I seminari di Le Monde diplomatique 2010. Geopolitica del mondo multipolare (1)

Dal mondo bipolare al mondo multipolare, passando per l’unipolarefr

Traduzione di Silvia Dotti

Nella prima conferenza dei Seminari di Le Monde diplomatique 2010, dedicati alla "Geopolitica del mondo multipolare", Dominique Vidal presenta le evoluzioni – strutturali e congiunturali – in atto nell’era contemporanea, con le loro ripercussioni sull’architettura internazionale. Alla fine della guerra fredda, il bipolarismo causato dallo scontro tra il blocco occidentale e quello sovietico nei quarant’anni successivi alla seconda guerra mondiale sembra lasciare il posto a una struttura unipolare, basata sull’iperpotenza statunitense. Ma tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, il declino dell’America e l’ascesa delle potenze emergenti – primi fra tutti i BRIC – determinano la comparsa di un nuovo ordine multipolare. L’impatto del multipolarismo sulla violenza armata in generale, sulla politica statunitense e sulla questione israelo-palestinese in particolare sarà l’oggetto delle conferenze successive, che si concluderanno con una riflessione sulla necessità e la possibilità di riformare le istituzioni internazionali esistenti per adattarle ai nuovi rapporti di forza planetari.

14 maggio 2010, di Dominique Vidal
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L’edizione 2010 dell’annuario L’État du monde, che ho curato con Bertrand Badie, ha per titolo Le Grand tournant ? (La grande svolta?). Si tratta semplicemente di una formula volta a attirare l’attenzione o di una caratterizzazione pertinente della fase attuale dell’evoluzione del mondo? E’ questa la questione che affronteremo nella prima conferenza del nostro seminario di geopolitica contemporanea.

A questa questione risponderò in due tempi. Che si profili una “grande svolta” mi sembra al di là di ogni dubbio. Ma è troppo presto, credo, per dire a che punto della svolta ci troviamo. Tutto, infatti, dipende dalle evoluzioni di cui si parla:

  • Alcune sono di natura congiunturale: penso, in particolare, alla politica estera del presidente americano Barack Obama, ed è troppo presto per giudicarla globalmente (bisognerà aspettare, per farlo, che passi dai discorsi all’azione, soprattutto in Medio Oriente: ci ritorneremo in altre due conferenze, dedicate, rispettivamente, alla presidenza Obama e alla questione mediorientale);
  • Altre evoluzioni hanno una natura per metà congiunturale e per metà strutturale: è il caso dei conflitti in corso, ma anche della crisi finanziaria e economica mondiale;
  • Altre evoluzioni ancora, poi, sono di natura essenzialmente strutturale: è il caso del riequilibrarsi dei rapporti di forza internazionali in favore del Brasile, della Russia, dell’India e della Cina – i cosiddetti BRICS –, ma anche del ritorno della Russia sulla scena internazionale. In occasione del summit di Londra, in aprile 2009, numerosi osservatori hanno insistito sul carattere simbolico del passaggio dal G8 al G20: ma avrebbero dovuto sottolineare anche l’importanza del passaggio dal G8 ai … G2! E uso questa nozione al plurale perché riguarda tanto il G2 Washington-Pechino quanto il G2 Washington-Mosca. E le sfide che costituiscono le minacce all’ambiente planetario, soprattutto il riscaldamento climatico, rappresentano anch’esse un’evoluzione strutturale, e di grande importanza.

In breve, la “grande svolta” si produce ampiamente nel passaggio da un’architettura mondiale bipolare verso un’organizzazione multipolare, passando per una breve fase unipolare. Nel corso degli ultimi due decenni abbiamo, infatti, assistito a cambiamenti straordinari: la disgregazione dell’Unione Sovietica e la dislocazione del suo “impero”; il rinnovamento e l’espansione della potenza americana; l’estensione planetaria del capitalismo commerciale e la globalizzazione; la ricomparsa della Cina, dell’India e di altri Stati post-coloniali come attori del sistema economico e politico internazionale; la proliferazione di attori non statali che mettono in discussione l’autorità degli Stati nazione; la comparsa di nuove questioni e nuove sfide globali, come il cambiamento climatico; infine, la crisi sistemica dell’economia capitalista mondiale che stiamo attraversando oggi.

