La lunga corsa della Cina II. Sicurezza energetica e politica estera

13 novembre 2009, di Angela Pascucci
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La caccia alle risorse nel tempo della crisi

La crisi globale ha colpito anche la Cina, anche se non si sa ancora quanto duramente. La dipendenza strutturale dello sviluppo cinese dalle esportazioni ha fatto precipitare di molti punti la straordinaria crescita del paese: dall’11,9% del 2007 [1] al 6,1% del primo trimestre del 2009, il passo più lento dal 1992 [2]. Il governo cinese punta a una crescita dell’8% nel 2009. Per la Banca mondiale, non si andrà oltre il 6,5%. Percentuali di tutto rispetto, ma per nulla certe, se si guarda al panorama globale. E tuttavia si dà per scontato che, pur rallentata, la crescita continuerà a essere forte, non fosse altro che per le misure messe in atto dal governo per contrastare il declino, troppo rischioso in termini di stabilità sociale. E’ questo lo scopo del pacchetto di stimolo da 4000 miliardi di yuan (585 miliardi di dollari) volto a rilanciare l’economia dall’interno [3].

Assicurarsi fonti di energia, soprattutto petrolio e gas, e materie prime strategiche sembra essere, in questa fase, l’obiettivo primario di Pechino, che approfitta appieno di una congiuntura in cui il prezzo del petrolio, dal picco dei 147 dollari del luglio 2008, continua a oscillare tra i 40 e i 50 dollari al barile, mettendo in grave difficoltà paesi produttori e compagnie – stretti fra il calo dei profitti e il venir meno del credito. A questo scopo la Cina usa quella che la situazione attuale ha trasformato in una potente leva: la montagna di riserve valutarie accumulate con i surplus commerciali, prime al mondo e ineguagliabili, ormai prossime ai 2000 miliardi di dollari. Nel 2008 si sono aggiunti altri 440 miliardi di dollari, il 20% in più rispetto al 2007. Un fiume di liquidità che, in un momento in cui anche le economie dei paesi più ricchi devono fronteggiare la grave siccità di denaro provocata dalla crisi finanziaria, costituisce uno strumento fondamentale.

Delle intenzioni cinesi non ha fatto mistero lo “zar dell’energia” Zhang Guobao, posto a capo della neo-costituita National Energy Administration, che, in un editoriale del febbraio scorso sul “Quotidiano del popolo”, ha dichiarato: “La crisi finanziaria è al tempo stesso una sfida e un’opportunità. Il rallentamento […] ha ridotto i prezzi delle risorse e dei beni energetici e favorisce la nostra ricerca di risorse all’estero”. Tra le prime azioni cinesi indotte dal mutato scenario c’è l’accumulazione di riserve strategiche, interrotta quando, nell’agosto del 2007, il prezzo del combustibile aveva raggiunto i 70 dollari al barile [4].

L’azione cinese va anche oltre. Il febbraio del 2009 è stato un mese di accordi importanti per la Repubblica popolare (Rpc). Una storica intesa – che garantisce un prestito di 15 miliardi di dollari al maggiore produttore statale di petrolio russo, Rosneft, e altri 10 miliardi al suo operatore di oleodotti, Transneft – assicurerà alla Cina non meno di 240 mila barili di petrolio al giorno per i prossimi 20 anni, quasi 15 milioni di tonnellate l’anno, l’8% circa del suo import di petrolio nel 2008. Il prestito, che viene dalle casse della China Development Bank, sarà usato in parte per completare la lungamente attesa estensione dell’oleodotto dalla Siberia alla costa del Pacifico, verso il terminale di Daqing in Cina. E’ la più grande intesa tra Cina e Russia dal 2004, quando Pechino finanziò l’acquisizione di Yuganskeneftegaz da parte di Rosneft, in cambio della fornitura di 48,4 milioni di tonnellate di greggio (194 mila barili al giorno) tra il 2005 e il 2010. Se Mosca rispetterà gli impegni, la Cina avrà finalmente raggiunto in un colpo solo alcuni importanti obiettivi geostrategici: ridurre la propria dipendenza dal petrolio mediorientale (che, oggi, costituisce il 47% dell’import petrolifero cinese), ottenere che il flusso energetico russo inizi a spostarsi in modo consistente dall’Europa all’Asia, vincere la partita con il Giappone sulla destinazione dell’oleodotto russo.

Sempre a febbraio è stato raggiunto un altro accordo per la concessione di un prestito di 10 miliardi di dollari alla brasiliana Petrobras, che, in futuro, garantirà fino a 160 mila barili di greggio al giorno [5]. L’intesa, che sarà ufficialmente firmata a maggio, nel corso della prossima visita ufficiale in Cina, dal presidente brasiliano Lula, è stata conclusa nel corso del viaggio in America latina del vice presidente Xi Jinping, designato dal Partito comunista cinese per prendere il posto, nel 2012, dell’attuale capo dei capi, Hu Jintao. Xi ha fatto tappa anche in Venezuela, dove ha firmato un’intesa per assicurare un aumento degli approvvigionamenti di petrolio fino a un milione di barili al giorno entro il 2013 (nel 2008 il Venezuela ha fornito a Pechino fino a 380 mila barili al giorno). In cambio, Caracas ha ottenuto che venisse raddoppiato a 12 miliardi di dollari un fondo di investimento comune destinato a programmi di sviluppo da realizzare in Venezuela – anche in questo caso, come ha dichiarato il presidente venezuelano Hugo Chavez, un accordo che “fa parte di un’alleanza strategica” [6].

Crisi o non crisi, la dipendenza dell’economia cinese dal petrolio è destinata a crescere. Secondo lo State Information Center cinese, nel 2010 il paese avrà bisogno di importare il 55% del suo consumo petrolifero (oggi la percentuale è del 50%). Nel 2020 la quota si alzerà al 65% [7]. Secondo le proiezioni dell’International Energy Agency (IEA), nel 2030 la dipendenza dall’import avrà raggiunto il 77% del fabbisogno e, se gli scenari non cambieranno, oltre la metà arriverà dai paesi del Golfo [8].

La recente campagna acquisti cinese nel mondo si estende a tutto campo e ne fa parte integrante la mega offerta da 19,5 miliardi di dollari presentata da Chinalco, grande gruppo statale che domina il settore dell’alluminio, alla compagnia mineraria australiana Rio Tinto, oberata dai debiti, per aumentare dal 9 al 18% la propria quota di partecipazione alla compagnia. L’offerta deve ottenere il placet degli organismi di controllo australiani e dei maggiori azionisti della società. Non è scontato che l’esito sia positivo. Ma l’acquisto è già visto come un apripista. “Dimostra la forte capacità dello Stato cinese di fare affari […] e costituisce un’occasione per fare esperienza, in vista delle future operazioni all’estero delle compagnie statali”, spiegava il “Quotidiano del popolo” in un articolo pubblicato all’inizio di febbraio 2009. Intanto, sempre a febbraio, la pechinese Minmetals ha lanciato un’offerta per Oz Minerals, un’altra compagnia mineraria australiana sull’orlo della bancarotta. Nello stesso mese, il gruppo cinese Hunan Valin Iron & Steel ha annunciato l’intenzione di comprare il 16,5% del gruppo australiano Fortescue Metals per 769 milioni di dollari [9]”. Da tempo, invece, sono stati raggiunti accordi con l’Australia per importanti forniture di uranio, vitali per lo sviluppo del nucleare cinese.

La recessione globale in corso potrebbe far superare la diffidenza verso la Cina, che, in passato, ha dovuto subire cocenti rifiuti politici – come quello che, nel 2005, costrinse la Chinese National Offshore Oil Corporation (Cnooc) a ritirare l’offerta di oltre 18 miliardi di dollari per l’acquisto di una quota dell’Unocal Usa, benché avesse offerto più della rivale Chevron [10].

Nell’attuale espansione strategica cinese, è da sottolineare il ruolo fondamentale assunto, ancora una volta, dallo Stato nell’incoraggiare e sostenere l’iniziativa delle imprese cinesi, sia pubbliche sia private. La stampa nazionale ha diffuso l’ipotesi che il governo centrale voglia costituire, con le riserve estere, un fondo di sostegno per le imprese interessate a fusioni e acquisizioni all’estero, parte integrante del piano triennale 2009-2012 della National Energy Agency [11]. Le imprese potranno contare su prestiti a tassi agevolati e, in alcuni casi, su iniezioni dirette di capitale. Del progetto non si è avuta notizia ufficiale, ma il vice direttore dello State Administration of Foreign Exchange (Safe), Fang Shangpu, lo ha indirettamente confermato quando, a metà febbraio, ha annunciato misure della sua amministrazione volte a sostenere l’espansione all’estero delle compagnie nazionali [12].

Alcuni guardano con preoccupazione a questa ulteriore avanzata, mentre altri valutano positivamente il fatto che ci sia ancora chi è in grado di investire in settori strategici come quello energetico – settori che devono essere sviluppati per fronteggiare la domanda futura, indotta dall’attuale modello di crescita . Il World Energy Outlook 2008 della IEA ha registrato il rallentamento globale dell’economia, ma ha comunque previsto che, se la situazione restasse quella di oggi, la domanda di energia primaria mondiale crescerebbe, tra il 2007 e il 2030, dell’1,6% l’anno, con un aumento da 86 milioni di barili al giorno a 106 milioni (10 milioni di barili in meno rispetto alle precedenti previsioni). La Cina conterà per il 43% dell’incremento di domanda, seguita dall’India (20%) e dal Medioriente (20%), che andrà ad aggiungersi al gruppo dei consumatori importanti. Questo aumento della richiesta globale richiederebbe un investimento aggiuntivo in infrastrutture pari a 26 mila miliardi di dollari entro il 2030, mille miliardi l’anno. La stretta creditizia indotta dalla crisi condurrà inevitabilmente a un rinvio degli investimenti, con il conseguente restringimento della capacità di offerta quando l’economia mondiale comincerà a riprendersi, senza modificare il proprio modello di crescita.

