Le riserve di petrolio e gas in Russia
Attualmente, il 90% della produzione russa proviene dai giacimenti di gas della Siberia occidentale, che costituiranno la maggior parte della produzione russa nel medio e lungo periodo [1]. Il monopolista russo Gazprom controlla il 94% della produzione di gas russa, che è stata mantenuta fondamentalmente allo stesso livello dal 1999 [2]. Nel 2004 la produzione di gas era pari a 545 Bcm. Gazprom sta progettando di incrementare il livello di produzione fino a 530 Mmc (miliarsi di metri cubi a partire dal 2010 [3].
Tuttavia, la produzione russa di gas ha già raggiunto il picco di 599,6 Mmc nel 1991 [4] e, secondo quanto affermano alcuni esperti, sarà sempre più difficile raggiungere non solo il livello pianificato per il 2010, ma anche quello indicato dalla “Strategia Energetica Russa” [5]. Nonostante le promettenti stime rese note dal governo russo, Stern dimostra che non c’è spazio per un simile incremento della produzione. Sulla base di un’analisi della produzione corrente dei maggiori giacimenti russi, egli conclude che, più probabilmente, la produzione di gas raggiungerà, nel 2010, il picco di 510 Bcm, per poi diminuire nel decennio successivo fino a raggiungere, nel 2020, i 329 Bcm [6]. Vi sono, poi, incertezze geologiche ed economiche a proposito dello sviluppo di nuovi giacimenti [7]. Alcuni esperti ritengono persino che l’industria russa del gas stia già vivendo un gas deficit e che la sola produzione di Gazprom non sia in grado di soddisfare né la domanda interna né quella straniera [8]. La produzione di Gazprom sarà messa ulteriormente sotto pressione nel medio periodo, dal momento che tanto la domanda interna quanto quella estera sono destinate a crescere. Sarà dunque estremamente difficile, per il governo russo (e per Gazprom), raggiungere il livello della domanda e un equilibrio nella fornitura interna di energia.
Per concludere, la produzione russa di gas potrebbe ridursi sensibilmente a partire dal 2010. Le riserve di gas sono certamente disponibili in Russia, ma c’è un’urgente necessità di aprire nuovi giacimenti [9]. Questo costituisce il primo e principale problema per il settore del gas in Russia [10]. Nello stesso tempo, tanto la necessità di sviluppare nuovi giacimenti quanto quella di mantenere e incrementare la rete dei gasdotti, che invecchia rapidamente, richiedono maggiori investimenti in questo settore [11]. Inoltre, per varie ragioni, le riserve petrolifere sono molto meno importanti di quelle di gas, e ciò spiega perché il governo russo concentri prioritariamente la propria strategia energetica proprio sulla produzione ed esportazione di gas [12].
La politica energetica russa
Al momento dell’elezione alla presidenza della federazione russa, nel 2000, Vladimir Putin aveva già stabilito una politica relativa alle risorse energetiche russe. Putin ha infatti scritto una tesi di dottorato presso l’Istituto Minerario di S. Pietroburgo, nel gennaio 1999, nella quale afferma che le risorse energetiche devono costituire una garanzia per il futuro sviluppo economico della Russia e essere, nello stesso tempo, lo strumento con cui rafforzarne la posizione geopolitica nel mondo [13]. Di conseguenza, il governo russo ha il diritto di controllare e definire le priorità dell’industria del gas e del petrolio in ogni sua parte (compresi i gasdotti e gli oleodotti). L’esportazione e la produzione di queste risorse sono considerate non solo la base di uno sviluppo economico forte e duraturo, ma anche un mezzo per consentire alla Russia di tornare a essere una grande potenza nella politica mondiale. Il supporto dello Stato e la pianificazione del settore energetico sono visti come elementi cruciali di questo processo [14].
