I seminari di Le Monde diplomatique 2010. Geopolitica del mondo multipolare (2)

Le guerre sanguinose del XXI secolofr

Traduzione di Silvia Dotti

Nella seconda conferenza dei Seminari di Le Monde diplomatique 2010, dedicati alla “Geopolitica del mondo multipolare”, Dominique Vidal indaga le conseguenze del nuovo ordine multipolare, analizzato nell’incontro precedente, sulla quantità e la qualità dei conflitti armati contemporanei. Benché nemmeno la guerra fredda avesse garantito al mondo, con l’equilibrio del terrore, un’era di pace, stabilità e sicurezza, dagli anni Novanta il numero delle guerre è cresciuto e, soprattutto, si è modificata la loro natura, con la moltiplicazione e la diversificazione tanto degli attori quanto delle vittime della violenza. Tra i fenomeni analizzati: l’aumento delle guerre civili; il coinvolgimento di mercenari e combattenti non statali; l’intensificarsi della violenza sui civili, in particolare sui minori; il moltiplicarsi di rifugiati e sfollati; l’incremento delle spese militari e del traffico di armi; la proliferazione delle armi classiche, soprattutto di piccolo calibro. Le conferenze successive prenderanno in esame, più nello specifico, l’impatto del nuovo assetto mondiale multipolare sulla politica statunitense e sul conflitto in Medio Oriente, fino alla necessaria riforma delle istituzioni internazionali.

14 maggio 2010, di Dominique Vidal
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Oggi pomeriggio comincerò a parlare di quello su cui mi sono fermato stamattina: le trasformazioni profonde che interessano il mondo di oggi e il ritmo accelerato con cui si producono devono incitarci a essere molto prudenti nell’approccio alla geopolitica contemporanea. Certo, c’è la forte tentazione di costruire delle griglie di lettura robuste, capaci di spiegare l’evoluzione delle relazioni internazionali. Ma l’esperienza dimostra che, con la fretta, si rischia di cadere. Soprattutto quando il mondo cambia a tutta velocità.

Geopolitica dei conflitti

La questione dei conflitti che insanguinano il pianeta ne offre un eccellente esempio. Il periodo compreso tra il 1949 e il 1991 rappresenta, per chiunque si interessi di geopolitica a livello amatoriale, un’era benedetta. In poco più di cinquant’anni, il numero dei conflitti sul pianeta è triplicato, ma tutti – o quasi – si collocavano nell’ambito del confronto tra i due blocchi. Benché le cause fossero spesso indipendenti dalla guerra fredda, l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti sapevano strumentalizzarle, inducendo, così, i rispettivi “clienti” a obbedire alle regole del gioco imposte dal pericolo nucleare: si trattava sempre di sapere fino a che punto ci si poteva spingere. Per mostrare di comprendere le guerre in corso, quindi, bastava – o almeno così si credeva – individuare gli alleati di Mosca e di Washington, difendendo poi, secondo i casi, l’argomentazione degli uni o degli altri.

Partendo dalla constatazione, evidentemente felice, che l’equilibrio del terrore ha funzionato alla perfezione nell’evitare l’olocausto atomico, alcuni osservatori deducono che questo periodo è stato poco sanguinoso. A torto: il bilancio di guerre come quelle di Corea, del Vietnam o dell’Afghanistan (la prima) comprende milioni di morti! Vale a dire che la gestione, da parte di Washington e Mosca, dei conflitti tra i loro “fidati” non impediva grandi spargimenti di sangue – tra i militari, ma anche tra moltissimi civili. L’equilibrio del (grande) terrore si nutriva di (piccoli) terrori.

La caduta del muro di Berlino ha riaperto il vaso di Pandora, “liberando” conflitti di ogni genere, soprattutto nei grandi organismi in disintegrazione – come l’Unione Sovietica o la Federazione jugoslava. Eppure, vent’anni fa, alla morte del comunismo, i vincitori della guerra fredda ci avevano promesso un’era di pace e sicurezza. Francis Fukuyama aveva persino profetizzato la “fine della storia”. In realtà, gli anni Novanta, apertisi con la guerra del Golfo, si sono conclusi con la guerra del Kosovo. Tra le due, il mondo aveva conosciuto più di sessanta conflitti!