Preso atto del fatto che il sogno dell’autosufficienza energetica non è realizzabile, rifornirsi all’estero di petrolio e gas, oltre che di altre materie prime vitali per lo sviluppo economico, resta dunque cruciale per la Cina, uno dei motori principali che muovono la sua strategia di politica estera. Il punto di svolta del cosiddetto “go out”, cioè l’uscita dai propri confini alla ricerca di fonti di approvvigionamento, si può far risalire al 1993, anno in cui il paese, da autosufficiente, diventa importatore netto di petrolio. La teorizzazione politica di questa strategia verrà, però, esposta compiutamente solo nel 2002, dall’allora presidente Jiang Zemin, al sedicesimo Congresso del Partito (Pcc). I vertici cinesi, d’altra parte, sono consapevoli che il loro paese è tra gli ultimi arrivati in uno scenario internazionale sempre più complesso ma ancora dominato dalle potenze occidentali, reso incerto e minaccioso dai limiti geologici delle fonti non rinnovabili. Quando Hu Jintao e Wen Jiabao, i leader della cosiddetta Quarta Generazione, sono entrati in carica, nel 2002, hanno subito affermato che la sicurezza energetica era non solo cruciale per lo sviluppo economico del paese, ma anche un elemento integrante della sicurezza nazionale.

Da qui l’elaborazione di una strategia complessa e a geometria variabile, che agisce in modi diversi a seconda dei differenti scenari, dall’Africa al Medioriente, dall’America latina all’Asia centrale, dalla Russia al Mar cinese meridionale. Obiettivo: diversificare le fonti di approvvigionamento energetico, così da stabilizzarne il flusso attraverso rapporti anche di stretto partenariato coi paesi produttori (per i critici, un approccio mercantilistico che aggira la “corretta” concorrenza del libero mercato). Questa strategia porta a scelte spregiudicate, “pragmatiche” dicono i cinesi, che non vanno per il sottile quando scelgono come interlocutori e partner paesi definiti “canaglia”, off limits per le compagnie occidentali a causa di sanzioni, preoccupazioni di sicurezza e timori di cattiva pubblicità. Per i sostenitori della ormai prossima resa dei conti epocale fra Cina e Stati Uniti, è una strategia che rischia di innescare una “nuova guerra fredda energetica”. E tuttavia è sempre più vero che la Cina esprime ormai anche una nuova volontà di essere “una grande potenza responsabile” sulla scena globale. Questa volontà si incontra e si intreccia, nella sua avanzata, con quella di molti paesi, in differenti regioni del mondo, di diversificare la propria “dipendenza strategica” dalle grandi potenze. Dall’intreccio nascono nuove dinamiche geopolitiche, che stanno consegnando al passato l’età dell’unipolarismo. Il rapporto bifronte con gli Usa, grandi partner e grandi antagonisti allo stesso tempo, fa però da cardine e impone a Pechino il bilanciamento dei toni. La nuova era della diplomazia Usa, inaugurata dal presidente Barack Obama, interviene, oggi, nello scenario in movimento, ponendo nuove linee di forza che influenzeranno ulteriormente le dinamiche.

La diplomazia cinese continua, nel complesso, a mantenere un profilo cauto, pronta persino a rivedere i propri slogan. Come accadde nel 2002, quando il conio ufficiale dell’espressione “pacifica ascesa” da parte cinese mandò in fibrillazione le cancellerie mondiali, impressionate più dalla dichiarata volontà di ascesa che dalla sua modalità pacifica. Dopo di che Pechino passò a un più rassicurante “pacifico sviluppo” [13]. In definitiva, la politica estera di Pechino continua a ispirarsi ai principi di prudenza dettati da Deng Xiaoping nella famosa “strategia dei 28 caratteri” [14].

Di seguito esporremo alcuni punti salienti della strategia cinese relativi alla sua sicurezza energetica nei diversi scenari mondiali, con l’avvertenza che non sarà, qui, preso in considerazione un elemento importante, quello della collaborazione militare e della vendita di armi, che, per la sua complessità e ampiezza, richiederebbe un approfondimento a parte.

AFRICA, LA GRANDE CONTESA

Nell’ultimo tour ufficiale in Africa, nel febbraio 2009, il presidente Hu Jintao si è recato in Mali, Senegal, Tanzania e Mauritius, paesi che non sono tra le più importanti fonti di approvvigionamento strategico per Pechino. La leadership cinese lo ha sottolineato con particolare enfasi, per dimostrare che, nel rapporto con gli stati africani, “amicizia” e “cooperazione” sono, per lei, valori altrettanto forti degli interessi economici, soprattutto quando imperversa la tempesta e tutti si ritirano. E’ evidente l’immenso valore, economico e non solo, che la partita africana riveste per Pechino.

Sui recenti legami tra la Cina e l’Africa sono stati già versati fiumi di inchiostro. “Neocolonialismo” è l’accusa più frequentemente rivolta al governo cinese, anche da personalità africane come l’ex presidente sudafricano Thabo Mbeki, che critica la potenza coloniale “dal volto asiatico”. Pechino si difende, affermando di portare avanti, nei rapporti coi paesi africani, una strategia “win-win”, di mutuo beneficio, sulla base dei cinque principi della coesistenza pacifica, concepiti in tempi ben diversi [15].

All’Occidente, ma soprattutto agli Stati Uniti, non piace che il principio di non ingerenza negli affari interni, proclamato dal governo cinese, consenta ai cosiddetti “stati canaglia” africani di sfuggire ai condizionamenti e ai lacci che Europa e Usa cercano di mettere al loro collo. I generosi prestiti cinesi hanno spesso disattivato l’arma di pressione più potente detenuta dalle organizzazioni finanziarie internazionali, come il Fondo monetario, per piegare certi stati africani al rispetto delle loro regole sul governo dell’economia. Pressoché irresistibile la promessa cinese (sempre mantenuta) di cancellare il debito pregresso. Gli ingenti investimenti cinesi nei settori produttivi più diversi e nelle grandi opere infrastrutturali superano di gran lunga l’impegno finanziario occidentale, in calo netto da quando la fine della Guerra Fredda ha reso il continente africano meno “interessante” sullo scacchiere globale. Il nuovo, importante ruolo cinese nel fornire all’Africa le infrastrutture di cui ha un disperato bisogno è stato riconosciuto anche dalla Banca mondiale [16].

Di fatto, Pechino attua in Africa una strategia ad ampio raggio, che va oltre le forniture energetiche, pur di fondamentale importanza, e che mira anche a stabilire un sistema economico integrato e interdipendente con quello cinese. Nel continente vivono ormai stabilmente circa 800 mila cittadini cinesi (la comunità più numerosa, 100 mila persone, si trova in Sudafrica) e vi si sono installate non meno di 1000 piccole e medie imprese targate Repubblica popolare (delle quali solo un centinaio sono statali). Per loro, alcuni governi africani hanno creato zone economiche speciali “modello cinese”, dove gli investitori godono di esenzioni fiscali e ambientali. Altri stati africani hanno invece concesso ai cinesi terre da coltivare [17].

Ulteriore obiettivo, a dimensione geostrategica: la modifica degli equilibri di forza globali. E’ dal 1991 che Pechino inaugura l’anno diplomatico, in gennaio, con una visita del ministro degli esteri in Africa e i frutti di questa attenzione hanno prodotto quell’evento senza precedenti che fu, nell’ottobre 2006, il Forum Cina-Africa di Pechino, dove si sono riuniti 48 leader africani. Un evento senza precedenti [18]. I vantaggi di questa nuova alleanza si fanno particolarmente evidenti in sede Onu, dove i paesi del sud del mondo sono la maggioranza e dove la Cina, membro permanente del Consiglio di sicurezza, riesce a mobilitare un pacchetto consistente di voti. Molto attiva, adesso, la partecipazione cinese alle missioni di peacekeeping nel mondo, ma soprattutto sul continente africano [19].

Il continente detiene solo il 9% delle riserve mondiali accertate di petrolio – il Medioriente ne possiede il 62% –, ma gli esperti del settore affermano che l’Africa cela riserve significative non ancora esplorate. In quest’ottica, la Cina sta rinsaldando i propri legami. Oggi Pechino riceve dall’Africa un terzo del suo import totale di petrolio, che equivale al 9% dell’export totale africano, ma, secondo alcune fonti, aspirerebbe a ricavare dall’Africa, nel giro di 5-10 anni, il 40% delle proprie importazioni [20].

Di fatto, nonostante il clamore suscitato, la reale presenza cinese non è ancora così forte, rispetto a quella di altri paesi. Come si legge nello studio della Banca mondiale già citato, “nel 2006 il 40% della produzione di petrolio africana è stato esportato negli Usa e il 15% in Europa”; inoltre, “i 10 miliardi di dollari di investimenti cinesi nel settore petrolifero registrati in questo studio sono solo un decimo dei 168 miliardi che altre compagnie petrolifere internazionali hanno già investito nella regione”. Nel complesso, poi, il tentativo di Pechino di assicurarsi il controllo del petrolio africano non avrebbe, secondo gli analisti, portato a grandi risultati. La società di consulenza Wood Mackenzie stima che le compagnie cinesi non controllino più del 2% delle riserve accertate. Secondo la Brookings Institution “la maggior parte degli assets africani detenuti dalla compagnie nazionali cinesi (Noc) sono, per dimensioni e qualità, di scarso interesse per le compagnie internazionali” [21]. Ma la marcia è solo all’inizio e non vi sono dubbi che il nuovo protagonismo cinese abbia scompaginato le carte dei rapporti di forza sul continente.

I maggiori fornitori africani di petrolio alla Cina sono l’Angola (che da sola fornisce la metà del greggio africano importato in Rpc), il Sudan, la Nigeria, la Repubblica del Congo, la Guinea equatoriale, che coprono l’85% dell’export africano verso la Cina. In anni recenti, le compagnie petrolifere cinesi si sono assicurate diritti di esplorazione ed estrazione in Angola, Ciad, Repubblica del Congo, Kenya, Mali, Mauritania, Niger, Sao Tomé e Principe, Sudan [22].

Gli interessi cinesi in Africa vanno, ovviamente, ben oltre il petrolio. La Cina dipende dall’Africa per l’80% delle sue importazioni di cobalto e per il 40% dell’import di manganese. Sempre secondo la Banca mondiale, le compagnie cinesi si sono assicurate progetti per minerali (rame, ferro, bauxite, nichel, alluminio) in paesi come la Repubblica democratica del Congo, il Gabon, la Guinea, lo Zambia, lo Zimbabwe. Gli impegni di investimento totali ammontano a 12 miliardi di dollari. L’aspetto vincente degli accordi cinesi è che sono basati su un “approccio olistico” che integra interventi diversi. Ad esempio, in Angola - che, nel primo semestre del 2007, ha esportato circa 465 mila barili di petrolio al giorno in Cina e che, oggi, copre il 18% dell’import cinese di petrolio [23] - Pechino si è assicurata una buona quota della produzione futura, siglando, nel 2004, un accordo che prevedeva un prestito di due miliardi di dollari e aiuti comprensivi di fondi destinati a compagnie cinesi per la costruzione di ferrovie, scuole, strade, ospedali, ponti, la posa in opera di fibre ottiche, la formazione di lavoratori angolani per il settore delle telecomunicazioni [24].

