La bioenergia [1] è oggetto di crescente attenzione in tutto il mondo e costituisce una questione controversa, dal momento che potrebbe offrire nuove opportunità di sviluppo sostenibile [2], ma, nello stesso tempo, porta con sé significativi rischi. L’aumento dei prezzi delle merci, l’impatto negativo sulla sicurezza alimentare e sul cambiamento climatico rappresentano le diverse sfide da superare prima che il potenziale della bioenergia possa realizzarsi pienamente. I biocombustibili sono presentati come una soluzione per l’«energia pulita»: il prefisso “bio” suggerisce infatti che sono naturali, rinnovabili e sicuri, contrariamente ai combustibili fossili, tossici e non rinnovabili. Più specificamente, i biocombustibili di prima generazione sono derivati da colture alimentari, e i più importanti tra loro sono l’etanolo il biodiesel. L’etanolo è estratto prevalentemente dalla canna da zucchero, dal granturco e, in misura minore, dal frumento, dalla barbabietola da zucchero e dalla yucca. Il biodiesel usa per la maggior parte olio di semi di colza o di palma, olio di semi di soia e jatropha.
Lo zucchero proveniente dal Brasile e il granoturco proveniente dagli Stati Uniti costituiscono circa l’80% della produzione globale di etanolo. Cina, Unione Europea e India sono altri produttori importanti di etanolo. In termini di energia, l’etanolo costituisce oggi il 90% circa dei biocombustibili complessivamente impiegati. Il biodiesel, prodotto e usato soprattutto in Europa, copre la quota rimanente [3].
La “seconda generazione” di biocombustibili è estratta dai residui non commestibili della produzione agricola alimentare – steli, foglie e bucce, messi da parte al momento del raccolto –, da altre colture non alimentari – come la verga – e dai residui industriali.
Recentemente, gli alti prezzi del petrolio hanno determinato un aumento dell’interesse nei confronti dei biocombustibili; tuttavia, a causa del minor costo e dell’alto grado di sviluppo, sono quelli derivati dalla produzione agricola alimentare ad attirare maggiormente l’attenzione. Inoltre, le tecnologie di seconda generazione, che aspirano a produrre biocombustibili liquidi utilizzabili per i trasporti, sono ancora sottosviluppate, senza contare che, come ha anticipato lo studio del WorldWatch Institute [4], la tecnologia necessaria per una conversione della cellulosa in biocarburanti liquidi competitiva in termini commerciali sarà disponibile solo fra dieci-quindici anni.
Le forze trainanti dello sviluppo bioenergetico comprendono non solo la sua capacità di competere con i prezzi del petrolio, ma anche la sua potenziale capacità di ridurre le emissioni globali di gas serra e di accrescere le entrate dei produttori agricoli. Di conseguenza, i biocombustibili possono procurare diversi benefici, come la diversificazione dei prodotti agricoli e della fornitura di energia domestica, lo sviluppo di infrastrutture e la creazione di lavoro nelle aree rurali, la produzione di nuove entrate derivate dall’uso di legno, residui agricoli e carbon credits [5]
Tuttavia, nel momento in cui si analizzano la produzione di impiego e, di conseguenza, la riduzione della povertà, devono essere prese in considerazione la scala e la natura del sistema di produzione bioenergetica. Se il raccolto di piante come la Jatropha curcas comporta un lavoro intensivo che può generare posti di lavoro e reddito per la popolazione rurale [6], quello di prodotti bioenergetici come la canna da zucchero non ha bisogno di molto lavoro e determina perciò opportunità di impiego relativamente ridotte per gli agricoltori. Sono, dunque, vari gli aspetti in base a cui determinare se l’espansione dei biocarburanti abbia un impatto nettamente positivo o nettamente negativo sulle condizioni di vita. Ad esempio, la creazione di ampie piantagioni di olio di palma in Indonesia è stata associata alla presunta invasione delle terre e a violazioni dei diritti umani [7]. Tutti questi aspetti mostrano con chiarezza che il mercato energetico e quello agricolo sono strettamente legati, dal momento che l’agricoltura consuma e produce energia. Per questa ragione, la crescente domanda di biocombustibili colpisce inevitabilmente la vita degli agricoltori poveri, che dipendono, per la loro sussistenza, dallo sviluppo rurale. L’espansione di etanolo e biodiesel minaccia di dislocare le risorse mondiali di cereali dall’alimentazione al carburante, così che risulta necessario far luce sugli impatti specifici della bioenergia sulla sicurezza alimentare.