Nostalgia della guerra fredda?

Prima di riflettere insieme sulla struttura multipolare in costruzione, torniamo su ciascuna delle tre fasi attraverso cui è passato il mondo dalla seconda guerra mondiale.

Inventata dall’uomo d’affari e consigliere politico Bernard Baruch, la “guerra fredda” comincia nel 1947. Le ambizioni rivali degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica infrangono l’alleanza contro il nazismo stipulata durante la guerra. Washington organizza la sua egemonia economica con il piano Marshall (1947) e la sua egemonia strategica con la creazione dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO, 1949). Quanto a Mosca, salda il suo “campo” politicamente con la costituzione, nel 1947, dell’Ufficio di informazione dei partiti comunisti (Cominform), poi economicamente con la costituzione, nel 1949, del Consiglio per la mutua assistenza economica (CAEM, o Comecon).

Due discorsi “ufficializzano” la guerra fredda. Al congresso degli Stati Uniti, il 12 marzo 1947, il presidente Harry Truman dichiara:

Credo che gli Stati Uniti debbano sostenere i popoli liberi che resistono ai tentativi di asservimento […]. Credo che dobbiamo aiutare i popoli liberi a forgiare il loro destino […]. Credo che il nostro aiuto debba consistere essenzialmente in un sostegno economico e finanziario (al fine di) mantenere la libertà degli Stati del mondo e proteggerli dall’avanzata comunista [1].

Sei mesi più tardi, il 22 settembre, Andreï Jdanov, uno dei segretari del Partito comunista dell’Unione Sovietica, risponde davanti alla riunione fondatrice del Cominform:

Più ci allontaniamo dalla fine della guerra e più nettamente appaiono le due direzioni fondamentali della politica internazionale del dopoguerra, corrispondenti alla disposizione in due campi principali delle forze politiche che operano sull’arena mondiale: il campo imperialista e antidemocratico, il campo anti-imperialista e democratico.

E Jdanov precisa: Gli Stati Uniti sono la principale forza dirigente del campo imperialista. L’Inghilterra e la Francia sono legate agli Stati Uniti e marciano come satelliti, per quanto riguarda le questioni principali, nel solco della politica imperialista degli Stati Uniti. Il campo imperialista è sostenuto anche dagli Stati possessori di colonie […], dai paesi aventi un regime reazionario antidemocratico […], dai paesi che dipendono politicamente e economicamente dagli Stati Uniti […]. Le forze anti-imperialiste e antifasciste formano l’altro campo. L’URSS e i paesi della nuova democrazia ne sono il fondamento. […] Il campo anti-imperialista si appoggia, in tutti i paesi, sul movimento operaio e democratico, sui partiti comunisti fratelli, sui combattenti dei movimenti di liberazione nazionale nei paesi coloniali e dipendenti, su tutte le forze progressiste e democratiche che esistono in ogni paese [2].

Economico e politico, il confronto tra le due potenze a capo dei mondi capitalista e comunista implica anche una dimensione militare. Ma, a partire dall’estate del 1949, gli Stati Uniti non hanno più il monopolio dell’arma nucleare: l’URSS ha proceduto al primo test della propria bomba. Gli arsenali di cui entrambi si doteranno impediscono qualsiasi confronto diretto. È quello che si chiama equilibrio del terrore.

Per quattro decenni, le due superpotenze si batteranno, ai quattro angoli del mondo, attraverso alleati interposti, badando a non superare mai la “riga gialla” al di là della quale avrebbero fatto precipitare il pianeta in un’apocalisse nucleare. In breve, i due Grandi inquadreranno e controlleranno i loro satelliti in modo da farli combattere per migliorare le rispettive posizioni, ma senza spingersi mai troppo lontano.

Alcuni sembrano provare una certa nostalgia per la guerra fredda. Certo, in quarant’anni i due “Grandi” si sono spinti fino all’orlo del precipizio solo in due occasioni: con la crisi di Berlino del 1948-1949 e con la crisi di Cuba del 1962. Ma come si può dimenticare la litania di guerre “calde”, spesso altamente mortifere, che hanno caratterizzato questo periodo?

