Attenti al gorillafren

21 aprile 2010, di Riccardo Pravettoni
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Attenti al Gorilla: il monito è ancora e più che mai valido. Ma le cose, questa volta, stanno esattamente all’opposto di come sono narrate, prima da George Brassen e poi da Fabrizio De André, in una celebre canzone. Recentemente presentato al meeting COP 15 di Doha sulla biodiversità, il rapporto del United Nations Environment Programme (UNEP) sulla situazione dei gorilla – The Last Stand of the Gorilla. Environmental Crime and Conflict in the Congo Basin – indaga le condizioni degli ultimi gorilla nel bacino del Congo, unico habitat sul pianeta a ospitare i grandi mammiferi.

Le minacce alla sopravvivenza del gorilla di montagna, reso celebre da un lungometraggio che ha sensibilizzato l’opinione pubblica sul problema alla fine degli anni Ottanta, nascono da una fitta trama di relazioni economiche, militari e politiche, sia sul piano nazionale – nella Repubblica Democratica del Congo – sia su quello internazionale, nei paesi confinanti ma anche in Europa, in Cina e nel Sud Est Asiatico.

L’habitat del gorilla di montagna è ristretto ai dintorni del Parco Nazionale di Virunga, a est del fiume Congo, nella regione di Kivu al confine con Ruanda e Burundi. Ovvero nell’epicentro della guerra del Congo. Il conflitto, che dal 1996 ha fatto oltre quattro milioni di vittime (il conflitto più sanguinoso dopo la seconda guerra mondiale), ha innescato una reazione a catena che ha portato alla depredazione dell’habitat naturale del gorilla, la foresta pluviale del bacino del Congo.

Oltre a ospitare l’ultima popolazione di gorilla di montagna, composta da circa 700 individui, le regioni a est del Congo sono ricche di riserve minerarie. Oro e diamanti in primo luogo, ma anche e soprattutto cassiterite e coltan, due minerali necessari alla produzione di strumenti tecnologici per l’entertainment personale dell’Occidente. Ci si può allora chiedere: esiste un legame tra la playstation e l’ultimo dei Silverback, il maschio adulto capo del branco? Il boom della consolle nei mercati americani, europei e giapponesi ha determinato un innalzamento della domanda del coltan necessario per la sua produzione, con un conseguente aumento dei prezzi del metallo. Questa temporanea nuova fonte di alti profitti per le compagnie minerarie ha accelerato la pressione sul territorio. Più minatori e più miniere significano, da un lato, aumento della deforestazione – per accedere ai siti minerari, per l’utilizzo di legna da ardere –, con il conseguente aumento dell’accessibilità in zone impervie, prima non raggiungibili. Dall’altro lato significa una domanda di proteine che l’agricoltura locale non è in grado di soddisfare, ma la cacciagione, gorilla incluso, si.

È essenziale sottolineare l’aspetto socio-economico del bushmeat, la caccia nella foresta a scopo alimentare. Spesso la caccia e la vendita – attività non finalizzate, quindi, al sostentamento – sono l’unico o il più proficuo lavoro che le aree densamente popolate del Kivu, la regione a est del Congo in cui sono concentrati conflitti e gorilla, offrono. La domanda è in genere locale, e i consumi elevati. Si calcola, però, che circa trentamila tonnellate di carne illegale vengano ogni anno sequestrate negli aeroporti londinesi, creando un vero caso di traffico internazionale di animali, tra cui i gorilla, in via di estinzione.

Non è un caso, allora, che il partner dell’UNEP nella preparazione del rapporto presentato a Doha sia l’Interpol. Il traffico illegale non coinvolge solo gli animali, cacciati o vivi, ma anche le risorse minerarie di cui è ricco l’est del Congo: ad esempio il carbone ricavato dalla foresta pluviale, spesso con attività illegali di deforestazione, e venduto ai mercati locali e del vicino Ruanda. Alcune stime calcolano che le aree di frontiera tra Kivu e Ruanda siano dominate da un sistema di tassazione imposto dai ribelli del FDLR (Forces démocratiques de libération du Rwanda) per finanziare l’acquisto di armi e attrezzature. Un caso tristemente noto – documentato, tra gli altri, da un report del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – svela che la guerra non è solo una minaccia indiretta per il gorilla di montagna, ma che se ne serve anche come strumento di potere. Nel 2007 una intera famiglia di gorilla è stata letteralmente giustiziata, con colpi di arma da fuoco a distanza ravvicinata: un segnale estremamente forte da parte di chi, per interesse economico e per sancire la propria supremazia sul territorio, si oppone alla politica di controllo dei parchi e delle risorse forestali messa in atto dallo Stato. Circa 150 rangers addetti alla protezione dei grandi mammiferi nei parchi situati al confine tra Repubblica Democratica del Congo, Rwanda e Burundi sono stati uccisi deliberatamente negli ultimi dieci anni di conflitto, a riprova del fatto che l’ultimo baluardo dei gorilla di montagna è ancora troppo precario per evitarne l’estinzione.

Lo "spiacevole e cupo dramma" cantato con leggerezza dai due cantautori ricordati sopra assume, in questo report dell’UNEP, le tinte drammatiche di un danno ambientale senza ritorno, nel caso in cui anche l’ultimo gorilla dovesse scomparire dalle foreste congolesi. Ma per i gorilla c’è ancora una speranza, racchiusa nelle politiche che Stato e comunità internazionale possono e devono adottare per evitarne l’estinzione. Per evitare che l’esistenza dei gorilla sia possibile unicamente in quella “grossa gabbia” degli zoo o, peggio ancora, sulle piazze e nei teatri di un tempo, dove “la gente guardava con ammirazione un gorilla portato là dagli zingari di un baraccone”.


Riccardo Pravettoni

Riccardo Pravettoni

Cartografo presso il UNEP/GRID-Arendal, organismo norvegese affiliato al Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente. Collabora con le riviste Left-Avvenimenti e XX siècle. Ha partecipato alla realizzazione dell’Atlante 2009 di Le Monde diplomatique. Fa parte dell’equipe di Cartografare il presente.


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Con il contributo di:

Comitato Internazionale di Bologna per la Cartografia e l’Analisi del Mondo Contemporaneo

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