Soia e biodiesel: il controverso sviluppo degli agrocombustibili in Brasile fr

Fotografie di Federico Labanti

Il biodiesel ricavato dalla soia e l’etanolo ricavato dalla canna da zucchero sono i due combustibili di punta dell’energia di origine agricola prodotta in Brasile, sebbene il Piano Nazionale dell’Agroenergia 2006–2011 prevedesse anche lo sviluppo di altre fonti agricole, come la biomassa forestale e i rifiuti provenienti dall’agricoltura e dagli allevamenti. La produzione di biodiesel a partire da colture come il ricino, il girasole e la palma in regime di agricoltura famigliare era stata auspicata come un modello ambientalmente sostenibile e socialmente includente, da introdurre con lo sviluppo del settore agroenergetico. Tuttavia, nonostante i propositi del Piano la maggior parte del biodiesel prodotto in Brasile si ricava dalla soia, il cui mercato è controllato dalle multinazionali e la cui coltivazione è in mano ai grandi latifondisti. Fino ad ora, le azioni del governo volte a invertire questa tendenza sono state insufficienti e la sostenibilità del settore agroenergetico rimane un problema ancora irrisolto.

1 marzo 2010, di Nieves López Izquierdo
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Un’agricoltura senza agricoltori

La produzione mondiale di soia è aumentata vertiginosamente a partire dagli anni ’90, stimolata soprattutto dall’incremento del consumo della soia come foraggio. Negli ultimi quindici anni, infatti, l’aumento della domanda mondiale di carne, in particolar modo l’esplosione della domanda cinese, ha incrementato anche il fabbisogno di mangimi.

Tra le cause dell’espansione della soia va considerata, inoltre, la molteplicità di prodotti che se ne possono ricavare. Il processo di frantumazione del grano trasforma circa l’80% del suo volume in mangime e il resto in olio. Negli ultimi anni, per quest’ultimo derivato sono stati ideati diversi nuovi utilizzi. Oltre al tradizionale olio di soia raffinato, usato per cucinare, si ricavano grasso idrogenato, margarina, lecitina, tinture, cosmetici, farmaci e medicinali. La produzione di biodiesel è solo la più recente destinazione commerciale di questa leguminosa [1].

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Silos di soia, Querência, Mato Grosso.

Il Brasile in pochi anni è diventato il secondo maggiore produttore ed esportatore di soia, secondo soltanto agli Stati Uniti. Da quasi 40 anni il paese assiste a un’espansione dell’area coltivata a soia pressochè ininterrotta. La coltura industrializzata della soia fu introdotta inizialmente nello Stato di Rio Grande do Sul negli anni ’60 e, a partire dagli anni ’80, si è espansa velocemente verso nord, occupando grandi estensioni di cerrado [2] e avanzando nella foresta amazzonica.

Dalla metà degli anni ’90 comincia una nuova era nella coltura della soia in Brasile e nell’intera regione sudamericana, con l’introduzione della biotecnologia e della soia RoundUp Ready (RR) creata dalla Monsanto [3], multinazionale di biotecnologie agrarie nota nel settore della produzione di sementi transgeniche. L’espansione della soia si accelera enormemente in tutto il Cono Sud [4] a partire dal 1996, quando in Argentina viene liberalizzato l’uso delle colture transgeniche. Dall’Argentina i semi di soia geneticamente modificati furono introdotti illegalmente nei paesi vicini. Nel 2004 una pubblicità della Syngenta [5] indicava su una mappa la “Repubblica unita della soia”, che includeva parte dei territori dell’Argentina, l’Uruguay, il Paraguay e il Brasile in una metaforica unione, in cui la presenza di questa coltura (e delle multinazionali) prendeva il posto degli Stati nazione [6].

Il nuovo modello di coltura della soia si basa sugli stessi assi della Rivoluzione Verde: monocoltura, uso intensivo di input agrochimici, industrializzazione dell’agricoltura, dipendenza dalle grandi corporations transnazionali e colture prodotte per l’esportazione. Lo strumento che porta avanti il modello è il pacchetto biotecnologico composto dal seme transgenico di soia RR, erbicidi a base di glifosato e la tecnica della semina diretta.