Non potendole analizzare nel dettaglio, permettetemi di stilare una lista di quelle in cui sono intervenuti gli Stati Uniti, l’URSS o entrambi, direttamente o indirettamente: la guerra civile greca (1946-1949); la guerra civile cinese (1945-1949); la guerra in Indocina (1947-1954); la guerra di Corea (1950-1953); il colpo di Stato in Iran (1953); la guerra in Algeria (1954-1962); le guerre arabo-israeliane (1956, 1967, 1973, 1982); la guerra di liberazione in Angola, in Mozambico e in Guinea-Bisseau (1961-1975); la guerra sino-indiana (1962); la guerra in Vietnam (1963-1973); l’intervento americano nella Repubblica domenicana (1965); le guerre indo-pakistane (1965 e 1971); il conflitto per i confini sino-sovietico (1969); il colpo di Stato in Cile (1973); la guerra civile libanese (1975-1990); la guerra tra Somalia e Etiopia (1977-1978); l’intervento vietnamita in Cambogia e la guerra sino-vietnamita (1979); l’intervento sovietico in Afghanistan (1979-1989); l’invasione americana di Granada (1983)…

Alle guerre del terzo mondo bisognerebbe aggiungere le rivolte che si sono verificate nel mondo comunista: la rivolta operaia nella Germania orientale (1953); gli scontri in Polonia e l’insurrezione in Ungheria (1956); la rivoluzione culturale in Cina (1965-1976); la primavera di Praga (1968); le manifestazioni di piazza Tien Anmen (1989). Senza dimenticare i movimenti di massa che hanno caratterizzato la fine del comunismo: movimenti pacifici nella Germania orientale (1989) e nella Repubblica Ceca (1991); movimenti violentemente repressi in Romania (1989).

Dal “nuovo ordine internazionale” all’Impero

La guerra fredda si è conclusa in pochi mesi, con la vittoria dell’Occidente. Quanto all’esperienza comunista, nata nel 1917, era terminata in due anni – sopravvivendo solo in Corea del Nord e a Cuba, visto che la Cina ha conservato, del comunismo, soltanto il nome.

Tra la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, nello spazio di due anni, la cooperazione tra George Bush (padre) e Michail Gorbaciov avrebbe fatto nascere il sogno di un “nuovo ordine internazionale”. La formula viene utilizzata per la prima volta dal presidente americano in un discorso al Congresso, l’11 settembre 1990. Questa speranza doveva trasformarsi velocemente in un’illusione, ma ha avuto almeno il tempo di sfociare in una delle rare guerre consensuali tra Est e Ovest: la guerra del Golfo, risposta all’occupazione del Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein.

Sette mesi più tardi, come per sfuggire all’accusa di utilizzare “due pesi, due misure”, l’amministrazione Bush (padre) ha organizzato la conferenza di Madrid per rilanciare il “processo di pace” israelo-palestinese. Se ne servirà, poi, per presentare la propria strategia di espansione mondiale dell’economia di mercato come espressione della ricerca di valori comuni.

Sotto questo trucco appariva, tuttavia, il volto di un nuovo Impero. La sola superpotenza sopravvissuta alla guerra fredda, gli Stati Uniti, si trasforma in “iperpotenza” – per riprendere il termine inventato dal nostro ex ministro degli Esteri, Hubert Védrine. Arrivati al potere con George W. Bush, i neoconservatori rivendicano il diritto per l’America, garante della libertà, di dirigere il mondo.

Strateghi e filosofi si incaricano di teorizzare questa nuova architettura mondiale. In La grande scacchiera [3], pubblicato nel 1989, Zbigniew Brzezinski pronostica il fallimento della perestroika e della glasnost di Gorbaciov. In La fine della storia e l’ultimo uomo [4], pubblicato nel 1992, Francis Fukuyama inventa la “fine della storia”, con la convinzione, falsa o reale, che la fine della guerra significasse la vittoria della democrazia liberale su tutti gli altri regimi. Per Samuel Huntington, essa segna il passaggio dalle fratture ideologiche alle fratture culturali, tra cui la principale oppone il giudaismo-cristianesimo all’islam: è lo “scontro di civiltà”, cui dedica un’opera eponima comparsa nel 1997 [5].

