Introduzione
Alla svolta del ventesimo secolo, le migrazioni internazionali si sono globalizzate: il volume delle migrazioni è triplicato in trent’anni, arrivando a coinvolgere, all’inizio del ventunesimo secolo, duecento milioni di persone. Quasi tutte le regioni del mondo ne sono toccate, con le partenze, con il transito o con l’arrivo di popolazioni sempre più mobili, dai profili sempre più diversificati: uomini, bambini, lavoratori qualificati, intellettuali, imprenditori, ma anche popolazioni poco qualificate o disposte a accettare una forte dequalificazione per offrire le proprie braccia, persino i propri corpi.
Numerosi fattori congiunturali spiegano la nuova situazione: la caduta del muro di Berlino, che ha permesso la mobilità di popolazioni rinchiuse dietro le loro frontiere da cinquanta o sessant’anni; la generalizzazione del possesso di passaporti nei paesi del Terzo mondo, che ha creato un diritto d’uscita generalizzato, mentre i sistemi dei visti bloccavano il diritto d’entrata; l’informazione televisiva, ma anche internet, che, mostrando determinati modelli di vita e di consumo, hanno fatto emergere immaginari migratori e moderne odissee, talvolta pericolose; le reti migratorie famigliari, imprenditoriali, linguistiche, postcoloniali, associative o religiose; l’organizzazione del passaggio della frontiera, diventata una risorsa; le crisi politiche all’origine dei movimenti di rifugiati e sfollati. Molti migranti sono mossi dall’assenza di speranza in un numero crescente di paesi, ieri mobilitati nella fase successiva alla conquista dell’indipendenza statale e oggi sconvolti da crisi politiche, economiche, ambientali per cui non si riesce a intravedere, nell’arco di una vita, alcuna soluzione.
Altri fattori, più strutturali, della mobilità sono cambiati. Se si ha la sfortuna di nascere in un paese povero, non democratico, che offre poche opportunità, la gente è spinta ad andarsene non tanto dalla coniugazione di povertà e pressione demografica quanto dall’attrazione esercitata dalla società di consumo, dalla speranza di cambiare vita, di costruire il proprio progetto, di realizzare il proprio sogno: il fattore “push” è diventato meno importante del fattore “pull”, mentre il fattore “push” era determinante negli anni Sessanta e Settanta. Alcune questioni sono diventate strategiche: la popolazione, invecchiata da un lato, giovane e disponibile dall’altro; la penuria di mano d’opera in un mercato del lavoro che, mancando di braccia, cerca di attirare i più qualificati; le risorse naturali (petrolio, minerali, acqua); la nuova situazione ambientale (riscaldamento climatico, catastrofi naturali); le grandi crisi politiche (Vicino e Medio oriente), produttrici di rifugiati. Altre questioni sono legate alle politiche migratorie implementate dai paesi d’accoglienza e dai paesi di partenza, con l’impatto che possono avere sulle forme della mobilità, sui legami migratori e sul vivere insieme.
Questi fattori determinano la ricomposizione delle sfere d’influenza: le nuove forme della mobilità; la globalizzazione degli scambi; la nuova situazione demografica; l’accesso alle risorse naturali; i fenomeni ambientali; le crisi politiche. Su di loro si ripercuotono i fattori istituzionali, che limitano la mobilità o creano, al contrario, solidarietà transnazionali al di là delle frontiere degli Stati.
I – I fattori di ricomposizione delle sfere d’influenza
Le migrazioni – temporanee, pendolari o definitive – influenzano le grandi linee di divisione del mondo soprattutto là dove sono più stridenti gli scarti di ricchezza, del livello di vita, dei profili demografici, della libertà d’espressione. Così, il Mediterraneo rappresenta una delle principali fratture del mondo, come la frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti o tra la Russia e la Cina. In quest’ultimo caso, è particolarmente intenso il faccia a faccia tra la demografia da un lato, i territori e le risorse del sottosuolo dall’altro.