La semina diretta è una tecnica agronomica che prescinde dall’aratura per preparare i campi alla semina. Si tratta di una pratica che, in genere, promuove la protezione edafica aumentando i contenuti di materia organica ed evitando l’erosione. Questa pratica, tuttavia, applicata insieme all’uso di semi resistenti agli erbicidi, favorisce la proliferazione di patologie e, conseguentemente, porta all’aumento esponenziale delle quantità di erbicidi, funghicidi ed insetticidi impiegati. Il tornaconto economico immediato per il produttore è la drastica diminuzione della mano d’opera impiegata durante la semina – meno 28-37% rispetto alla coltura tradizionale – e la conseguente riduzione dei costi di produzione. D’altra parte, però, l’industrializzazione dell’agricoltura comporta grandi investimenti di capitale nei costosi input necessari perché la macchina produttiva dia i suoi frutti, rendendo la soia redditizia solo se prodotta su larga scala e con procedure altamente meccanizzate.

Di pari passo con l’avanzare della soia si è, infatti, sviluppata una complessa agroindustria che coinvolge multinazionali di agrochimici, centri di ricerca nei campi della genetica e delle biotecnologie, grandi imprese agricole, banche e diversi settori industriali. Le multinazionali presenti sul territorio brasiliano – come la Bunge, la Cargill, la ADM, la Dreyfuss e qualche grossa impresa locale come la Amaggi – gestiscono circa un terzo della soia nazionale, principalmente nelle fasi di stoccaggio, trattamento, trasporto e commercializzazione nei mercati mondiali.

Ovviamente, tutto ciò si riflette pesantemente sull’equilibrio economico dell’intero settore, sull’andamento dei prezzi dei prodotti, sui costi fissi necessari ad una produzione redditizia e l’intero processo si rivela quasi sempre molto pregiudizievole per i piccoli e i medi produttori.

Un altro dei fattori decisivi per l’espansione della soia è il settore delle infrastrutture. In Brasile i costi di trasporto e smaltimento della soia sono molto elevati rispetto ai paesi vicini. Il trasporto si realizza principalmente su strada, con distanze medie percorse dai camion prossime ai 1000 chilometri e con costi molto più elevati che tramite ferrovia o idrovia. Inoltre, la rete stradale è molto carente soprattutto nelle aree interne, le reti ferroviaria ed idroviaria sono praticamente inesistenti e i porti hanno una capacità di smaltimento delle merci insufficiente. Infine, la maggioranza delle aziende brasiliane hanno in genere una capacità di immagazzinamento molto ridotta e, conseguentemente, il produttore è costretto a vendere rapidamente il raccolto, rinunciando così ad eventuali guadagni speculativi sull’andamento dei prezzi. I progetti di investimento in infrastrutture – per potenziare il trasporto interno, le strutture di immagazzinamento e la capacità di smaltimento dei porti – sono, quindi, determinanti nella definizione delle rotte di espansione della soia.

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Silos di soia. Água Boa, Mato Grosso.

Storicamente, il Brasile ha risposto all’incremento della domanda mondiale di soia con l’avanzamento della frontiera agricola. La colonizzazione della regione centro-orientale comincia negli anni ’70, con una politica statale di incentivo alle migrazioni verso quelle aree. In quegli anni si produce l’esodo di milioni di famiglie di piccoli agricoltori dal Sud del paese verso gli Stati di Mato Grosso, Rondonia, Acre, Roraima e Parà. Da allora si è avviato, in questi Stati, un processo di deforestazione e di uso delle aree aperte per l’allevamento e l’agricoltura con ritmi più o meno accentuati, principalmente in funzione dell’andamento del mercato agricolo. L’allevamento è, in genere, l’attività che agisce direttamente nell’apertura di nuove aree, “preparando” il terreno per future coltivazioni di soia. Tuttavia, sono stati accertati numerosi casi di coltivazioni di soia impiantate subito dopo il disboscamento, soprattutto nelle aree interne del Mato Grosso nelle fasi di maggior espansione di questa coltura. Secondo il rapporto Eating up the Amazon di Greenpeace International, riferito al 2005, la soia rappresentava, in quel periodo, la maggiore minaccia per la foresta amazzonica. Tra il 2003 e il 2005 le aree settentrionali dello Stato di Mato Grosso e quelle meridionali del Parà hanno visto crescere enormemente le coltivazioni di soia. L’avanzata della frontiera agricola si è sviluppata seguendo le linee segnate dalla precedente colonizzazione di piccoli agricoltori provenienti dagli Stati del sud, dall’apertura illegale e dall’occupazione di nuove aree di foresta o di cerrado e dalla crescente presenza delle multinazionali, che hanno permesso il finanziamento di nuove infrastrutture – strade, magazzini, centri di smistamento, ecc. – e garantito l’acquisto dei prodotti agricoli.