La descrizione del nuovo Impero corrisponde evidentemente a una realtà. L’errore non consiste nel mettere in luce la sua ascesa, ma nel presentarla come irreversibile e, a fortiori, nel farne un dato di lunghissima durata. Ora, è questa l’interpretazione che prevarrà, a torto, per tutti gli anni Novanta.

Anch’io ho sviluppato questa idea, qui a Bologna, dieci anni fa, in occasione di una “settimana di Le Monde diplomatique”. Mi perdonerete l’auto-citazione, perché è a fini di autocritica. Io stesso ho detto “A turno, nel corso della storia, la Spagna, la Francia e l’Inghilterra si sono contese il dominio del globo. Ma dal 1991 la situazione è cambiata”.

E citavo il giornalista Paul-Marie de La Gorce [6]: “Al di là dei deliri delle vittorie e dei conformismi trionfanti, non si vedeva ciò che la storia aveva prodotto: la comparsa di un’unica superpotenza, grande quanto la Terra”.

Alla fine concludevo: “Nel corso del mezzo secolo che separa il loro ingresso sul ring, dopo Pearl Harbour (1941), dalla loro vittoria per abbandono sull’Unione Sovietica (1991), gli Stati Uniti hanno progressivamente concentrato nelle loro mani «i tre attributi della superpotenza: quello economico, quello politico-militare e quello ideologico-culturale» [7]. Dimenticato il relativo declino successivo al trauma del Vietnam: l’America, al limitare del XXI secolo, sembrava più forte che mai. Ma la natura di questa egemonia è cambiata. È prevalente, ormai, ciò che la britannica Susan Strange descrive come il «potere strutturale dell’America»: quello di «plasmare e determinare le strutture dell’economia politica globale», quindi di «scegliere e modellare le strutture in cui dovranno operare gli altri paesi, le loro istituzioni politiche, le loro imprese e i loro esperti» [8]”.

Questa analisi, con il suo carattere unilaterale, si è rivelata erronea. Di crisi in crisi, la globalizzazione ha progressivamente mostrato i suoi limiti: la libertà quasi totale concessa ai mercati ha condotto a una serie di scosse, dalla crisi asiatica (1998) alla crisi dei subprimes (2008). E, dopo l’11 settembre, l’Impero si è impantanato in Iraq e in Afghanistan. Non soltanto il dispiegamento di forze non gli ha permesso di uscire dall’impasse, ma ha anche profondamente intaccato l’immagine dell’America nel mondo. Una delle dimensioni della sostituzione di George W. Bush con Barack Obama è la volontà del popolo americano di voltare questa triste pagina della propria storia e tentare di risalire la china.

Washington deve adattare la propria strategia ai propri mezzi

Questa elezione ha prodotto molti controsensi. D’altra parte, anche coloro che, nei media, salutavano in Obama una sorta di nuovo Messia si abbandonano senza limiti, un anno più tardi, alle gioie dell’Obama bashing: le loro critiche di oggi sono eccessive quanto le loro lodi di ieri. Le une e le altre ricorrono a termini morali per giudicare il nuovo presidente americano. Mentre si tratta di politica.

Dove si colloca, ad esempio, la rottura tra lui e il suo predecessore? A questa domanda Obama ha risposto chiaramente già nel suo discorso d’investitura, il 20 gennaio 2009: “L’America è di nuovo pronta a dirigere”. La differenza rispetto a George W. Bush non riguarda, quindi, tanto la riaffermazione della leadership americana quanto, piuttosto, il modo di assicurarla. Per il nuovo presidente, l’America deve imporsi non più con il hard power, ma con il soft power: il negoziato al posto della guerra, l’empatia verso i popoli al posto dell’ostilità, il dialogo tra le civiltà al posto dello scontro.

Ma questa indiscutibile svolta si fonda, innanzitutto, su una considerazione più realistica dei nuovi rapporti di forza mondiali. Lo si vede bene nelle priorità che il capo della Casa Bianca si è prefissato nel campo della politica estera, su cui torneremo in una conferenza dedicata all’azione, interna e estera, di Barack Obama.

Quali sono i dati principali cui il presidente americano si sforza di adattarsi per riaffermare meglio la leadership degli Stati Uniti?

