I seminari di Le Monde diplomatique. Geopolitica del mondo multipolare (3)

Obama, rottura o facciata? Un primo bilanciofr

Traduzione di Silvia Dotti

Nella terza conferenza dei Seminari di Le Monde diplomatique 2010, dedicati alla “Geopolitica del mondo multipolare”, Dominique Vidal approfondisce gli effetti del multipolarismo contemporaneo – già analizzato nella sua collocazione storica e nel suo rapporto con le nuove guerre nei due incontri precedenti – sulla politica interna ed estera degli Stati Uniti, a partire dalle circostanze che hanno reso possibile l’elezione di Obama: crisi finanziaria, disfatta militare in Afghanistan e in Iraq, fallimento diplomatico in Medio Oriente, declino della potenza americana di fronte all’ascesa dei BRIC. Con il riequilibrarsi dei rapporti di forza internazionali, la riaffermazione della leadership statunitense richiede il passaggio, centrale nella strategia di Obama, dal “hard power” al “soft power”. Ma l’azione del nuovo presidente continua a essere limitata dalla persistente influenza dei (neo)conservatori. E proprio la necessità di coniugare le prospettive progressiste con il ruolo di capo dell’Impero deve invitare alla prudenza nel giudicare l’operato di Obama, anche sul dossier israelo-palestinese – oggetto della conferenza successiva. Gli ultimi due incontri, poi, saranno dedicati alla riforma delle istituzioni internazionali, imposta dalla nuova architettura multipolare.

14 maggio 2010, di Dominique Vidal
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L’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca ha aperto delle prospettive progressiste negli Stati Uniti e ha alimentato molte speranze in altre parti del mondo. Ma, sedici mesi più tardi, tutti si interrogano. Dov’è il cambiamento? Dove sono le azioni che, sul fronte economico e sociale, segnalerebbero che non è più lo stesso gruppo di privilegiati a comandare, che le disuguaglianze sono destinate a ridursi, che la lunga parentesi Reagan/Bush si è chiusa? Nel campo della politica estera, in cosa consiste il cambiamento in Iraq, in Afghanistan, in Medio Oriente, in America latina?

Quelli che, come noi, non si aspettavano la luna dall’elezione di Obama non hanno bisogno di ridiscendere sulla Terra. Ma non fingono nemmeno che tutto sia come prima.

Perché non è tutto come prima. Gli Stati Uniti, in fondo, sono uno dei pochi paesi in cui la crisi economica ha avuto conseguenze politiche diverse da un ripiegamento conservatore. I soli altri casi cui si può pensare sono, nell’ultimo anno, il Giappone e la Grecia (per questo paese bisognerebbe parlare al passato, dopo la cura di austerità brutale imposta ai Greci dal governo Papandreu).

In Europa, le elezioni di giugno 2009 hanno determinato un arretramento abbastanza pronunciato delle forze di sinistra e di centro-sinistra, un consolidamento della destra e persino dell’estrema destra. In Italia, in Germania e in Francia la destra resta saldamente al potere. Nel Regno Unito, dove nemmeno il Partito laburista era nemmeno di sinistra, vincerà probabilmente il Partito conservatore. In America Latina, la destra ha vinto in Cile e in Brasile. Non parlo nemmeno del colpo di Stato in Honduras.

Negli Stati Uniti, quindi, le cose sembravano, paradossalmente, evolvere nella giusta direzione. Paradossalmente, perché è piuttosto un paradosso, vista l’esperienza degli ultimi trent’anni, che gli Stati Uniti smettano, alla fine, di essere la fonte di cattive notizie sociali (privilegi dei ricchi, aumento delle disuguaglianze, rottura dei sindacati) e di operazioni militari aggressive all’estero (compreso, come in Venezuela, l’incoraggiamento di un colpo di Stato).

Questo paradosso non sarà necessariamente duraturo. Perché i neoconservatori non si sono arresi. E, con o senza Obama, gli Stati Uniti restano i governanti e i poliziotti dell’ordine occidentale. Regolamentazione finanziaria, equilibrio monetario, proliferazione nucleare, guerra in Iraq e in Afghanistan: è ancora in gran parte Washington che decide.

Ma la Washington di Obama non è più quella di Bush. E questo ci obbliga a riflettere. E a riflettere persino un po’ più del solito, rinunciando alle caricature. Sedici mesi dopo l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca, gli Stati Uniti sono cambiati.