Le nuove forme della mobilità
Alcune regioni del mondo hanno recentemente conosciuto grandi mutazioni migratorie, passando dallo status di paese di partenza a quello di paese d’accoglienza: è il caso dell’Europa meridionale, ma anche dell’Europa orientale, in cui si sviluppa una catena migratoria da est a ovest. Mentre i Polacchi vanno a lavorare in Germania, nel Regno Unito o in Irlanda, gli Ucraini e i Bielorussi vanno a lavorare in Polonia. E’ lo stesso in Romania, colpita dal care drain, l’esodo delle professioni sanitarie, sostituite dai Moldavi. Ma la transizione è ancora più brutale in Marocco, in Messico e in Turchia – grandi paesi d’immigrazione divenuti paesi d’accoglienza e di transito per le migrazioni provenienti dall’Africa subsahariana, dal Vicino e dal Medio Oriente, dall’America centrale. Questi tre paesi, così come la Cina, l’India o le Filippine (un Filippino su dieci vive all’estero), traggono sostanziali benefici dalle rimesse dei migranti, che superano di gran lunga l’aiuto pubblico allo sviluppo.
Le migrazioni etniche contribuiscono, da parte loro, al disimbrigliamento del mondo con le migrazioni di ritorno alla terra d’origine. L’esodo più conosciuto è quello degli Aussiedler, Tedeschi etnici installatisi, talvolta da più di trecento anni, in Russia, nei paesi baltici o in Europa orientale e ritornati in Germania – due milioni di loro – dopo la caduta del muro di Berlino, in virtù del diritto di sangue. In Brasile e in Perù si effettua da diversi anni una migrazione di ritorno verso il Giappone (i Nikkeijins), mentre i Brasiliani vanno a lavorare la terra in Paraguay e i contadini paraguayani vanno a lavorare in Brasile: il “Brasiguay”.
Negli ultimi trent’anni sono emersi numerosi poli d’attrazione: i paesi del Golfo per il Maghreb, l’Egitto, il Pakistan, l’Indonesia e il corno d’Africa; il Sudafrica per i suoi vicini dell’Africa australe; il Giappone per la Corea del Sud e la Cina; l’Australia per i suoi vicini; la Russia per l’ex mondo russo, costituito dai nuovi Stati indipendenti. Altri paesi hanno una sorte più incerta, che varia a seconda della congiuntura: Tailandia e Malesia sono tanto terre di partenza quanto terre d’accoglienza; il Vicino e il Medio Oriente conoscono una grande mobilità, al punto di essere diventati, nel mondo, i principali paesi di partenza e d’accoglienza di rifugiati; l’Iran e il Pakistan hanno accolto il maggior numero di rifugiati negli ultimi dieci anni (sei milioni per l’Iran), mentre l’Afghanistan conta più di sei milioni di persone che hanno lasciato il paese dagli anni Ottanta, con circa quattro milioni di ritorni. Le questioni ambientali (desertificazione, riscaldamento climatico, catastrofi naturali, impoverimento dei suoli), come la fame e l’urbanizzazione galoppante, saranno anche all’origine delle migrazioni future, in mancanza di alternative alla migrazione.
La globalizzazione degli scambi
Mentre si moltiplicano gli scambi e viene valorizzata la mobilità, solo la mobilità degli uomini è oggetto – non senza paradossi – di restrizioni, in nome della sicurezza e delle paure per l’integrazione, sebbene l’economia richieda una maggior libertà del mercato del lavoro. È quello che alcuni chiamano “paradosso liberale”, ciò che è buono economicamente ma che è considerato pericoloso politicamente. Gli accordi di libero scambio legano tra loro vaste regioni del mondo (come l’ALENA, accordo di libero scambio nordamericano tra Stati Uniti, Messico, Canada e Unione europea), ma sono accompagnati da molti timori sul libero attraversamento delle frontiere. Mentre la mobilità accelera, gli uomini mobili hanno globalmente meno diritti di quelli sedentari e coloro che circolano senza esservi autorizzati da un visto, o da un passaporto che lo sostituisca, vengono criminalizzati. L’attraversamento irregolare delle frontiere può condurre alla morte, alla reclusione, alla schedatura informatica, mentre le frontiere sono diventate una risorsa per coloro che hanno saputo fare del passaggio clandestino un florido commercio. Sono stati costruiti dei muri (Stati Uniti/Messico, Ceuta e Melilla) e, per arginarne il superamento, si sono moltiplicati i campi.