Le guerre nuove

Ma, se il numero dei conflitti è aumentato, il nuovo contesto è caratterizzato anche dal cambiamento della loro natura. Alcuni di loro, sempre meno numerosi, riguardano ancora le relazioni tra Stati: è stato il caso, ad esempio, almeno fino al recente riavvicinamento – interrotto dagli attentati di Bombay (novembre 2008) –, dello scontro tra India e Pakistan, responsabile di tre guerre. Altri conflitti, più rari che in altri tempi, oppongono alcuni popoli ai loro occupanti: dal 1967 in Palestina, nel 1993 in Cecenia, nel 2001 in Afghanistan e nel 2003 in Iraq. Ma la maggior parte di questi conflitti si presenta come guerre civili a base etnica o religiosa (o entrambe) – in alcuni casi gli insorti mirano al controllo di un territorio, in altri casi al controllo del potere.

Questa evoluzione si ritrova nelle statistiche annuali dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) [1]. Questo caratterizza l’anno 2008 per le sue “accresciute minacce alla sicurezza, alla stabilità e alla pace in quasi tutti gli angoli del globo. Gli effetti della crisi finanziaria globale – precisa il SIPRI – rischiano di esacerbare questi cambiamenti”. Le grandi aspettative suscitate dall’elezione di Barack Obama sono andate di pari passo con “la speranza di strategie di uscita in Iraq, di stabilizzazione in Afghanistan e di cambiamenti nei rapporti tra gli Stati Uniti e la comunità internazionale”. Ma il SIPRI riferisce, per quest’anno, di sedici "conflitti armati maggiori" – precisiamo che, per il Upsala Conflict Data Program (UCDP), questi conflitti oppongono, per la conquista di un territorio o del potere, due forze armate, di cui una appartiene al governo di uno Stato e il cui lo scontro ha causato più di 1.000 morti in un anno. Successivamente, basta che causi 25 morti all’anno per riapparire nelle statistiche.

Le statistiche del 2008

Per il quinto anno consecutivo, nessuno di questi conflitti armati maggiori presenta un carattere interstatale. D’altra parte, nei dieci anni precedenti, solo tre conflitti hanno coinvolto e contrapposto degli Stati: Eritrea/Etiopia (1998-2000); India/Pakistan (1998-2003); Stati Uniti e alleati/Iraq (2003) – i primi due aventi come obiettivo il controllo di territori, il terzo con l’obiettivo del controllo del potere. Resta, comunque, che a quattro conflitti hanno preso parte delle truppe straniere.

Tra i sedici conflitti del 2008 (contro i quattordici del 2007), quattro presentano la particolarità di aver conosciuto una internazionalizzazione: Washington contro Al-Qaida; il governo afgano contro i Talibani; le autorità irachene contro le diverse insurrezioni del paese; il potere somalo e l’Unione dei Tribunali Islamici. Tutti – è da sottolineare – derivano dalla “guerra al terrorismo” ingaggiata, a suo tempo, dall’amministrazione Bush.

Bisognerebbe, poi, definire questo nuovo nemico, cosa che, fino a ora, il diritto internazionale non è riuscito a fare. Anche una definizione semplice – ad esempio “qualsiasi atto di violenza contro civili innocenti, volto a terrorizzare la popolazione” – porta a mescolare gli attacchi di Al-Qaida dal 1998 e l’attentato all’Irgoun di Menahem Begin contro l’hotel King David di Gerusalemme (1946), la presa in ostaggio degli atleti israeliani ai Giochi Olimpici di Monaco (1972) e il gas sparso nella metropolitana di Tokyo dalla setta Aum (1995), le operazioni kamikaze a Israele e gli omicidi commessi negli anni Settanta dalla Frazione “armata rossa”.

Per il terzo anno consecutivo l’Asia si colloca, nel 2008, in testa a tutti i continenti per il numero di conflitti maggiori: sette, cioè Afghanistan, India (Kashmir), Myanmar (Stato Karen), Pakistan, Filippine, Filippine (Mindanao) e Sri Lanka. Nei dieci anni precedenti, questo continente ne aveva conosciuti dieci, di cui uno tra Stati (India/Pakistan) e nove guerre civili – quattro per un territorio (il Kashmir) e cinque per il potere.