Il nuovo presidente è, al tempo stesso, un democratico – cosa che era avvenuta solo due volte in quarant’anni (James Carter eletto nel 1976 e William Clinton eletto nel 1992) – e un democratico che non si presenta difendendo un programma conservatore.

Ha iniziato la propria campagna dichiarando la propria opposizione alla guerra in Iraq, precisando anche di non essere un pacifista: “Non sono contro tutte le guerre, ma sono contro le guerre stupide”. Ai suoi occhi, la guerra in Afghanistan non è stupida, ma necessaria.

Innanzitutto Obama ha voluto spezzare “l’ingranaggio del sospetto e della discordia” tra gli Stati Uniti e il “mondo musulmano”; instaurare un sistema di assicurazione sanitaria universale; ristabilire il diritto dei sindacati; condizionare il proseguimento del libero scambio alla fine del dumping sociale; nominare alla Corte suprema dei giudici progressisti o, in ogni caso, attaccati alle libertà pubbliche. E’ inutile, credo, sottolineare, su ciascuno di questi punti, il contrasto con George W. Bush. Ma il contrasto con i suoi predecessori democratici non è meno significativo.

La presidenza Carter aveva significato la riduzione delle spese pubbliche; l’inizio delle deregolamentazioni (trasporti, telecomunicazioni); il monetarismo duro con tassi d’interesse che raggiungevano il 21% all’anno e che hanno messo in ginocchio un certo numero di paesi, tra cui il Messico; il moralismo e la religiosità alla Casa Bianca; il ritorno della guerra fredda (attraverso il sostegno degli Stati Uniti ai fondamentalisti islamici al momento della guerra contro l’Unione Sovietica).

Con Clinton, anch’egli democratico, è stato ancora peggio: la generalizzazione della pena di morte; l’abolizione dell’aiuto federale ai poveri; l’accelerazione della deregolamentazione finanziaria. Senza dimenticare l’unilateralismo diplomatico: bombardamenti in Iraq, in Afghanistan e in Sudan; guerra della NATO in Kosovo senza mandato dell’ONU (una guerra in Kosovo tanto illegale, sul piano del diritto internazionale, quanto l’invasione dell’Iraq).

Tuttavia, mentre Carter e Clinton avevano condotto una campagna piuttosto conservatrice contro quello che chiamavano il “vecchio partito democratico” – vale a dire, in pratica, contro il partito della redistribuzione fiscale e sociale, del New Deal –, Obama ha, invece, rotto con l’ortodossia democratica ereditata dagli anni Clinton. Cioè ultraliberale e favorevole all’unilateralismo militare, come al momento della guerra in Iraq, sostenuta dai coniugi Clinton.

I grandi uomini e la storia

E l’elezione di Obama, con un tasso di partecipazione record, ha mobilitato le forze vive della società americana, i giovani in particolare. Ha provocato una ripoliticizzazione della società americana, un arretramento del cinismo politico. Certo, i grandi uomini non fanno la storia e gli interessi strategici americani sono straordinariamente vincolanti per qualsiasi presidente degli Stati Uniti, detentore, che lo voglia o no – come ho ricordato –, del ruolo di capo dell’impero. Ma, nel caso di Obama, è impossibile dire, già da ora, che il suo passato militante nei quartieri sud di Chicago, quasi esclusivamente neri e poveri, non influenzerà la sua presidenza.

Prima di tutto c’è l’uomo. Ma ci sono anche le circostanze. I due elementi si congiungono: se le circostanze non avessero screditato fino a questo punto il Partito repubblicano e una parte dei democratici – quelli che, come Hillary Clinton, avevano avuto paura di opporsi ai repubblicani dopo l’11 settembre –, l’elezione di un democratico progressista, nero per di più, sarebbe stata inconcepibile.

Questa elezione è, in definitiva, un evento accidentale ma felice della storia politica americana. Nessuno l’avrebbe ritenuto possibile un anno prima. Le circostanze le conoscete. Innanzitutto e soprattutto la crisi finanziaria. L’inattesa elezione di Barack Obama deve molto al fallimento di Bear Stearns, di AIG, di Merryl Lynch, al panico di Wall Street, alla rovina intellettuale delle politiche di deregolamentazione finanziaria.

Queste politiche non sono state soltanto quelle di George W. Bush. Sono state anche e soprattutto quelle di Alan Greenspan, nominato alla presidenza della Federal Reserve da Ronald Reagan, poi confermato nell’incarico da Bush padre, ma anche da William Clinton e infine da George W. Bush.

