La scena si svolge a Gisenyi, in Ruanda, nel luglio 1973:
Una decina di uomini armati – estremisti hutu – sono entrati in casa, racconta Désiré, volevano uccidere mio padre. Per miracolo, quella sera era a una riunione, in un edificio amministrativo del comune vicino. Avevo nove anni. Hanno detto “Torneremo!”. Al suo ritorno, mio padre non è nemmeno entrato in casa, ci ha detto di prendere dell’acqua e del cibo, e siamo partiti, di notte, attraverso la foresta, attraverso i vulcani, per raggiungere il vicino Zaire e sfuggire agli assassini.
E’ così che inizia un esilio di più di vent’anni per Désiré e la sua famiglia, la cui vita è stata stravolta in poche ore. Come unico bagaglio, un titolo di viaggio timbrato del HCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Minacciati in quanto membri di un’etnia perseguitata – sono tutsi –, hanno vissuto per alcuni anni in un campo a Goma, in compagnia di alcune decine di migliaia di loro compatrioti, poi si sono trasferiti in Burundi, dove il padre ha trovato lavoro in una piantagione di cacao. Dopo il 1994, Désiré è partito per Ginevra grazie a un visto turistico, ha studiato all’università e, oggi, occupa una posizione importante in un’organizzazione internazionale.
Ero un “senza fissa dimora internazionale”, dice Désiré come conclusione (provvisoria), abbozzando un sorriso enigmatico. Non utilizza la parola “rifugiato” per qualificare la propria situazione, non si considera un rifugiato, ma ha perso la sua casa, il suo ambiente famigliare, una parte della sua famiglia e dei suoi amici. Lui si considera una “vittima”, ma noi lo consideriamo un “rifugiato”. È la nostra percezione, non la sua.
Confusione terminologica
La parola “rifugiato” viene utilizzata come termine generico per designare qualsiasi persona sulla via dell’esilio, qualsiasi persona costretta a lasciare la propria dimora indipendentemente dai motivi: la guerra, la miseria, l’insicurezza.
Ma giuridicamente un “rifugiato” è una persona con uno statuto preciso. È una definizione restrittiva che non ha niente a che fare con la definizione generica. Obbligato a fuggire, un rifugiato ha necessariamente attraversato una frontiera internazionale, o una linea riconosciuta come tale (linee di cessate il fuoco, linee di controllo, linee di frontiera non definite). Questa persona, infine, è stata registrata da un’organizzazione internazionale, mandataria delle Nazioni Unite, che le assicura protezione e assistenza. I rifugiati, però, non sono le uniche persone vulnerabili, che sono state costrette a fuggire e con un gran bisogno di un’assistenza che solo la comunità internazionale è in grado di fornire loro. Ci sono anche gli sfollati, i rimpatriati, i richiedenti asilo, gli apolidi, altre persone vulnerabili bisognose d’assistenza (secondo la terminologia dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite).
Categorie distinte sul piano del diritto, ma questa popolazione, queste persone che fuggono si fondono “in un ripostiglio che ha per nome l’altro, lo straniero, accolto o tollerato, ma più spesso rifiutato”, come diceva il nostro collega Jacques de Cornoy in un articolo pubblicato in Le Monde diplomatique nel 1996.
Ciascuna di queste categorie ricopre, quindi, realtà giuridiche molto diverse:
- Sfollato: ha subito un trasferimento forzato ma resta all’interno del proprio paese.
- Apolide: è il non cittadino, come i Lettoni chiamano la popolazione di lingua russa in Lettonia. Non esiste sui registri dello Stato civile. È senza nazionalità, senza esistenza legale.
- Rimpatriato: colui che il HCR aiuta a tornare a casa – sorveglianza, protezione, aiuto materiale, reinserimento per un periodo di due anni al massimo.
- Richiedente asilo: persona, talvolta munita di documenti d’identità (raramente), di un titolo di viaggio del HCR, ma spesso senza alcun documento, che ha presentato (o che è riuscita a presentare) una domanda d’asilo (sempre in corso d’istruzione) in un paese terzo.
- Persona vulnerabile: persona che, per motivi molto particolari, si ritrova in un ambiente ostile e che – in casi specifici – ottiene la protezione ufficiale del HCR.
