Thrassy N. Marketos, China’s Energy Geopolitics. The Shangai Cooperation Organization and Central Asia, Routledge, Abingdon, 2009, pp. 184.

10 febbraio 2010, di Maria Chiara Rioli
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Se tra i fenomeni più rilevanti che segnano l’inizio del XXI secolo si può indicare la concorrenza tra le maggiori potenze mondiali per assicurarsi fonti di energia, uno dei luoghi in cui meglio osservare questa competizione è certamente l’Eurasia e, in modo particolare, il gigante cinese. Partendo da questa considerazione fondamentale Thrassy N. Marketos, ricercatore in Relazioni internazionali, specializzato in questioni energetiche, collaboratore del ministero degli esteri greco e dell’università francese di Aix-Marseille III, sceglie dunque di affrontare le questioni energetiche focalizzandosi su quest’area. Ad essere analizzate sono le politiche energetiche di Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Armenia, Azerbaigian, Georgia – paesi posti a est e a ovest del Mar Caspio, area ricchissima di petrolio (216,4 miliardi di barili, secondo le stime della “BP Statistical Review of World Energy” del 2004) e gas naturale – e le relazioni politiche ed economiche di questi paesi con la Repubblica popolare cinese.

Lo studio inquadra la questione energetica scegliendo come riferimento la geopolitica cinese, evidenziando come questa potenza emergente a livello globale dedichi crescente attenzione all’Eurasia, territorio che contiene il 18,8% delle riserve petrolifere conosciute e il 45% delle riserve di gas naturale.

La Cina ha considerato tradizionalmente quest’area come il proprio cortile e vi ha storicamente esercitato una forte influenza. Un’attenzione ulteriormente cresciuta dopo il 1991, anno dell’indipendenza delle repubbliche centro-asiatiche dall’ex Unione sovietica, e dopo il 1995, con la costituzione della Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS), che, attualmente, vede membri la Cina stessa, la Russia, il Kazakistan, il Kirghizistan, il Tagikistan e l’Uzbekistan. In quest’area la Cina si confronta anche con gli Stati Uniti, la Russia, l’India, l’Iran, il Pakistan, la Turchia e l’Afghanistan. Per questo i politologi parlano della competizione in quest’area come di un “nuovo grande gioco”, in particolare tra Cina e Stati Uniti, dopo il “grande gioco” ottocentesco tra Russia e Gran Bretagna.

Nel primo capitolo del volume, l’autore evidenzia gli interessi strategici della potenza cinese in Eurasia in una prospettiva di lunga durata: storicamente, l’Asia centro-settentrionale è stata devastata da conflitti politici e militari, come l’occupazione di Giappone e Russia, e da tensioni per la delimitazione dei confini. Tutto ciò ha minato la stabilità politica, militare ed economica dell’area, minando anche la cooperazione tra i diversi attori in gioco: Marketos sottolinea come si possa parlare di “Balcani eurasiatici”, terra di scontro tra popolazioni e di rivalità internazionali, “buco nero” della politica internazionale, riprendendo le tesi del politologo statunitense Zbigniew Brzezinski.

Dopo il 1989 l’Asia centrale ha visto crescere ulteriormente la propria importanza. La creazione di uno spazio indipendente a livello geopolitico è stata ostacolata dall’emergere del ruolo cinese in questi territori, in particolare nelle aree del Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan, con cui la Cina confina per oltre tremila chilometri. L’Asia centrale è così divenuta il Dingwei (Lebensraum, spazio vitale) della Cina. Negli anni ’90 la Cina ha incrementato la propria presenza militare in Xinjiang fino a duecentomila soldati. A livello energetico, dal 2005 la Cina ha esteso il proprio potere nei confronti della compagnia petrolifera PetroKazakistan, registrata in Canada ma attiva in Kazakistan.