Non tutti gli investimenti hanno dato, tuttavia, i frutti sperati. La costruzione della ferrovia in Angola ha incontrato difficoltà. La Nigeria (in cui la Cina ha investito oltre due miliardi di dollari per diritti di esplorazione in un vasto giacimento di petrolio off-shore) resta un caso spinoso, che rivela come gli accordi con regimi impopolari, fortemente contrastati al proprio interno da movimenti organizzati di insorti, non garantiscano stabilità. Nello Zambia, ci sono state rivolte della popolazione locale contro l’invasione cinese. E l’elenco potrebbe continuare.

Secondo gli analisti, il più proficuo investimento energetico cinese in Africa resta il Sudan, che, ora, vende ai cinesi il 60% della propria produzione. Il paese governato dall’autocrate Bashir è stato il primo paese africano a ricevere investimenti cinesi nel settore petrolifero, alla metà degli anni ’90. Nel 2000 era ancora il solo a registrare una massiccia presenza cinese e al 2005 era il maggior percettore di investimenti cinesi in Africa. Ma il Sudan, dove si consuma la tragedia del Darfur, è anche il caso che attira su Pechino le critiche più dure in ragione del suo dispotico regime, sanzionato e isolato dalla comunità internazionale (rivaleggiando in impopolarità solo con lo Zimbabwe). Questa situazione di debolezza del Sudan ha consentito alla Cina accordi vantaggiosi in termini di concessioni, anche se pochi sanno che solo una frazione del petrolio sudanese raggiunge il mercato cinese. Il resto la China National Petroleum Corp (Cnpc) lo rivende sulla piazza internazionale, con notevoli profitti [25].

L’instabilità insita in un regime brutale ha, tuttavia, spinto i vertici cinesi anche ad azioni di mediazione, che, in qualche modo, hanno smentito il principio di non ingerenza negli affari interni [26].

La Cina è, oggi, il secondo partner commerciale del continente, dopo gli Usa. Dal 2002 al 2003, il commercio Cina-Africa è raddoppiato a 18,5 miliardi di dollari. Nel 2007 aveva raggiunto i 73 miliardi. Nel 2008 ha superato i 100 miliardi di dollari, un livello che, secondo i passati auspici cinesi, doveva essere raggiunto solo nel 2010.

La crisi in corso non sembra aver scosso la determinazione cinese a radicare la propria presenza in Africa. La Standard Bank del Sudafrica, prima banca africana a cedere un consistente 20% alla Industrial and Commercial Bank of China, suggerisce tuttora ai suoi clienti cinesi di investire nel settore minerario. Ancora a gennaio il presidente dello Zambia, Rupiah Banda, e il ministro del commercio cinese Chen Deming hanno lanciato una seconda zona economica speciale nel paese, dove compagnie cinesi assembleranno elettrodomestici e telefoni per l’export. Ma l’entusiasmo è stato in parte frenato. Un enorme pacchetto da 9 miliardi di dollari destinato al Congo – che prevedeva prestiti, investimenti e faraonici progetti infrastrutturali (come il miglioramento del sistema stradale e ferroviario del paese per connettere le industrie estrattive) in cambio di diritti sul rame e il cobalto congolesi – sarà probabilmente ridotto a 6 miliardi, che, comunque, non sono poi così poco [27].

LA SCOPERTA DELL’AMERICA LATINA

Non è da molto che Pechino, spinta dalle necessità di sicurezza energetica e di ampliamento dei mercati, ha vinto le esitazioni ad entrare con decisione nel cortile di casa degli Stati Uniti. D’altra parte, è vero che la maggior parte degli Stati latinoamericani ha riconosciuto la Repubblica popolare cinese solo dopo lo storico viaggio di Nixon in Cina, nel 1972, e che 11 dei 23 Stati che, nel mondo, mantengono relazioni diplomatiche con Taiwan si trovano in America centrale e nei Caraibi.

Il vero punto di svolta nelle relazioni fra le due sponde del Pacifico può essere fatto risalire al primo viaggio del presidente Hu Jintao in occasione del vertice Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation) tenutosi nel novembre del 2004 in Cile. Prima di allora, la Repubblica popolare non aveva presenze di rilievo nel discorso politico, economico e sociale del continente. Il primo tour del capo della leadership cinese in quattro Stati sudamericani ben selezionati (oltre al Cile, al Brasile, all’Argentina e a Cuba - i primi ad aprire un dialogo su accordi di libero scambio, Fta, Free Trade Agreements) ha promosso e accelerato il partenariato. Già in quella occasione, sono state concluse specifiche intese di investimento con Argentina e Brasile, per una cooperazione stabile nel settore energetico, e contratti per prospezioni petrolifere. L’Apec si è riunito di nuovo in America latina nel novembre scorso. Alla vigilia del summit, Pechino ha pubblicato il suo primo libro bianco sulla regione [28] (dopo quelli dedicati all’Europa nel 2003 e all’Africa nel 2006) a sottolineare quanto, dal 2004, i rapporti si siano espansi, quantitativamente e qualitativamente, e quanto importante sia oggi la regione per la Cina. A confermarlo, l’entrata ufficiale della Cina nella Banca Interamericana di sviluppo, ufficialmente sancita nel gennaio del 2009, con un contributo di 350 milioni di dollari per programmi di sviluppo nell’area.

Fra le due regioni, il commercio bilaterale è cresciuto dai 10 miliardi del 2000 ai 102 miliardi del 2007, quando gli scambi sono aumentati, da un anno all’altro, dell’11%, fino ai 111 miliardi toccati nei primi nove mesi del 2008. La Cina è, oggi, il terzo partner commerciale dell’America latina. Tuttavia, il ruolo cinese nell’economia latinoamericana, pur in crescita, resta ancora relativamente limitato. Nel 2007, quando l’export latinoamericano ha toccato i 715 miliardi di dollari, solo 51 miliardi (il 7%) hanno coinvolto la Repubblica popolare. L’America latina produce, oggi, il 47% della soia, il 40% del rame e il 9,3% del petrolio mondiali. La Cina è diventata il primo importatore mondiale di cotone, rame e soia; il secondo importatore di petrolio [29]. Inevitabile l’abbraccio. Molti analisti asseriscono che la straordinaria ripresa economica dell’Argentina, dopo il crack del dicembre 2001, molto deve al boom dell’esportazione di soia verso la Repubblica popolare (che però, secondo molti osservatori, ha rovinato i piccoli coltivatori cinesi). Oggi la Cina è il secondo partner commerciale del Brasile, dopo gli Usa, e il terzo per l’Argentina; essa rappresenta, inoltre, il primo mercato di esportazione per il Cile e il secondo per il Perù [30]. Le aree di interesse cinese dal punto di vista energetico sono l’area caraibica (dalla foce dell’Orinoco a Cuba al Costa Rica) e le fasce a più forte potenziale offshore (Ecuador, Perù, Brasile).

Tra le intese più recenti, il trattato di libero scambio siglato nel novembre 2008, in Perù, da Hu Jintao, il secondo dopo quello firmato con il Cile nel 2005. Le risorse minerarie peruviane interessano particolarmente i cinesi. La compagnia Chinalo si è aggiudicata per 3 miliardi di dollari i diritti di sfruttamento delle miniere di rame del monte Toromocho, un giacimento da due miliardi di tonnellate, mentre un’altra società cinese, la Shougang, ha il monopolio virtuale sui minerali ferrosi del Perù.

Degli ultimi importanti accordi raggiunti da Pechino, a febbraio, con Brasile e Venezuela si è già detto sopra. L’importanza energetica dell’America latina per la Repubblica popolare cinese è destinata, dunque, a crescere, anche perché il presente non vede certo la regione giocare un ruolo di rilievo. Secondo le statistiche del Word Energy Outlook della IEA, nel 2006 il flusso di greggio latinoamericano verso la Cina copriva appena il 5% dell’import totale cinese di petrolio.

La parte del leone spetta ancora oggi al Venezuela, che, alla fine del 2008, è arrivato a esportare in Cina 380 mila barili al giorno [31] e ha assicurato di voler arrivare a un milione entro il 2013. Le difficoltà di trasporto e raffinazione sono tra gli ostacoli più rilevanti a un aumento del flusso di petrolio venezuelano verso la Rpc. Da qui gli accordi per la costruzione di quattro navi cisterna e due raffinerie. Di queste, la prima dovrebbe essere collocata nella fascia dell’Orinoco, in Venezuela, dove opera una joint venture sino-venezuelana per lo sfruttamento di un giacimento di petrolio superpesante con un target di produzione annuale di 20 milioni di tonnellate. La seconda raffineria, da 400 mila barili al giorno, sarà costruita nel Guangdong cinese da un’altra joint venture.

E’ il protagonismo pressoché assoluto del paese governato da Hugo Chavez a porre la questione politica. Tutti i leader latinoamericani sono interessati a intrecciare rapporti con Pechino, per moltiplicare sponde economiche e politiche un tempo decisamente più ristrette. Il caso venezuelano resta, tuttavia, il più controverso, per la volontà del presidente di stringere con la Cina un’alleanza strategica e dichiaratamente anti Stati Uniti, verso i quali, comunque, continua a dirigersi il 60% dell’export petrolifero venezuelano. Pechino mantiene, in proposito, un profilo molto basso, cercando di ridimensionare a intese di convenienza puramente economica gli entusiasmi “maoisti” di Chavez, il quale non nasconde di voler diventare il primo fornitore mondiale di petrolio alla Cina. E non c’è dubbio che i rapporti tra i due paesi siano sempre più intensi e stretti. Nel 2008 la Cina ha lanciato il primo satellite geostazionario venezuelano. Hugo Chavez è tornato a Pechino nell’aprile del 2009 per la sua sesta visita ufficiale, appena sette mesi dopo il suo precedente viaggio in Cina e a due mesi dalla visita del vice presidente Xi Jinping a Caracas. Per l’occasione, Chavez non ha risparmiato le dichiarazioni enfatiche. “Questa è la nostra casa e voi siete i nostri fratelli”, ha detto al presidente Hu Jintao. “Inoltre, nessuno può ignorare che il centro di gravità del mondo si è spostato a Pechino”. “Attualmente la Cina è il motore più potente a guidare il mondo in questa crisi del capitalismo internazionale” [32].