Putin condivide questa prospettiva con un gruppo di uomini e colleghi. I membri di questo gruppo sono comunemente chiamati siloviki. Hanno un background simile, si tratta generalmente di militari o personale dei servizi segreti (ex KGB) e condividono la stessa ideologia. Sono nazionalisti e determinati a rafforzare l’autorità dello Stato contro ogni potenziale nemico, tanto straniero quanto interno, e rigettano il pluralismo nella società civile. Le risorse energetiche devono rappresentare una fonte di potere per lo Stato e il mezzo per espandere l’influenza politica ed economica della Russia verso l’esterno. Putin e la nuova amministrazione, controllata dai siloviki, potrebbero, allora, facilmente estendere il controllo statale all’intero settore energetico avendo alle spalle questa ideologia di supporto [15].
Il controllo statale del settore del gas era già assicurato dal monopolio di Gazprom. Sin dai primi anni dell’amministrazione Putin, i siloviki non hanno fatto altro che infiltrarsi nel monopolista russo, assumendone il controllo. Una mossa che, da sola, ha permesso loro di acquisire il controllo dell’intera economia russa e dell’intera rete dei gasdotti. Tanto le manifatture quanto le industrie, infatti, dipendono dal gas a basso prezzo (i prezzi controllati, spesso, sono inferiori al costo marginale di produzione) che il governo continua a garantire. Di conseguenza, il governo può controllare l’inflazione e permettere alla popolazione povera delle regioni fredde di sopravvivere durante l’inverno. Ma il controllo di Gazprom mette il governo nelle condizioni di determinare l’intera economia russa, dal momento che l’esportazione di gas rappresenta il 7% del PIL e il 14% delle entrate del governo [16].
Tuttavia, come si è detto, la produzione di Gazprom non è in grado di soddisfare né la domanda interna né quella estera. Di conseguenza, il governo russo deve trovare risorse addizionali, rispetto alla produzione di Gazprom, per onorare i suoi impegni esteri e interni. Attualmente, altre compagnie sono di fatto coinvolte nella produzione di gas in Russia. Vengono generalmente identificate come “produttori indipendenti” e sono solitamente molto più efficienti di Gazprom. Il Cremlino conta, perciò, sulla loro produzione per soddisfare la domanda interna. Controllando la rete dei gasdotti e i prezzi interni (agendo, in questo caso, come un monopolista), il governo può, così, determinare la quota del mercato interno destinata a questi produttori, cui non è consentito accedere al mercato delle esportazioni. I profitti, per loro, sono comunque limitati, dal momento che i prezzi interni sono soggetti a regolamentazione. Al tempo stesso, Gazprom esporta il proprio gas sul mercato europeo, dove i prezzi sono più alti. È stato questo meccanismo che ha permesso a Gazprom di trarre maggiori profitti dalle proprie esportazioni e, allo stesso tempo, di far fronte alla propria produzione decrescente, soddisfacendo la domanda interna e mantenendo il monopolio delle esportazioni [17].
Tuttavia, le riserve dei produttori indipendenti saranno sufficienti per supplire al gas deficit che Gazprom sta già sperimentando solo fino al 2010. In altre parole, possono garantire l’equilibrio interno solo nel breve periodo. È, quindi, inevitabile che Gazprom cerchi delle vie alternative per soddisfare le proprie esigenze interne e di esportazione (ed è necessario ricordare il ruolo che i profitti provenienti dal settore del gas svolgono nel budget dello Stato). Queste vie alternative erano già state tracciate prima del collasso dell’URSS. Le ex repubbliche sovietiche, infatti, hanno collegato i propri gasdotti a quelli russi, che, nello stesso tempo, sono gli unici diretti verso i mercati esteri dell’Unione Europea. Dal momento che gli Stati dell’Asia centrale dipendono dall’esportazione di idrocarburi tanto quanto la Russia, il loro sviluppo economico è completamente dipendente dalla volontà del Cremlino, che è nella condizione di interrompere le loro esportazioni e le loro entrate.