Il primo è il declino, evidentemente relativo, della potenza dell’America. Prima economia manifatturiera del mondo dalla fine del XIX secolo e primo centro finanziario mondiale nel 1918, gli Stati Uniti si sono trovati, nel 1945, in una posizione economica dominante, godendo di vantaggi comparati decisivi tanto nel settore dell’alta tecnologia quanto in quello dei beni di consumo o dell’agricoltura. Queste date non sono affatto casuali: l’irresistibile ascesa dell’America è stata accentuata dalle due guerre mondiali, che hanno stimolato la sua economia senza infliggerle alcuna distruzione (ma con perdite umane non trascurabili: 126.000 vittime durante la prima guerra e 420.000 durante la seconda).

Nel momento in cui vince la guerra fredda, l’America dispone di una potenza considerevole. Produce quasi il 20% delle ricchezze del pianeta, si colloca al primo posto tra gli importatori e al secondo posto tra gli esportatori mondiali, effettua quasi la metà delle spese militari mondiali.

Ma la medaglia, lo si capirà presto, ha il suo rovescio. Dal 2000 al 2008 (compreso), il Prodotto Interno Lordo (PIL) americano è cresciuto del 50%, ma la crescita del PIL mondiale ha raggiunto il 55%. Per di più, gli Stati Uniti sono anche il paese più indebitato, con un debito pubblico raddoppiato in dieci anni, superando l’80% del PIL e rappresentando quasi un quarto del totale mondiale. Conseguenza della crisi dei subprimes, in due anni il 10% delle imprese sono scomparse e la disoccupazione è passata dal 5% a più del 10%. Il dollaro ha perso un terzo del suo valore e l’euro lo mette in difficoltà.

Questo è il contesto in cui si inscrivono le disfatte subite da Washington sulla scena internazionale. Se l’esercito americano ha rovesciato senza fatica Saddam Hussein, non è riuscito a “tenere” l’Iraq – e, ora, deve ritirarsi dal paese, senza avere alcuna certezza sul suo avvenire. L’intervento in Afghanistan ha conosciuto la stessa evoluzione: i Talibani, inizialmente storditi, sono passati con successo all’offensiva. Eliminando il regime basista iracheno e indebolendo, per un po’ di tempo, i Talibani afgani, l’America ha significativamente rafforzato, allo stesso tempo, l’Iran dei mullah, che difende con sempre maggior forza il proprio diritto all’energia nucleare. Ma ha anche distrutto la coesione occidentale, perché la NATO si è divisa sull’avventura a Bagdad e i suoi membri sono recalcitranti a rafforzare i corpi di spedizione a Kabul.

Come per un fenomeno dei vasi comunicanti, alla perdita di potenza degli Stati Uniti ha corrisposto un aumento di potenza dei loro principali rivali: i cosiddetti BRIC.

Chi sono e cosa vogliono i BRIC?

In termini di PIL [9], la Cina (6.473 miliardi di dollari) ha superato la Germania (2.816 miliardi) e persino il Giappone (4.262 miliardi) fino a diventare la seconda potenza mondiale, dopo gli Stati Uniti (13.820 miliardi). Inoltre, nel 2009, con l’8,9% la Cina ha rappresentato la metà della crescita mondiale! Nella sua economia, l’agricoltura rappresenta appena l’11%, contro il 49% dell’industria e il 40% dei servizi. L’anno scorso ha realizzato il 9% delle esportazioni mondiali e il 7% delle importazioni (contro 1,1% e 1,2% di venticinque anni fa).

Le riserve di cambio di Pechino raggiungono la cifra record di 2.400 miliardi di dollari, di cui la maggior parte in buoni del Tesoro americano. La presenza cinese è molto forte anche nei paesi in via di sviluppo, dove costruisce infrastrutture, ma investe soprattutto nello sfruttamento delle risorse naturali. Principale economista della banca HSBC, Stephen King sostiene: “Il mondo in cui viviamo non è più diretto dagli Stati Uniti, ma dai mercati in espansione, il cui motore, va da sé, è la Cina”.