MEDIORIENTE, O DEGLI EQUILIBRISMI

Il grande fornitore di greggio alla Cina è il Medioriente, che copre il 47% dell’import totale di petrolio. L’International Energy Agency prevede che la quota di fornitura salirà al 70% entro il 2015. Secondo la Bp Statistical Review of World Energy, nel 2007 sono affluiti ogni giorno nella Rpc 1,587 milioni di barili di petrolio mediorientale.

Anche qui, Pechino ha scelto di condurre una strategia diplomatica di basso profilo, che mette in conto il groviglio politico e geostrategico e lo storico protagonismo delle potenze occidentali nella regione, ma anche i rapporti tradizionalmente buoni tra cinesi e mondo arabo. La difesa dei propri interessi davanti al crescere delle tensioni ha, però, spinto i vertici di Pechino a intensificare, al solito con discrezione, il proprio impegno nella soluzione delle crisi regionali. E’ dal 2002 che la Rpc, su richiesta di numerosi Stati arabi, ha deciso di nominare un inviato speciale per il Medioriente. Dopo lunghe esitazioni, Pechino si è coinvolta nel meccanismo negoziale collettivo che riunisce Usa, Russia e Unione europea, costituito per affrontare la questione del nucleare iraniano; un forte contingente di caschi blu cinesi ha fatto parte delle forze Unifil inviate in Libano nell’ambito della risoluzione Onu 1701, volta a mettere fine alla guerra deflagrata nell’agosto 2006.

Somma riprova dell’equilibrismo strategico in Medioriente è l’ottimo rapporto che la Cina intrattiene con Israele, mentre enuncia il suo pieno sostegno alla causa dello Stato palestinese e definisce quello di Hamas un governo “legalmente eletto che deve essere rispettato”. Le tensioni più forti con Tel Aviv sono state causate dal mancato rispetto, da parte israeliana, degli impegni presi nelle vendite di armamenti alla Cina, dovuto soprattutto all’intervento Usa (Israele è il secondo fornitore di armamenti alla Rpc, dopo la Russia) [33]. Le relazioni tra Cina e Israele sono storicamente buone. Israele è stato il primo e, fino al 1956, l’unico paese mediorientale a riconoscere la Repubblica popolare cinese, anche se solo nel 1992 sono stati stabiliti formali rapporti diplomatici. Non c’è presidente israeliano, dai tempi di Chaim Herzog, che non si sia recato in visita ufficiale in Cina [34]. La Cina, tuttavia, non ha mai manifestato l’intenzione di assumere un ruolo decisivo nel dirimere il conflitto israelo-palestinese, e lo sforzo di mantenersi in un simile, perfetto equilibrio, che garantisce innanzitutto i suoi interessi, ne è la palese dimostrazione.

L’abilità della diplomazia cinese a muoversi tra i conflitti della regione è stata dimostrata anche dall’intesa raggiunta con il nuovo governo iracheno nell’agosto del 2008. La Cina, che aveva visto tutti gli accordi sottoscritti in precedenza con Saddam Hussein spazzati via dalla guerra dichiarata dagli Usa, è stata la prima a tagliare il traguardo nella corsa, aggiudicandosi il primo grande contratto petrolifero dell’era post Saddam. La China National Petroleum Corporation (Cnpc) ha siglato un accordo con la Northern Oil Company irachena per un investimento da 3 miliardi di dollari in uno dei più grandi giacimenti del paese, accertato ma non ancora sfruttato, quello di Adhab (riconfermando un contratto già siglato nel 1997) [35].

Secondo alcuni esperti, gli scambi commerciali tra la regione del Golfo e la Cina sono destinati a crescere in modo esponenziale. Il gruppo di consulenza McKinsey prevede che entro il 2020 l’interscambio totale tra le due regioni potrebbe raggiungere un ammontare compreso fra i 350 e i 500 miliardi di dollari [36]. In questo stesso articolo viene riportata l’intenzione del Consiglio di cooperazione del Golfo di investire, nei prossimi cinque anni, almeno 250 miliardi di dollari in Asia, la maggior parte dei quali in Cina, e di procedere quanto prima alla firma di un accordo di libero scambio con Pechino in seguito al fallimento delle trattative in proposito con l’Unione europea.

Nonostante le grandi compagnie petrolifere cinesi collaborino attivamente a tutto campo in progetti da sviluppare in paesi come il Kuwait, l’Oman, la Siria, gli Emirati Arabi Uniti e lo Yemen, l’interesse prevalente di Pechino è rivolto al petrolio e al gas di Arabia Saudita, Iran e Qatar.

Se si eccettua un breve periodo in cui è stata superata, nel 2006, dall’Angola, l’Arabia Saudita è sempre stata, per la Cina, il primo fornitore mondiale di petrolio, un ruolo che si va rafforzando con l’impegno saudita di raddoppiare il proprio export di greggio verso la Cina entro il 2010. Già nel 2008 le forniture saudite alla Cina sono aumentate del 38% rispetto all’anno precedente. Anche Riyadh, d’altra parte, si è messa in cerca di sponde che la riparino dall’alea delle relazioni con gli Stati Uniti - rese più difficili dall’11 settembre e dall’intricata situazione interna, che fa del reame un alleato ambiguo per Washington. Pechino, al solito, ha saputo inserirsi nelle fessurazioni con grande abilità. Il re Abdallah, salito al trono nel 2005, ha compiuto la sua prima visita ufficiale all’estero in Cina, nel gennaio 2006. Nel febbraio del 2009, l’ultima visita ufficiale del presidente cinese Hu Jintao in Arabia Saudita ha cementato i rapporti tra i due paesi con la firma di una serie di accordi che vanno oltre il settore energetico. Nell’occasione, i cinesi si sono aggiudicati un contratto per la costruzione di una ferrovia monorotaia che collegherà i luoghi santi del pellegrinaggio islamico [37]. I due partner stanno reciprocamente investendo nel settore downstream (raffinazione). Tra i progetti più considerevoli la joint venture costituita fra la saudita Aramco, ExxonMobil e la cinese Sinopec per un impianto petrolchimico da 3,5 miliardi di dollari e una capacità di produzione di 240 mila barili al giorno, da costruire nella provincia cinese del Fujian. Una parte separata del contratto prevede l’installazione, nella stessa provincia, di 750 stazioni di servizio e di una rete di terminali. Un’altra joint venture Aramco-Sinopec è impegnata nella costruzione di una seconda raffineria da 1,2 miliardi di dollari a Qingdao. L’Arabia Saudita sta anche aiutando la Cina a costruire la sua struttura di stoccaggio strategico [38].

Il rapporto sino-iraniano è forte e sempre più intenso, anche sotto l’aspetto politico. L’Iran fa parte della Shanghai Cooperation Organization (SCO), attualmente nel ruolo di osservatore, ma entro quest’anno potrebbe essere accolto come membro a tutti gli effetti. Dal 2007 Pechino è il maggior partner petrolifero di Tehran, da cui riceve il 13,6% di tutto il suo import di greggio, ed è fra i pochi che hanno osato sfidare le sanzioni Usa volte a penalizzare ogni compagnia che investa più di 20 milioni di dollari nel paese [39]. E’ evidente, in questo scenario, quanto l’Iran (secondo paese – grazie alla sua collocazione unica fra le due aree energetiche più importanti del mondo, il Golfo persico e il mar Caspio – per riserve di petrolio e gas, dopo, rispettivamente, Arabia Saudita e Russia) conti sulla Cina per rompere il proprio isolamento. E’, infatti, uno dei pochi Stati del Medioriente az riconoscere alle compagnie cinesi il diritto di fare affari anche nel suo settore upstream (estrazione e prospezione).

Il primo grande accordo globale tra Cina e Iran su gas e petrolio è stato raggiunto nell’ottobre del 2004. Un memorandum di intesa da 70 miliardi di dollari in cui Sinopec si impegnava ad acquistare 250 milioni di tonnellate di gas liquefatto in 25-30 anni e la compagnia nazionale iraniana garantiva il rifornimento di 150 mila barili di greggio al giorno, dietro impegno, da parte cinese, di sviluppare il giacimento petrolifero di Yadaravan (uno dei più grandi del mondo). A questo accordo di massima hanno, poi, fatto seguito impegni sottoscritti ufficialmente per procedere all’effettivo sfruttamento. L’output potenziale di Yadaravan è stimato intorno ai 300 mila barili di greggio al giorno, ma l’area cela anche immense riserve di gas, anch’esse tutte da sfruttare.

Negli ultimi mesi si è assistito a un’ulteriore intensificazione degli accordi tra Iran e Cina. Nel novembre del 2008, la Cnpc ha firmato il contratto finale da 3 miliardi di dollari con il ministero del petrolio iraniano per sviluppare il giacimento di Ahdab, nell’Iran centrale [40]. Nel gennaio del 2009, è stata firmata un’intesa separata da 1,76 miliardi di dollari per lo sfruttamento, da parte cinese, del giacimento Nord Azadegan, nell’Iran occidentale. La prima fase durerà quattro anni, nel corso dei quali la capacità di fornitura del giacimento dovrebbe arrivare a 75 mila barili al giorno [41].

Quanto al gas, solo nel novembre del 2008 è stato raggiunto l’accordo finale per lo sfruttamento del giacimento di gas North Pars tra la National Iranian Oil Company e la China National Offshore Oil Corporation (Cnooc), che dovrebbe assicurare ai cinesi 10 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto all’anno per 25 anni. Un’intesa da 16 miliardi di dollari per lo sviluppo di questo giacimento, uno dei più vasti del pianeta, era stata raggiunta già alla fine del 2006, ma era stata ostacolata nella sua definitiva conclusione dalle tensioni internazionali sul nucleare iraniano [42].