La disponibilità, l’accesso, la stabilità e l’utilizzo sono le quattro dimensioni della sicurezza alimentare da prendere in considerazione [8], poiché è su queste quattro dimensioni che può manifestare i suoi effetti un’ulteriore espansione della produzione di biocombustibili.
- La disponibilità del cibo può essere minacciata nella misura in cui la terra, l’acqua e altre risorse produttive sono spostate dalla produzione di cibo a quella di biocombustibili. La domanda di etanolo estratto dal granoturco, infatti, devia la produzione dal sistema alimentare e sta causando una fame drammatica. È necessario che il moderno sistema di produzione di biocombustibili sia disegnato in modo da aumentare la produzione locale di cibo e usare terre marginali, che non incidono sulla sussistenza dei più vulnerabili. Finora, il crescente coinvolgimento di grandi conglomerati nel business della bioenergia ha portato a temere il dislocamento e la marginalizzazione delle comunità locali, delle popolazioni indigene e dei piccoli proprietari. Le piantagioni di agro-carburanti in Brasile [9] e nell’Asia sudorientale [10] sono state create sui territori degli indigeni che, tradizionalmente, abitano e proteggono questi ecosistemi [11]. Le popolazioni indigene e i contadini locali, la cui produzione è orientata alla sussistenza, sono stati costretti ad abbandonare le loro terre, i loro modi di vita e l’autosufficienza alimentare per coltivare prodotti combustibili destinati all’esportazione. Data la quantità di terra necessaria per espandere la produzione di biocombustibili abbastanza da mantenere l’economia globale, il rischio di peggiorare la fame e moltiplicare gli abusi sui diritti alla terra risulta molto serio.
- L’accesso al cibo, specialmente per i consumatori con bassi salari, è compromesso soprattutto dall’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari [12]. La crescente domanda di bioenergia può determinare più frequenti fluttuazioni dei prezzi delle merci e un loro generale aumento. I poveri sono colpiti dalla produzione di biocombustibili in qualità di consumatori nel mercato alimentare ed energetico, come produttori di merci agricole nelle piccole imprese e come lavoratori nel mercato nel lavoro. I consumatori netti di cibo, che rappresentano la maggioranza dei poveri, sarebbero costretti a rispondere all’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari riducendo i consumi e modificando i modelli di domanda, e ciò potrebbe condurre a una insufficienza nutrizionale e di calorie. Uno studio degli effetti nell’Asia orientale suggerisce che un aumento del prezzo del cibo del 50%, a salari costanti, porterebbe al declino del consumo alimentare di ferro del 30%. L’effetto ulteriore sarebbe un’insufficienza di risorse micronutrienti del 25%, prevalentemente tra donne e bambini [13].
- Dal momento che i concetti di stabilità e utilizzo del cibo si riferiscono rispettivamente alla possibilità per una popolazione, una famiglia o per un singolo individuo di accedere a un’alimentazione adeguata in qualunque momento, alla capacità di utilizzarne e assorbirne il nutrimento, l’espansione della bioenergia può colpire anche queste figure con i suoi pericolosi effetti collaterali: un forte aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, , la degradazione dell’acqua e della terra, il conflitto per le risorse naturali.