Tra il 1994 e il 2004, il commercio mondiale della soia è raddoppiato. Il 70% di questo incremento è stato assorbito dalla Cina, dove, nello stesso periodo, la produzione totale di carne è cresciuta da 45 a 74 milioni di tonnellate, generando una rapida crescita della domanda di foraggio. Argentina e Brasile hanno risposto rapidamente a questa nuova opportunità di mercato, fornendo più di due terzi dell’aumento delle esportazioni mondiali. In Brasile, tra il 1999 e il 2000 e tra il 2004 e il 2005, gli Stati del Mato Grosso, Goiás e Mato Grosso do Sul hanno raddoppiato l’estensione delle coltivazioni di soia aggiungendo circa 54.000 kmq. Il tasso annuale di deforestazione nell’Amazzonia tra il 2000 e il 2005 (22.400 kmq all’anno) è stato superiore del 18% a quello dei cinque anni precedenti (19.000 kmq all’anno), in gran parte proprio in seguito all’espansione agricola [7].

Le forti pressioni internazionali portarono l’Associazione Brasiliana delle Industrie di Olii Vegetali (Abiove) e l’Associazione Brasiliana di Esportatori di Cereali (Anec) a firmare nel 2006 la “Moratoria della soia”, assumendo, così, il compromesso di non commercializzare il prodotto proveniente dalle nuove aree disboscate dell’Amazzonia o da aziende in cui siano state rilevate situazioni di schiavitù dei lavoratori. Dopo due anni, lo stesso Greenpeace ha valutato positivamente il risultato di questa iniziativa, che ha contribuito a rendere la soia più rispettosa della foresta e dei diritti dei lavoratori. Tuttavia, il calo del tasso di deforestazione dopo l’annus horribilis del 2004 è soprattutto riconducibile alle congiunture del mercato globale e le stime suggeriscono che la superficie coltivata a soia aumenterà ancora. Il mercato degli agrocombustibili si inserisce tra i vettori di questo incremento [8].

Il “combustibile sociale” in mano alle multinazionali

La produzione di biodiesel in Brasile fu pianificata 35 anni fa insieme a quella dell’etanolo. A differenza dell’etanolo, però, il biodiesel non era mai stato inserito nel mercato, rimanendo circoscritto alla ricerca accademica e scientifica. Questa situazione si ribaltò nel 2003, quando fu istituito un gruppo di lavoro interministeriale incaricato di elaborare studi sulla viabilità dell’utilizzo di olio vegetale come fonte alternativa di energia. Nel dicembre 2004 venne lanciato il Piano Nazionale di Produzione e Uso del Biodiesel (PNPB), incentrato su tre punti: l’inclusione sociale attraverso l’agricoltura famigliare, la sostenibilità ambientale e la viabilità economica.

Per garantire la viabilità economica del biodiesel, il cui prezzo è più alto di quello del diesel di origine fossile, il governo brasiliano ha optato per l’imposizione di una quota obbligatoria di miscela del diesel con l’agrocombustibile. L’obbligo è entrato in vigore a gennaio del 2008, con una quota iniziale del 2% che è aumentata progressivamente fino al 4% e che, nel 2010, raggiungerà il 5%.

