Il petrolio saudita: prospettive e sfide

11 ottobre 2007, di Ugo Guarnacci
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L’Arabia Saudita è il primo produttore mondiale di petrolio e la sua capacità produttiva, stimata attorno a 10,5–11 milioni di barili al giorno (bbl/d) [1], le consente di detenere la leadership all’interno dell’OPEC e di comportarsi, nell’ambito di tale organizzazione, come uno Swing State [2]. Il suo ruolo di potenza petrolifera viene ulteriormente confermato dall’ammontare delle riserve provate, che, stando alle valutazione del “Oil and Gas Journal”, sarebbero pari a 260 miliardi di barili [3], circa un quinto di quelle globali.

L’oro nero continua ad imporsi come fonte primaria della crescita economica del paese. Infatti, i ricavi derivanti dalla vendita del greggio costituiscono il 90% degli introiti delle esportazioni, il 70% delle entrate statali e il 45% del PIL [4]. Nel 2005, l’Arabia ha sorpassato il Venezuela, posizionandosi al terzo posto (dopo Canada e Messico) nella fornitura di greggio agli Stati Uniti, e continua a conquistare quote di mercato nei paesi dell’Estremo Oriente (che assorbono il 53% delle esportazioni di prodotto raffinato e il 49% di quello grezzo). Questi dati mostrano che il petrolio, oltre ad essere una risorsa energetica strategica di vitale importanza per garantire al Regno prosperità e progresso, diventa anche un elemento politico, che plasma i cerchi del potere e dell’autorità all’interno dello Stato ed influenza pesantemente le sue relazioni, a livello regionale ed internazionale.

Da quando, nel 1938, il pozzo Dammam n. 7 iniziò, per primo, a pompare petrolio in quantità commerciabili, l’Arabia Saudita si è impegnata nella ricerca di nuovi siti estrattivi, che le consentissero di aumentare progressivamente la sua capacità produttiva. Oggigiorno Riad vanta i due giacimenti on e off-shore più grandi del mondo: parliamo rispettivamente dei campi Ghawar [5] e Safaniya [6]. A questi fortunati ritrovamenti il paese ha affiancato un vasto programma di potenziamento infrastrutturale, che ha permesso alla compagnia statale Saudi Aramco di controllare una rete di pipelines che copre circa 14.000 Km.

Una delle principali pipelines del paese atta al trasporto del greggio è la “East-West Ceude Oil Pipeline” (PETROLINE), gestita dall’Aramco a partire dal 1984 (dopo averla rilevata dalla Mobil) e impiegata per trasferire il petrolio “Arabian Light” ed “Extra Light” [7] dalle raffinerie di Abqaiq, nella provincia orientale, verso le strutture portuali dello Yanbu, sul Mar Rosso, da cui salpano le navi dirette in Europa. La Petroline è stata messa in funzione con l’intento di fare dello Yanbu una valida alternativa ai due porti di Ras Tanura e Ras al-Juaymah, che si affacciano sul Golfo Persico. Tuttavia, questa pipeline viene impiegata solo per metà della sua capacità complessiva, perché le spedizioni che partono dallo Yanbu verso i paesi asiatici impiegano cinque giorni di più rispetto a quelle che passano per lo Stretto di Ormuz [8].

Vista l’elevata conflittualità che caratterizza il quadro regionale mediorientale, l’Arabia Saudita ha deciso di chiudere a tempo indeterminato le pipelines petrolifere che attraversavano il territorio di altri paesi. Sono state oggetto di tale provvedimento sia la “Trans-Arabian Pipeline” (TAPLINE), che collegava Qaisumah a Sidone, in Libano, sia la “Iraq-Saudi Arabia Pipeline” (IPSA), dismessa dopo l’agosto 1990, in seguito all’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein. L’unica pipeline internazionale che resta ancora in funzione è quella sottomarina, costruita sessant’anni fa, che connette i campi di Abu Saafra e Dammam con il Bahrain.

In futuro, per continuare a comportarsi come attore più importante nel panorama petrolifero, Riad dovrà affrontare due sfide principali:

  • tutelare la sicurezza dei campi dalla minaccia del terrorismo internazionale;
  • affrontare la diminuzione della capacità produttiva dei suoi giacimenti.

Le pipelines e gli altri impianti petroliferi sauditi sono un obiettivo nel mirino del terrorismo internazionale. Lo stesso Osama bin Laden, dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, si è scagliato contro le monarchie del Golfo e, in particolare, contro l’Arabia Saudita, che fonda il suo legame con gli Stati Uniti sullo scambio tra petrolio a buon mercato e la cooperazione militare assicurata da Washington. Al-Qaeda sa che, per aumentare la vulnerabilità e l’insicurezza del paese, è necessario colpire il suo sistema energetico e in tal senso cerca di muoversi il gruppo guidato da Abdulaziz al-Muqrin, una delle figure di riferimento per il fondamentalismo della Penisola Arabica. Il 24 febbraio 2006, Al-Qaeda ha sferrato un attacco al campo di Abqaiq. Nonostante l’attentato sia stato sventato - grazie alla collaborazione tra il Ministero degli Interni e l’esercito privato assoldato dalla Saudi Aramco per difendere le sue infrastrutture -, questo tipo di scontri rende sempre più alta la tensione attorno all’apparato petrolifero saudita [9].