Nel 1700, l’India, con il 22% del reddito planetario, era al pari della Cina. Oggi, evidentemente, non è più così, ma conosce un’ascesa tale che l’elefante potrebbe presto raggiungere la tigre. Per molto tempo al 9%, la crescita è scesa al 7,2% nel 2009-2010, ma dovrebbe superare l’8% nel 2010-2011 e il 9% nel 2011-2012. Quarta potenza agricola mondiale e terzo produttore di carbone, l’India vede il proprio PIL ripartito in: 18,1% all’agricoltura, 29,5% all’industria e 52,4% ai servizi. È il 26° importatore del pianeta. Il suo PIL la colloca al quarto posto, con 2.816 miliardi di dollari.

Dopo aver toccato il fondo sotto Boris Eltsin, la Russia ha compiuto un grande ritorno sulla scena internazionale. Il suo PIL raggiunge 1.985 miliardi di dollari. Ma, contrariamente alla Cina e all’India, ha conosciuto un rallentamento dopo la crisi: – 7,9% nel 2009. E’ vero che l’economia russa dipende fortemente dal corso del gas e del petrolio, che rappresentano il 60% delle sue esportazioni. Ma ripartirebbe nel 2010 con il 2-5%. Beneficia di un sottosuolo eccezionalmente ricco: primo produttore mondiale di gas, secondo di petrolio, sesto di carbone, ecc. Eredita, inoltre, dall’URSS una forte industria pesante, ma spesso obsoleta.

Ai “grandi” si aggiungono i “futuri grandi”. E’ il caso del Brasile. Con un PIL di 1.784 miliardi di dollari, si colloca al decimo posto nella classifica mondiale. La più grande economia dell’America latina dovrebbe ritrovare una crescita del 5% nel 2010. Ora, nel 2009, ha aumentato le proprie riserve, malgrado la crisi, del 24% – meglio degli altri paesi dei BRIC: Cina (19%), India (12%) e Russia (10%). E la sua riserva di valuta ha raggiunto i 240 miliardi di dollari. Questo ambiente stabile attira gli investimenti, stimolati della Coppa mondiale di calcio (2014) e dai Giochi olimpici (2016). Il Brasile è il primo produttore mondiale di aerei a media percorrenza, la terza potenza aeronautica, il sesto costruttore di automobili mondiale, il quinto produttore di caucciù, la nona industria chimica mondiale. Possiede l’8% delle superfici coltivabili e il 12% delle risorse idriche.

Switching Wealth

E si potrebbe proseguire questa lista, analizzando la forza delle economie del Messico, dell’Indonesia, della Turchia, del Sudafrica, ecc. Secondo uno studio della società di revisione contabile PricewaterhouseCoopers (PwC), la somma del prodotto interno lordo delle sette maggiori economie emergenti supererebbe dal 2020 la somma dei PIL dei paesi del G7, oggi i più ricchi del mondo [10]. Questi “E7” comprendono i quattro BRIC più il Messico, l’Indonesia e la Turchia. Dieci anni più tardi, nel 2030, le principali economie mondiali sarebbero la Cina, gli Stati Uniti, l’India, il Giappone, il Brasile, la Russia, la Germania, il Messico, la Francia e il Regno Unito …

Questo dimostra la pertinenza del titolo – Switching Wealth – che il Centro di sviluppo dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha scelto per il suo rapporto sulle prospettive di sviluppo economico mondiale, che pubblicherà in giugno.

Ecco la “grande svolta”! E la si può misurare chiaramente: siamo entrati in una fase storica nuova, che le griglie di lettura del passato non permettono di comprendere. In un modo più simbolico che esplicito, questa evoluzione si riflette nel passaggio dal G8 al G20 e nella creazione dei due G2 che ho citato: Washington/Pechino e Washington/Mosca.

Per quanto riguarda Mosca, Obama ha compiuto un gesto politicamente significativo rinunciando allo “scudo anti-missilistico”, che il suo predecessore considerava essenziale per la strategia americana. In cambio, ha ottenuto che Mosca prenda in considerazione la possibilità di sanzioni contro Teheran.