Alan Greenspan, ma anche Robert Rubin, l’architetto delle politiche economiche di Clinton, delle bolle finanziarie e, in via accessoria, ex padrone della Goldman Sachs, una delle istituzioni finanziarie che hanno maggiormente beneficiato delle speculazioni incoraggiate da Greenspan e Rubin.

Venti mesi fa, il crollo di Wall Street ha indotto una straordinaria richiesta di cambiamento politico negli Stati Uniti. Ha reso visibili lo smarrimento e la disfatta dei repubblicani, il cui odio per lo Stato regolatore è stato brutalmente preso in contropiede quando è diventato necessario, con urgenza e per cifre inaudite, salvare le banche. Ha manifestato anche il dissesto dei “nuovi democratici” alla Clinton.

E’ impossibile negare l’importanza di questa deflagrazione finanziaria. È impossibile negare il suo impatto sulla politica americana. Senza questa crisi finanziaria, come immaginare che il “Newsweek” avrebbe potuto, un giorno, titolare, a proposito degli Stati Uniti: “We are all socialists now” (16 febbraio 2009). Ma no, gli Stati Uniti non sono certo socialisti. E le forze conservatrici restano estremamente potenti in questo paese.

Potenti nei consigli di amministrazione delle grandi imprese, da cui tutto continua a dipendere. Potenti nelle lobby che tengono il Congresso (l’abbiamo visto nel caso della riforma del sistema sanitario). Potenti nei tribunali e alla Corte suprema, perché la maggior parte dei giudici sono stati nominati da presidenti repubblicani.

La crisi finanziaria ha reso possibile la disfatta della destra e l’improbabile elezione di Obama. Ma, molto velocemente, il presidente degli Stati Uniti ha riscoperto che il paese non si era spostato a sinistra, che restava fondamentalmente conservatore.

La crisi finanziaria dell’anno scorso è intervenuta anche sullo sfondo del fallimento diplomatico e del declino dell’influenza americana nel mondo. Misuriamo il cammino percorso. Nel gennaio 2001, quando il presidente Bush è entrato alla Casa Bianca, l’economia americana sembrava prospera, la potenza militare degli Stati Uniti era incontestata, la Russia era in ginocchio e non si profilava alcun rivale internazionale.

Perdita di credito per gli Stati Uniti

Otto anni più tardi, quando Bush lascia la Casa Bianca, il quadro è radicalmente cambiato. Ci sono stati l’attacco dell’11 settembre, la guerra disastrosa in Iraq, la perdita di credito internazionale degli Stati Uniti, lo slancio della Cina, dell’India e del Brasile, la ripresa della Russia.

Senza dimenticare che, partita dagli Stati Uniti, la crisi finanziaria devasta l’economia occidentale. Agli occhi di alcuni, il sistema sembra sul punto di crollare. E il prestigio americano nel mondo non è mai stato così basso. Perché, sotto la presidenza Bush, gli Stati Uniti si sono lanciati in due guerre allo stesso tempo. Queste costano una fortuna all’America (almeno 130 miliardi di dollari all’anno), intaccano gravemente la sua immagine internazionale e, soprattutto, non si dirigono verso alcuna soluzione soddisfacente.

D’altra parte, in Medio Oriente, lo schieramento incondizionatamente pro-israeliano dell’amministrazione Bush è sfociato in un campo di rovine: scontri tra Palestinesi da un lato, slancio dell’estrema destra in Israele dall’altro. E nessuna prospettiva di accordo tra Israeliani e Palestinesi.

Disastro finanziario, fallimenti diplomatici: la capacità della superpotenza americana di determinare, da sola o con i propri alleati e satelliti, il corso degli eventi è seriamente compromessa.

Come ha ricordato, qualche mese fa, lo storico britannico Eric Hobsbawm, la rovina di George W. Bush e dei neoconservatori ha dimostrato una cosa importante: il fallimento del tentativo di stabilire un impero mondiale, un’egemonia unilaterale fondata unicamente sulla forza, sull’influenza, sulla ricchezza degli Stati Uniti – e che non tiene conto di nessuno.

Ha fatto precipitare lo spostamento del mondo. Per Washington, è il fallimento di una forma di arroganza militare che si era impadronita dell’amministrazione americana dopo l’eliminazione dell’Unione Sovietica, dopo la vittoria lampo della guerra del Golfo e della guerra del Kosovo. Senza rivali, gli Stati Uniti avevano immaginato che il loro dominio fosse ormai accettato e totale.