Queste quattro dimensioni della sicurezza alimentare devono fare i conti anche con il cambiamento climatico che, almeno in teoria, dovrebbe essere mitigato dalla produzione di biocombustibili. La disponibilità e la stabilità del cibo sono influenzate da eventi meteorologici estremi, come i cicloni tropicali, le ondate di calore, gravi rovesci temporaleschi, siccità e allagamenti, che compromettono la produzione alimentare creando seri problemi alle regioni che coltivano cereali e possono improvvisamente perdere intere aree coltivabili. L’accesso al cibo può essere danneggiato perché i prezzi crescono a causa dei disastri naturali e possono rendere il cibo inaccessibile alle persone più vulnerabili. Infine, il cambiamento climatico mette a rischio l’uso del cibo da parte di molte comunità rurali. I cambiamenti di temperatura, l’umidità e i gas atmosferici stanno creando condizioni favorevoli per le malattie di piante e animali, rendendo il cibo meno sicuro. Con il cambiamento climatico le popolazioni di insetti, come mosche, moscerini, zecche e pulci, possono accrescere la loro diffusione geografica ed esporre piante, animali e umani a malattie dalle quali non sono naturalmente protetti [14].
Ironicamente, l’agricoltura non è soltanto una vittima del cambiamento climatico, ma costituisce anche una fonte di gas serra. La produzione di cereali e l’allevamento di bestiame rilasciano gas serra nell’aria e sono responsabili della maggior parte delle emissioni di metano (dagli allevamenti e dalle paludi, specialmente dalle risaie) e di ossido nitroso (derivato dall’uso di fertilizzanti) [15]. Inoltre, la deforestazione e la degradazione del suolo, due effetti devastanti delle pratiche di coltivazione insostenibili, emettono una grande quantità di carbonio nell’atmosfera, contribuendo al riscaldamento globale.
L’argomento principale a favore della produzione e del supporto della bioenergia è la mitigazione del cambiamento climatico. Ma i combustibili possono davvero determinarla? Le piantagioni destinate alla bioenergia possono ridurre l’emissione di gas serra rimuovendo il diossido di carbonio dall’aria solo nella misura in cui lo producono e lo accumulano nelle radici dei cereali e nel sottosuolo, in forma di carbone organico, oppure producendo residui – come proteine per i mangimi degli animali – e permettendo la dismissione dei combustibili fossili. In ogni caso, le colture destinate ai biocombustibili hanno un caratteristico equilibrio di gas serra, che può anche essere negativo a seconda dei metodi di produzione e della sua collocazione [16]. I semi di soia e specialmente il granturco, ad esempio, sono due colture che contribuiscono all’erosione del suolo e all’inquinamento dell’acqua e richiedono una grande quantità di fertilizzanti, pesticidi e carburante per essere coltivate, raccolte ed essiccate. Inoltre, i piani aziendali per espandere la produzione di biocombustibili implicano la creazione di piantagioni monocoltura su vasta scala, che minacciano alcuni degli ecosistemi più biodiversificati della terra [17].
Prendendo in considerazione tutti questi fattori, è chiaro che anche la comunità internazionale si trova in difficoltà di fronte alle complesse relazioni tra ambiente e bioenergia. Da una parte, infatti, le attuali politiche e pratiche in materia di biocombustibili corrono il rischio di minacciare la sicurezza alimentare, mentre degradano gli ecosistemi attraverso la deforestazione, l’inquinamento agrochimico, l’introduzione di specie invasive e l’uso di stock alimentari geneticamente modificati. Dall’altra parte, una produzione di biocombustibili di “seconda generazione” ben pianificata e ben gestita potrebbe realisticamente contribuire a sviluppare, in futuro, un’energia maggiormente sostenibile, contemplando opportunità di gestione ambientale e di adattamento al cambiamento climatico.