Ecco, quindi, alcuni esempi di categorie (giuridiche) di persone che possono ambire alla protezione della comunità internazionale, gruppi di persone che hanno diritti, ma anche doveri. Sono sempre persone con un bisogno vitale di protezione e assistenza, secondo la definizione della Convenzione del 1951 (che definisce esattamente cos’è un rifugiato) alla base del mandato del HCR. Ma questa definizione è piuttosto restrittiva e, in verità, molto vecchia. Da allora, il mondo è cambiato e sono comparse nuove situazioni, nuovi movimenti, che fanno precipitare nuove popolazioni in situazioni di pericolo. Popolazioni oggi ignorate dalle organizzazioni internazionali. Tuttavia, la loro situazione precaria, la loro vulnerabilità, le renderebbe ampiamente eleggibili per ottenere lo status di “rifugiato”, con la protezione e l’assistenza che l’accompagnano.
Allora, puntiamo i riflettori su questa umanità senza fissa dimora. Cerchiamo di capire dove si trova, dove viene accolta. Cerchiamo di quantificare questa popolazione e di sapere se, d’altra parte, è possibile farlo, tenuto conto della molteplicità delle situazioni.
Senza voler essere troppo manichei, dividiamo il mondo in due, un gruppo di paesi in cui il reddito pro capite in parità del potere d’acquisto supera i 10.000 dollari (il mondo dei ricchi) e l’altro gruppo, in cui il reddito per abitante è inferiore a 10.000 dollari (il mondo dei poveri).
Sovrapporrò, poi, a questa carta la geografia dei rifugiati. L’idea è di mostrare come si presenta la distribuzione geografica della popolazione dei rifugiati o degli sfollati, e di confrontare questa distribuzione con la geografia mondiale dei redditi.
Rifugiati e rimpatriati
La prima carta, quella dei rifugiati, mostra che i rifugiati, coloro che hanno attraversato una frontiera, sono e restano – per la maggior parte, circa l’80% di loro – al Sud.
Si trovano al Sud, in infrastrutture gestite congiuntamente con il Nord, ma, ciò nonostante, la presenza di queste popolazioni sradicate, sfollate, resta essenzialmente un fardello difficile da gestire per i paesi del Sud, poveri o molto poveri. Si vede bene, qui, che è il Sud (povero e dominato) a accogliere, non il Nord (ricco e dominante). Due eccezioni significative: la Germania, che, fino a tempi recenti, ha implementato una politica di apertura per l’accoglienza dei rifugiati – fino a 1 milione o 1 milione 200 mila rifugiati –, e gli Stati Uniti, con circa le stesse cifre. In misura minore, altri paesi, come la Norvegia e la Svezia, presentano una piccola popolazione di rifugiati: proporzionalmente, in rapporto alla loro popolazione, questi paesi ne hanno, quindi, accolti molti.
I paesi poveri in cui arrivano le popolazioni di rifugiati non possono gestire la situazione da soli: essi delegano, pertanto, agli organismi internazionali e ai grandi donatori dei paesi ricchi la gestione di tutte le infrastrutture d’urgenza e d’assistenza necessarie per potersi occupare di questa popolazione. Ma l’arrivo in massa, in pochi giorni, su un territorio, in una regione, di una popolazione costituita, talvolta, da centinaia di migliaia di persone – che entrano inevitabilmente in competizione con le popolazioni locali per l’uso dell’acqua, delle risorse, della terra – genera tensioni, conflitti, tra la popolazione autoctona e la popolazione alloctona, e ha anche un indubbio impatto ambientale, quando si tratta di alloggiare, gestire, nutrire, curare una popolazione di quest’ampiezza.
Le cifre fornite dal HCR illustrano la gravità del problema nel momento in cui sovrapponiamo alla popolazione dei rifugiati quella dei rimpatriati, che rappresentano, dagli ultimi anni, solo un piccolo numero di persone.
Per fornire un ordine di grandezza, si contano i rifugiati in milioni o decine di milioni, e si contano i rimpatriati in migliaia o decine di migliaia (tranne che nel caso di operazioni spettacolari, che restano comunque un fatto eccezionale). Le cifre fanno emergere una reale differenza di scala. Le popolazioni dei rimpatriati sono seguite con particolare attenzione dal HCR dal momento del ritorno, per il rischio elevato di una ricomparsa delle violenze, con, tuttavia, situazioni di successo importanti come, ad esempio, in Sierra Leone.