Nel suo ultimo discorso da presidente, Bush ha riaffermato il proprio messianismo imperialista e religioso usando termini simili a quelli del fondamentalismo islamico, il partner-avversario della guerra delle civiltà: “C’è, nel mondo, – ha spiegato Bush – una lotta tra il bene e il male, e, con il male, non c’è nessun compromesso possibile”. Ora, come ha sottolineato l’ex ministro degli Esteri francese Hubert Védrine, “questa frase riassume il contrario di tutto ciò che è stato fatto, dalla notte dei tempi, nel campo della politica estera e della diplomazia. È stata una regressione intellettuale caratterizzata”.

Leadership, ma in modo diverso

L’elezione di Obama e alcuni dei suoi primi passi da presidente segnano una battuta d’arresto in questa regressione. Da una parte, perché il progetto di Bush è fallito e perché questo fallimento è diventato eclatante. Dall’altra parte, perché il presidente attuale, con il suo itinerario personale, incarna sin dall’inizio una rottura simbolica maggiore con il dogmatismo di Bush, più ignorante e più limitato. E’ stato un militante associativo, mentre il suo predecessore era proprietario di una squadra di baseball, è intelligente, colto, ha vissuto fuori dagli Stati Uniti, ha – come ha spiegato nel discorso del Cairo – “conosciuto l’islam in tre continenti”, per quattro anni anche in un paese musulmano, l’Indonesia.

Ed è molto popolare dappertutto nel mondo. Al punto da ricevere, prematuramente, il premio Nobel per la pace. Tuttavia, non bisogna contare su Obama per sottomettere la politica americana a una deliberazione collettiva. Un presidente degli Stati Uniti può pensare ciò che vuole, ma in quanto presidente è necessariamente il capo dell’impero, il difensore degli interessi di Wal-Mart e di General Electric.

Un presidente degli Stati Uniti, anche se democratico, anche se intelligente, può scatenare delle guerre imperialiste (l’abbiamo visto con Wilson, Kennedy, Johnson). Diventa automaticamente il capo dell’impero, del Pentagono, della CIA, del paese che possiede basi militari dovunque nel mondo, che dispone di una forza armata molto superiore a quella di chiunque altro. Del paese che dedica alle spese militari quasi quanto tutti gli Stati del pianeta messi insieme.

Questo capo dell’impero intelligente cercherà, quindi, di restaurare la leadership americana, ma in modo diverso. Di fare di più e di meglio con meno mezzi. Meno arroganza al servizio di una maggiore efficacia.

Innanzitutto perché Obama ha capito che la leadership americana, ormai, può essere solo relativa, intelligente, misurata, che l’era del “Ciò che diciamo si impone agli altri” (What we say goes, una formula di Bush padre nel 1991) è ampiamente conclusa. Ma leadership comunque.

Si tratterà semplicemente, per Washington – e non è poco –, di raggiungere i propri obiettivi attraverso il compromesso piuttosto che con il diktat, con la persuasione piuttosto che con la coercizione, con il negoziato piuttosto che con la guerra. Lo smart power di cui parla Hillary Clinton è l’idea che gli Stati Uniti debbano imparare a governare un mondo più orizzontale, meno gerarchico. E in cui dovranno adattarsi alla potenza crescente della Cina, dell’India, del Brasile.

Sette mesi fa, davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Barack Obama ha riconosciuto che il mondo non aveva sempre avuto torto nel ritenere che – cito – “su alcune questioni essenziali, l’America aveva agito unilateralmente, senza preoccuparsi degli interessi altrui. […] E ammetto che l’America è stata troppo spesso selettiva nel promuovere la democrazia”. Ha persino reso omaggio all’ONU, un’organizzazione detestata dalla destra americana.

Il presidente americano, tuttavia, ha aggiunto, nello stesso discorso: “Non fraintendetemi. I progressi a venire non possono dipendere soltanto dagli Stati Uniti. Quelli che fustigavano l’unilateralismo dell’America non possono restare sulla riva aspettando che l’America risolva da sola i problemi del mondo”.