Segue il continente americano, con tre conflitti nel 2008, tutti interni: Colombia, Perù, Stati Uniti. Anche negli anni 1998-2007 se ne erano contati tre. Anche il Medio Oriente ne totalizza tre nello stesso anno (Iraq, Israele/Palestina, Turchia/Kurdistan) – ma cinque in dieci anni, di cui uno tra Stati (Stati Uniti e alleati/Iraq), il conflitto israelo-palestinese e altri tre di carattere interno. In compenso, non si registra nessun conflitto in Europa (contro i due in corso nel decennio precedente: Kosovo e Cecenia) e se ne contano tre in Africa (Burundi, Somalia, Sudan).

Per quest’ultima, si tratta di una vera svolta: nel periodo 1998-2007, il continente nero è stato il teatro di tredici conflitti maggiori, di cui uno tra Stati (Eritrea/Etiopia) e dodici guerre civili per il potere. Molte di loro si sono internazionalizzate in Africa centrale (Burundi, Repubblica democratica del Congo, Rwanda) e in Africa occidentale (Costa d’Avorio, Liberia e Sierra Leone).

Il SIPRI propone anche una lista dei conflitti comparsi e scomparsi nel 2008. I primi si devono alla riapertura delle ostilità da parte delle guerriglie: in Burundi (Partito per la liberazione del popolo hutu/Forze nazionali di liberazione: Palipehutu/FNL), in Sudan (Movimento di liberazione del Sudan, MLS) e in Pakistan (forze islamiste vicine ai Talibani). I secondi, i conflitti scomparsi, risultano dalla minore attività dei movimenti di liberazione: nel 2008 è il caso della Cecenia.

Nel 2008, quattro dei conflitti in corso hanno visto crescere la loro intensità. In Perù, il Sentiero luminoso ha intensificato gli attacchi. I guerriglieri del Mindanao hanno rilanciato l’azione contro le forze filippine. Nello Sri Lanka, le forze governative hanno soffocato nel sangue le Tigri tamil. Il potere turco si è scagliato contro le forze del partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), con l’esercito che le ha inseguite fino in Iraq. In questi ultimi tre paesi, il numero dei morti è cresciuto del 50% in 12 mesi. Tuttavia, nel 2008 solo cinque di tutti questi conflitti erano costati – ufficialmente – più di 1.000 vite: in Afghanistan (più di 4.500), in Iraq (4.000), nello Sri Lanka (circa 8.400) e in Somalia (circa 1.250).

Di fronte a questa recrudescenza della bellicosità, sono state condotte sessanta operazioni multilaterali di pace nel 2008, con un numero record di 187.586 partecipanti (cioè +11% in un anno). Nel dicembre 2008, 137 paesi hanno contribuito a queste operazioni. Le più grandi sono l’ISAF in Afghanistan (51.356 soldati), la MONUC in Congo e l’UNAMID in Sudan/Darfur.

Prime vittime, i civili

Un’altra caratteristica dei conflitti di oggi: il ricorso sempre più massiccio ai mercenari. Gli Stati li utilizzano sia per non impiegare il proprio esercito sia per disporre di truppe meglio addestrate e meglio equipaggiate. Nella maggior parte dei casi, non si tratta più di uomini reclutati individualmente, ma attraverso imprese private. I loro compiti vanno dalla sicurezza all’inquadramento e all’assistenza militare. Estranei rispetto al terreno su cui intervengono, non esitano a dar prova di grande violenza, cioè di barbarie contro le popolazioni civili.

Più in generale, la frammentazione e la diversificazione della violenza armata hanno avuto conseguenze gravi in termini di vite umane. Nelle guerre interstatali, i soldati costituiscono il grosso delle vittime. Le guerre infra-statali, invece, mietono vittime soprattutto tra i civili. Come scrive il SIPRI,

Contrariamente alla violenza legata a una battaglia, che può toccare i civili in maniera indiscriminata, la violenza a senso unico contro i civili si produce in un contesto di conflitti armati e colpisce i civili direttamente e intenzionalmente […]. Le statistiche mostrano che le campagne di violenza a senso unico si sono accresciute in modo significativo dall’inizio degli anni Novanta”. Basti citare, nel 2008, il caso della Somalia, dello Sri Lanka, dell’Ossezia del Sud e della Colombia.