Alcuni esempi delle popolazioni di rifugiati.
Gli sfollati
Per quanto riguarda gli sfollati, coloro che restano all’interno del loro paese e che, per questo motivo, sono difficili da raggiungere, sono gli Stati stessi a accusare gli organismi internazionali che se ne occupano di ingerenza nelle loro questioni interne.
Alcune situazioni sono ritenute preoccupanti, ma restano, ancora oggi, poco conosciute, perché è difficile appurare il numero di persone costrette a emigrare: ad esempio in Pakistan (situazione delle zone tribali), in Nigeria (situazione del Delta del Niger, zona petrolifera), in Algeria (violenze politiche) o in Ruanda (che non è ancora riuscita a cicatrizzare le conseguenze del genocidio del 1994).
Gli spostamenti forzati di oggi hanno diverse cause, e la considerazione o non considerazione di tutte queste popolazioni vittime è l’oggetto di un aspro dibattito in seno alle organizzazioni incaricate dell’aiuto e dell’assistenza. La questione centrale, fondamentale, che costituisce il dibattito è: popolazioni costrette a trasferirsi a causa del degrado ambientale o climatico, a causa dello sviluppo o della creazione di grandi infrastrutture (dighe) o di grandi progetti industriali, forestali o di agricoltura intensiva, o persino indirettamente, a causa delle politiche di sovvenzione all’agricoltura dei paesi ricchi, che rovinano i contadini dei paesi poveri – ebbene, queste “nuove” categorie di popolazioni divenute vulnerabili possono anch’esse ambire, come i rifugiati della Convenzione del 1951, alla stessa protezione internazionale?
Qual è, quindi, la geografia del trasferimento forzato? Le cause? Violenza di Stato o guerriglie (Corea del Nord, Nigeria, Colombia, Sudan-Darfur); degrado o devastazioni ambientali (Brasile del Nordest, Asia centrale, anche gli Stati Uniti con le conseguenze di Katrina, cioè 200.000 o 300.000 sfollati, la Cina con lo sbarramento di tre gole e due milioni di sfollati, l’Amazzonia con lo sviluppo di zone adibite all’agricoltura e all’allevamento intensivi); il Messico, vittima della globalizzazione economica (prodotti agricoli statunitensi arci-sovvenzionati che inondano il mercato messicano, aperto dagli accordi dell’ALENA, e che rovinano gli agricoltori messicani, obbligati a migrare verso nord passando…clandestinamente negli Stati Uniti, per poter lavorare). Gli sfollati per motivi di guerra, la cui geografia assomiglia a quella delle popolazioni di rifugiati, con poche eccezioni: la Colombia, gli Stati Uniti e la Russia.
Alcuni esempi delle popolazioni di sfollati.

Quanti sono davvero?
Dopo aver tracciato la geografia di questo mondo in movimento, un mondo di popolazioni che si trasferiscono loro malgrado, l’altra questione che si pone è: è possibile contarle? Si conosce, almeno approssimativamente, il loro numero? È una questione delicata, che implica, infatti, una risposta complessa. Ed è un po’ come per le manifestazioni, ci sono stime del numero dei partecipanti secondo la polizia e stime secondo gli organizzatori. E le statistiche vengono anche strumentalizzate politicamente.
Secondo il HCR, l’Internally Displaced persons Monitoring Center (IDMC) e il United States Committee for Refugees and Immigrants (USCRI), il conteggio si fa nel modo seguente:
- Popolazione di rifugiati: tra 10 e 15 milioni, secondo le stime;
- Popolazione di sfollati: tra 25 e 50 milioni, secondo le popolazioni che vengono considerate;
- Richiedenti asilo e persone cui è stato concesso l’asilo: tra 700.000 e 1 milione;
- Per una forbice statistica complessiva che oscilla tra 35 e 65 milioni di persone.