In altri termini, si tratta, per Washington, di una forma di calcolo, di astuzia: ci si finge umili per obbligare gli altri paesi a condividere il fardello della leadership americana. È un po’ quello che si osserva in questo momento con l’Afghanistan: gli Stati Uniti decidono la strategia, poi chiedono agli alleati dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) di aiutarli militarmente (inviando soldati supplementari) a implementare questa strategia. Per Obama, restaurare la leadership americana ma in modo diverso significa innanzitutto smettere di mostrarsi “stupidi”. Cioè smettere di rendere insoddisfatto, di alienare, il mondo intero:

  • la Russia, smettendo di incoraggiare, come faceva Bush, le provocazioni della Georgia e lo schieramento di missili in Polonia;
  • la Cina, smettendo di ignorare i suoi interessi strategici e finanziari [1];
  • l’Iran, smettendo di utilizzare nei suoi confronti il solo linguaggio dell’ultimatum, soprattutto se questo deve condurre a una terza guerra americana contro un paese musulmano in meno di dieci anni;
  • il mondo arabo e musulmano, infine, smettendo di sostenere incondizionatamente le politiche del governo israeliano verso i Palestinesi.

La Casa Bianca sotto pressione

Ma la volontà iniziale della Casa Bianca di rompere con il passato continua a essere contraddetta dalle esitazioni e dagli arretramenti. In Honduras, Obama condanna il colpo di Stato. Ma il dipartimento di Stato non fa nulla per restaurare il presidente Zelaya, rifugiatosi nell’ambasciata brasiliana. E gli Stati Uniti ratificano delle elezioni boicottate dal presidente legittimo, riconosciuto da quella che, questa volta, possiamo davvero chiamare “comunità internazionale”.

In casi simili, la tendenza di Obama è, come quasi sempre, di mostrarsi “centrista”. Cioè di condannare il putsch e, poi, di lasciare che i putschisti impongano la loro volontà. Un po’ come in Afghanistan invia 30.000 soldati supplementari suggerendo che questi soldati abbiano la missione di rendere possibile il ritiro di tutte le truppe entro il 2011.

Entro il 2011, veramente? Non proprio. Perché questo ritiro, spiega Obama, “dipenderà dalle circostanze”. Avverrà “non appena le truppe afgane saranno in grado di sostituirle”.

Stessa esitazione in Medio Oriente. Prima Barack Obama pronuncia il discorso del Cairo, ammette l’ingiustizia fatta ai Palestinesi, esige il gelo della colonizzazione israeliana come condizione preliminare di qualsiasi ripresa dei negoziati tra Palestinesi e Israeliani. Poi Hillary Clinton e il Dipartimento di Stato reclamano il contrario, per la soddisfazione del governo israeliano: ripresa dei negoziati senza condizioni preliminari.

Il problema politico principale è che questo “centrismo”, questa ricerca del consenso, del bipartitismo, non smobilita affatto gli avversari repubblicani del nuovo presidente. Questi protestano contro tutte le iniziative della Casa Bianca e non votano nessuno dei suoi progetti importanti (come è emerso nel caso del programma di rilancio adottato con zero voti repubblicani al Congresso, o nel caso della riforma sanitaria, in cui un solo repubblicano ha votato con i democratici).

Allo stesso tempo, il centrismo di Obama, la sua ricerca del consenso, del bipartitismo, smobilita i suoi sostenitori. Gli adepti di una sicurezza sociale all’americana, di condizioni imposte alle banche, ma anche i pacifisti, che avevano visto in lui l’avversario della guerra in Iraq.

Quelli, infine, che, ricordandosi del Vietnam, fanno il collegamento tra internazionale e interno. E che si dicono che 30.000 soldati in più in Afghanistan significano 30 miliardi di dollari di spese militari in più (1 soldato = 1 milione di dollari all’anno).

E 30 miliardi in meno per le spese sociali. “Le bombe sganciate in Vietnam esplodono sulle città americane”, diceva Martin Luther King poco più di quarant’anni fa.

A quanto pare, nessun rivoluzione è in atto negli Stati Uniti.

Bisogna, tuttavia, considerare in che misura il nuovo approccio americano sia assimilato a un tradimento, a una catastrofe, dalla destra neoconservatrice.

Per la destra, essere apprezzato all’estero, ricevere ad esempio il premio Nobel per la pace, può significare una sola cosa: che si trascurano gli interessi dell’America. Perché, ai suoi occhi, l’America ha il diritto e, talvolta, persino il dovere di essere sola contro tutti. È la sua missione civilizzatrice. Il suo destino manifesto.