Per il Cremino, quindi, è stato facile fare della Russia un transito obbligato per il gas proveniente dall’Asia centrale e diretto verso l’Europa. Gazprom compra il gas dell’Asia centrale a un prezzo inferiore e può venderlo sui mercati europei a un prezzo maggiore, realizzando un profitto considerevole per le casse dello Stato. Inoltre, questo meccanismo permette alla Russia di preservare il proprio gas per le esportazioni future. La Russia ha firmato molti accordi con gli Stati dell’Asia centrale per lo sviluppo delle loro riserve di idrocarburi. I produttori indipendenti e gli Stati dell’Asia centrale svolgono, di conseguenza, un ruolo chiave nella strategia monopolistica di Gazprom e permettono al Cremlino di progettare un’espansione sia politica sia economica verso l’esterno. Il Cremlino ha ottenuto il pieno controllo dell’esportazione e della produzione, come affermato da Putin nella sua dissertazione. Tuttavia, il problema di sviluppare nuovi, giganteschi giacimenti, capaci di sostenere per decenni la produzione russa, e il problema di mantenere il sistema dei gasdotti devono essere ancora risolti [18].
Anche il settore petrolifero è stato riorganizzato, per conformarlo alla nuova ideologia del Cremlino [19]. Dal 2007, questo si è assicurato il pieno controllo del settore petrolifero e del gas, come nei piani del governo, e può disporre delle esportazioni per ottenere un massimo di entrate nelle casse dello Stato ed espandere l’influenza estera della Russia. Inoltre, nel settore russo degli idrocarburi è stato riaffermato il controllo dello Stato anche sugli investimenti e le proprietà estere [20].
Esportazione di gas e gasdotti
Le esportazioni di gas sono una parte cruciale della politica energetica della Russia, dal momento che costituiscono una porzione davvero ampia delle entrate statali provenienti dalle esportazioni [21]. In primo luogo, il gas può essere venduto con profitto solo sui mercati stranieri (europei), perché i prezzi, in Russia, sono regolamenti e sono troppo bassi per consentire a Gazprom di trarre profitto dal mercato interno. In secondo luogo, coerentemente con la nuova ideologia del Cremlino, le esportazioni di gas devono essere usate per espandere l’influenza russa verso l’esterno. È facile, allora, comprendere perché Mosca cerchi di controllare il sistema dei gasdotti attraverso cui viene esportato il gas. I siloviki hanno gradualmente messo se stessi e lo Stato nella condizione di assumere il controllo di ogni attività economica o politica che possa influenzare le risorse strategiche, come il petrolio e il gas. Il controllo dei gasdotti è uno dei più importanti aspetti di questo processo.
Le tradizionali rotte di transito del gas proveniente dalla Russia sono l’Ucraina e la Bielorussia. L’Ucraina rappresenta il primo e più importante dei “paesi di transito”. Circa l’85% del gas diretto in Europa passa per il suo territorio [22]. Recentemente, alcuni problemi nei rapporti tra la Russia e l’Ucraina e tra la Russia e la Bielorussia, oltre alla necessità di stabilire un controllo completo sulle esportazioni, hanno convinto il Cremlino a cercare rotte alternative, per esportare il gas verso il mercato europeo senza attraversare territori stranieri. Ci sono due rotte alternative per la Russia, ed entrambe trovano, in Europa, sostenitori e oppositori. La prima di queste rotte è la cosiddetta North European Pipeline (NEP).
Si tratta di una linea che va dalla costa baltica della Russia alla regione tedesca di Greifswald, attraversando il fondale del Mar Baltico per 1.200 Km, con una capacità pianificata di 27,5 Mmm [23]. La NEP è sostenuta dalla Russia e dal suo maggiore cliente europeo, la Germania. Tuttavia, il gasdotto, la cui costruzione è motivata politicamente (evita di attraversare l’Ucraina e permette un’importazione diretta in Germania), è avversato, con argomenti “ambientalisti”, dai paesi baltici e dalla Svezia. Inoltre, la NEP metterebbe la Russia nelle condizioni di tagliare le forniture di gas agli Stati baltici, dal momento che verrebbe a cadere il loro ruolo come paesi di transito o luoghi di scorta. La Svezia è, attualmente, l’unico paese che potrebbe bloccare la costruzione in base a problemi ambientali, insieme a Finlandia e Danimarca. Inoltre, i costi del progetto stanno crescendo, poiché esso è stato continuamente ritardato per problemi tecnici e politici [24]. La costruzione del gasdotto, poi, divide gli interessi europei, perché la Germania è favorevole, mentre gli Stati baltici e la Svezia si oppongono al progetto. Lungi dall’essere certa, la sua costruzione potrebbe essere, dunque, rinviata ben oltre il 2010 [25].
