Nell’introduzione al testo, l’autore presenta una serie di paradigmi attraverso cui studiosi di diverse discipline hanno cercato di interpretare le guerre africane contemporanee. Dall’approccio economicista, che pone l’accento sulla questione del traffico delle risorse naturali, a quello politologico, attento al problema del fallimento degli Stati, si passa alla prospettiva propriamente antropologica, ovvero a una visione “dal basso”, che vuole cogliere il punto di vista degli attori coinvolti direttamente in questa guerra. Questa prospettiva porta al cuore del problema trattato nel libro: le esperienze e gli “orizzonti di senso” dei giovani e dei bambini che hanno combattuto nelle fila dei numerosissimi eserciti e milizie del Congo.
Il primo capitolo ripercorre la storia del Congo soffermandosi sulla situazione coloniale e, in seguito, sulla dittatura di Mobutu, periodi caratterizzati da una violenza devastante e da un opportunismo senza scrupoli. Infine, l’attenzione si sposta sul Kivu, la regione epicentro del conflitto, dove la competizione per la terra si intreccia alla questione della cittadinanza e alle brame espansionistiche del Ruanda e dell’Uganda. Tutto questo ha dato vita a una guerra continentale: sul suolo congolese, infatti, sono intervenuti ben otto Stati africani, attratti dalla possibilità di saccheggiare le enormi risorse naturali del paese.
A partire da questo inquadramento storico-politico, l’autore si addentra nel mondo delirante delle milizie. In questa parte del libro viene dato ampio spazio alle voci dei giovani e dei bambini soldato, che spiegano le ragioni per cui si sono arruolati e narrano la propria esperienza di combattenti. La “crisi giovanile” emerge, quindi, come una delle ragioni di questa guerra. In un contesto in cui la scuola rappresenta un costo eccessivo per la maggior parte delle famiglie e in cui le opportunità lavorative sono limitate, l’arruolamento rappresenta, infatti, una delle rare possibilità di mobilità sociale, un’alternativa a una condizione di povertà e marginalità. D’altra parte, la violenza in Congo non regola soltanto la sfera politica ed economica, ma si insinua nei rapporti sociali più intimi, al punto che molti bambini trovano nelle milizie un luogo più sicuro delle loro famiglie. Non si tratta semplicemente di vittime, come spesso vengono rappresentati i bambini soldato nella retorica dell’industria umanitaria, ma di attori ambigui, in cui il carnefice e la vittima si confondono, e che agiscono in un contesto dove la violenza rappresenta spesso un’opportunità piuttosto che un problema.
Nell’ultima parte del libro viene presentata l’etnografia di una milizia del nord Kivu, i Mayi- Mayi, e le storie di vita di due giovani combattenti. L’autore si sofferma sulle pratiche magiche e sui macabri rituali presenti nei diversi movimenti armati: l’aspersione dei combattenti con un’acqua magica per renderli invulnerabili ai proiettili, l’utilizzo di protezioni magiche, i rituali di iniziazione alla violenza, ecc. Tutte queste pratiche si configurano come “dispositivi antropopoietici”, ovvero come meccanismi di plasmazione e manipolazione dei giovani in un contesto di frantumazione del potere e di distruzione culturale. D’altra parte, se da un lato in Congo le forme della cultura e dell’organizzazione sociale tradizionali hanno perso drasticamente di importanza e di pertinenza, dall’altro le idee di sviluppo e di modernizzazione del paese si sono risolte in un fallimento epocale. Questo “vuoto”, sociale e culturale, è stato riempito dalla cultura delle milizie, a tutto vantaggio dei più facinorosi e opportunisti. Spezzare questo circolo vizioso della violenza è, dunque, la sfida del futuro per il Congo, così che i giovani e i bambini possano sperimentare nuovi modi di stare al mondo, diversi dall’imbracciare un kalashnikov.
In definitiva, il libro di Jourdan supera i discorsi abituali con cui vengono rappresentate le guerre africane. Siamo, qui, certamente lontani dalla retorica di una guerra “etnica, primitiva e incomprensibile”, ma, allo stesso tempo, viene anche superato l’approccio vittimistico e caritatevole che, spesso, scade nel paternalismo e, in definitiva, in una nuova forma di razzismo. D’altra parte, il metodo antropologico si sottrae all’eccesso di astrattismo e, proprio a partire dal mondo dei giovani combattenti e dei bambini soldato, questo libro getta luce su una delle più grandi tragedie del nostro tempo.

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