Controffensiva repubblicana

Tra i messaggi rivolti ai militanti del partito repubblicano, di cui Serge Halimi riceve una copia, uno diceva, con un tono allo stesso tempo ironico e sprezzante:

Caro Serge,

il presidente Obama ha ricevuto buone notizie questa settimana. La gente lo adora … in Europa. Secondo un recente sondaggio, l’apprezzamento degli Stati Uniti da parte degli Europei è aumentato in ciascuno dei paesi considerati.

E perché non dovrebbero amare Obama?

Da quando è entrato in carica, non ha smesso si presentare le proprie scuse a nome dell’America e di cedere alle esigenze del resto del mondo. E quanto è costato? Niente.

Questa popolarità si estende al di là dell’Europa e degli alleati degli Stati Uniti. Mahmoud Ahmadinejad non ha alcun motivo di lamentarsi. In occasione di una riunione del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il presidente Obama ha, infatti, ottenuto che la reazione internazionale al programma iraniano di arricchimento dell’uranio sia meno dura del previsto. Persino il presidente francese Sarkozy ha criticato questa reazione, molto debole.

Si, ha letto bene. I Francesi rimproverano agli Stati Uniti la loro politica di pacificazione. [Per un militante ultraconservatore, dalla guerra in Iraq in poi un Francese simbolizza la debolezza e il tradimento.] [2]”

.

Cito questo passaggio per segnalare fino a che punto la pressione sia forte e l’ostilità sia intensa ogni volta che Obama mostra di allontanarsi, anche solo a parole, dalla politica americana abituale.

Questo tema del “Obama = Monaco“, che alimenta ore di programmi di Fox News e degli editoriali quotidiani del “Wall Street Journal”, è stato, d’altra parte, ripreso, in modo più insolito, dall’ex vicepresidente Dick Cheney. Insolito, perché contrario a una regola non scritta per cui l’ex esecutivo non doveva criticare troppo presto, in termini violenti, la politica dei suoi successori.

Il 18 ottobre 2009, Dick Cheney si è particolarmente scatenato. Ha qualificato come “errore strategico” e “rottura della fiducia tra alleati” la decisione di Obama di rinunciare al dispiegamento di missili americani in Polonia e in Cecoslovacchia. Ha aggiunto: “Tutti i nostri amici nel mondo ci osservano e si domandano se gli Stati Uniti non li abbandoneranno anche loro”. Ha anche ricordato la propria avversione alla decisione di chiudere la prigione di Guantanamo e di proibire l’uso della tortura.

Infine, nel momento in cui Obama subiva la pressione del Pentagono, desideroso di dispiegare 40.000 soldati supplementari in Afghanistan, l’ex vicepresidente ha esplicitamente messo in dubbio il coraggio e lo spirito di comando di Barack Obama, comandante in capo delle forze armate: “Il presidente Obama dà l’impressione di aver paura di prendere una decisione e di essere incapace di fornire al comandante sul campo le truppe di cui ha bisogno per adempiere alla propria missione. La Casa Bianca deve smettere di tergiversare quando i soldati americani sono in pericolo” [3].

In seguito, Obama ha largamente ceduto al Pentagono sulla questione dell’Afghanistan. Ma i repubblicani non gli sono riconoscenti.

Questo contesto della politica americana, questa tattica della terra bruciata della destra, non bisogna mai dimenticarlo. Perché ciò che da lontano ci sembra esitante, insufficiente, deludente è, allo stesso tempo, interpretato come radicale, estremista, ovvero comunista dagli avversari, fanatici ma numerosi, di Barack Obama.

Finché i radicali del tipo Obama-Pelosi saranno determinati a imporre il loro programma socialista al popolo americano, il nostro lavoro non sarà terminato”, annuncia un messaggio internet rivolto a tutti i simpatizzanti repubblicani [4].

Il bilancio dei primi mesi di Obama, quindi, non si presta a un riassunto troppo netto. Tenendo conto del fallimento della politica economica e della politica estera precedente, si poteva di certo sperare in una rottura ancora più decisa.

In campo fiscale, ad esempio, anche dopo l’aumento annunciato da Obama, il tasso d’imposta massimo resterà inferiore a quello che è stato in vigore per la maggior parte della presidenza Reagan.

Più di una volta, abbiamo avuto la sensazione che Obama, portato al potere da un’immensa ondata di mobilitazione popolare, si sia impegnato a disattivarla, a smobilitarla. Che invece di utilizzare questa forza poco organizzata per forzare le porte del Congresso, far tacere le lobbie, disciplinare la finanza, abbia chiesto a questa forza di restare a casa propria.