La fine del ventesimo e l’inizio del ventunesimo secolo sono stati, dunque, caratterizzati dalla globalizzazione delle migrazioni, che coinvolgono il 3% della popolazione mondiale. Vi è coinvolto un numero crescente di paesi, ma il 60% dei migranti vive nei paesi più ricchi, dove quasi una persona su dieci è un migrante – contro una persona su settanta nei paesi in via di sviluppo. Le migrazioni definitive lasciano spesso il posto a migrazioni pendolari, di andata e ritorno, per cui i migranti si insediano nella compresenza, “qui” o “là”, nella mobilità come modo di vita, mantenendo legami molto forti con i loro paesi.
La popolazione
Se la popolazione non è più uno degli attributi della potenza, la sua ripartizione e i profili demografici tracciano, in compenso, i contorni delle mobilità presenti e a venire. Il mondo si incammina verso un big bang demografico: la popolazione mondiale è di 6,5 miliardi e raggiungerà gli 8-9 miliardi entro il 2030. In Europa, gran parte degli attivi di oggi, i “Baby boomers”, entreranno, per questa data, in una fase di invecchiamento o, per alcuni, di grande invecchiamento, con generazioni future meno numerose – soprattutto in paesi come Germania, Spagna, Italia, che conoscono una diminuzione vertiginosa dei tassi di natalità. Altre regioni del mondo hanno una popolazione che, al contrario, continuerà a crescere, come l’India o il continente africano. L’India conterà 1,6 miliardi di abitanti nel 2050; la Cina conoscerà, con la politica del figlio unico nelle zone urbane, un assestamento attorno al miliardo di abitanti; l’Africa avrà superato l’India e la Cina alla fine del secolo, con più di due miliardi di abitanti. Il migrante “medio” è asiatico, si sposta e lavora in Asia. Gli Stati Uniti offrono l’esempio di un paese che rimane giovane grazie all’immigrazione, soprattutto in California, dove l’immigrazione è sinonimo di dinamismo e crescita.
Numerose regioni di accoglienza (Europa, Giappone, Russia) fanno fronte agli effetti dell’invecchiamento demografico e alla penuria di mano d’opera nei settori non delocalizzabili – come l’edilizia e i lavori pubblici, l’agricoltura, l’assistenza agli anziani, il turismo –, mentre le regioni di partenza hanno una popolazione giovane, sempre più urbanizzata e scolarizzata, massicciamente colpita dalla disoccupazione e tentata dalla mobilità. Le rimesse inviate nel 2007 hanno raggiunto i 300 miliardi di dollari, una cifra in aumento, una forma di assicurazione con cui fronteggiare un avvenire incerto piuttosto che uno strumento di sviluppo produttivo, perché migrazione e sviluppo funzionano spesso in coppia. Si profilano già contrapposizioni geostrategiche, che riconoscono nella dimensione demografica un dato essenziale. Attorno al 2050 l’Africa costituirà, con l’India e la Cina, la più grande riserva demografica del pianeta. Si stima, tuttavia, che la popolazione mondiale si stabilizzerà tra i 9 e gli 11 miliardi di abitanti a partire dal 2050, con l’accenno, in quel momento, a un declino della natalità.
