Bologna, 28 maggio 2009

Conflitti di ieri, conflitti di oggi. Le guerre sanguinose del XXI secolofr

Traduzione di Silvia Dotti

15 dicembre 2009, di Dominique Vidal
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Come sicuramente sapete, “Le Monde diplomatique” ha pubblicato, nel febbraio di quest’anno, il suo terzo Atlante geopolitico, intitolato Un monde à l’envers. La sua preparazione ci ha messi a dura prova, perché è stato necessario riscrivere due o tre volte la maggior parte degli articoli. Immaginate il testo relativo al petrolio: quando l’autore ha scritto la prima versione, il prezzo era di 40 euro al barile; quando, in luglio, il prezzo al barile ha superato i 140 dollari, l’autore ha preparato una seconda versione e ha dovuto, poi, redigere ancora una terza versione quando il prezzo al barile è nuovamente sceso a 30 dollari. E questo non è che un esempio: è successo più o meno lo stesso con tutte le tavole relative alla crisi, alla politica americana, alle materie prime, al cambiamento climatico, ecc.

Se vi riferisco questi piccoli segreti della preparazione del nostro “Atlante”, è per illustrare la caratteristica principale del mondo di oggi: le profonde trasformazioni che lo interessano e il ritmo accelerato con cui si producono. La profondità e la rapidità sono, a mio parere, tali da richiedere, nell’approccio alla geopolitica contemporanea, molta modestia. Certo, c’è la tentazione di costruire robuste griglie di lettura, capaci di spiegare l’evoluzione delle relazioni internazionali. Ma l’esperienza mostra che, affrettandosi, si rischia di cadere. Soprattutto quando il mondo cambia a tutta velocità. La questione dei conflitti che insanguinano il pianeta ne offre un eccellente esempio. Il periodo compreso tra il 1949 e il 1991 rappresenta, per chiunque si interessi di geopolitica a livello amatoriale, un’era benedetta. In poco più di cinquant’anni, il numero dei conflitti sul pianeta è triplicato, ma tutti – o quasi – si collocavano nell’ambito del confronto tra i due blocchi. Benché le cause fossero spesso indipendenti dalla guerra fredda, l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti sapevano strumentalizzarle, inducendo, così, i rispettivi “clienti” a obbedire alle regole del gioco imposte dal pericolo nucleare: si trattava sempre di sapere fino a che punto ci si poteva spingere. Per far finta di comprendere le guerre in corso, quindi, bastava – o almeno così si credeva – individuare gli alleati di Mosca e di Washington, difendendo poi, secondo i casi, l’argomentazione degli uni o degli altri.

Partendo dalla constatazione, evidentemente felice, che l’equilibrio del terrore ha funzionato alla perfezione nell’evitare l’olocausto atomico, alcuni osservatori deducono che questo periodo è stato poco sanguinoso. A torto: il bilancio di guerre come quelle di Corea, del Vietnam o dell’Afghanistan (la prima) comprende milioni di morti! Vale a dire che la gestione, da parte di Washington e Mosca, dei conflitti tra i loro “fidati” non impediva grandi spargimenti di sangue – tra i militari, ma anche tra moltissimi civili. L’equilibrio del (grande) terrore si nutriva di (piccoli) terrori.

La caduta del muro di Berlino ha riaperto il vaso di Pandora, “liberando” conflitti di ogni genere, soprattutto nei grandi organismi in disintegrazione – come l’Unione Sovietica o la Federazione jugoslava. Eppure, vent’anni fa, alla morte del comunismo, i vincitori della guerra fredda ci avevano promesso un’era di pace e sicurezza. Francis Fukuyama aveva persino profetizzato la “fine della storia”. In realtà, gli anni Novanta, apertisi con la guerra del Golfo, si sono conclusi con la guerra del Kosovo. Tra le due, il mondo aveva conosciuto più di sessanta conflitti!