L’ultimo, importante contratto fra Cina e Iran è stato concluso nel marzo del 2009 e riguarda il giacimento di gas South Pars, un ulteriore blocco di questa enorme riserva che l’Iran condivide con il Qatar. L’accordo da 3,39 miliardi di dollari prevede una produzione annua di 10,5 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto (Lng) [43]. L’accordo con le compagnie cinesi ha fatto seguito agli avvertimenti rivolti dal governo iraniano alle majors occidentali (la francese Total, la spagnola Repsol, la Royal Dutch Shell) a causa del mancato rispetto degli impegni da queste assunti per lo sviluppo del giacimento. Nel gennaio del 2009, un contratto separato da 1,76 miliardi di dollari è stato sottoscritto da Cina e Iran per l’avvio dello sfruttamento del giacimento petrolifero Nord Azadegan, nell’Iran occidentale.

Le società cinesi hanno anche stretto importanti contratti di fornitura di gas naturale liquefatto con il Qatar per 5 milioni di tonnellate l’anno, a partire dal 2009 e per una durata di 25 anni. Tutti questi accordi hanno segnato una tappa importante per lo sviluppo del gas naturale in Cina, che finora era stato relegato a un ruolo marginale per i ritardi accumulati dal negoziato con la Russia [44].

RUSSIA E ASIA CENTRALE, GRANDE GIOCO AD ALTO RISCHIO

L’importante accordo raggiunto con la Russia nel febbraio del 2009 ha forse posto fine all’interminabile saga che vedeva Mosca disattendere regolarmente gli impegni presi con Pechino in ragione della sua strategia, al dunque poco abile, di sottrarsi a impegni troppo rigidi per essere libera di vendere al migliore offerente (l’Europa, il Giappone, la Cina o altri mercati asiatici). La brutalità della crisi in corso ha spezzato il nodo gordiano, rivelando impietosamente la debolezza dell’industria energetica russa, a corto di capitale e incapace, dunque, di procedere all’ammodernamento necessario per mettere a frutto le immense risorse.

C’è chi consiglia di aspettare e vedere, dati i precedenti. Intanto, però, il condotto Espo (East Siberia-Pacific Ocean), dopo interminabili stop and go sembra finalmente in dirittura d’arrivo e gli ultimi accordi, favorevoli al tratto Skovorodino-confine cinese-Daqing, assegnano alla Cina la vittoria sul Giappone. Già nel 2002 era stato firmato un memorandum di intesa non vincolante nel quale si stabiliva che la Rpc avrebbe ricevuto, attraverso l’oleodotto in costruzione, 700 milioni di tonnellate di greggio russo in 25 anni (equivalenti a 560 mila barili al giorno) per un costo complessivo di 150 miliardi di dollari. Il coinvolgimento nell’affare della Yukos di Mikhail Khodorkovsky, favorevole ai cinesi, ha fatto sì che l’intesa restasse vittima di questo scontro epocale, finito con l’arresto del tycoon che aveva osato sfidare il monopolio di Stato e la conseguente bancarotta della Yukos.

La politica delle mani libere elaborata da Putin, la pressione giapponese per avere accordi esclusivi dietro promessa di forti investimenti, i gravi ritardi nella costruzione dell’oleodotto hanno fatto trascinare la questione, mentre la Cina si risolveva a cercare altrove [45]. Anche perché, nel frattempo, Mosca, che oggi rifornisce Pechino tramite ferrovia, non aveva rispettato neppure le consegne pattuite per il 2007; per i primi 8 mesi del 2008 Gazprom (la grande compagnia statale che controlla il 60% delle riserve russe di gas, vale a dire il 20% delle riserve mondiali) non ha recapitato neanche un barile alla controparte cinese Cnpc, a causa di una disputa col Kazakhstan. La stessa Gazprom sta, peraltro, rivedendo i propri piani di vendere gas alla Cina [46], anche per la propria incapacità di fare fronte a tutta la domanda, inclusa quella interna.

Alla luce di questi sviluppi, la Russia ha cancellato il progetto del gasdotto dell’Altai, che, quando fosse stato operativo, avrebbe dovuto fornire a Pechino, ogni anno, 30 miliardi di metri cubi di gas della Siberia occidentale. Peraltro, il prezzo di quel gas sarebbe stato troppo elevato per i cinesi, che hanno invece trovato rifornimenti più a buon mercato in Turkmenistan [47]. Quanto sia debole e squilibrato il rapporto sino-russo, lo dicono anche le cifre sugli investimenti reciproci: al gennaio 2008, gli investimenti diretti russi in Cina ammontavano a 14,2 milioni di dollari, quelli cinesi in Russia a 415 milioni di dollari [48].

Questo intreccio porta direttamente al confronto tra Russia e Cina in Asia centrale, teatro di un “nuovo Grande Gioco” che, sulla stessa scena del grande scontro fra Russia zarista e impero inglese nell’Ottocento, vede ancora oggi confrontarsi le grandi potenze del momento. L’espressione Grande Gioco, coniata da un ufficiale inglese, Arthur Conolly, immortalato da Rudyard Kipling in Kim, designava la lotta segreta fra russi e inglesi per il controllo delle vie d’accesso al gioiello dell’Impero britannico, le Indie. Oggi quel confronto si ripete nella sua sostanza, moltiplicato. Petrolio, gas, risorse idriche, metalli strategici, oleodotti, gasdotti, strade di transito, terrorismo internazionale accrescono l’importanza militare, politica, economica e geostrategica degli Stati della regione, peraltro fragili e ancora impegnati nella propria costruzione istituzionale. “La Cina ne ha bisogno, la Russia vuole controllarne la distribuzione, le potenze occidentali vogliono essere certe che non vengano monopolizzate da Mosca o Pechino”, così “Usa Today” ha efficacemente sintetizzato i diversi appetiti per le risorse della regione [49]. Anche se le “canaglie” abbondano anche da quelle parti.

E’ stata la disintegrazione dell’Unione sovietica ad aprire un capitolo del tutto nuovo nella storia della regione, dove la Cina aveva avuto, fino a quel momento, un ruolo defilato, nonostante i 3000 chilometri di confini comuni la rendessero un’area di vitale importanza. I rapporti difficili con il nemico-fratello sovietico non avrebbero, del resto, consentito intrusioni. Ma nel dicembre del 1991 Pechino non perde tempo ed è tra i primi paesi del mondo a riconoscere i cinque nuovi Stati indipendenti: Uzbekistan, Kazakhstan, Tajikistan, Kyrgyzstan e Turkmenistan. Appena una settimana dopo stabilisce con loro relazioni diplomatiche, ma chiarisce subito con Mosca che continuerà a riconoscerne la posizione preminente, anche come garante della stabilità della regione. L’interesse cinese alla nuova situazione, nei primi tempi, nasce soprattutto da preoccupazioni di sicurezza. Il frammentarsi del teatro a ridosso di uno dei suoi confini più caldi, acceso dalle tensioni separatiste della maggioranza islamica uigura del Xinjiang (la sua provincia più occidentale), spinge Pechino a stringere alleanze con Stati islamici, che potranno fare da argine e da guardiani. L’avversione dei regimi di questi Stati ai loro movimenti integralisti interni è un ulteriore elemento di garanzia. L’interesse della Rpc per le risorse arriva qualche anno più tardi, con l’accrescersi della sua fame di energia, ma si intreccerà costantemente con le preoccupazioni di sicurezza. Un intreccio che si rinserrerà ulteriormente dopo l’11 settembre 2001 [50].

Lo dimostra l’evoluzione della Shanghai Cooperation Organization (SCO) [51]. Negli anni più recenti, l’organizzazione ha accentuato molto l’aspetto della collaborazione energetica. Nel 2007 l’allora presidente, oggi premier, russo Valdimir Putin ha evocato la costituzione di un “cartello” dell’energia modello Opec. Durante quel vertice, gli Stati membri hanno raggiunto un accordo per la costituzione di un “mercato unificato” per l’export di petrolio e gas e per promuovere lo sviluppo regionale attraverso accordi preferenziali nel settore energetico.

Secondo l’Energy Survey 2008 della Bp, gli Stati che si affacciano sul mar Caspio (Azerbaijan, Iran, Kazakhstan, Turkmenistan e Russia più Uzbekistan) detengono il 21,4% delle riserve mondiali accertate di petrolio e il 45% delle riserve di gas. Ma quando si va ai rapporti bilaterali, al centro della politica di approvvigionamento energetico della Cina in Asia centrale c’è in primo luogo il Kazakhstan, neanche a dirlo un altro “partenariato strategico”. Le acquisizioni cinesi in questa Repubblica centroasiatica sono paragonabili solo a quelle ottenute in Sudan. La Cncp controlla oggi l’85% della compagnia Aktobemunaigas (oggi Cnpc Aktobe) e il 100% dei blocchi di esplorazione e sviluppo Bars, un tempo in mano alla britannica Nimir Petroleum Bars Holding BV, nonché il 50% dei giacimenti di petrolio e gas North Buzachi, nel nord ovest del paese, un tempo anch’essi controllati dalla Nimir insieme a Chevron Texaco. Nel 2005, Cnpc ha battuto la compagnia statale indiana Oil and Natural Gas e si è aggiudicata PetroKazakhstan, compagnia con sede in Canada ma controllata dall’inglese Windsor, per 4,8 miliardi di dollari. La più grande acquisizione cinese, in quell’anno di polvere e gloria per la Cina. Il Congresso Usa vietò allora alla China National Offshore Oil Corporation (Cnooc) di entrare nella americana Unocal, ma la Lenovo conquistò la Ibm, per 1,25 miliardi di dollari, e compagnie cinesi comprarono la gloriosa Rover inglese in bancarotta. Sempre nel 2005 la Cnooc firmò un memorandum per cooperare con Cnpc e la compagnia statale kazaka KazMunaiGaz per la ricerca congiunta di gas e petrolio nel Caspio settentrionale. Nel 2006 il gruppo Citic, non proprio specializzato nel settore petrolifero, acquistò per 1,9 miliardi di dollari il giacimento di Karzhanbas, al confine occidentale del paese [52].