Le risorse naturali
Le risorse naturali e la ricchezza che creano sono all’origine di numerose migrazioni. In passato, le miniere di carbone hanno notoriamente provocato l’arrivo di minatori venuti, per la Francia, dal Belgio, poi dalla Polonia, dall’Italia, dall’Algeria e dal Marocco. Altri paesi europei hanno conservato la memoria dei nuovi operai, ex contadini. Oggi, diverse regioni del mondo hanno conosciuto una nuova situazione migratoria in virtù delle loro risorse petrolifere, minerarie o alieutiche e delle popolazioni che attraggono. È il caso delle migrazioni sud-sud: i paesi del Golfo sono, così, diventati, dalla metà degli anni Settanta e con l’aumento dei prezzi del petrolio al barile, regioni di accoglienza, mancando di mano d’opera e avendo vicini ricchi di mano d’opera, ma poveri. La mano d’opera proviene primariamente dalle regioni arabe e musulmane (Egitto, Algeria, Pakistan), ma anche dalla Malesia, dall’Eritrea, dall’Indonesia o dalle Filippine, non arabe e non musulmane. La Libia, ricca di petrolio, e l’Algeria, secondo produttore al mondo di gas naturale, attraggono, da parte loro, un’immigrazione proveniente dai paesi vicini del Maghreb e del Sahara. Le ricchezze minerarie del Sudafrica (oro, diamanti, cromo, titanio, manganese, carbone, uranio) fanno di questo paese un polo migratorio per i paesi vicini dell’Africa australe. La Guinea trae le proprie risorse dalla bauxite, di cui è uno dei maggiori produttori mondiali. La Russia – primo produttore di gas naturale del mondo e dotata di un sottosuolo ricco, in Siberia, di carbone e idrocarburi –, attira, su territori pressoché vuoti e con una popolazione che invecchia, una popolazione cinese che, di fatto, spaventa per il numero potenziale dei nuovi arrivati, così come i migranti delle repubbliche musulmane d’Asia centrale.
Anche la pesca è una fonte di migrazioni. In Senegal, la pesca attira una migrazione cinese venuta a sfruttarne le risorse, privando, spesso, gli autoctoni di questa attività a vantaggio dei pescatori cinesi, in virtù di contratti di subappalto. Il Brasile attira nell’agricoltura e nel lavoro forestale una mano d’opera venuta dal Paraguay. Anche l’acqua è causa di migrazioni e conflitti: la desertificazione del Sahel ha per conseguenza il fatto di attirare le popolazioni subsahariane verso l’Africa settentrionale, diventata una regione di transito per le migrazioni dirette in Europa. I Curdi della Turchia, dell’Iraq, dell’Iran e della Siria devono una parte della loro posizione strategica al fatto che i loro territori ospitano le grandi dighe e le principali risorse idriche della regione (Tigri e Eufrate).
I fenomeni ambientali
Il riscaldamento climatico e le catastrofi naturali (eruzioni vulcaniche, cicloni, inondazioni), la desertificazione, l’impoverimento dei suoli, i disgeli e l’innalzamento del livello dei mari potrebbero far raddoppiare il numero dei migranti. L’isola di Tuvalu, nel Pacifico, vede la sopravvivenza di questo piccolo Stato e della sua popolazione (9.000 abitanti) minacciata dall’innalzamento delle acque di tre metri al di sopra del livello del mare. Secondo il rapporto Stern sulle conseguenze economiche del cambiamento climatico (2006), il numero di persone indotte a spostarsi dal cambiamento climatico potrebbe elevarsi a 200 milioni entro il 2050, se non verrà fatto nulla per arginarne gli effetti. Al momento, non esiste nessuna disposizione che conferisca a queste popolazioni di sfollati lo status di rifugiato previsto della Convenzione di Ginevra. Nel Darfur, la siccità ha provocato i primi movimenti di popolazione. Queste catastrofi, lente o brutali, si sono affiancate a problemi di sovrapopolamento, di accesso all’acqua potabile, di povertà e di impreparazione politica. Secondo l’Unione europea, il riscaldamento climatico minaccia la sicurezza internazionale (rapporto Solana del marzo 2008), “esacerbando le tendenze, le tensioni e l’instabilità esistenti”. Alcune delle regioni più vulnerabili ai cambiamenti climatici, come l’Africa settentrionale e il Vicino Oriente (siccità), sono suscettibili di produrre migrazioni sempre più consistenti verso l’Europa, creando nuove fratture tra paesi responsabili e vittime.