La conversione di generi alimentari come mais, zucchero, soia e olio di palma in biocombustibili è stata una delle questioni più controverse dibattute durante la Conferenza della FAO (Food and Agricultural Organization) dedicata alla “Sicurezza alimentare mondiale: la sfida del cambiamento climatico e della bioenergia”, del 3-5 giugno 2008 [18]. Durante il summit, i giganti dei biocombustibili – gli Stati Uniti e il Brasile – si sono schierati contro i paesi che temevano gli effetti dannosi della bioenergia, e sotto la loro pressione la dichiarazione finale ha evitato di adottare, in proposito, un linguaggio negativo. Il testo afferma solo che i biocombustibili presentano “sfide e opportunità” e invita al “dialogo internazionale” sulla materia. Anche se la dichiarazione ha un importante valore simbolico – dal momento che i combustibili agricoli stanno diventando parte dell’agenda internazionale e in quest’ambito gli Stati non possono agire unilateralmente –, essa mostra chiaramente che la bioenergia e il cambiamento climatico sono stati eclissati da politiche agrarie orientate al mercato e dalle rivalità politiche. Quest’ultimo aspetto emerge chiaramente dalla condotta di Argentina, Cuba e Venezuela, i tre Stati membri della FAO che non hanno fatto propria la dichiarazione. L’Argentina ha sottolineato la sua solidarietà con i milioni di persone che soffrono la fame, ma ha rifiutato di supportare il testo, dal momento che questo affermava “la necessità di minimizzare l’uso di misure restrittive che possano incrementare la volatilità dei prezzi internazionali”. Cuba ha sottolineato che gli Stati ricchi e potenti continuano a bloccare soluzioni reali alla fame nel mondo e ha condannato la mancanza di un’analisi oggettiva delle sue cause, elencando, tra queste, sussidi alimentari, monopoli agricoli, modelli di produzione e consumo nel Nord. Il Venezuela ha espresso il suo rammarico per la perdita di un’opportunità di combattere il problema strutturale della fame, sottolineando che il riferimento fatto nella dichiarazione alla necessità di “incrementare gli aiuti commerciali” come “valido complemento alla Doha Development Agenda, per costruire e incrementare la capacità commerciale dei paesi in via di sviluppo”, potrebbe essere un’arma di ricatto usata dai paesi donatori contro quelli riceventi.
Durante la conferenza, il diritto al cibo [19] è stato menzionato in varie occasioni dal network ambientalista indigeno, dalla Svizzera, dal Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP) e dal rapporteur speciale delle Nazioni Unite per il diritto al cibo, Oliver De Schutter. In particolare, De Schutter ha messo in luce che vi sono sempre più prove scientifiche che l’uso di energia per produrre agro-combustibili, l’uso dell’acqua e delle terre coltivabili è distruttivo per l’ambiente, rappresenta una minaccia per la sicurezza alimentare e favorisce le speculazioni di mercato. Anche se con un linguaggio più moderato, De Schutter ha mandato un messaggio analogo a quello del suo predecessore, Jean Ziegler [20], che aveva provocato una vera e propria tempesta quando, nel 2007, aveva affermato che usare la terra coltivabile per produrre combustibili era da considerarsi “un crimine contro l’umanità” [21].
Nel contesto della conferenza, la significativa assenza di un focus sullo sviluppo dei biocombustibili di “seconda generazione” è apparsa l’aspetto più sorprendente, non solo perché la “prima generazione” di biocombustibili è in competizione con le colture destinate all’alimentazione, ma anche perché essa può contribuire al cambiamento climatico, che, nel lungo periodo, si mostra la minaccia più grande – maggiore di qualunque altra – alla sicurezza alimentare.
Le divisioni prodotte da questo dibattito intorno alla bioenergia mostrano chiaramente che nessuna fonte energetica è priva di inconvenienti, e per questa ragione è fondamentale assicurarsi che il tentativo di risolvere vecchi problemi ambientali e sociali non ne produca di nuovi.

Invia via email