Certo, Samuel Huntington aveva annunciato il “conflitto delle civiltà”, cui aveva risposto la denuncia dell’iperpotenza americana. Nove anni fa, in una conferenza qui a Bologna, citavo analisi di questo tipo: “Al di là dei deliri delle vittorie e dei conformismi trionfanti – scriveva il compianto Paul-Marie de La Gorce [1] –, non si vedeva ancora quello che la storia aveva prodotto: la comparsa di un’unica superpotenza, grande quanto la Terra”. Nel mezzo secolo che separa l’entrata in guerra dopo Pearl Harbour (1941) e la vittoria per abbandono sull’Unione Sovietica (1991), gli Stati Uniti hanno progressivamente concentrato nelle proprie mani – proseguiva De La Gorce – “i tre attributi della superpotenza: l’economico, il politico-militare e l’ideologico culturale” [2]. Citavo anche la britannica Susan Strange, che presentava il “potere strutturale dell’America” come il potere “di plasmare e determinare le strutture dell’economia politica globale”, cioè di “scegliere e modellare le strutture nel cui ambito devono operare gli altri paesi, le loro istituzioni politiche, le loro imprese e i loro professionisti” [3]. Si tratta senza dubbio di analisi pertinenti, ma che sottovalutavano l’importanza delle resistenze suscitate, nel mondo, dall’Impero americano. Da qualche anno, infatti, Washington ha dovuto misurare, volens nolens, i limiti del proprio potere. Limiti economici con la crisi finanziaria, trasformatasi in poche settimane in crisi globale, la più grave dalla Grande Depressione del 1929. Limiti geopolitici, inscindibilmente legati a quelli economici, con l’irresistibile ascesa di potenze rivali: la spinta della Cina e dell’India, il ritorno della Russia, l’arrivo del Sudafrica e del Brasile, ecc. – in breve, il mondo unipolare del 1990 che si sta trasformando in mondo multipolare, con tutte le conseguenze, ancora incalcolabili, di questa mutazione storica. Ma anche limiti militari, con le sconfitte successive dell’esercito americano in Iraq, in Afghanistan e – indirettamente – nel conflitto israelo-palestinese: avendo sostenuto pressoché incondizionatamente la politica di Israele, gli Stati Uniti subiscono anche il contraccolpo della sua incapacità di sconfiggere tanto Hezbollah (2006) quanto Hamas (2008-2009).

Questo nuovo contesto è caratterizzato anche da un cambiamento della natura stessa dei conflitti. Alcuni di loro, sempre meno numerosi, riguardano ancora le relazioni tra Stati: è stato il caso, almeno fino al riavvicinamento recentemente interrotto dagli attentati di Bombay (novembre 2008), del faccia a faccia India-Pakistan, responsabile di tre guerre. Altri conflitti, anch’essi più rari che in altri tempi, oppongono alcuni popoli alle forze occupanti: dal 1967 in Palestina, nel 1993 in Cecenia, nel 2001 in Afghanistan e nel 2003 in Iraq. Ma la maggior parte dei conflitti si presentano come guerre civili a base etnica o religiosa (o entrambe) – in alcuni casi gli insorti mirano al controllo del territorio, in altri casi al controllo del potere.

Questa evoluzione è registrata nelle statistiche annuali del Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) [4]. Queste, infatti, censiscono, per il 2007, quattordici “conflitti armati maggiori” – precisiamo che, secondo il Upsala Conflict Data Program (UCDP), essi contrappongono, per la conquista di un territorio o del potere, due forze armate, di cui una appartiene al governo di uno Stato, e il cui scontro ha provocato più di mille morti in un anno. Basta, poi, che tale conflitto causi 25 morti all’anno perchè riappaia nelle statistiche. Per il quarto anno consecutivo, non c’è nessun conflitto armato maggiore che presenti un carattere interstatale. D’altra parte, nei dieci anni precedenti solo tre conflitti hanno contrapposto degli Stati: Eritrea/Etiopia (1998/2000); India/Pakistan (1998/2003); Stati Uniti e alleati/Iraq (2003) – di cui i primi due avevano come obiettivo il controllo di territori, il terzo il controllo del potere.

Dei quattordici conflitti del 2007, quattro si sono internazionalizzati: Washington contro Al Qaeda; il governo afgano contro i talibani; le autorità irachene contro le diverse insurrezioni del paese; il governo somalo e l’Unione dei tribunali islamici. Tutti, è da notare, nascono dalla “guerra al terrorismo” lanciata, a suo tempo, dall’amministrazione Bush.