Le crisi politiche
Infine, le crisi politiche causano milioni di sfollati nel mondo (quaranta milioni), di cui una piccola parte beneficia dello status di rifugiato. Nel corso degli ultimi trent’anni, l’America latina (Cile, Argentina, America centrale, Colombia, Haiti), l’Africa (regione dei grandi laghi, Algeria, Cosa d’Avorio, Darfur), soprattutto il Vicino e il Medio Oriente (Afghanistan, Libano, Palestina, Iran, Iraq, questione curda), ma anche l’Europa (ex Yugoslavia) hanno provocato un picco dei rifugiati in Europa negli anni Novanta, seguito da un rallentamento, dieci anni più tardi, che si traduce nel trasferimento delle persone nei paesi vicini alle zone di conflitto (corno d’Africa, Siria, Iran, Pakistan) o in zone di protezione nei paesi in crisi (spostamenti interni). I regimi autoritari, i movimenti identitari a base etnica o religiosa, le rivendicazioni territoriali e il terrorismo sono alla base di questi movimenti, definitivi o provvisori, di popolazioni, spesso accolte da paesi più poveri dei loro.
Tutti questi fattori sono fonti di migrazioni dal volto sempre più diversificato. A differenza di quanto avveniva negli anni Settanta, i migranti sono sempre più raramente di origine rurale, venuti come mano d’opera provvisoria e legati al mito del ritorno in patria. La migrazione di oggi si è femminizzata e urbanizzata, è sempre più scolarizzata e aspira a realizzarsi individualmente, ma non si migra più necessariamente per far vivere la propria famiglia nel paese. Le nuove migrazioni sono influenzate dalle politiche dei paesi d’accoglienza, che limitano la mobilità, e dalle politiche dei paesi d’origine, che creano, al contrario, delle solidarietà transnazionali al di là delle frontiere degli Stati, al fine di esercitare una “diplomazia delle migrazioni” a distanza.
II – I nuovi campi migratori e la ricomposizione delle sfere d’influenza
La migrazione globalizzata si articola attorno a numerose zone d’influenza, che attirano i migranti in funzione di aree linguistiche (l’anglofonia, la francofonia, l’ispanofonia) spesso legate al passato coloniale (Francia, Regno Unito, Paesi Bassi, Spagna, Portogallo, Giappone), di realtà geografiche (migrazioni interamericane, interafricane, interasiatiche e di vicinato) o geopolitiche (mondo russo, mondo turco), di reti transnazionali tessute dai migranti stessi (raggruppamento famigliare, imprese etniche, reti associative e religiose) o di politiche implementate dai paesi di partenza con le loro quasi-diaspore (sostegno agli amici, agevolazioni accordate per la conservazione della nazionalità del paese d’origine, accesso al diritto di voto consolare per permettere ai compatrioti all’estero di partecipare alle elezioni nazionali). Queste configurazioni disegnano campi migratori che obbediscono a logiche storiche e geografiche, permettendo ai paesi d’accoglienza come ai paesi di origine, talvolta anche ai migranti stessi, di ricomporre le sfere d’influenza in funzione delle migrazioni. Ne sono emersi alcuni poli d’attrazione.
