L’Arabia Saudita è il primo produttore mondiale di petrolio e la sua capacità produttiva, stimata attorno a 10,5–11 milioni di barili al giorno (bbl/d) [1], le consente di detenere la leadership all’interno dell’OPEC e di comportarsi, nell’ambito di tale organizzazione, come uno Swing State [2]. Il suo ruolo di potenza petrolifera viene ulteriormente confermato dall’ammontare delle riserve provate, che, stando alle valutazione del “Oil and Gas Journal”, sarebbero pari a 260 miliardi di barili [3], circa un quinto di quelle globali.
L’oro nero continua ad imporsi come fonte primaria della crescita economica del paese. Infatti, i ricavi derivanti dalla vendita del greggio costituiscono il 90% degli introiti delle esportazioni, il 70% delle entrate statali e il 45% del PIL [4]. Nel 2005, l’Arabia ha sorpassato il Venezuela, posizionandosi al terzo posto (dopo Canada e Messico) nella fornitura di greggio agli Stati Uniti, e continua a conquistare quote di mercato nei paesi dell’Estremo Oriente (che assorbono il 53% delle esportazioni di prodotto raffinato e il 49% di quello grezzo). Questi dati mostrano che il petrolio, oltre ad essere una risorsa energetica strategica di vitale importanza per garantire al Regno prosperità e progresso, diventa anche un elemento politico, che plasma i cerchi del potere e dell’autorità all’interno dello Stato ed influenza pesantemente le sue relazioni, a livello regionale ed internazionale.
Da quando, nel 1938, il pozzo Dammam n. 7 iniziò, per primo, a pompare petrolio in quantità commerciabili, l’Arabia Saudita si è impegnata nella ricerca di nuovi siti estrattivi, che le consentissero di aumentare progressivamente la sua capacità produttiva. Oggigiorno Riad vanta i due giacimenti on e off-shore più grandi del mondo: parliamo rispettivamente dei campi Ghawar [5] e Safaniya [6]. A questi fortunati ritrovamenti il paese ha affiancato un vasto programma di potenziamento infrastrutturale, che ha permesso alla compagnia statale Saudi Aramco di controllare una rete di pipelines che copre circa 14.000 Km.
Una delle principali pipelines del paese atta al trasporto del greggio è la “East-West Ceude Oil Pipeline” (PETROLINE), gestita dall’Aramco a partire dal 1984 (dopo averla rilevata dalla Mobil) e impiegata per trasferire il petrolio “Arabian Light” ed “Extra Light” [7] dalle raffinerie di Abqaiq, nella provincia orientale, verso le strutture portuali dello Yanbu, sul Mar Rosso, da cui salpano le navi dirette in Europa. La Petroline è stata messa in funzione con l’intento di fare dello Yanbu una valida alternativa ai due porti di Ras Tanura e Ras al-Juaymah, che si affacciano sul Golfo Persico. Tuttavia, questa pipeline viene impiegata solo per metà della sua capacità complessiva, perché le spedizioni che partono dallo Yanbu verso i paesi asiatici impiegano cinque giorni di più rispetto a quelle che passano per lo Stretto di Ormuz [8].
Vista l’elevata conflittualità che caratterizza il quadro regionale mediorientale, l’Arabia Saudita ha deciso di chiudere a tempo indeterminato le pipelines petrolifere che attraversavano il territorio di altri paesi. Sono state oggetto di tale provvedimento sia la “Trans-Arabian Pipeline” (TAPLINE), che collegava Qaisumah a Sidone, in Libano, sia la “Iraq-Saudi Arabia Pipeline” (IPSA), dismessa dopo l’agosto 1990, in seguito all’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein. L’unica pipeline internazionale che resta ancora in funzione è quella sottomarina, costruita sessant’anni fa, che connette i campi di Abu Saafra e Dammam con il Bahrain.
In futuro, per continuare a comportarsi come attore più importante nel panorama petrolifero, Riad dovrà affrontare due sfide principali:
- tutelare la sicurezza dei campi dalla minaccia del terrorismo internazionale;
- affrontare la diminuzione della capacità produttiva dei suoi giacimenti.
Le pipelines e gli altri impianti petroliferi sauditi sono un obiettivo nel mirino del terrorismo internazionale. Lo stesso Osama bin Laden, dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, si è scagliato contro le monarchie del Golfo e, in particolare, contro l’Arabia Saudita, che fonda il suo legame con gli Stati Uniti sullo scambio tra petrolio a buon mercato e la cooperazione militare assicurata da Washington. Al-Qaeda sa che, per aumentare la vulnerabilità e l’insicurezza del paese, è necessario colpire il suo sistema energetico e in tal senso cerca di muoversi il gruppo guidato da Abdulaziz al-Muqrin, una delle figure di riferimento per il fondamentalismo della Penisola Arabica. Il 24 febbraio 2006, Al-Qaeda ha sferrato un attacco al campo di Abqaiq. Nonostante l’attentato sia stato sventato - grazie alla collaborazione tra il Ministero degli Interni e l’esercito privato assoldato dalla Saudi Aramco per difendere le sue infrastrutture -, questo tipo di scontri rende sempre più alta la tensione attorno all’apparato petrolifero saudita [9].