Questi casi, precisa il SIPRI, “mostrano che la violenza indiscriminata produce più vittime quando è perpetrata dalle forze governative. Tuttavia, il numero delle vittime della violenza statale a senso unico è declinato relativamente in questo decennio, rispetto agli anni Novanta”. Questa tendenza, però, è controbilanciata dal ricorso crescente da parte degli Stati, in materia di “contro-insurrezione”, a “milizie arruolate dai governi – una forma di esternalizzazione della violenza diretta e degli abusi contro i civili”. Un altro contrappeso è il ruolo crescente dei ribelli nella violenza a senso unico subita dai civili, “compresi gli attacchi terroristici, che sono sempre più spesso utilizzati come tattica asimmetrica di confronto con lo Stato”. Infine, tenuto conto della frammentazione della violenza e della diversificazione degli attori armati, soprattutto in Stati deboli o mal funzionanti, “alcune delle peggiori violazioni contro i civili possono essere perpetrate da capi locali, irregolari armati e bande criminali senza un’agenda politica esplicita”.

In breve, se, nella lotta per il potere, la responsabilità del numero di morti grava sugli Stati, i gruppi non statali fanno più morti nella battaglia per un territorio. Da cui il moltiplicarsi delle vittime civili, dirette e indirette, compresi gli sfollati e i rifugiati. Queste dispute interne vedono proliferare i gruppi armati, che aboliscono le frontiere tra le diverse forme di violenza, incluso il terrorismo. Lo Stato, con la sua debolezza, alimenta spesso questo slittamento verso il peggio, appoggiandosi su milizie tribali o gruppi di sicurezza privati. Ecco perché i civili, che costituivano il 20% delle vittime della prima guerra mondiale e il 40% della seconda, rappresentano il 60% delle vittime negli ultimi conflitti.

La sorte dei bambini

Tra le vittime civili dei “nuovi” conflitti figurano in massa i bambini: uccisi, feriti, violentati, mutilati, ecc. Secondo le Nazioni Unite [2], nell’ultimo decennio (1998-2008) 2 milioni di minori hanno trovato la morte in guerra. Più di 6 milioni ne escono gravemente feriti o irrimediabilmente invalidi, più di 1 milione restano orfani e più di 10 milioni riportano gravi traumi psicologici. Attualmente, in circa cinquanta paesi del mondo i bambini soffrono nel corso dei conflitti armati o nel dopoguerra. Ventitre milioni sono diventati rifugiati, tanto all’interno quanto all’esterno del loro paese, privati dell’istruzione e dell’assistenza sanitaria. Diecimila minori muoiono o restano mutilati ogni anno a causa delle mine antiuomo.

Almeno 300.000 bambini-soldato di meno di 18 anni combattono in trenta zone di conflitto nel mondo. All’inizio del 2008, il segretario generale aggiunto delle Nazioni Unite Radhika Coomaraswamy ha indicato che cinquantotto organizzazioni continuano a reclutare e a utilizzare i bambini in tredici paesi: Afghanistan, Burundi, Repubblica centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Birmania, Nepal, Somalia, Sudan, Ciad, Colombia, Filippine, Sri Lanka e Uganda. Questa pratica viola palesemente la Convenzione dei diritti del bambino del 1989 e, in particolare, viola il protocollo addizionale relativo al coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati . Ratificato da 127 Stati, questo protocollo fissa a 18 anni l’età minima di arruolamento nelle forze armate.

Rifugiati e sfollati

Oltre ai morti e ai feriti, minori e adulti, queste guerre di nuovo tipo hanno un’altra conseguenza: il moltiplicarsi dei rifugiati e degli sfollati, su cui le statistiche si rivelano poco affidabili, “fluttuando” tra 10 milioni e 200 milioni! Sui circa 31,7 milioni di rifugiati e persone che richiedono asilo recensiti, alla fine del 2007, dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), l’80% si trova nei paesi in via di sviluppo.

Secondo il SIPRI,

il trasferimento in massa di persone all’interno degli Stati e al di là delle loro frontiere è diventato un tratto caratteristico del mondo del dopo-guerra fredda. È anche una componente maggiore dell’insicurezza in cui, con i genocidi, il terrorismo e le eclatanti violazioni dei diritti umani, si mietono vittime tra i civili. Le cause dei trasferimenti di massa sono i conflitti per la divisione del potere, del benessere o delle risorse”. Da qui la questione, più urgente che mai, della protezione internazionale.