Una success story ben diversa dalla saga che, intanto, si trascinava con la Russia. Con le acquisizioni cinesi in Kazakhstan, avanzavano infatti a passo di carica i progetti per la costruzione degli oleodotti. Già nel 1997 la Cina aveva raggiunto un accordo per la costruzione di una condotto lungo 3000 chilometri che, attraversando la pianura kazaka, avrebbe portato il petrolio fino al confine dello Xinjiang. Per completare il primo tratto di 400 km ci sono voluti sette anni. Ma, dopo gli enormi accordi, il secondo tratto è stato completato a tempo di record nel 2005. Lo chiamano “la nuova Via della Seta” e trasporta 200 mila barili al giorno, che, col tempo, potrebbero arrivare a un milione [53]. Nel luglio del 2008, infine, è iniziata la costruzione di un gasdotto che parte dai confini del Turkmenistan e dell’Uzbekistan, attraversa Uzbekistan e Kazakhstan e si connette con il secondo tratto del condotto ovest-est nel Xinjiang [54]. Un sistema vitale di condotti che trasporta petrolio e gas in modo relativamente rapido e sicuro e imbriglia vieppiù l’irrequieta regione nominalmente autonoma al confine occidentale cinese, il Xinjiang, sempre più importante per la riduzione della dipendenza energetica cinese, visto che racchiude almeno il 20% delle future riserve di petrolio e gas e il 40% delle riserve di carbone. Ma già oggi svolge un ruolo importante: nel 2007 ha fornito 24,6 milioni di tonnellate di greggio e 21 miliardi di metri cubi di gas.

Last but not least, l’Afghanistan. La Cina è attualmente il maggiore investitore straniero nel paese, con un contratto da tre miliardi di dollari per lo sfruttamento del giacimento di rame di Aynak. Il tormentato paese, che ha sconfitto le armate di tutti gli imperi, corridoio-cerniera tra l’Asia centrale, la regione del Golfo e l’Oceano indiano, resta ancora oggi, e sempre di più, il vero cuore dell’Asia centrale. Da qui l’importanza vitale della sua stabilità e del suo controllo, attualmente per nulla garantiti.

SUD EST ASIATICO, ROTTE DEL PETROLIO E NUOVE ALLEANZE

Al presente, l’area strategicamente più importante per la sicurezza energetica cinese è il sud est asiatico. Il blocco di nazioni che attualmente costituisce l’Association of South East Asian Nations (Asean) racchiude tutte le rotte di trasporto marino del petrolio che viene dal Medioriente, dall’Africa e dall’America latina [55].

Fra tutte, la rotta più vitale è lo Stretto di Malacca, sottile e fragile giugulare tra la Malaysia e l’isola di Sumatra, che nel suo punto più stretto non arriva a 1,5 miglia di larghezza. “Chiunque controlli lo Stretto di Malacca tiene le mani sulla gola di Venezia”, questo antico detto della fine del XV secolo ben si adatta oggi all’Asia orientale e alla Cina in particolare. Il 60% dei vascelli che lo percorrono è diretto alla Rpc ed è lì che passa l’80% del petrolio che fa correre l’economia cinese. Ancora oggi la rotta è infestata dagli attacchi pirati e il fatto che a questi si sia aggiunta l’azione dei corsari somali nel golfo di Aden e dintorni ha accresciuto le preoccupazioni. Ma quel che angoscia davvero Pechino è la vulnerabilità di questa via d’acqua ad eventuali forti tensioni internazionali, che la utilizzino come mezzo di pressione. La Cina ha esordito solo di recente come potenza marittima oltremare con l’invio di due cacciatorpediniere e di una nave appoggio nel Golfo di Aden in missione anti pirateria (dal gennaio al novembre del 2008 il 20% delle navi mercantili cinesi in navigazione al largo delle coste somale era stato attaccato dai pirati, secondo fonti ufficiali cinesi) e sta accelerando gli sforzi per la costruzione di una moderna flotta militare con cui difendere rotte strategiche e acque territoriali [56]. Tutte le potenze interessate, peraltro, preparano piani e strategie per presidiare l’Oceano indiano, destinato a essere, secondo alcuni, “il principale teatro per le sfide del XXI secolo” [57].

Un altro punto debole affligge, oggi, la sicurezza energetica cinese: solo il 20% del suo import di greggio avviene attraverso petroliere di proprietà cinese. Di qui il lancio di un ambizioso progetto per costruire una flotta di super petroliere, così che, entro il 2015, più del 50% delle importazioni di greggio venga effettuato da navi cinesi [58].

Per uscire dal “dilemma di Malacca”, come lo ha definito il presidente Hu Jintao, Pechino ha elaborato e cominciato a sviluppare quella che un rapporto del Pentagono Usa del 2004 ha definito la strategia della “collana di perle”: la costruzione di una serie di porti e infrastrutture collegate in paesi amici lungo le coste dell’Oceano indiano. Tra i più importanti, il porto di Gwadar, in Pakistan, 400 chilometri a est dello Stretto di Hormuz e a soli 70 chilometri dal confine con l’Iran. Nel progetto minimo, le petroliere approderebbero qui, un attracco di acque profonde, poi con autocisterne (ma si parla di un futuro oleodotto) il greggio verrebbe trasportato verso la Cina occidentale attraverso la Karakorum Highway. Una seconda fase di sviluppo, alla quale la Rpc si è già impegnata, vedrebbe la costruzione di un aeroporto internazionale, l’ampliamento della Karakorum Highway, la costruzione di impianti di raffinazione e stoccaggio. La Rpc è coinvolta anche nella costruzione di una linea ferroviaria che congiunge Gwadar alla tratta ferroviaria principale, che collega Iran e Pakistan. Come sia, pompare il greggio da questo porto ridurrebbe il viaggio del petrolio dall’Arabia Saudita di 18 mila chilometri e minimizzerebbe il rischio marittimo. Per Islamabad, Gwadar potrebbe costituire la prima pietra del suo sogno di diventare un grande Trade Energy Corridor, dal Medioriente all’Asia [59]. Le tensioni della regione, che ormai ne minacciano costantemente la stabilità politica, impediscono tuttavia al Pakistan di rappresentare un’alternativa sicura alla vulnerabilità delle rotte attuali.

La lista delle “perle” cinesi nell’Oceano indiano comprende anche un porto commerciale sulla costa meridionale dello Sri Lanka, ad Hambantota, una struttura per container a Chittagong, in Bangladesh, e l’ampliamento del porto di Sihanoukville, in Cambogia. “Ogni perla è un anello nella catena della presenza marittima cinese”, lamentava, nel gennaio del 2008, il capo della marina indiana, l’ammiraglio Sureesh Metha, esprimendo il timore che la Cina possa in futuro “prendere il controllo della giugulare dell’energia mondiale” [60].

Nella situazione attuale, l’alternativa allo Stretto di Malacca più fattibile e consistente per la Cina si trova in Myanmar, ex Birmania. Alla fine di marzo 2009 la Rpc e la giunta militare birmana hanno infine firmato l’accordo per la costruzione di un gasdotto e di un oleodotto che uniranno il porto di Kyaukpyu, sul Golfo del Bengala, allo Yunnan, la provincia cinese confinante, e arriveranno fino a Chongqing, grande porto fluviale sullo Yangtze, nel Sichuan. La costruzione inizierà entro quest’anno e fa parte di un progetto energetico cinese più vasto del valore di oltre 10 miliardi di dollari, che comprende l’ampliamento del porto di Kyaukpyu e la costruzione di centrali, dighe, strade e ferrovie. Parte integrante dell’intesa, la fornitura di gas birmano alla Cina per 30 anni attraverso il nuovo gasdotto. Mentre l’oleodotto trasporterà il petrolio in arrivo dal Medioriente e dall’Africa [61]. Si materializza, dunque, per Pechino la prima vera “scorciatoia”, in grado di tagliare di 750 miglia il percorso del petrolio e di ridurre di un terzo e anche più l’eccessiva dipendenza dallo Stretto di Malacca [62]. Il Myanmar ha vaste riserve di gas naturale, petrolio, minerali, molto appetite da Pechino, ma non solo. Le risorse di gas ammonterebbero (secondo le compagnie birmane) a 1.400 miliardi di metri cubi. Ogni anno se ne estraggono 5 miliardi [63].

Uno studio pubblicato nel settembre del 2007 dal Burma Project (che fa capo all’Open Society Institute della Fondazione Soros) rivelava che nel paese sono presenti 26 compagnie cinesi coinvolte in 62 progetti per la produzione di energia idroelettrica e lo sfruttamento di giacimenti di petrolio, gas e miniere. Una presenza massiccia che, denuncia il rapporto, infligge enormi devastazioni all’ambiente. L’ultimo accordo su oleodotti e gasdotti rinsalda notevolmente la discussa alleanza sino-birmana, ma va anche detto che la Cina fronteggia un’agguerrita concorrenza: India, Giappone, Thailandia, Singapore. La giunta militare birmana, nonostante la brutalità sanguinaria della repressione e l’indignazione internazionale, non ha problemi a trovare clienti affamati di risorse e non si fa scrupolo a giocare i loro interessi uno contro l’altro, a favore dei propri.

Per depotenziare l’ “ossessione Malacca”, il governo cinese ha preso in considerazione anche lo scavo di un canale nell’istmo di Kra, in Thailandia, per collegare la Baia del Bengala con il mar della Cina meridionale, un taglio che risolverebbe in modo decisivo il problema. Potrebbe deviare dallo Stretto fino al 90% dell’attuale flusso. Una rivoluzione pari a quella prodotta a suo tempo dal canale di Panama. Ma, nonostante l’entusiasmo e la determinazione di Pechino, i problemi tecnici, gli sconvolgimenti del panorama politico tailandese – percorso da violente tensioni – e l’aumento delle rivolte islamiche nel sud della Thailandia hanno portato, nel 2006, al blocco del progetto.

La Thailandia esporta attualmente nella Rpc la metà della sua produzione totale di gas naturale liquefatto (Lng), 390 mila tonnellate, il 5% dell’import cinese, che conta anche sull’Lng fornito da Indonesia e Malaysia. Il sudest asiatico, il quarto produttore mondiale di Lng, è, dunque, importante anche per gli approvvigionamenti di una fonte d’energia considerata fra le più pulite e, perciò, decisiva al fine di arginare il disastroso inquinamento che affligge la Cina. La IEA prevede che, nel complesso, l’import di gas naturale da parte della Rpc aumenterà da 12 miliardi di metri cubi nel 2010 a 128 miliardi nel 2030.