Poli d’attrazione
Da più di dieci anni, le immagini televisive mostrano clandestini venuti dall’Albania, dal Medio Oriente, dalla Cina, dall’Africa subsahariana, che sbarcano sulle coste dell’Europa meridionale o stipati nei container, diretti verso un paese europeo. In questo periodo, l’Europa, che stenta a controllare le proprie frontiere e cerca di associare a questo compito i suoi vicini della riva sud del Mediterraneo, è diventata una delle più grandi regioni d’immigrazione del mondo. Ma tarda a riconoscersi come tale, perché ha a lungo considerato l’immigrazione un fenomeno provvisorio e ha dato la priorità alla sicurezza piuttosto che ai bisogni di mano d’opera e di inclusione sociale, senza rendersi pienamente conto dell’invecchiamento della sua popolazione. L’Unione europea è l’unica regione del mondo in cui l’immigrazione del lavoro è preclusa, da più di trent’anni, per un grande numero di persone.
L’europeizzazione delle politiche migratorie, delineatasi a partire dagli accordi di Schengen, ha avuto l’effetto di rafforzare i dispositivi securitari, che coesistono, dal primo decennio del ventunesimo secolo, con lo sforzo di attirare le elite, in un contesto di competizione mondiale che ricerca competenze e talenti, e di rispondere ai bisogni di mano d’opera delle imprese. Allo stesso tempo, l’Europa cerca di mantenere chiuse le proprie frontiere agli uni e di socchiuderle agli altri – un esercizio difficile da effettuarsi sotto il controllo dell’opinione pubblica, utilizzata come arbitro del mantenimento di misure repressive.
Il Patto europeo per l’immigrazione e l’asilo, lanciato in occasione della presidenza francese dell’Unione europea da luglio a dicembre 2008, prevede di armonizzare più fortemente le politiche d’ingresso e d’asilo, nonché di coinvolgere i paesi di partenza e di transito nel controllo delle frontiere dell’Unione: questo suppone una “diplomazia delle migrazioni” più sostenuta tra i paesi europei, precisamente nella definizione di una politica d’asilo comune, ancora balbuziente, e nel controllo comune delle frontiere esterne dell’Europa, poiché i paesi rivieraschi del Mediterraneo e i paesi situati a est dell’Europa a 27 ritengono che il compito spetti a loro.
Una diplomazia balbuziente delle migrazioni e dei rifugiati
Questa diplomazia di tipo nuovo richiede una politica più coerente con i paesi del Sud: la cooperazione poliziesca con i paesi rivieraschi non europei, la firma di accordi di riammissione con i paesi da cui provengono i clandestini e gli accordi di sviluppo si svolgono spesso in un quadro bilaterale, in cambio di accordi commerciali per i paesi d’accoglienza o di permessi di soggiorno ai migranti più qualificati per i paesi di partenza. Solo la repressione degli irregolari è stata oggetto di una politica concertata, con il voto, il 17 giugno 2008, della direttiva “rimpatri”, che permette di estendere a 18 mesi il trattenimento in centri di detenzione temporanea delle persone in situazione irregolare, in attesa di ricondurle nel paese di partenza o di transito. Questa politica coesiste con la diversità culturale, inscritta nel programma dell’Unione nel 2008, e con la francofonia, che dinamizzano i legami migratori.
Altri poli migratori – come la Russia con i suoi vicini (Cina, repubbliche musulmane dell’Asia centrale), gli Stati Uniti e il Canada con il Messico e i paesi dell’America latina, i paesi del Golfo con il mondo arabo e musulmano, l’Australia e il Giappone con i paesi del sud-est asiatico e del Pacifico – creano sfere d’influenza in cui non è esclusa la contrattazione, ma in cui il multiculturalismo è continuamente rivisitato, in cui il vivere insieme prosegue malgrado scontri e rifiuti, in cui la lotta contro le discriminazioni stenta a imporsi, ma è comunque in programma.