Non è stato lo stesso con Pechino, che non ha fatto concessioni né sull’Iran, né sulla rivalutazione dello yuan rispetto al dollaro, né sulla limitazione delle emissioni di CO2. E’ per questo, d’altra parte, che Washington si è ribellata con l’annuncio di una vendita d’armi per 6,4 miliardi di dollari a Taiwan, evidentemente inaccettabile per i dirigenti cinesi. Ciò che stupisce, in compenso, è il poco interesse, ovvero il disinteresse, del nuovo presidente americano verso l’Europa …

Il multipolarismo non è, in sé, piacevole

Questa irresistibile tendenza al multipolarismo non è, in sé, piacevole. Certo, essa infligge duri colpi al dominio imperialista che si credeva rafforzato dalla fine della guerra fredda. Ma, se l’egemonia di una iperpotenza è naturalmente sinonimo di ingiustizia, non è sicuro che lo scontro tra ambizioni rivali potrebbe invece garantire, altrettanto naturalmente, la giustizia.

Da questo punto di vista, il confronto con il periodo della guerra fredda non è giustificato. Anzi, è persino fuorviante. All’epoca, l’Unione Sovietica e il campo socialista volevano essere – almeno, affermavano di voler essere – un’alternativa al campo occidentale. Ogni sconfitta subita dal campo occidentale poteva essere considerata una vittoria di quello socialista. Anche supponendo che questo ragionamento manicheo riflettesse una parte di verità, le cose non stanno più così. Ciascuna delle potenze emergenti che abbiamo nominato si batte per i propri interessi nazionali. Il nazionalismo, in senso pieno, con i suoi aspetti positivi e negativi, ha sostituito i grandi disegni ideologici.

E a quelli che, tra di voi, hanno nostalgia dell’era in cui gli intellettuali potevano schierarsi voglio dire, con la massima chiarezza: se l’emancipazione dei popoli colonizzati costituisce un progresso storico indiscutibile, anche la loro aspirazione a un ordine internazionale più giusto deve essere sostenuta, e sarebbe assurdo pretendere di schierarsi in favore di un nazionalismo e contro un altro. A meno che non si sia pagati per farlo!

Negli scontri tra Mosca e Kiev, che parte prendere? Nel momento in cui la Cina si impadronisce sistematicamente delle ricchezze naturali del terzo mondo, possiamo intravedervi una forma di internazionalismo proletario? Quando il Venezuela e il Brasile si scontrano, bisogna scegliere il rivoluzionario Chavez piuttosto del riformista Lula?

Il mondo è cambiato, e la nostra visione deve anch’essa cambiare, a partire dall’istinto di “difendere” tutto quello che fanno le potenze emergenti. Per non parlare delle violazioni dei diritti umani e delle libertà di cui si rendono colpevoli, dalla lunga guerra in Cecenia all’oppressione dei Tibetani e degli Uiguri, dalle guerre interreligiose in India alla sorte della foresta amazzonica …

Nulla prova, allo stesso modo, che l’Europa possa occupare in questa nuova architettura un posto degno di lei. La singolare propensione degli Europei a sacrificare la loro sovranità sull’altare dell’allineamento – rispetto agli Stati Uniti oggi, ma rispetto a altri Stati domani? – rischia, secondo la formula di Hubert Védrine, di trasformare il Vecchio continente in “scemo del villaggio globale” [11] .

Questa tendenza suicida contraddice l’appello lanciato, dal 1975, dal primo ministro belga Léo Tindemans [12]:

I nostri popoli si aspettano dall’Unione Europea che esprima, dove serve e dove lo si desideri, la voce dell’Europa. Che la nostra azione comune difenda in modo efficace i nostri legittimi interessi, che assicuri le basi di una vera sicurezza in un mondo più equo”. Per fare ciò, “l’Europa deve sfuggire allo stesso tempo all’isolamento, al ripiegamento su se stessa, che la metterebbe ai margini della storia, ma anche alla soggezione, alla stretta dipendenza, che le impedirebbe di esprimere la propria voce. Deve ritrovare un certo controllo sul proprio destino.

E l’analista in politica della sicurezza Hajnajka Vincze [13] commenta:

Su questo punto, il primo ministro belga si rivela completamente in sintonia con il sentimento profondo, e notevolmente costante, dei cittadini. Non è un caso che, negli Eurobarometri successivi, la Politica estera e di sicurezza comune (PESC) e la Difesa europea continuino a beneficiare del sostegno massiccio (più del 70%) dell’opinione pubblica – con una maggioranza schiacciante (più dell’80%) quando si tratta di precisare che questa politica europea “deve essere indipendente dagli Stati Uniti.