E’ già un conteggio molto impreciso e si tratta di cifre – contraddittorie – fornite da tre delle più grandi istituzioni specializzate sulla questione dei rifugiati e degli sfollati. E, come abbiamo visto, non ci si può fermare qui. Se si aggiungono a queste cifre gli sfollati che si sono trasferiti a causa del degrado ambientale e dei cambiamenti climatici, a causa dei grandi progetti di sviluppo, gli specialisti dell’IDMC stimano che il numero sarebbe di circa 200 milioni di persone.
Ecco la forbice statistica: da 30 a 200 milioni di persone, secondo la polizia o secondo gli organizzatori, secondo la definizione che si impiega, a seconda che si includano o si escludano tutte le categorie di rifugiati o sfollati di cui abbiamo parlato.
I rifugiati nei paesi ricchi
La popolazione rifugiata presente nei paesi ricchi costituisce solo una piccolissima parte della popolazione rifugiata mondiale. Si tratta di persone che hanno il diritto di insediarsi in un paese europeo, negli Stati Uniti, in Australia o in Sudafrica, con lo statuto di rifugiato e dopo la stipula di un accordo tra il HCR e il paese d’insediamento. Ma può trattarsi anche di ex richiedenti che hanno ottenuto l’asilo, accettando lo stato di rifugiato nell’attesa di essere naturalizzati.
Tuttavia, nei paesi ricchi si incontra una certa resistenza e, da qualche anno, l’accesso alla naturalizzazione è diventato molto più difficile. Il numero dei richiedenti asilo nei paesi ricchi è calato da 600.000 nel 2002 a 300.000 nel 2006, risalendo poi a 380.000 nel 2008. Dopo diversi anni di sensibile riduzione, è il secondo anno in cui si registra un aumento significativo. È l’inizio di un ammorbidimento.

Benché aumentato, però, il numero complessivo dei richiedenti asilo resta, se rapportato al suo contesto, estremamente basso rispetto all’insieme della popolazione sfollata e rifugiata. La Norvegia, la cui politica d’asilo è molto aperta, ne accoglie 40.000 e l’Australia, un paese in cui – com’è risaputo – manca lo spazio, ne accoglie 18.000, meno della metà. Queste cifre sono del 2008.
Ci si chiede, quindi, di che cosa abbiano paura l’Europa e gli altri paesi ricchi, che investono miliardi di dollari o di euro per proteggersi, per fortificarsi. Nel momento in cui, cinicamente, gli stessi paesi ricchi prevedono – a condizione che la crescita riparta e tenuto conto delle loro tendenze demografiche (soprattutto dell’invecchiamento della popolazione) – che avranno bisogno, in un prossimo futuro, di mano d’opera esterna qualificata, ma anche non qualificata! E che in questo contesto le frontiere, presto, verranno riaperte, che le condizioni di accesso ai paesi ricchi, ai santuari ricchi, si ammorbidiranno.
A proposito dell’apertura delle frontiere, bisogna ricordare l’effetto perverso delle forti restrizioni alla circolazione della popolazione tra i paesi del Nordafrica e la Francia imposte alla fine degli anni Settanta. Quando le frontiere erano aperte, si poteva uscire con facilità e entrare con altrettanta facilità, per cui i flussi migratori si equilibravano. La migrazione economica era spesso una migrazione pendolare, si veniva per lavorare e si ritornava al proprio paese. Nel momento in cui le frontiere vengono chiuse, nel momento in cui viene reso difficile o impossibile l’accesso, si ha paura, dopo essere entrati, di non poter più uscire, generando così l’effetto opposto. D’altra parte, e non è la conseguenza minore, si spingono gli aspiranti migranti, quando non possono ricorrere alle vie legali, a correre rischi enormi per la loro vita imboccando la strada delle migrazioni clandestine, molto pericolose e persino mortali. La frontiera Schengen, soprattutto a sud in questa zona di frattura che è il Mediterraneo, è, senza alcun dubbio, la più pericolosa del mondo, molto più letale di altre frontiere, ancora più militarizzate.
Spegniamo, quindi, momentaneamente i riflettori puntati sul mondo degli sfollati e dei rifugiati per prendere un po’ le distanze e considerare l’insieme del pianeta, l’insieme di un mondo in movimento, di un mondo che si sposta in tutte le direzioni.