Anche i migranti possono essere gli attori di questa “diplomazia dal basso”, nella misura in cui negoziano la loro compresenza, “qui” e “là”, che succede alla doppia assenza di un tempo. Si sviluppa la doppia nazionalità, con il gioco dell’estensione del diritto del suolo in numerosi paesi di accoglienza, anticamente retti dal diritto di sangue, per le generazioni nate in questi paesi, e con il mantenimento del diritto di sangue nella maggior parte dei paesi di partenza. Questi ultimi vi riconoscono il mantenimento di legami con i loro uscenti della “diaspora”, cioè l’esercizio di strategie d’influenza attraverso il voto dei migranti nei paesi di accoglienza (il caso dei Chicanos negli Stati Uniti è il più emblematico) o di intrusione o di dialogo a proposito dell’islam in coloro che professano la stessa religione nei paesi d’immigrazione. Alcuni paesi d’immigrazione, come l’Italia e il Giappone, in preda all’invecchiamento demografico, conducono politiche attive verso i vecchi emigrati e i loro discendenti, facilitandone il ritorno e il mantenimento della nazionalità d’origine con possibilità di voto: gli Italiani all’estero sono stati l’oggetto di molte sollecitudini, da parte del governo italiano, al momento delle elezioni legislative del 2005 (anche se il governo Berlusconi ha perso pensando che il loro voto sarebbe stato in suo favore) e i Nikkeijins, vecchi emigrati giapponesi del Brasile o del Perù, beneficiano, al momento del ritorno in Giappone, di maggiori agevolazioni nell’accesso alla nazionalità giapponese e di più diritti che gli immigrati. Lo stesso vale per la Russia, dove il riconoscimento della nazionalità russa facilita il ritorno dei Russi anticamente installati in Unione Sovietica, in territori divenuti indipendenti e talvolta ostili alla loro presenza, o per il Cile, che conduce apertamente una politica di riconquista della sua diaspora attraverso il diritto alla nazionalità, in un paese caratterizzato dall’esilio politico. Altre politiche che facilitano il ritorno dei migranti etnici agevolano l’accesso alla nazionalità, ai diritti sociali e politici, creando piccole sfere d’influenza.
Infine, un’altra diplomazia si situa a un altro livello: quello della governance mondiale delle migrazioni internazionali, lanciata dalle organizzazioni internazionali e dalle ONG a Ginevra nel 2004, sostenuta dalle Nazioni Unite nel 2006 e portata dal Forum mondiale delle migrazioni a Bruxelles nel 2007, a Manila nel 2008 e a Atene nel 2009. Questo processo decisionale dai molteplici attori associa gli Stati di accoglienza e di partenza, i sindacati, i datori di lavoro, le associazioni di migranti e di cosviluppo, con l’intento di aggiornarsi sulla mobilità delle persone e sulle relative contraddizioni. Sullo sfondo, la firma, da parte di appena 37 paesi, della Carta delle Nazioni Unite sui diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie figura come testo di riferimento, così come la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, che enuncia il diritto di qualsiasi persona di lasciare il proprio paese. Ma il cammino verso l’enunciazione di un diritto di mobilità è ancora lungo, un diritto di cui spetterebbe agli Stati e alla governance esercitata da molteplici attori di restringere temporaneamente i flussi, in funzione delle opportunità e dell’ordine pubblico.
Conclusione
Le migrazioni internazionali stanno diventando una delle componenti principali delle linee di frattura del mondo e una delle maggiori questioni contemporanee. La demografia, l’occupazione (sovrapopolamento o spopolamento) dei territori, l’accesso alle risorse naturali e all’alimentazione, le reti transnazionali di qualsiasi ordine sfidano le frontiere degli Stati. Le sfere d’influenza si ridisegnano attraverso questi parametri, divenuti fondamentali, tagliando il mondo in nuovi campi migratori. Una diplomazia delle migrazioni e dei rifugiati si costruisce sul piano regionale, a opera dei paesi di accoglienza, dei paesi di partenza e dei migranti stessi, che diventano, così, attori occasionali delle relazioni internazionali nella misura in cui tentano di influire sulle politiche statali. Una governance mondiale delle migrazioni si istituisce sotto il segno del multilateralismo. Tanti elementi emergenti che mostrano l’impatto delle migrazioni sulla ricomposizione delle relazioni internazionali.



