivo, potesse calmierare la situazione del Delta, con maggiori posti di lavori e maggiori introiti da distribuire alle comunità, rischia di vedere disattese le proprie aspettative, perché se, da un lato, i guerriglieri locali, irrobustiti dai profitti del contrabbando, prendono sempre più coscienza della loro forza, dall’altro le multinazionali occidentali e il governo subiscono perdite pari al 20% della loro produzione, con una perdita economica di 16 miliardi di dollari [14], e sono costrette a lasciare il paese, a tutto vantaggio del capitale asiatico, o ad adottare una politica del kill and go, che all’attuale stadio di violenza nel Delta contribuisce solo ad esacerbare una situazione molto vicina ad una guerra civile.

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