Questo nuovo nemico, inoltre, richiederebbe una definizione, cosa che il diritto internazionale non è finora riuscito a fare. Persino una definizione semplice – ad esempio “qualsiasi atto di violenza contro civili innocenti volto a terrorizzare la popolazione” – porta a mescolare gli attacchi di Al Qaeda a partire dal 1998 e l’attentato dell’Irgoun di Menahem Begin contro l’hotel King David (1946) di Gerusalemme, la presa in ostaggio degli atleti israeliani ai Giochi olimpici di Monaco (1972) e il gas sparso nella metropolitana di Tokyo dalla setta Aum (1995), le operazioni kamikaze in Israele e gli omicidi commessi negli anni Settanta dalla Frazione armata rossa.

Per il terzo anno consecutivo, l’Asia si colloca, nel 2007, in testa a tutti i continenti per il numero di conflitti maggiori: sei. Nei dieci anni precedenti, ne aveva conosciuti dieci, di cui uno tra Stati (India/Pakistan) e nove guerre civili – quattro per un territorio (il Kashmir) e cinque per il potere. Seguono il continente americano, con tre conflitti nel 2007 (e tre anche negli anni 1998-2007), e gli Stati Uniti (Stati Uniti e alleati/Iraq), il conflitto israelo-palestinese e tre altri conflitti di carattere interno. Se ne contano, invece, soltanto uno in Europa (contro i due del decennio precedente, Kosovo e Cecenia) e soltanto uno in Africa (Repubblica democratica del Congo). Per l’Africa, si tratta di una vera e propria svolta : nel periodo 1998-2007, il continente nero è stato teatro di tredici conflitti maggiori, di cui uno tra Stati (Eritrea-Etiopia) e dodici guerre civili per il potere. Molte di queste si sono internazionalizzate in Africa centrale (Burundi, Repubblica democratica del Congo, Ruanda) e in Africa orientale (Costa d’Avorio, Liberia e Sierra Leone).

Il SIPRI propone anche una lista dei conflitti iniziati e conclusi nel 2007. I primi si devono alla ripresa di tre guerriglie: in Perù (Sentiero luminoso), nelle Filippine (Fronte islamico di liberazione moro di Mindanao) e in Somalia (Tribunali islamici). I secondi, i conflitti scomparsi, risultano dalla minor attività dei movimenti di liberazione: in Burundi (cessate il fuoco con il Partito di liberazione del popolo hutu, Palipehutu – FNL), nel Darfur (declino dei combattimenti con il Movimento di liberazione del Sudan, MLS) e in Uganda (fine degli attacchi dell’Armata di resistenza del Signore, LRA). Nel 2007, quattro dei conflitti in corso si sono intensificati. Nello Sri Lanka, sono ripresi i combattimenti tra le forze governative e le Tigri tamil. In Afghanistan, l’anno più violento dal 2001 ha visto i Talibani riprendere il controllo del sud e dell’est del paese. In Birmania, i ribelli Karen hanno risposto all’offensiva governativa dell’anno precedente. Il governo turco ha scagliato un’offensiva contro le forze del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), inseguite dall’esercito fino in Iraq. In questi tre paesi, il numero di morti è cresciuto del 50% in dodici mesi.

Nel 2007, comunque, solo quattro di tutti questi conflitti sono costati – ufficialmente – più di 1000 vite: in Afghanistan (più di 5800), in Iraq (più di 5700), nello Sri Lanka (circa 2500) e in Somalia (quasi 1400). Ne emerge che la frammentazione e la diversificazione della violenza armata hanno avuto conseguenze gravi in termini di vite umane. Nelle guerre interstatali, i soldati costituiscono la maggior parte delle vittime. Le guerre infrastatali, invece, mietono vittime soprattutto tra i civili. Come osserva il SIPRI, “Il 99% della violenza unilaterale – che colpisce, cioè, direttamente e intenzionalmente i civili – si genera nei paesi in cui è in corso un conflitto armato”.

Proseguiamo nell’analisi: se, nella lotta per il potere, la responsabilità del numero di morti ricade sugli Stati, i gruppi non statali causano più vittime nella lotta per un territorio. Ne risulta la moltiplicazione delle vittime civili, dirette e indirette, compresi gli sfollati e i rifugiati. Le dispute interne vedono proliferare i gruppi armati, che aboliscono le frontiere tra le diverse forme di violenza, compreso il terrorismo. Lo Stato, con la sua debolezza, alimenta spesso questo slittamento verso il peggio, appoggiandosi su milizie tribali o su gruppi di sicurezza privati. Ecco perché i civili, che costituivano il 5% dei morti e dei feriti nelle guerre dell’inizio del XX secolo, ne costituiscono, all’inizio del XXI secolo, il 90%.