Spiegandole che si sarebbe incaricato lui di tutto. E poi che, in seguito, come a proposito della riforma del sistema sanitario, si sia barcamenato, abbia negoziato e fatto compromessi con avversari talvolta stupiti di uscirne a così poco prezzo. Invece di rispondere colpo su colpo ai propri avversari, si è attenuto a una visione aristocratica, cavalleresca, della politica, caratterizzata dalla civiltà.

E’ stato paragonato a Hitler? Si è sostenuto che la sua riforma sanitaria avrebbe creato dei tribunali di morte? Un parlamentare repubblicano l’ha insultato durante un discorso solenne? Lui ha fatto come se non avesse sentito nulla, visto nulla. E ha risposto appellandosi alla ragione, al pragmatismo. Al punto che si può concludere che abbia paura di fare paura, affermando le sue convinzioni [5].

Dopo tutto, Barack Obama è stato eletto ancora meglio che Ronald Reagan nel 1980. Ora, nel giro di un anno Reagan aveva distrutto i sindacati, fatto votare una riduzione delle imposte del 25%, aumentato significativamente il budget militare, ridotto le spese sociali. Reagan, il cui partito era minoritario alla Camera dei Rappresentanti, disponeva solo di una risicata maggioranza al Senato.

Reticenza verso il populismo

Obama, invece, può teoricamente contare su una maggioranza molto ampia in entrambe le assemblee. Ma se Reagan mobilitava i suoi partigiani parlando di una rivoluzione conservatrice, Obama, al contrario, cerca troppo spesso di placare gli ardori dei democratici progressisti che l’hanno sostenuto, chiedendo loro di essere pazienti. Spiegando loro che non tutto è possibile.

Paul Krugman ha riassunto in una formula, che ritengo giusta, il problema politico di Obama: una “reticenza viscerale verso tutto ciò che potrebbe assomigliare a una retorica populista [6]”. Invece di ricordare che i repubblicani non hanno smesso di fare regali ai ricchi e punire i poveri, Obama risponde loro con calma e sembra prendere sul serio i loro argomenti più deliranti.

E’ un vero problema. Perché il primo anno di un nuovo presidente deve essere caratterizzato dalla rapidità, dalla volontà, non dalla pazienza e dal compromesso. Ancora meno dalla conferma delle politiche – finanziarie, militari – che ci si è impegnati a cambiare.

Obama è stato eletto diciotto mesi fa. Può ancora contare sullo slancio della vittoria, gli eletti del Congresso non gli si possono opporre troppo frontalmente. Ma non ancora per molto. Presto, tutto diventerà più difficile. La sua decisione sull’Afghanistan rischia di costituire un nuovo fattore di smobilitazione.

E tra sei mesi ci saranno le elezioni di metà mandato (nel novembre 2010). In genere, il partito del presidente le perde. Obama, allora, non avrà più nessuna maggioranza confortevole al Congresso, i repubblicani si sentiranno rinvigoriti.

Un intellettuale neoconservatore ha già potuto scrivere, a proposito del presidente americano: “L’uomo è arrivato al potere in un momento di panico. Ma la nazione ha ripreso fiducia in se stessa”. Sottinteso: il momento Obama è terminato.

Bene, ma, una volta detto tutto questo, dov’è politicamente l’alternativa? A sinistra, non c’è. Barack Obama resta senza dubbio ciò che il sistema americano può produrre di più progressista al momento attuale. In ogni caso, non esistono ancora, negli Stati Uniti, forze sociali suscettibili di costringere il presidente a spingersi più lontano di quanto non sia disposto a fare.

Egli opera, quindi, con una certa libertà sul piano interno: un partito repubblicano rumoroso ma relativamente screditato, una sinistra che cerca di fare pressione su di lui ma che, in ultima analisi, si rimette alle sue decisioni. Perché ritiene che il fallimento di Obama sarebbe catastrofico per lei.

Un giorno Obama favorisce le banche e sceglie ministri (Timothy Geithner) troppo legati al sistema finanziario per riformarlo, un altro favorisce il movimento sindacale congelando un accordo di libero scambio con Panama. Un giorno decide la chiusura di Guantanamo, un altro annuncia che i torturatori americani non saranno perseguiti.

Questo può sembrare deludente, e spesso lo è. Ma – con l’eccezione, forse, dell’America latina – dove si possono individuare Stati in cui, sul campo delle libertà pubbliche, della protezione sociale, dell’ambiente e anche della mobilitazione politica dei cittadini, la tendenza d’insieme sembra meno esecrabile oggi che l’anno scorso?