I flussi, gli spostamenti di popolazione, si sono, naturalmente, amplificati. Ci si sposta di più, si va più lontano e più rapidamente. C’è un’intensificazione, ma soprattutto una diversificazione delle popolazioni migranti, che si incrociano, si fondono e si confondono al punto che diventa sempre più difficile distinguerne le categorie: migranti economici, lavoratori non qualificati, poi qualificati, rifugiati politici, migrazioni dai paesi poveri verso i paesi ricchi, poi migrazioni tra i paesi poveri e persino tra i paesi ricchi; oggi cominciano a manifestarsi anche flussi migratori dai paesi ricchi verso i paesi emergenti, ad esempio dall’Europa verso l’India, dove gli Europei vanno a lavorare nelle “silicon valley” indiane – e vedremo tra poco quali problemi pone questa fusione/confusione dei generi ai paesi d’accoglienza, essenzialmente ai paesi ricchi.
Studiamo ancora le cifre. Chi viene considerato un migrante e come stimare quantitativamente questa popolazione? I migranti economici, nel senso stretto del termine, erano circa 80 milioni alla fine degli anni Sessanta, 150 milioni alla fine degli anni Novanta e sono oggi, secondo le ultime cifre disponibili, circa 200 milioni. Conviene notare, tra l’altro, che le rimesse inviate dai lavoratori migranti nei paesi d’origine, complessivamente tra 300 e 350 miliardi di dollari l’anno, rappresentano una somma ben più importante dell’aiuto pubblico allo sviluppo.
Bisogna citare un’altra forma di migrazione temporanea: il turismo, che gli specialisti della questione stentano a integrare nel mondo, molto diversificato, delle migrazioni, perché si ritiene che i migranti siano raramente dei “viaggiatori volontari” come, invece, i turisti. Tuttavia, nel momento in cui si spostano ogni anno 900 milioni di persone, di cui 650 milioni in Europa e nell’Africa settentrionale, si tratta quantomeno di un fenomeno importante, che è opportuno considerare e che esercita, nei luoghi d’arrivo, un impatto socio-economico e ambientale decisivo.
Quindi, secondo le popolazioni migranti, volontarie o no, che vengono considerate, si può parlare di un gruppo di 200 milioni di migranti nel senso stretto del termine (migrazione economica), di 300 o 400 milioni se si aggiungono i rifugiati e gli sfollati, e, infine, di 1,2 o 1,3 miliardi se si includono i flussi turistici. Il 19% della popolazione mondiale, che toccava stamattina, venerdì 29 maggio 2009, i 6,78 miliardi di persone.
Sulla via dell’esilio, si incrociano e si accompagnano numerosi migranti, appartenenti a diverse categorie – rifugiati, sfollati, migranti cosiddetti “economici”, clandestini o illegali secondo la terminologia, non neutra, che si sceglie di utilizzare.
Migranti o rifugiati – perché la questione conta?
“Migranti o rifugiati, perché la questione conta”, dice la leggenda di questa foto…scattata nel Mar Mediterraneo, vicino alla costa meridionale della Spagna. Questa immagine costituisce la copertina della rivista “Réfugiés”, seria e istituzionale, pubblicata dal non meno serio e non meno istituzionale HCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
Domanda: questo uomo merita di essere soccorso? Il peso delle parole! Egli sarà, infatti, soccorso, indipendentemente dalla sua identità e dalla sua qualità, che sia migrante o rifugiato. Un uomo che annega in mare, infatti, merita di essere soccorso e, senza dubbio, assistito, nel breve e nel lungo periodo. Un uomo che annega in mare merita di essere soccorso senza chiedersi se sia un rifugiato politico o un migrante economico, qualificazioni che decideranno della sua sorte immediata (rimandato nel paese da cui proviene se è un migrante, oppure “accolto” – e lo metto tra virgolette – se è un rifugiato).
Una volta soccorso, questo uomo merita anche che siano rispettati i suoi diritti fondamentali, previsti dalla costituzione, dalla legge, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Ce ne sono già due che dovrebbero essere sistematici e che non lo sono, o che lo sono molto raramente:
- Il diritto d’accesso: l’accesso fisico al territorio;
- Il diritto d’asilo: l’accesso alle autorità e il diritto di inoltrare una domanda d’asilo.
Una volta salvato, le autorità decideranno cosa ne sarà di quest’uomo, se avrà o meno il diritto di accedere al territorio e di depositare il proprio dossier per la domanda d’asilo. Se avrà o meno il diritto di godere di una protezione giuridica internazionale.