Gli elevati livelli di produzione di greggio che l’Arabia Saudita ha mantenuto nel corso del tempo – volti ad aumentare la rendita petrolifera, finanziare il vasto programma di modernizzazione del paese ed evitare picchi traumatici nell’andamento dei prezzi, dovuti a scarsità contingenti [10] - l’hanno portata a mettere in atto un forte sfruttamento dei propri giacimenti. Questa risulterebbe essere la causa primaria dell’annuale declino dei livelli di greggio dei campi sauditi, riduzione che, pertanto, richiede, per sopperire alle perdite, un accrescimento della capacità produttiva. Per raggiungere tale scopo, la Saudi Aramco ha in cantiere diversi progetti [11], volti ad aumentare la produzione di greggio fino a 12,5 milioni di bbl/d entro il 2011 [12].
Nonostante i grandi investimenti effettuati e le ricerche operate, diversi analisti - tra cui lo stesso Matthew R. Simmons, autore del saggio Twilight in the desert. The coming Saudi oil shock and the world economy - evidenziano che, negli ultimi anni, sul suolo saudita non ci sono state nuove scoperte di pozzi della categoria “giant” e questo indurrebbe la compagnia petrolifera nazionale ad invocare la “Fuzzy Logic” [13] – logica del gonfiamento - per gestire le riserve del paese. Tale atteggiamento sarebbe giustificato dalla maturità raggiunta dai vari giacimenti del Regno, che rende difficile fare pronostici sulla loro performance futura e rende altrettanto difficile, per i manager e gli ingegneri della Saudi Aramco, definire una strategia valida e chiari obiettivi da raggiungere.
Avanzare una previsione esatta sulle riserve saudite potrebbe rappresentare un’utopia, dal momento che il governo di Riad custodisce gelosamente i dati a sua disposizione. Tale atteggiamento non stupisce: il petrolio non è, per l’Arabia, una risorsa qualunque, ma costituisce il basamento che sorregge tutta l’architettura templare del Rentier State [14], tanto imponente quanto fragile. A produrre la rendita petrolifera è un’esigua minoranza e ancora più ristretta è la compagine di governo che la gestisce e che, di conseguenza, detiene il potere politico. Il resto della società viene coinvolto, a diversi livelli, solo ed esclusivamente nella distribuzione della ricchezza e si rimette pertanto alla “benevolenza” dei governanti. La rendita derivante dal greggio ha decretato, così, la preminenza territoriale della regione del Najd – da cui ha origine la famiglia reale -; ha permesso l’ascesa di un’élite poco lungimirante, che ostacola uno sviluppo che non sia solo di facciata; ha consentito al regime di cooptare gli ulama [15] per ricondurre la modernizzazione all’interno del recinto religioso.
L’Arabia Saudita è un esempio evidente di come la ricchezza petrolifera consenta al regime, guidato dalla famiglia-partito-Stato degli Al Saud, di essere esonerato dall’obbligo della tassazione, in quanto la sua funzione essenzialmente allocativa [16] costituisce di per sé una potenziale fonte di legittimità. La celebre frase No taxation without representation diventa, all’interno del Rentier State saudita, No representation without taxation, mettendo così in risalto come la crescita economica di cui beneficia questa tipologia di Stato venga sfruttata per massimizzare l’obbedienza e sedare ogni possibile fonte di opposizione.
La gestione “familiaristica” o “tribale” del potere, tipica dell’asabiyya capitalism [17] saudita, fa si che vengano esclusi dalla redistribuzione della rendita interi settori della popolazione. In Arabia (sunnita-wahhabita), ad essere discriminati, se non direttamente perseguitati come “eretici”, sono stati, fino a tempi recentissimi, proprio gli sciiti [18] della regione orientale dell’al-Hasa, l’area di produzione petrolifera che si affaccia sul Golfo Persico.
Il greggio ha tuttavia vanificato i sogni del regime saudita di poterne disporre a proprio piacimento per massimizzare la rendita. Gli Al Saud hanno ben presto dovuto imparare che questa risorsa non si può controllare facilmente, avanzando previsioni sull’andamento dei prezzi, della domanda e dell’offerta; il petrolio vive secondo i suoi cicli, caratterizzati da alternanze di picchi e crolli, da fasi improvvise di scarsità e periodi prolungati di sovrabbondanza, dall’incombere di crisi politiche o economiche che ne hanno ora condizionato la disponibilità, ora reso la sua offerta eccessiva.
Intanto, il bisogno dell’oro nero saudita fomenta ansie e preoccupazioni, a livello globale, sul fatto che i giacimenti dell’Arabia possano non essere così prolifici e sicuri come comunemente si crede. Mentre re Abdullah e il suo establishment si adoperano per portare avanti un cauto riformismo, che riesca ad affrancare il paese dalla “monocultura del petrolio”, il resto del mondo trattiene il fiato.

Invia via email