Tutti gli aspetti della sicurezza energetica cinese (dalle fonti di approvvigionamento alle rotte) danno dunque alla regione del sud est asiatico un’importanza straordinaria. In questo scenario, il Mar della Cina meridionale è considerato dalla Repubblica popolare uno spazio vitale, il suo “cortile di casa”. Su una buona parte di questo territorio liquido Pechino ha imposto, dal 1992, la sua “non negoziabile” sovranità, che, tuttavia, è seriamente messa in discussione. La caccia ai giacimenti, di cui sono ricchi i fondali marini, ha riattizzato tutte le contese. Oggi Pechino è coinvolta in dispute territoriali con Malaysia, Filippine, Vietnam e Brunei per l’accesso alle isole Spratly e Paracelso a sud e con il Giappone per le isole Senkaku/Diaoyu a nord ovest di Taiwan. Le rivendicazioni territoriali cinesi arrivano fino alle isole Natuna, sotto sovranità indonesiana, dagli ingenti depositi di gas. Intorno a Spratly e Paracelso il Mar Cinese Meridionale potrebbe celare un potenziale di risorse di circa 150 miliardi di barili di petrolio. Notevole anche la quantità di gas nell’area compresa tra Brunei, Indonesia, Malaysia, Thailandia e Vietnam. Schermaglie e scontri si susseguono. Nel Golfo del Tonchino la Cina non tollera che il Vietnam coinvolga compagnie straniere, tanto che Bp e Shell hanno sospeso le loro attività per non guastare i rapporti con i potenti cinesi. A nord, invece, la Cnooc ha avviato dal 2003 con Unocal Asia e Shell una campagna di sviluppo del giacimento di gas di Chunxiao, che, protesta Tokyo, si prolunga nella sua zona economica esclusiva [64].

La sete di nuovi approvvigionamenti spinge all’assertività e al conflitto, la vulnerabilità delle vie d’acqua spinge all’accordo e alla cooperazione. Stretta fra queste due spinte, la Cina sembra aver scelto la strada dell’ “armonia”. Nel 2007 ha sottoscritto con i paesi dell’Asean un “Codice di condotta nel Mar della Cina meridionale”, che impegna tutti i firmatari a risolvere pacificamente le dispute. Al dunque sembra aver prevalso a Pechino la considerazione di mitigare le proprie rivendicazioni storiche in cambio di una più vasta condivisione delle risorse altrui [65].

La più recente diplomazia cinese sembra, del resto, andare verso un’intensificazione della cooperazione e dell’integrazione con i paesi vicini. Il 13 aprile del 2009 il ministro degli esteri cinese Yang Jiechi ha annunciato ufficialmente ai rappresentanti dei 10 paesi Asean, ritrovatisi a Pechino dopo il fallimento del vertice in Thailandia (mandato all’aria dalle proteste dell’opposizione al governo di Bangkok), la costituzione di un fondo di investimento Cina-Asean da 10 miliardi di dollari, per sostenere progetti infrastrutturali e di cooperazione energetica nella regione. La Cina ha anche offerto ai membri dell’Associazione crediti agevolati per 15 miliardi di dollari nei prossimi tre-cinque anni, per affrontare una crisi dagli effetti particolarmente duri nel sud est asiatico, già duramente colpito dal collasso finanziario del 1997 [66]. La regione mira a diventare un’area economicamente integrata, una vera area di libero scambio. La Cina non nasconde le proprie intenzioni di farne parte a pieno titolo, e la grande crisi in corso potrebbe accelerare i processi già in atto, facendo cadere i timori e le riserve dei piccoli Stati che circondano il gigante in continua crescita.


Angela Pascucci

Giornalista del quotidiano “Il Manifesto”, di cui è stata, negli ultimi anni, caporedattrice esteri e redattrice della pagina economica internazionale. Fino al 2001 responsabile e curatrice dell’edizione italiana di “Le Monde Diplomatique/ Il Manifesto”. Tra le pubblicazioni A. PASCUCCI, Talking’ China, Roma, Manifestolibri, 2008.


Note

[1] A metà gennaio 2009, il tasso di crescita del 2007 è stato rivisto e innalzato dall’11,9% al 13%, sulla base di una revisione ufficiale dei dati economici. Con questa revisione, la Cina avrebbe superato la Germania, diventando la terza economia mondiale (Bbc News, 14/01/09).

[2] “Financial Times”, 17/04/09.

[3] “International Herald Tribune”, 27/01/09.

[4] “China Daily”, 02/03/09. Nel corso di una conferenza nazionale sull’energia tenutasi all’inizio di febbraio, la National Energy Administration (NEA) ha annunciato la costruzione, entro il 2011, di altri 8 impianti di stoccaggio per le riserve strategiche di petrolio, oltre ai quattro già esistenti. La capacità aumenterebbe, così, dai 103 milioni di barili attuali a 281 milioni di barili. Per un raffronto, si pensi che le riserve strategiche Usa vengono stimate intorno ai 727 milioni di barili, pari a 58 giorni di importazioni petrolifere. Secondo un altro piano della Nea, la Cina prevede la costruzione di nove raffinerie lungo le aree costali (“China Daily”, 02/03/09).

[5] Con questa somma, la Cina contribuirà agli ingenti investimenti – 174,4 miliardi di dollari dal 2009 al 2013 – con cui Petrobras intende far fronte ai costi di esplorazione dei nuovi giacimenti di greggio light e di gas naturale. Si tratta delle cosiddette riserve sub-salt, che, secondo gli analisti, potrebbero contenere fino a 80 miliardi di barili di petrolio, grazie ai quali il Brasile sarebbe catapultato fra i primi dieci produttori mondiali (Reuters, 18/02/09).

[6] Bbc News, 19/02/09. L’importanza strategica dell’America latina è attestata nel primo libro bianco che la Cina ha dedicato al continente sudamericano, diffuso nel novembre del 2008.

[7] “China Daily”, 21/02/09.

[8] L’International Energy Agency Outlook 2008 prevede anche che, nel 2030, la Cina consumerà 16,5 milioni di barili di petrolio al giorno e, di questi, 13,1 milioni saranno acquistati all’estero. Per un raffronto, si pensi che, oggi, la Rpc brucia 7,5 milioni di barili al giorno, dei quali 3,5 milioni importati (Us Energy Information Administration, China Energy Profile, 20/08/08).

[9] “Wall Street Journal”, 25/02/09; “Financial Times”, 26/02/09; “The Christian Science Monitor, 21/02/09.

[10] Sulla scena internazionale agiscono soprattutto quattro compagnie cinesi, nate, all’inizio degli anni Ottanta, dalla ristrutturazione della burocrazia e della governance energetica imposta dalla nuova politica di riforme e di apertura. Da quel processo emersero le corporation statali che, oggi, dominano la produzione interna e la ricerca di fonti di approvvigionamento all’estero: la China National Petroleum Corporation (Cnpc), costituita nel 1988, è la più grande e attiva a livello internazionale, opera nel settore upstream (esplorazione ed estrazione) ed è la quinta compagnia produttrice di petrolio del mondo. Nel 1999 si è deciso di scorporare il suo core business dando vita a PetroChina, oggi prima compagnia mondiale per capitalizzazione (nel novembre 2007 ha raggiunto un valore di mille miliardi di dollari, superando la ExxonMobil). Poi c’è la China Petroleum and Chemical Corporation (Sicopec), che – costituita nel 1983, seconda produttrice di petrolio e gas dopo PetroChina – domina il settore della raffinazione. La China National Offshore Oil Corporation (Cnooc) è nata nel 1982 e si occupa soprattutto dello sfruttamento, dell’esplorazione e dello sviluppo dei giacimenti di petrolio e gas offshore. Tra il 2000 e il 2002 tutte queste compagnie statali hanno proceduto alle prime offerte di pubblico acquisto e sono state limitatamente privatizzate. Il governo ne detiene ancora una vasta quota di maggioranza. Il braccio finanziario della politica estera cinese è costituito soprattutto da due entità: la China Development Bank e la China Export Import Bank (China Exim), che controlla e amministra i finanziamenti e gli aiuti ai paesi stranieri. China Exim, attraverso consistenti linee di credito a tassi inferiori a quelli di mercato, sostiene gli sforzi di espansione all’estero delle compagnie petrolifere cinesi.

[11] “China Petroleum Daily”, ripreso dal “China Daily” il 21/02/09.

[12] Xiao Wan, Oil Firms Set to Cash on Forex Surplus, in “China Daily”, 21/02/09.

[13] Per un excursus sul cambiamento dello slogan, ma anche per capire quanto poco la revisione dell’espressione abbia mutato gli animi, si legga l’ultimo Rapporto annuale al Congresso della Us-China Economic and Security Review Commission, novembre 2008.

[14] La strategia dei 28 caratteri di Deng Xiaoping, il grande architetto delle riforme cinesi, raccomanda di “Osservare e analizzare con calma gli sviluppi, affrontare i cambiamenti con pazienza e fiducia, assicurare la propria posizione, nascondere le proprie capacità ed evitare di mettersi in mostra, mantenere un basso profilo, non assumere mai la posizione di leader, fare ogni sforzo per ottenere risultati”.

[15] Sottoscritti nel giugno 1954 da Cina, India e Birmania (Myanmar), sono stati, in seguito, alla base della storica Conferenza di Bandung (Indonesia) dell’aprile 1955. Affermano: rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale; non aggressione reciproca; non interferenza reciproca negli affari interni di ciascuno; uguaglianza e reciproco beneficio; coesistenza pacifica.

[16] Vivien Foster, William Buetterfield, Chian Chen, Nataliya Pushak (a cura di), Building Bridges, China’s Growing Role as Infrastructure Financier for Subsaharan Africa, settembre 2008.

[17] Per fra fronte alle accresciute esigenze alimentari e alla cronica scarsità di terre coltivabili, la Cina ha concluso accordi per acquisire o, più spesso, per affittare appezzamenti di terra in Africa, America latina, Asia e Australia, per un totale di oltre due milioni di ettari. Una mappa completa è stata pubblicata su “Le Monde”, 13/12/08.

[18] Sulla presenza della Cina in Africa e sulle critiche da essa suscitate ci sembra esaustivo riportare, qui, l’opinione di un africano, Adama Gaye (autore di Chine-Afrique, le dragon et l’autruche, Ed. Harmattan), che, sulla rivista “New African” ha scritto: L’Occidente si inquieta perché le sue incoerenze sono esplose: l’eredità coloniale che contraddice gli appelli alla democratizzazione in Africa, il suo sostegno della Guerra Fredda e dei dittatori corrotti e, peggio ancora, il suo fallimento totale nello sviluppo dell’economia sul continente, malgrado decenni di politiche concepite dai suoi tecnocrati, bilaterali e multilaterali, gli hanno fatto perdere credibilità. In queste condizioni, l’Occidente e le sue istituzioni multilaterali sono in difficoltà. Da parte sua, la Cina cresce in potenza, davanti a un’Europa che si trova ad affrontare una crisi di identità ed è incapace di gestire i suoi problemi di occupazione e di pensioni. Il modo in cui tratta gli immigrati africani, sul proprio suolo o alle frontiere, dimostra che, in qualche modo, ha reciso i suoi legami con l’Africa, nonostante il vertice Europa-Africa di Lisbona. Adama Gaye, La Chine en Afrique inquiète l’Occident, in “New African”, giugno/luglio/agosto 2008.