Ora, prosegue l’istituto, “negli ultimi due decenni, il sistema basato sullo Stato, in cui la sovranità era assoluta, si è evoluto verso un altro sistema, in cui il comportamento degli Stati rispetto ai loro cittadini è diventato un oggetto di preoccupazione e sorveglianza internazionali”. Malgrado i progressi dei movimenti dei diritti umani, “l’incapacità degli Stati di proteggere i propri cittadini ha spesso suscitato una risposta internazionale debole”. In breve, alla comunità internazionale resta molto da fare perché gli Stati si assumano le loro responsabilità rispetto ai rifugiati, inclusi quelli interni.

E ogni guerra infoltisce i loro ranghi: si conterebbero tra 4 e 5 milioni di rifugiati afgani in Iraq e in Pakistan; la guerra in Iraq ha trasferito quasi 2 milioni di persone nel paese e più di 2 milioni di persone all’estero; la Repubblica democratica del Congo ne conta 1,7 milioni, cui si aggiungono le 100.000 persone spinte all’esodo dai raid della milizia hutu delle Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (FDLR) nel Nord-Kivu, nella primavera del 2009; quanto al numero dei rifugiati palestinesi e dei loro discendenti, secondo l’Agenzia specializzata delle Nazioni Unite, questi superavano, alla fine del giugno 2008, i 4,6 milioni.

Con conseguenze umane tragiche, la nuova nomenclatura della belligeranza fa oscillare i dati. La “comunità internazionale” si preoccupa primariamente dell’allargamento del club delle potenze nucleari: se l’India e il Pakistan lo hanno raggiunto senza scatenare alcuna tempesta (a meno che, ovviamente, i talibani non si impadroniscano del potere a Islamabad), la situazione è diversa per l’Iran. E tuttavia, fino a ora, non è la proliferazione nucleare che uccide, ma la proliferazione delle armi classiche.

Perché la corsa agli armamenti prosegue, vent’anni dopo la fine della guerra fredda. E di conseguenza: le spese militari non smettono di aumentare. Secondo le ultime statistiche globali disponibili, quelle del 2008, le spese militari sono aumentate di più del 45% dal 1999, raggiungendo i 1.470 miliardi di dollari. Dieci Stati rappresentano più del 70% di queste somme: nell’ordine, Stati Uniti, Cina, Francia, Regno Unito, Russia, Germania, Giappone, Italia, Arabia Saudita e India. E le azioni dell’industria bellica, contrariamente alle altre, non hanno subito le conseguenze delle crisi dei subprimes

Secondo le nuove statistiche del SIPRI, le esportazioni di armi del 2005-2009 hanno superato del 22% quelle del 2000-2004. Per 2005-2009, i dieci principali Stati esportatori – che ne totalizzano più del 90% – sono Stati Uniti (30%), Russia (23%), Germania (11%), Francia (8%), Regno Unito (4%), Paesi Bassi (4 %), Italia (3%), Spagna (3%), Cina (2%), Svezia (2%) ed altri (10%). Dalla parte degli acquirenti, arrivano in testa la Cina (9%), l’India (7%), gli Emirati Arabi Uniti (6%), la Corea del Sud (6%), la Grecia (4%), Israele (3%), Singapore (3%), Stati Uniti (3%), l’Algeria (3%), il Pakistan (3%) ed altri (53%).

Il pericolo delle armi leggere

In questo commercio, le armi leggere, sempre meno costose e sempre più assassine, occupano una posizione privilegiata. Secondo lo Small Arms Survey 2009, 53 paesi le producono direttamente, legalmente o illegalmente. Il commercio mondiale autorizzato sarebbe arrivato a 1,58 miliardi di dollari nel 2006, cioè un aumento del 28% rispetto al 2000. A cui bisognerebbe aggiungere, senza dubbio, 100 milioni di transizioni non dichiarate. Il settore che ha conosciuto l’aumento maggiore in valore è quello delle munizioni di piccolo calibro, un aumento del 33%. E la crescita più forte in percentuale riguarda i pezzi di ricambio e gli accessori per pistole e revolver (+101%).

Il rapporto precisa che la valutazione del commercio mondiale delle armi leggere e di piccolo calibro è stata largamente sottostimata, poiché alcuni paesi molto attivi non hanno informato delle loro vendite – Bielorussia, Iran, Israele, Corea del Sud, Sudafrica, ecc. – o ne hanno camuffato una parte: Cina, Pakistan, Russia, Singapore, ecc.