Il settore privato ha reagito immediatamente all’introduzione della quota, con un rapido investimento nelle strutture necessarie per l’elaborazione del combustibile. Di fatto, già nel 2008 esistevano 51 impianti di produzione di biodiesel nel paese e nel 2009 ne sono stati ultimati altri 14, elevando la capacità di produzione a 4 bilioni di litri annuali – a fronte del fabbisogno di circa 1700 milioni di litri all’anno stabilito dalla quota obbligatoria del 4%. Almeno altri 35 progetti di impianti sono, oggi, in fase di valutazione da parte del Ministero delle Miniere e dell’Energia e verranno costruiti nei prossimi anni [9].

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Centrale per la produzione di biodiesel ed etanolo. Barra do Garças, Mato Grosso.

L’inclusione sociale e l’appoggio all’agricoltura famigliare sono stati agevolati dall’introduzione del “Marchio del Combustibile Sociale”. Si tratta di una certificazione fornita dal Ministero dello Sviluppo Agrario al produttore industriale di biodiesel a condizione che questo soddisfi due requisiti: l’assistenza tecnica agli agricoltori famigliari per la produzione di oleaginose e l’acquisto da loro di almeno un terzo della materia prima. Il marchio è a sua volta condizione imprescindibile per poter accedere agli esoneri fiscali creati con il Piano Nazionale del Biodiesel. La politica di agevolazione tributaria si è rivelata fino ad oggi insufficiente per incentivare l’agricoltura famigliare del ricino nel Nord-Est o della palma nel Nord, e ha invece stimolato la produzione industriale di soia nel Centro-Ovest [10].

La produzione totale di biodiesel in Brasile è aumentata da poco più di 700 metri cubi nel 2005 a più di 1 milione e mezzo di metri cubi nel 2009 [11]. Di questi, una quota compresa tra il 70 e l’85% – a seconda del mese, in funzione del ciclo di raccolta della coltura – proviene dall’olio di soia. Il resto viene ricavato da grasso bovino (10-20%) e da olio di cotone (1-6%). La produzione di biodiesel a partire da colture come il ricino, la palma, il girasole e la colza, prospettata dal Piano Nazionale, è ancora praticamente inesistente.

La catena di produzione della soia, come abbiamo visto, è assai strutturata nel paese ed è il risultato di più di quarant’anni di ricerche, investimenti e sviluppo del mercato. Se tutto il biodiesel fosse prodotto dalla soia, basterebbe un 10% della produzione totale della coltura per soddisfare il fabbisogno interno. Inoltre, la maggior parte degli stabilimenti per la produzione di biodiesel sono strategicamente ubicati nelle aree di maggior produzione di soia, o ben collegati ad esse, e sono in fase di approvazione numerosi progetti per migliorare la logistica di trasporto nella regione Centro-Ovest, dove si concentra il 50% della produzione di soia nazionale. Infine, le grandi multinazionali dell’agroindustria, che si spartiscono il Cono Sud con le grandi imprese minerarie e petrolifere, stanno formando un sistema di imprese integrate: “si sta sviluppando una strategia regionale ed un progetto di integrazione corporativa. Il dominio territoriale si esprime tramite l’espansione delle monocolture e la realizzazione di vie logistiche di smaltimento verso i porti” [12].

Il forte calo subito dai crediti concessi agli agricoltori nel secondo semestre del 2008, dopo la scossa della finanza mondiale, ha stroncato le aspettattive ottimistiche prospettate per la raccolta di soia della stagione 2008/2009. Tuttavia, nonostante la crisi, gran parte degli investimenti programmati per lo sviluppo del settore del biodiesel sono stati riconfermati nel 2009.

Questo impegno negli investimenti si spiega anche con le grandi aspettative di apertura del mercato globale al biodiesel brasiliano, ancora poco esportato. Il governo del presidente Lula ha firmato una serie di accordi bilaterali, principalmente con gli Stati Uniti e con l’Unione Europea, al fine di ampliare le possibilità di esportazione. Se questi accordi si concretizzeranno, il Brasile diventerà il principale fornitore di agrocombustibili nel mercato internazionale.