[19] Quando la Repubblica popolare cinese occupò il proprio seggio al Consiglio di sicurezza dell’Onu, nel 1971, era decisamente contro le operazioni di peacekeeping, una posizione che ha cominciato a modificare solo all’inizio degli anni ‘80. Ma solo dal 2000 la Cina ha intensificato attivamente la propria partecipazione. Oggi ci sono circa 2000 caschi blu cinesi impegnati in 10 missioni Onu nel mondo. All’analisi del nuovo impegno cinese l’International Crisis Group ha dedicato un rapporto, China’s Growing Role in Un Peacekeeping, Asia Report 166, 17 aprile 2009.

[20] Margherita Paolini, Il Drago ha sete, in “Limes”, 4/2008 (“Il marchio giallo”).

[21] Stephanie Hanson, China, Africa, Oil, relazione per lo Us Council on Foreign Affairs, 6 giugno 2008.

[22] Secondo la BP Statistical Review of the World Energy 2008, la fotografia dei flussi petroliferi dalle regioni africane alla Cina nel 2007, espressa in migliaia di barili al giorno, era la seguente: dall’Africa settentrionale, 93 mila barili; dall’Africa occidentale, 719 mila barili; dall’Africa orientale e meridionale, 255 mila barili.

[23] Per un approfondimento sull’evoluzione più recente nel rapporto tra Angola e Cina si veda Angola and China, a pragmatic partnership di Indira Campo e Alex Vines, studio per il Center for Strategic and International Studies (CSIS), giugno 2008.

[24] Illuminante, riguardo alla strategia cinese, l’intervista a Ousmane Sylla, ex ministro delle miniere della Guinea, contenuta nel libro Cinafrica, Pechino alla conquista del continente nero. “E allora, da dove vengono le speranze? ‘Dai cinesi!’, ha sospirato Ousmane Sylla. ‘Sono i soli a proporci dei ‘pacchetti’, ovvero delle offerte complete: una miniera, una diga, una centrale idroelettrica, una ferrovia e una raffineria, il tutto finanziato dalla Exim Bank of China, che viene rimborsata in allumina. L’operazione a noi non costa nulla, ma crea lavoro, entrate fiscali, infrastrutture, energia. Quando chiediamo la stessa cosa ad Alcoa ci rispondono che il loro lavoro è l’alluminio, non le dighe’, ha aggiunto indignato il ministro”. Serge Michel e Michel Beuret, Cinafrica. Pechino alla conquista del continente nero, il Saggiatore, 2009.

[25] Il fenomeno non riguarda solo il petrolio sudanese, ma riguarda la più vasta strategia delle grandi corporation nazionali energetiche cinesi, vere e proprie potenze economiche con interessi talvolta in conflitto con il governo centrale (Daniel H. Rosen, Trevor Houser, China Energy, a Guide for the Perplexed, maggio 2007). La capacità di Pechino di controllare pienamente la propria strategia di sicurezza energetica è messa in discussione dal ruolo importante assunto dalle singole province, soprattutto le più ricche, come il Guangdong, negli investimenti all’estero. Le compagnie statali (Soe) che fanno capo alle province costituiscono l’88% di tutte le compagnie cinesi che investono all’estero, il che rende i governi provinciali dei protagonisti chiave nelle strategie internazionali delle corporation cinesi (Bates Gill e James Reilly, The Tenuous Hold of China Inc. in Africa, in “The Washington Quarterly”, Summer 2007. Si veda anche Harry Broadman, Africa’s Silk Road: China and India’s Economic Frontier, Washington D.C., World Bank 2007).

[26] Si veda, in proposito, il rapporto China’s Thirst for Oil, diffuso il 9 giugno del 2008 dall’International Crisis Group (ICG), che esamina i casi del Sudan e dell’Iran per dimostrare come la Cina abbia modificato la propria strategia diplomatica nello sforzo di bilanciare interessi politici ed economici. Il risultato sarebbe, secondo l’ICG, l’intreccio fra un approccio diplomatico più sfumato e costruttivo e la continuazione delle consuete attività, per difendere i propri interessi in campo energetico.

[27] Alistair Thomson, Reuters, 28/01/09.

[28] China’s Policy Paper on Latin America and the Caribbean; ChinaView, 5/11/09.

[29] Georg Caspary, China Eyes Latin American commodities, in YaleGlobal on line, 18/01/08.

[30] James Painter, Bbc News, 20/10/09.

[31] Agenzia France Presse, 9/04/09.

[32] World Economy now revolves around Beijing, Chavez says, Agenzia France Presse, 09/04/09.

[33] Chris Zambelis, China’s Palestine Policy, in “China Brief”, Jamestown Foundation, 04/03/09.

[34] Jin Liangxiang, Energy First. China and the Middle East, in “Middle East Quarterly”, Spring 2005.

[35] China has head start over West for Iraq Oil, Simon Webb, Reuters, 28/08/08.

[36] Nadim Kawach, Emirates Business, 09/02/09.

[37] Paul J. Smith, China’s Ascent, Oil and Terror, testimonianza davanti alla Us-China Economic and Security Review Commission, 04/03/09.

[38] Xin Ma, China’s Energy Strategy in the Middle East, in “Middle East Economic Survey”, Vol. LI, n.23, 09/06/08.

[39] Kaveh L. Afrasiabi, China’s Energy Insecurity and Iran Crisis, in “Asia Times on Line”, 10/02/06.

[40] Dow Jones Newswire, 12/11/08.

[41] Agenzia France Presse, 11/03/09.

[42] David Winning, Roshanak Taghawi, Dow Jones Newswires, 12/11/08.

[43] Agenzia France Presse, 14/03/09.

[44] Margherita Paolini, cit.

[45] John Elmer, China ties up Russia’s crude – again, in “Asia Times Online”, 01/11/08.

[46] Bbc News, 19/06/08.

[47] Stephen Blank, The Russo-Chinese Energy Follies, in “China Brief”, Jamestown Foundation, 08/12/08.

[48] Interfax, 27/10/2008.

[49] “USA Today”, 15/12/07.

[50] Liao Xuanli, Central Asia and China’s Energy Security, in “China and Eurasia Forum Quarterly”, Vol.4, No.4, 2006.

[51] Costituita nell’aprile del 1996 e denominata Shanghai Five, dalla città cinese in cui si riunirono i cinque Stati fondatori (Cina, Russia, Kazakhstan, Tajikistan e Kyrgyzstan), diventa Shanghai Cooperation Organization nel giugno del 2001 a Pechino, con l’ingresso dell’Uzbekistan. Da organismo costituito per dirimere questioni militari e di confine diventa, con il mutare dello scenario mondiale, una sorta di alleanza per la cooperazione militare, con tanto di esercitazioni congiunte, condivisione di intelligence e strategie anti terrorismo. Nel 2004 ha fatto il suo ingresso, con lo status di osservatore, la Mongolia, seguita l’anno dopo da Iran, Pakistan e India. Nel 2005 George Bush ha chiesto che anche gli Usa fossero ammessi come osservatori, ma la sua richiesta è stata respinta. Quello stesso anno ha fatto scalpore la richiesta rivolta dalla Sco agli americani di ritirare tutte le proprie basi militari dall’Asia centrale e l’organizzazione viene oggi considerata la risposta alla Nato . Per un “ritratto” aggiornato della Sco, si veda Andrew Scheineson, The Shanghai Cooperation Organization, Council on Foreign Relations, 24/03/09.

[52] Suisheng Zhao, China’s Global search for Energy security: cooperation and competition in the Asia-Pacific, in “Journal of Contemporary China”, Volume 27, Issue 55, giugno 2008.

[53] Evan Osnos, The coming fight for oil: the roaring Chinese economy needs more oil, in “Chicago Tribune”, 19/12/06.

[54] Wang Zhen, China-Central Asian Pipeline: Implications for China’s Energy Security, in “Geopolitics of Energy”, agosto-settembre 2008.

[55] La Repubblica popolare dipende sostanzialmente da quattro rotte. La prima, percorsa da petroliere con un carico inferiore alle 100 mila tonnellate, parte dal Medioriente e dall’Africa, attraversa lo Stretto di Malacca e, via Mar della Cina meridionale, raggiunge la Cina; una seconda rotta per super tanker da oltre 100 mila tonnellate si diparte dalle coste mediorientali ed africane, percorre lo Stretto della Sonda quindi lo Stretto Gaspar e arriva al Mar della Cina meridionale; la terza via dall’America del sud via Pacifico meridionale percorre il Mar delle Filippine e arriva al Mar della Cina; la quarta via, quella alternativa per le rotte dal Medioriente, tocca lo Stretto di Lombok, lo Stretto di Makassar, raggiunge il Mar delle Filippine attraverso il Pacifico occidentale e quindi la Cina. (Zhang Xuegang, China Energy Corridors in South East Asia, in “China Brief”, Jamestown Foundation, Vol.8, Issue 3, 4 febbraio 2008.

[56] Bbc News, 17/04/09.

[57] Robert Kaplan, Rivalry in the Indian Ocean, in “Foreign Affairs”, marzo/aprile 2009.

[58] Ed Blanche, Enter the tiger and the dragon, in “TheMiddleEast”, aprile 2009.

[59] Tariq Mahmud Ashraf, Afghanistan in Chinese Strategy Toward South and Central Asia, 13/05/08.

[60] India, China compete in Indian Ocean, The Associated Press, 06/06/08.

[61] “The Irrawaddy, 27/03/09.

[62] Ying Zenmao, China-Burma Pipeline on the Way, in “China Petroleum”, N.4, 2007.

[63] Zhang Xuegang, cit.

[64] Margherita Paolini, cit.

[65] Suisheng Zhao Suisheng, cit.

[66] Bbc News, 13/04/09.

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Con il contributo di:

Comitato Internazionale di Bologna per la Cartografia e l’Analisi del Mondo Contemporaneo

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