Gli elevati livelli di produzione di greggio che l’Arabia Saudita ha mantenuto nel corso del tempo – volti ad aumentare la rendita petrolifera, finanziare il vasto programma di modernizzazione del paese ed evitare picchi traumatici nell’andamento dei prezzi, dovuti a scarsità contingenti [10] - l’hanno portata a mettere in atto un forte sfruttamento dei propri giacimenti. Questa risulterebbe essere la causa primaria dell’annuale declino dei livelli di greggio dei campi sauditi, riduzione che, pertanto, richiede, per sopperire alle perdite, un accrescimento della capacità produttiva. Per raggiungere tale scopo, la Saudi Aramco ha in cantiere diversi progetti [11], volti ad aumentare la produzione di greggio fino a 12,5 milioni di bbl/d entro il 2011 [12].

Nonostante i grandi investimenti effettuati e le ricerche operate, diversi analisti - tra cui lo stesso Matthew R. Simmons, autore del saggio Twilight in the desert. The coming Saudi oil shock and the world economy - evidenziano che, negli ultimi anni, sul suolo saudita non ci sono state nuove scoperte di pozzi della categoria “giant” e questo indurrebbe la compagnia petrolifera nazionale ad invocare la “Fuzzy Logic” [13] – logica del gonfiamento - per gestire le riserve del paese. Tale atteggiamento sarebbe giustificato dalla maturità raggiunta dai vari giacimenti del Regno, che rende difficile fare pronostici sulla loro performance futura e rende altrettanto difficile, per i manager e gli ingegneri della Saudi Aramco, definire una strategia valida e chiari obiettivi da raggiungere.

Avanzare una previsione esatta sulle riserve saudite potrebbe rappresentare un’utopia, dal momento che il governo di Riad custodisce gelosamente i dati a sua disposizione. Tale atteggiamento non stupisce: il petrolio non è, per l’Arabia, una risorsa qualunque, ma costituisce il basamento che sorregge tutta l’architettura templare del Rentier State [14], tanto imponente quanto fragile. A produrre la rendita petrolifera è un’esigua minoranza e ancora più ristretta è la compagine di governo che la gestisce e che, di conseguenza, detiene il potere politico. Il resto della società viene coinvolto, a diversi livelli, solo ed esclusivamente nella distribuzione della ricchezza e si rimette pertanto alla “benevolenza” dei governanti. La rendita derivante dal greggio ha decretato, così, la preminenza territoriale della regione del Najd – da cui ha origine la famiglia reale -; ha permesso l’ascesa di un’élite poco lungimirante, che ostacola uno sviluppo che non sia solo di facciata; ha consentito al regime di cooptare gli ulama [15] per ricondurre la modernizzazione all’interno del recinto religioso.

L’Arabia Saudita è un esempio evidente di come la ricchezza petrolifera consenta al regime, guidato dalla famiglia-partito-Stato degli Al Saud, di essere esonerato dall’obbligo della tassazione, in quanto la sua funzione essenzialmente allocativa [16] costituisce di per sé una potenziale fonte di legittimità. La celebre frase No taxation without representation diventa, all’interno del Rentier State saudita, No representation without taxation, mettendo così in risalto come la crescita economica di cui beneficia questa tipologia di Stato venga sfruttata per massimizzare l’obbedienza e sedare ogni possibile fonte di opposizione.

La gestione “familiaristica” o “tribale” del potere, tipica dell’asabiyya capitalism [17] saudita, fa si che vengano esclusi dalla redistribuzione della rendita interi settori della popolazione. In Arabia (sunnita-wahhabita), ad essere discriminati, se non direttamente perseguitati come “eretici”, sono stati, fino a tempi recentissimi, proprio gli sciiti [18] della regione orientale dell’al-Hasa, l’area di produzione petrolifera che si affaccia sul Golfo Persico.

Il greggio ha tuttavia vanificato i sogni del regime saudita di poterne disporre a proprio piacimento per massimizzare la rendita. Gli Al Saud hanno ben presto dovuto imparare che questa risorsa non si può controllare facilmente, avanzando previsioni sull’andamento dei prezzi, della domanda e dell’offerta; il petrolio vive secondo i suoi cicli, caratterizzati da alternanze di picchi e crolli, da fasi improvvise di scarsità e periodi prolungati di sovrabbondanza, dall’incombere di crisi politiche o economiche che ne hanno ora condizionato la disponibilità, ora reso la sua offerta eccessiva.