Tra le vittime civili dei “nuovi” conflitti figurano in massa i bambini: uccisi, feriti, stuprati, mutilati, ecc. Secondo le Nazioni Unite [5], nel corso dell’ultimo decennio (1999-2008) due milioni di minori sono rimasti uccisi in guerra. Più di sei milioni ne escono gravemente feriti o irrimediabilmente invalidi, più di un milione restano orfani e più di dieci milioni riportano profondi traumi psicologici. Attualmente, i bambini soffrono durante i conflitti armati e nel dopoguerra in circa cinquanta paesi del mondo. Ventitre milioni sono diventati rifugiati, tanto all’interno quanto all’esterno del paese, privati dell’istruzione e dell’assistenza sanitaria. Diecimila minori muoiono o subiscono mutilazioni ogni anno a causa delle mine antiuomo.

Almeno 300.000 bambini-soldato di meno di 18 anni combattono in trenta zone di conflitto nel mondo. All’inizio del 2008, il segretario generale aggiunto delle Nazioni Unite Radhika Coomaraswamy indicava che cinquantotto organizzazioni continuano a reclutare e a utilizzare bambini in tredici paesi: Afghanistan, Burundi, Repubblica centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Birmania, Nepal, Somalia, Sudan, Ciad, Colombia, Filippine, Sri Lanka e Uganda. Questa pratica viola chiaramente la Convenzione dei diritti del bambino del 1989 e, in particolare, il protocollo addizionale sul coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati. Ratificato da 127 Stati, esso fissa a 18 anni l’età minima di arruolamento nelle forze armate.

Oltre ai morti e ai feriti, minori e adulti, queste guerre di tipo nuovo hanno determinato un’altra conseguenza: la moltiplicazione dei rifugiati e degli sfollati, sui quali le statistiche si rivelano molto poco affidabili – esse “oscillano” tra 10 milioni e 200 milioni! Sui circa 31,7 milioni di rifugiati e di richiedenti d’asilo censiti, alla fine del 2007, dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) [6], l’80% si trova nei paesi in via di sviluppo.

E ogni guerra ne aumenta il numero: si conterebbero tra 4 e 5 milioni di rifugiati afgani in Iran e in Pakistan; la guerra in Iraq ha costretto a spostarsi circa 2 milioni di persone all’interno del paese e più di 2 milioni all’estero; la Repubblica democratica del Congo ne conta 1,7 milioni, cui si aggiungono le 100.000 persone spinte all’esodo dai raid della milizia hutu delle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (FDLR) nel Nord Kivu, nella primavera del 2009; nello stesso periodo, i combattimenti nel nord-est dello Sri Lanka costringono più di 150.000 civili a spostarsi; quanto al numero dei rifugiati palestinesi e dei loro discendenti, alla fine di giugno 2008 esso superava, secondo l’Agenzia specializzata delle Nazioni Unite, i 4,6 milioni.

Con conseguenze umane tragiche, la nuova nomenclatura della belligeranza deforma la situazione. La “comunità internazionale” si preoccupa essenzialmente dell’allargamento del club delle potenze nucleari: se l’India e il Pakistan l’hanno raggiunto senza scatenare una tempesta (a meno che, ovviamente, i Talibani non si impossessino del potere a Islamabad), la situazione è ben diversa per l’Iran. E tuttavia, fino a ora, non è la proliferazione nucleare che uccide, ma la proliferazione delle armi classiche e, in particolare, delle armi leggere, sempre meno costose e sempre più assassine.

Secondo il Small Arms Survey 2008, 51 paesi producono direttamente armi leggere, con licenza o illegalmente. I primi esportatori di armi leggere e di piccolo calibro sono gli Stati Uniti, l’Italia, la Germania, il Belgio, l’Austria, il Brasile, la Russia e la Cina – per un totale annuo di almeno 100 milioni di dollari ciascuno. Il numero di armi distrutte ogni anno (430.000) è probabilmente inferiore al numero di armi prodotte. E, sui 200 milioni censiti nel mondo, almeno 76 milioni costituiscono dei surplus. In alcuni paesi, come gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Svizzera, i civili possono persino acquistarle liberamente. Dirottata, una gran parte di queste armi alimenta i gruppi di combattenti non statali, che lottano contro il governo e/o tra di loro.