I primi dieci esportatori di armi leggere e di piccolo calibro nel periodo 2000-2006 sono gli Stati Uniti (54%), il Belgio (6%), la Francia (5%), la Germania (4%), il Regno Unito (3%), la Cina, la Norvegia, l’Italia, il Canada e la Svizzera (2%). I primi importatori sono Cipro (20%), la Corea del Sud (9%), il Giappone (7%), la Grecia e l’Arabia Saudita (6%), gli Stati Uniti (5%), i Paesi Bassi, l’Egitto e la Turchia (3%) e l’Australia (2%). Le attività di disarmo hanno permesso di eliminare fino al 40% degli arsenali militari degli Stati e il 20% delle armi detenute dai civili: in totale, sono stati distrutti 76 milioni di armi militari di piccolo calibro e 120 milioni di armi da fuoco civili.

E, sui 200 milioni recensiti nel mondo, almeno 76 milioni costituiscono un surplus. In alcuni paesi come gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Svizzera, i civili possono persino acquistarle liberamente. Dirottata, una gran parte di queste armi alimenta i gruppi di combattenti non statali, che lottano contro il loro governo o/e tra di loro.

E’ facile immaginare l’evoluzione del paesaggio mondiale se il tipo di guerre che lo insanguinano dovesse generalizzarsi nel corso del XXI secolo. Più che mai, solo una riforma delle Nazioni Unite che le renda capaci di imporre il ritorno alla pace permetterà di evitare questa deriva sanguinaria. Perché – è necessario ricordarlo? – la carta dell’Onu, nell’articolo 2§4, proibisce il ricorso alla minaccia e all’uso della forza. Nell’articolo 33, obbliga tutti gli Stati a risolvere le dispute in modo pacifico. Questo è il fondamento del diritto internazionale.

L’interdizione della guerra conosce, secondo la Carta, solamente due eccezioni: il ricorso alla forza da parte del Consiglio di sicurezza in vista del mantenimento della pace e della sicurezza internazionali (capitolo VII della Carta) e il “diritto naturale” di legittima difesa riconosciuto agli Stati in caso di aggressione armata (articolo 51 della Carta).

Come sottolinea Hugo Ruiz Diaz Balbuena [3],

l’intervento detto «umanitario», la «legittima difesa preventiva» e la nozione di «guerra preventiva» come «nuova dottrina» giuridica esistono proprio per neutralizzare” l’articolo 2§4 e per far ritornare l’umanità alla situazione che precedeva il 1945, quando gli Stati pretendevano di fare la guerra a loro piacere.

La pretesa degli Stati Uniti e dei loro alleati europei di attaccare qualsiasi Stato sovrano, con l’alibi della guerra al terrorismo, conduce, secondo Hugo Ruiz Diaz Balbuena, “alla destrutturazione, cioè alla distruzione, della Carta delle Nazioni Unite e dell’intero sistema della sicurezza collettiva”. Eppure, prosegue il giurista, “la proibizione della minaccia e dell’utilizzo della forza armata è stata ed è ancora una delle più grande conquiste dell’umanità dalla seconda guerra mondiale. Il divieto è tanto importante che la sua violazione è considerata un crimine internazionale, cioè una regola derivante da una norma imperativa (jus congens, nel linguaggio giuridico)”.

Dopo gli anni di avventure dell’amministrazione Bush, la strada verso il pieno ripristino della Carta delle Nazioni Unite sarà lunga. Ma Jean Jaurès non aveva forse l’abitudine di citare questa frase di Marx? “Siamo ancora soltanto nella preistoria dell’umanità” [4].


Dominique Vidal

Dominique Vidal

Storico, autore e giornalista di “Le Monde diplomatique”, di cui è stato caporedattore aggiunto fino al 2006, e responsabile delle sue edizioni straniere. Specialista della questione arabo-israeliana.


Note

[1] SIPRI Yearbook 2009. Armaments, disarmament and international security, Solna, Svezia, 2009.

[2] Cfr. Bureau du Représentant Spécial du Secrétaire Général pour les Enfants et les Conflits Armés.

[3] Fin des guerres ou guerres sans fin ?, in Attac, Refonder l’ONU. La raison du plus fort ne doit pas être la meilleure, Parigi, 2010.

[4] Jaurès, J., Storia socialista della Rivoluzione francese, Roma, Editori Riuniti, 1969.

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Con il contributo di:

Comitato Internazionale di Bologna per la Cartografia e l’Analisi del Mondo Contemporaneo

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