E’ il giudice che decide in materia di diritto d’asilo, è lui che decide, spesso sulla base di un semplice interrogatorio e in assenza di qualsiasi documento d’identità (si tratta, quindi, per il candidato di essere il più convincente possibile e di raccontare una storia credibile), se il richiedente è un rifugiato (e se sarà, di conseguenza, accolto in un centro) o un migrante (rimandato il più velocemente possibile nel paese da cui si pensa che provenga). Non è raro che i migranti salvati in mare siano direttamente ricondotti nei paesi con cui ci sono degli accordi, verso il Marocco o la Libia ad esempio, senza che abbiano nemmeno la possibilità di toccare il suolo dell’Unione europea.
Ma questa distinzione, oggi, è davvero pertinente? E’ anche solo accettabile dal punto di vista morale?
La situazione si complica nella misura in cui sono comparsi, negli ultimi anni, i cosiddetti flussi misti, o flussi secondari. Si tratta di migranti che, originariamente, erano rifugiati in fuga dalle guerre o dalle violenze politiche, dal Ruanda o dalla Somalia ad esempio, e che hanno vissuto nei campi del Kenya o della Tanzania per molto tempo, talvolta per un’intera generazione, per decidere, poi, di riprendere la via dell’esilio. Si tratta di rifugiati politici che sono diventati migranti economici.
In nome di cosa alcuni possono ambire alla protezione e all’assistenza internazionali e gli altri no? Il mandato del HCR prevede che si occupi di una parte soltanto di questa popolazione vulnerabile. Ma perché non degli altri? È ciò di cui si discute, in questo momento, nei corridoi dell’ONU e del HCR, un argomento sensibile. Nelle condizioni istituzionali e economiche attuali, né l’ONU né il HCR hanno gli strumenti per occuparsi di più rifugiati/sfollati di quelli che rientrano strettamente nel loro mandato.
Rifugiati o migranti, chi decide? Ecco la grande questione. Chi decide di qualificare o dequalificare questa o quella persona, appartenente a una popolazione che si incammina sulle vie migratorie a rischio della propria vita, nella speranza di una vita migliore, altrove…
Distinzione vitale, ma questa distinzione è davvero necessaria? In nome di cosa noi, paesi ricchi, “smistiamo” le persone come fossero volgari merci? Coloro che fuggono la guerra, la violenza, la povertà, coloro che fuggono da paesi in cui abbiamo noi stessi contribuito a seminare il caos?
Jacques de Cornoy lo spiega molto bene in un testo pubblicato nel 1996: perché voler distinguere a ogni costo migranti e rifugiati? Voler fare questa distinzione significa omettere che si tratta molto di rado di viaggiatori volontari.
E’ comunque un paradosso rifiutare la libera circolazione degli esseri umani, privarsi della ricchezza culturale e del potenziale di sviluppo insiti nella mescolanza delle culture. È un paradosso pensare il fenomeno migratorio come una minaccia (non è più il caso degli Europei, da qualche settimana), una minaccia per l’integrità territoriale, per la perdita delle nostre identità nazionali, nel momento in cui i flussi finanziari e le merci circolano in ogni direzione, pressoché senza alcuna barriera.
La parola conclusiva spetta a Eva Joly, ex giudice istruttorio franco-norvegese, che, in un capitolo del suo ultimo libro (La force qui nous manque, 2007), con gran pertinenza intitolato Justice pour l’Afrique, esclama:
Chi contesterà i contratti conclusi da Areva per l’uranio in Niger o da Sadiola per le miniere d’oro nel Mali, da Elf-Total in Nigeria, o in Gabon per il petrolio? Paesi tra i più poveri del globo, che toccano soltanto una porzione irrisoria delle ricchezze prelevate dai loro suoli. La Repubblica [francese] ha contratto un debito che dovrà pur onorare. La nostra prosperità si nutre delle ricchezze che rubiamo. A alcuni dei migranti che rischiano la vita per arrivare in Europa potrebbe essere trasmessa una rendita invece di una notifica di espulsione. Sogno [per la Francia] un risveglio collettivo…
