La strategia geopolitica della Repubblica popolare cinese nel post-guerra fredda e ancor più dopo l’11 settembre 2001 è fondata, secondo lo studioso, su quattro principi:

  1. evitare conflitti: se infatti da un lato la Cina ha promosso un forte impegno economico e sociale nell’area, dall’altro lato ha scelto la via del contenimento militare e diplomatico, in particolare dopo il progressivo spostamento dell’attenzione statunitense verso il Medio Oriente nella guerra al terrorismo;
  2. costruire un potere nazionale: la Repubblica popolare cinese e, specificamente, la politica di Deng Xiaoping hanno mirato a una combinazione di capacità economiche, militari e tecnologiche per aumentare in misura significativa la forza nazionale;
  3. avanzare fortemente: la Cina si avvicina alla Russia e agli Stati Uniti attraverso il potere delle armi e le forniture energetiche e attraverso la cooperazione multilaterale all’interno della OCS;
  4. mantenere la stabilità, difendere la sovranità, raggiungere il ruolo di potenza principale nell’area. In questo senso, la Repubblica popolare cinese si muove verso tre aree geografiche concentriche: innanzitutto i territori intorno alle proprie coste e ai propri confini (Siberia, Asia centrale, meridionale e sudorientale, isole dell’Oceania), in cui la Cina ricerca energia e materie prime; la seconda zona comprende il Medio Oriente e il Golfo Persico, da cui la Cina importa energia; una terza area è rappresentata dall’Africa e dall’Occidente, compresa l’America settentrionale e latina, in cui essa si propone di aumentare il proprio soft power.

Nell’Asia centrale la Cina persegue tre obiettivi: tenere a freno le forze separatiste, renderla una fonte di risorse e un importante partner commerciale, e infine mantenere l’Asia centrale un’area rurale stabile. La ricerca di stabilità politica ha trasformato anche la natura della OCS, che, da organizzazione centrata sul commercio e sulla risoluzione dei conflitti sui confini, dopo l’11 settembre ha sempre più perseguito l’obiettivo della cooperazione contro il terrorismo.

Nel secondo capitolo lo studioso analizza la storia e le finalità della OCS. La genesi della OCS si trova, nel 1996, nella volontà di Pechino di realizzare il cosiddetto Shangai Five, quintetto comprendente Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan, nato con l’obiettivo di risolvere le contese sui confini. Nel 2001 lo Shangai Five si trasforma nella più strutturata organizzazione regionale OCS, al cui interno Cina e Russia acquisiscono un ruolo sempre più centrale. I rappresentanti politici dei paesi dell’Asia centrale “hanno accettato il predominio russo-cinese nella regione per ottenere il loro sostegno nelle politiche di repressione contro i movimenti religiosi e di opposizione politica”. Attraverso “l’ombrello” della OCS la Cina ha così investito, nell’ultimo decennio, oltre 4 miliardi di dollari nell’Asia centrale. La OCS ha però mostrato la sua debolezza nel garantire la stabilità e la sicurezza dell’area: ne sono esempio le numerose rivolte e ribellioni violente succedutesi dal 1990. Sul futuro della OCS e sul suo possibile allargamento ad altri paesi, la Russia domanda un potenziamento della sicurezza, mentre la Cina preme per trasformarla in un’organizzazione a tutti gli effetti centrata sull’incremento dei commerci, in particolare nella sfera dell’energia.

Nei capitoli finali l’autore mette in evidenza lo scontro e la coesistenza tra le principali potenze nell’area: oltre al ruolo di Cina, Russia e Stati Uniti, anche la politica di India e Iran, e infine il nesso tra energia, sicurezza e potenza marittima all’interno della OCS, concentrandosi in modo specifico sulla politica cinese. Se infatti la Cina è stata primariamente una potenza continentale nel corso della sua storia, le sue 11.000 miglia di costa e le sue oltre 5.000 isole la rendono allo stesso tempo una nazione marittima. In materia energetica, la politica cinese pare ancora essere guidata dalle linee imposte dal Partito comunista cinese, piuttosto che dall’autoregolamentazione del mercato secondo politiche liberiste. Anche in campo marittimo non si intravedono mutamenti di paradigma nel prossimo futuro.

Tra le considerazioni finali del testo: per garantire la sicurezza energetica in tutta l’area della OCS, pare concludere Thrassy N. Marketos, l’organizzazione deve aprirsi agli Stati Uniti, includendoli tra i paesi osservatori. In questo modo, sembra dire l’autore, le relazioni politiche ed economiche nell’area miglioreranno non solo tra Russia e Stati Uniti, ma anche tra le due superpotenze che guidano questo inizio di XXI secolo: Stati Uniti e Cina.


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Maria Chiara Rioli

Maria Chiara Rioli

Dottoranda presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, si occupa d’informazione sociale e dal Sud del mondo, delle relazioni tra religioni e società. Autrice del volume Guarigione di popoli (EMI, 2009) sulle Commissioni per la verità e la riconciliazione in Sudafrica e Sierra Leone.


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