Il secondo progetto di gasdotto finanziato da Gazprom è la cosiddetta South European Gas Pipeline (SEGP), ancora in fase di studio e del quale non è ancora stata stabilita con esattezza la rotta. Parallela alla NEP, la SEGP dovrebbe essere connessa al Blue Stream (che già trasporta il gas russo sotto il Mar Nero, verso la Turchia) per portare il gas direttamente alla Romania, alla Bulgaria e, dunque, al resto dell’Europa orientale. L’Ungheria potrebbe diventare il punto d’arrivo del gas russo nell’Europa centrale, prendendo il posto della Repubblica Ceca [26]. Gazprom sostiene tanto la NEP quanto la SEGP, nella prospettiva di diversificare le rotte ucraine e bielorusse e per potersi espandere più rapidamente sul mercato europeo, mantenendo la proprietà delle infrastrutture. Gazprom sarebbe, allora, in grado di esercitare un’influenza politica in paesi totalmente dipendenti dal suo gas (Ungheria e Bulgaria, in primo luogo), espandendo al contempo la propria influenza (economica e politica) sui mercati dell’Europa occidentale. Gazprom ha già raggiunto questo obiettivo in molti paesi dell’Europa dell’Est. Al contrario della NEP, la SEGP ha ottenuto il supporto dei governi europei della regione e specialmente dell’Ungheria [27].
Inoltre, la SEGP, connesso al Blue Stream, ha una rilevanza strategica peculiare nell’espansione russa verso ovest, nella prospettiva di bloccare il gasdotto concorrente Nabucco. Quest’ultimo è stato proposto nel 2002 e sostenuto dalla Commissione Europea come fonte di gas alternativa a quella russa [28]. Promuovendo e costruendo la SEGP, che è più economica e può essere costruita più rapidamente del Nabucco (che attraversa diversi paesi), Gazprom mira a rendere il progetto rivale di scarso profitto, considerando che entrambi i progetti sono rivolti allo stesso mercato. Gli investitori dovrebbero essere, allora, scoraggiati dal promuovere un progetto con una rendita di mercato incerta e alti costi. Dal momento che coinvolge un gruppo minore di Stati ed è finanziata direttamente da Gazprom, la SEGP risulta quindi avere maggiori probabilità di completamento e un indubbio vantaggio competitivo sul Nabucco.
Nello stesso tempo, Gazprom sta facendo pressione sugli Stati partecipanti al progetto Nabucco (prevalentemente l’Ungheria) per ritardarlo o scoraggiarlo. Se uno di loro uscisse dal progetto, la sua realizzazione sarebbe in pericolo, dal momento che il Nabucco dovrebbe attraversare il loro territorio e ha, dunque, bisogno del supporto e del finanziamento locale per essere costruito [29]. Gazprom ha cercato di fermare il progetto Nabucco sin da quando è stato proposto ed esso potrebbe essere messo in grave pericolo dalla decisione ungherese, del marzo 2007, di supportare la SEGP. L’influenza politica della Russia e un governo con prospettive limitate sono le ragioni fondamentali della decisione ungherese, ma la costruzione della SEGP e il collasso del Nabucco non sono ancora certi [30].
Tanto la Romania quanto la Bulgaria devono dare la loro definitiva approvazione alla SEGP e l’instabile situazione politica dell’Europa sud-orientale potrebbe bloccare il piano di Gazprom di esercitare un’influenza completa sulla regione. Inoltre, un sistema di gasdotti che, in Russia, invecchia rapidamente e la necessità di sviluppare nuovi giacimenti, per mantenere costante la produzione (vedi sopra), potrebbero mettere in discussione i piani di Gazprom di un’espansione dei gasdotti (e, quindi, di un’espansione politica). Sia per la produzione sia per i gasdotti, come si è mostrato sopra, la realtà si contrappone alle ambizioni del Cremlino, volte alla creazione di un’industria del gas e del petrolio realmente capace di sostenere una crescita economica costante, per non parlare di un’influenza politica verso l’esterno.
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Leggi l’articolo: La Russia: geopolitica dell’energia di Jean-Marie Chauvier
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