Questa situazione conferma alcune ipotesi relative alla natura della strategia di Barack Obama. È ovviamente troppo presto per formulare, quattro mesi dopo il suo insediamento, una valutazione globale e definitiva della politica della nuova amministrazione. Niente sarebbe peggio di un giudizio dogmatico, in un senso o nell’altro.

A mio parere, il discorso d’investitura del nuovo presidente fornisce numerose indicazioni importanti, sopratutto sull’obiettivo esplicitamente prefissato: ristabilire la leadership americana. “Sappiate – ha detto – che l’America è amica di ogni paese, di ogni uomo, donna e bambino che cerca un avvenire di pace e dignità, e sappiate che siamo pronti a svolgere, di nuovo, il nostro ruolo dirigente” [7]. La rottura rispetto al suo predecessore interviene, quindi, meno sullo scopo che sul metodo. Non solo Barack Obama, contrariamente a George W. Bush, ha una chiara consapevolezza delle resistenze all’egemonia americana e, in modo più ampio, dell’evoluzione del mondo, ma ne trae anche lezioni pragmatiche.

Parlando delle generazioni precedenti, vittoriose sul nazismo e sul comunismo, sottolinea “Esse hanno compreso che la nostra potenza cresce quando la si usa con prudenza; che la nostra sicurezza deriva dalla giustizia della nostra causa, dalla forza del nostro esempio e dalle qualità moderatrici dell’umiltà e del ritegno”. Ne consegue l’evidente scomparsa, nel testo, di due formule care al suo predecessore : “guerra al terrorismo” e “asse del Male”. Per non parlare del “conflitto di civiltà”: “al mondo musulmano” il nuovo presidente ha assicurato: “Vogliamo trovare un nuovo approccio, basato sull’interesse e il rispetto reciproci”. L’apertura all’islam ispira in gran parte, qualche mese più tardi, il suo viaggio in Turchia.

Davanti al Campidoglio, Obama aveva dichiarato: “Con i nuovi amici e i vecchi nemici, lavoreremo instancabilmente per ridurre la minaccia nucleare e far arretrare lo spettro del riscaldamento planetario”. Se l’impegno della nuova amministrazione nel processo di Kyoto si contrappone al netto rifiuto dell’amministrazione precedente, lo stesso si può dire per l’apertura verso la Russia, evidente al G20 di Londra. Apertura anche – timida, è vero – in direzione di Cuba e del Venezuela, in occasione del summit delle Americhe.

Questa concezione generale comincia a riflettersi soprattutto sui conflitti in cui l’America è coinvolta. Senza evidentemente rinunciare all’eventuale ricorso alla forza, la nuova amministrazione afferma di dare la priorità al dialogo. Barack Obama ha proposto al presidente Mahmoud Ahmadinejad, che ha accettato, di negoziare senza condizioni preliminari sull’aspirazione di Teheran a dotarsi dell’energia nucleare. A Bagdad, lavora per sostenere la nuova architettura istituzionale e politica del paese. In Afghanistan, cerca di trattare, come il presidente Hamid Karzaï, con i diversi signori della guerra, nonché con i “Talibani moderati”.

Seguirà la stessa linea con il conflitto israelo-palestinese? Sarebbe difficile rispondere con chiarezza, in senso affermativo o negativo. Ma i segnali si moltiplicano. Innanzitutto la scelta, come inviato speciale nella regione, di George Mitchell, il cui rapporto sulle cause della seconda Intifada, nel 2000, aveva irritato i dirigenti israeliani. Poi l’appoggio fornito dal presidente in persona al piano arabo di pace del 2002, riaffermato in seguito, in diversi incontri, come base necessaria per la negoziazione di una pace fondata su una prospettiva bi-statale. Infine la ricerca, per il momento ufficiosa, di un dialogo con Hamas. Ma la Casa Bianca sembra indurire la propria posizione soprattutto dopo l’insediamento del governo Nétanyahou, con Avigdor Lieberman come vice primo ministro incaricato degli Affari Esteri. Questi sembrava sicuro di sé: “Credetemi, dichiara in un’intervista a un quotidiano russo, l’America accetta tutte le nostre decisioni” [8]. Si può dubitare che andrà così…