Quanto all’ex ministro degli Esteri francese Hubert Vedrine, nel suo rapporto a Nicolas Sarkozy sulla globalizzazione [14], scrive:

Gli occidentali, certo, sono ancora dominanti, ma rappresentano appena un miliardo circa di esseri umani, sui sei miliardi e mezzo di abitanti del pianeta, proporzione destinata a abbassarsi ulteriormente con lo “shock demografico” in corso. Proprio nel momento in cui si prediceva la sua fine, la storia – degli altri! – si è rimessa in marcia. I paesi emergenti sono emersi davvero. Non cercano soltanto di entrare a pieno titolo nell’economia di mercato globale, ma cercano anche di ritrovare il posto geopolitico che compete loro. […] Dietro ai grandi emergenti, una decina di altre potenze stanno già comparendo, creando un mondo multipolare instabile e concorrenziale. Il rapporto di forza all’interno della WTO – non può esserci imposto nulla, ma nemmeno noi possiamo più imporre nulla – ne è una prefigurazione.

E profetizza: La competizione crescerà ferocemente attorno alle fonti di energia fossile (a meno che non intervenga qualche importante scoperta scientifica) e alle vie di trasporto (si pensi alla strategia petrolifera e marittima cinese) e tra capitalismi concorrenti. Il degrado del nostro ambiente, vale a dire, in pratica, delle condizioni di sopravvivenza della specie umana, ha già cominciato a suscitare tensioni internazionali.

Questo mondo multipolare in via di costituzione bisognerà, ora, organizzarlo e, dunque, trasformare profondamente l’architettura internazionale nata dalla vittoria sul nazismo. Perché tutto lo dimostra: questo periodo è obsoleto. Le norme che reggono l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e le sue “filiali”, come la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) o la Corte Penale Internazionale (CPI), ma anche il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Mondiale (BM) o l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), servono, a gradi diversi, il dominio occidentale.

Venerdì vedremo, nella quinta e nella sesta conferenza, in che misura questi organismi possono essere riformati, per far nascere una nuova architettura internazionale e per organizzare un mondo multipolare. Sotto molti aspetti, questa rifondazione avrà un’importanza storica paragonabile a quella del 1945.


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Dominique Vidal

Dominique Vidal

Storico, autore e giornalista di “Le Monde diplomatique”, di cui è stato caporedattore aggiunto fino al 2006, e responsabile delle sue edizioni straniere. Specialista della questione arabo-israeliana.


Note

[1] Wikipedia, Truman Doctrine.

[2] Jdanov, A., Rapporto sulla situazione internazionale (1947).

[3] Brzezinski, Z., La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana, Milano, Longanesi, 1998.

[4] Fukuyama, F., La fine della storia e l’ultimo uomo, Milano, Rizzoli, 2007.

[5] Huntington, S., Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Milano, Garzanti, 2000.

[6] De La Gorce, P.M., Le Dernier empire, Grasset, Paris, 1996.

[7] Nye, J., Bound to Lead : The Changing Nature of American Power, New York, Basic Books, 1990.

[8] Strange, S., Capitalismo d’azzardo, Roma-Bari, Laterza, 1988.

[9] Le indicazioni del PIL sono tratte da World CIA Factbook in data 1 gennaio 2009.

[10] "Le Monde", 25 gennaio 2010.

[11] Discorso di Hubert Védrine davanti alla Commissione sul Libro bianco sulla difesa e la sicurezza nazionale, 4 ottobre 2007.

[12] Rapporto sull’Unione europea, detto "Rapporto Tindemans", Bruxelles, 29 dicembre 1975.

[13] Vincze, H., L’Europe face à un monde multipolaire en déséquilibre, 11 gennaio 2010.

[14] Védrine, H., Rapport pour le président de la République sur la France et la mondialisation, 2007.

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Con il contributo di:

Comitato Internazionale di Bologna per la Cartografia e l’Analisi del Mondo Contemporaneo

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