Intanto, il bisogno dell’oro nero saudita fomenta ansie e preoccupazioni, a livello globale, sul fatto che i giacimenti dell’Arabia possano non essere così prolifici e sicuri come comunemente si crede. Mentre re Abdullah e il suo establishment si adoperano per portare avanti un cauto riformismo, che riesca ad affrancare il paese dalla “monocultura del petrolio”, il resto del mondo trattiene il fiato.


P.S.

Su questo argomento

Leggi l’articolo: Il petrolio, rovina del mondo arabo di Georges Corm

Vedi la carta: Tra petrolio e nucleare: il Medioriente nel cuore della guerra di Emanuele Bompan e Riccardo Pravettoni JPEG

Bibliografia

  • Afifi, A.M., Ghawar: The Anatomy of the World Largest Oil Field, in “Search and Discovery”, 25 gennaio 2005.
  • Beblawi, H., Luciani, G. (eds.), The Rentier State, London, Croom Helm, 1987.
  • Biancotti, A. e C., Geopolitica del petrolio, Milano, BEM, 2004.
  • Champion, D., The Paradoxical Kingdom: Saudi Arabia and the Momentum of Reform, London, Hurst&Company, 2003.
  • Central Intelligence Agency (CIA), World Factbook, Saudi Arabia, 2007.
  • Cordesman, A.H., Saudi Arabia Enters the Twenty-First Century. The Political, Foreign Policy, Economic, and Energy Dimensions, Westport, CT, Praeger, 2003.
  • Henderson, S., Al-Qaeda Attack on Abqaiq: The Vulnerabilità of Saudi Oil, The Washington Institute for Near East Policy, PolicyWatch 1082, 28 febbraio 2006.
  • International Crisis Group (ICG), rapporto The Shiite Question in Saudi Arabia, in “Middle East Report”, No. 45, settembre 2005.
  • Simmons, M.R., Twilight in the desert. The coming Saudi oil shock and the world economy, Hoboken, Wiley, 2005.

Sitografia

Materiali per la cartografia

http://www.judicialwatch.org/SAOilM...

http://www.pbs.org/wnet/wideangle/s...

http://web.inetba.com/gregcroftinc/...

http://pubs.usgs.gov/of/1997/ofr-97...


Ugo Guarnacci

Ugo Guarnacci

Ugo Guarnacci è un dottorando in Economia presso il Dipartimento di Economia dell’Università di Reading, Regno Unito. Ha conseguito il Master in Ambiente e Sviluppo presso la London School of Economics (LSE), la Laurea specialistica in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna e la Laurea triennale in Economia della Cooperazione Internazionale e dello Sviluppo presso la Facoltà di Economia dell’Università di Roma La Sapienza. Ugo (...)


Note

[1] Fonte: sito Energy Information Administration.

[2] Con l’intento di portare in sostanziale equilibrio la domanda e l’offerta di greggio sui mercati, l’Arabia ha storicamente aumentato la propria produzione in modo da compensare eventuali vuoti lasciati dagli altri paesi membri del cartello e l’ha diminuita in caso di surplus. Cfr. A.H. Cordesman, Saudi Arabia Enters the Twenty-First Century. The Political, Foreign Policy, Economic, and Energy Dimensions, Westport, CT, Praeger, 2003, pp. 24-30.

[3] Inclusi i 2,5 miliardi di barili della “Zona Neutrale” che l’Arabia Saudita condivide con il Kuwait.

[4] Central Intelligence Agency (CIA), World Factbook, Saudi Arabia, 2007.

[5] Scoperto nel 1948, il Ghawar è localizzato a 100 Km a sud-ovest di Dhahran, ha un’estensione di 280x30 Km e una capacità produttiva di oltre 5 milioni di bbl/d. Da questo giacimento si estrae il petrolio “Arabian Light” (34° API) ed i suoi siti più prolifici sono, da nord a sud, Ain Dar, Shedgum, Uthmaniyah, Hawiya e Haradh. Si veda A.M. Afifi, Ghawar: The Anatomy of the World Largest Oil Field, in “Search and Discovery”, 25 gennaio 2005.

[6] Il campo Safaniya, scoperto nel 1951 e situato a 265 Km a nord da Dhahran, ha un’estensione di 50x15 Km ed una capacità estrattiva di oltre 1.2 milioni di bbl/d.

[7] Migliori tipologie di greggio estraibili sul suolo saudita, in virtù del loro basso contenuto di zolfo.