Un quadro idilliaco, diranno alcuni. E avrebbero ragione. Perché la “linea” della nuova amministrazione americana implica anche, inseparabilmente, la determinazione a riunire sotto la propria egida l’insieme del mondo occidentale, che si tratti di economia, di difesa o di conflitti: a chiunque ne dubiti, le riunioni successive al mese di aprile, dal G20 di Londra al summit della NATO, ne hanno fornito la prova. Anche con Mosca: l’empatia dei discorsi non impedisce di mantenere la spada di Damocle dello scudo anti-missilistico. Quanto a Pechino, i ringraziamenti per l’aiuto nel fronteggiare la crisi non diminuiscono la pressione contro qualsiasi svalutazione dello yuan. E la dichiarata ricerca della pace in Iraq e in Afghanistan va di pari passo con il rafforzamento delle truppe americane in loco. In breve, è meglio restare prudenti nel valutare le mosse di Barack Obama.

Detto questo, come non sperare che la nuova amministrazione mantenga una parte delle sue promesse? Si può facilmente immaginare l’evoluzione del paesaggio mondiale se il genere di guerre che lo insanguinano si generalizzasse nel corso del XXI secolo. Più che mai, solo un’Organizzazione delle Nazioni Unite rinnovata, capace di gestire collettivamente il ritorno alla pace, permetterà di evitare questa deriva sanguinaria.

Per capirlo, basta il buon senso: una comunità internazionale multipolare non potrà essere organizzata come quella, bipolare, della guerra fredda o, ancora, come quella degli anni Novanta, dominata – per riprendere l’espressione dell’ex ministro francese degli Affari Esteri Hubert Védrine – da una “superpotenza”. Il progetto di riforma immaginato dall’ex segretario generale Kofi Annan – e che gli è costato il posto – andava certamente nella direzione giusta. Aumentare i poteri dell’Assemblea generale e renderne esecutive le decisioni, allargare il Consiglio di sicurezza a paesi che rappresentino le grandi regioni del mondo, sopprimere il diritto di veto delle cinque potenze vittoriose sul nazismo sessantacinque anni fa costituiscono, infatti, alcuni pilastri dell’indispensabile democratizzazione dell’Onu. In breve, è ora che l’Occidente accetti di rinunciare ai privilegi di un’altra epoca: il mondo cambia a grande velocità, gli strumenti della sua gestione devono evolvere allo stesso ritmo.

E’ difficile dire, in conclusione, che cosa dia più le vertigini: le trasformazioni in atto sulla scena internazionale o quelle che restano da compiere? Jean Jaurès, un secolo fa, aveva l’abitudine di citare questa frase di Marx “Siamo soltanto nella preistoria dell’umanità” [9].


Dominique Vidal

Dominique Vidal

Storico, autore e giornalista di “Le Monde diplomatique”, di cui è stato caporedattore aggiunto fino al 2006, e responsabile delle sue edizioni straniere. Specialista della questione arabo-israeliana.


Note

[1] Paul-Marie de La Gorce, Le Dernier empire, Paris, Grasset, 1996.

[2] Joseph Nye, Bound to Lead : The Changing Nature of American Power, New York, Basic Books, 1990.

[3] Susan Strange, Casino capitalism, New York, St Martin’s Press, 1997. Trad. it. Capitalismo d’azzardo, Roma-Bari, Laterza, 1998.

[4] Sipri Yearbook 2008. Armaments, disarmament and international security, Solna, Svezia, 2008.

[5] Nazioni Unite, Ufficio del Rappresentante speciale del Segretario generale per i bambini e i conflitti armati, Foire aux questions.

[6] Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, Statistiche.

[7] AFP, 20 gennaio 2009.

[8] Haaretz.com.

[9] Jean Jaurès, Histoire socialiste de la Révolution française, Paris, 1924. Trad. it. Storia socialista della rivoluzione francese, Roma, Editori Riuniti, 1969-1971.

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Con il contributo di:

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