Sebbene il biodiesel non sia, oggi, il principale vettore di espansione della soia in Brasile, è un fattore che viene ad aggiungersi al fiorente mercato internazionale di questa leguminosa e che presenta prospettive molto promettenti nel nuovo scenario energetico globale. Indubbiamente la soia è uno degli elementi più importanti dell’economia brasiliana, ma, come abbiamo visto, appartiene a un settore che genera seri problemi dal punto di vista sociale e ambientale.

Il potenziamento dell’agricoltura famigliare e dello sfruttamento sostenibile del territorio, prospettato dal Piano Nazionale di Produzione e Uso del Biodiesel, è legato alla diversificazione delle colture, in particolare alla promozione di quelle più adatte alla piccola produzione. Tutto ciò necessita, però, di uno sforzo da parte del governo, perché metta in campo risorse economiche a sostegno dei piccoli produttori e della ricerca tecnologica. Questo sforzo è stato realizzato solo in parte e le condizioni estremamente vantaggiose dell’industria della soia in Brasile hanno favorito la concentrazione della produzione di biodiesel a partire proprio dalla soia. Se questa tendenza non verrà contrastata, e non ci sono molti segnali in questa direzione, le potenzialità benefiche della produzione di biodiesel non potranno esplicarsi.


Nieves López Izquierdo

Nieves López Izquierdo

Architetto e cartografa. Fa parte dell’equipe di Cartografare il presente.


Note

[1] Agronegócio e biocombustíveis: Uma mistura esplosiva, Forum Brasiliano di Ong e Movimenti Sociali per l’Ambiente e lo Sviluppo (FBOMS), 2006.

[2] Il Brasile è composto da 7 biomi, complessi di ecosistemi terrestri caratterizzati da tipi fisionomici simili di vegetazione. Il cerrado è uno di questi. Si tratta di una savana tropicale, la più ricca al mondo in biodiversità. Si estende per circa 1,9 milioni di km quadrati e detiene un terzo della biodiversità brasiliana e un 5% della flora e della fauna mondiali (AAVV, Instituto Socioambiental, Almanaque Brasil 2008).

[3] La soia RoundUp Ready (RR) deriva da un seme transgenico brevettato dalla Monsanto e disegnato appositamente per tollerare le fumigazioni di erbicidi al glifosato, come il RoundUp, prodotto anch’esso dalla Monsanto.

[4] Cono Sud: zona geografica comprendente i paesi sudamericani che sono al di sotto del Tropico di Capricorno. La regione include per intero l’Argentina, il Cile e l’Uruguay, oltre a porzioni del Paraguay e alle regioni meridionali del Brasile, in particolare gli Stati del Rio Grande do Sul, Santa Catarina, Paraná e São Paulo.

[5] Multinazionale dell’agrobusiness specializzata nella vendita di sementi e pesticidi e nella ricerca nei campi della genetica e delle biotecnologie.

[6] Vicente, C., La república de la soja. Crónica de un desastre anunciado, in “Expreso Immaginario”, 2004.

[7] Banca Mondiale, World Development Report, 2008: Agriculture for Development.

[8] Rulli, Javiera (a cura di), Repúblicas Unidas de la soja. Realidades sobre la producción de soja en América del Sur, Gruppo di Riflessione Rurale (GRR), 2007.

[9] O Brasil dos Agrocombustíveis: Os impactos das Lavouras sobre a Terra, o Meio e a Sociedade, Repórter Brasil, 2009.

[10] De Campos, A., Carmélio, E., Construir a diversidade da matriz energética: o biodiesel no Brasil, in Abramovay, R. (a cura di), Biocombustíveis. A energia da controvérsia, Editora Senac, São Paulo, 2009.

[11] Agência Nacional do Petróleo, Gás Natural e Biocombustíveis.

[12] Dichiarazione del Forum di Resistenza all’Agrobusiness, giugno 2006.

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Con il contributo di:

Comitato Internazionale di Bologna per la Cartografia e l’Analisi del Mondo Contemporaneo

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