[8] Lungo 280 Km e largo 50 Km nel punto più angusto, è compreso fra le coste dell’Oman a sud e dell’Iran a nord. Mette in comunicazione il Golfo Persico con quello dell’Oman, di qui con il Mare Arabico e l’Oceano Indiano. Nel 2000 fu attraversato da un flusso di 15,5 milioni di barili di greggio al giorno, destinati ai mercati asiatici, americani ed anche europei. È di gran lunga il chokepoint petrolifero di maggiore importanza del mondo: vi passa la sola via marittima che smaltisce l’olio estratto dal sottosuolo di Arabia Saudita, Kuwait, Iraq, Iran, Barhain, Qatar e di gran parte degli Emirati Arabi Uniti. Per una descrizione dettagliata dei percorsi esterni del petrolio e del problema degli stretti si rimanda a A. e C. Biancotti, Geopolitica del petrolio, Milano, BEM, 2004.

[9] S. Henderson, Al-Qaeda Attack on Abqaiq: The Vulnerabilità of Saudi Oil, The Washington Institute for Near East Policy, PolicyWatch 1082, 28 febbraio 2006.

[10] L’Arabia Saudita cerca così di tutelare gli interessi del suo alleato numero uno, l’America, che assicura al Regno tecnologie militari, mercati e know-how.

[11] Uno dei programmi più rilevanti in tal senso è il “Qatif Producing Facilities Development Program” (QPFDP), che, con un investimento di 4 miliardi di dollari, si propone di costruire due impianti di separazione gas-petrolio e di potenziare le infrastrutture dei giacimenti Qatif e Abu Saafa (per metà posseduto dal Bahrain). Un’altra strategia a lungo termine è quella mirante ad incrementare le riserve di petrolio a basso contenuto di zolfo (“Arabian Extra Light”) puntando sul sito dello Shaybah, localizzato nel remoto deserto Roub Al Khali. Perseguono tale obiettivo il consolidamento delle installazioni tra i 140 pozzi che costituiscono il campo di Shaybah e la realizzazione di una pipeline che lo raccordi con Abqaiq, il centro di raccolta più vicino. Un ulteriore progetto di una certa rilevanza, gestito dall’Aramco in partnership con operatori privati, è quello denominato “Haradh-3”. Inaugurato il 22 marzo 2006 dal Ministro del petrolio Ali Al-Naimi, questo nuovo complesso dovrebbe far accrescere la produttività dell’omonimo giacimento, che fa parte del campo Ghawar di 300 mila bbl/d.

[12] Fonte: sito Engineeringtalk, in particolare Saudi contract aims for expanded output.

[13] M.R. Simmons, Twilight in the desert. The coming Saudi oil shock and the world economy, Hoboken, Wiley, 2005, pp. 329-332.

[14] La definizione più esaustiva del concetto di Rentier State si deve a Hazem Beblawi, che sottolinea innanzitutto il carattere essenzialmente esterno della rendita di tale forma di Stato, una sorta di “dono della natura” che diventa il perno dell’economia fino a deprimere o sottosviluppare qualsiasi altro settore produttivo interno. La stabilità dei Rentier States dipende quindi in maniera strutturale da fattori che nessun governo potrà mai controllare interamente: nel nostro caso specifico, si tratta del mercato petrolifero e della fluttuazione spesso drammatica del prezzo del greggio. Cfr. H. Beblawi, The Rentier State in the Arab World, in G. Luciani, H. Beblawi (eds.), The Rentier State, London, Croom Helm, 1987, pp. 49-62.

[15] Gli ulama rappresentano la massima autorità religiosa all’interno del Regno, “custode delle due sacre moschee di Mecca e Medina”. Proprio in virtù dell’influenza degli ulama sulla società civile, lo Stato si fa carico di predisporre le risorse finanziare necessarie al mantenimento e all’espansione delle loro attività di proselitismo. Ufficialmente essi vennero cooptati nel 1970 sotto la reggenza di Faisal, che, ponendoli alla guida del Ministero della Giustizia e del dicastero per l’istruzione femminile, trasformò gli ulama più anziani in funzionari del Regno.

[16] G. Luciani, Allocation vs. Production States: A Theoretical Framework, in G. Luciani, H. Beblawi (eds.), cit., pp. 63-82.

[17] Derivando dalla radice verbale asaba – legare, stringere, unire –, il termine asabiyya capitalism viene impiegato con riferimento a quel senso di appartenenza ad un gruppo, a quella sorta di sentimento corporativo volto a controllare il potere e ad ottenere vantaggi di posizione. Per una discussione dettagliata dell’argomento si rimanda a D. Champion, The Paradoxical Kingdom: Saudi Arabia and the Momentum of Reform, London, Hurst&Company, 2003, pp. 93-110.

[18] Si veda il rapporto dell’International Crisis Group (ICG), The Shiite Question in Saudi Arabia, in “Middle East Report”, No. 45, settembre 2005.

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Con il contributo di:

Comitato Internazionale di Bologna per la Cartografia e l’Analisi del Mondo Contemporaneo

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