Un presidente democratico, nero, progressista, può allo stesso tempo riformare il sistema sanitario, ritirare le truppe americane dall’Iraq, migliorare la copertura sociale dei disoccupati, chiudere Guantanamo, mettere in discussione la politica di colonizzazione israeliana, rendere omaggio all’ONU, annunciare che aumenterà le tasse dei più ricchi? E, una volta che avrà fatto tutto questo, instaurare anche una sicurezza sociale all’europea, ignorare i moniti dei generali del Pentagono, far pagare a Wall Street una parte delle somme che Wall Street ha fatto pagare all’America?

Sarebbe auspicabile, dal mio punto di vista. Ma sarebbe realizzabile solo se gli Stati Uniti fossero un altro paese. Un altro paese, con un’ideologia conservatrice meno forte, anche in seno al partito democratico, con media meno ostili a qualsiasi intervento dello Stato nell’economia e meno allineati sugli interessi strategici di Israele, con grandi imprese – anche finanziarie – che giochino un ruolo meno decisivo nel finanziamento della politica americana.

Non è che un presidente degli Stati Uniti sia impotente. Reagan e Bush hanno fatto molte cose, e molto male. Ma, per un presidente progressista, i trabocchetti sono onnipresenti. I parlamentari sono spesso corrotti, i media ostili, la struttura della sicurezza nazionale naturalmente conservatrice.

Tuttavia, al di là del male che hanno fatto al loro paese e al mondo, Ronald Reagan e George W. Bush hanno almeno provato una cosa: quando un presidente vuole, spesso può. E la domanda diventa: Barack Obama vuole abbastanza fortemente ciò che vuole?

Diciotto mesi dopo il suo arrivo alla Casa Bianca, la questione resta aperta.


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Dominique Vidal

Dominique Vidal

Storico, autore e giornalista di “Le Monde diplomatique”, di cui è stato caporedattore aggiunto fino al 2006, e responsabile delle sue edizioni straniere. Specialista della questione arabo-israeliana.


Note

[1] Nel corso dell’ultimo summit del G20 a Pittsburgh, il presidente cinese Hu Jintao ha, d’altra parte, avvertito: “I paesi che emettono le principali monete di riserva dovrebbero mettere in conto le conseguenze delle loro politiche monetarie sulle loro stesse economie e sull’economia mondiale”. Obama dovrà rassicurare il partner e creditore cinese.

[2] NRC, 22 octobre 2009 « Dear Serge, President Obama received some great news this week: people love him... In Europe. In a recent Gallup poll, European views of American leadership have increased substantially in almost every nation polled. And why wouldn’t they love Obama? Since the day he took office, the President has been apologizing for the United States and has given in to demands from the rest of the world. And what has this cost them? Nothing. No significant increase in troops for Afghanistan, no increase in funding for the "NATO-led" war effort. But this popularity doesn’t stop with Europe, or even with America’s allies. Mahmoud Ahmadinejad surely didn’t mind when the President softened the international response to Iran’s secret enrichment of plutonium when he chaired a meeting of the UN Security Council earlier this year. Even French President Sarkozy chided Obama’s weak response. Yes, you read that correctly, the French are now criticizing the U.S. for appeasement. Senate Republicans don’t believe that we should be selling out our national security for the sake of European popularity - or Iranian "good will" for that matter. »

[3] Helene Cooper, Afghan War Is New Topic of Dispute With Cheney, in “The New York Times”, 23 ottobre 2009.

[4] “Our victories last week are a great start, but as long as the radical Obama-Pelosi liberals are determined to force their socialist agenda on the American people, our work isn’t done”.

[5] Come spesso accade con l’amministrazione Obama, la giustificazione avanzata è “pragmatica”: si rinuncia a ciò che non funziona più precisando che questo non ha niente a che vedere con un riorientamento fondamentale, “ideologico”. L’articolo di Gates sulla difesa è abbastanza nella linea del discorso di Obama sulla sanità. Nel primo caso, è il “soprattutto, non credete che voglia rabbonire la Russia”; nel secondo caso, è stato il “capite bene che anch’io mi oppongo a un ruolo troppo attivo dello Stato, ma il nostro sistema assicurativo ci porterebbe alla bancarotta”. Si veda Gates, R.M., A better missile defense for a safer Europe, in “The New York Times”, 19 settembre 2009.

[6] Krugman, P., Reform or Bust, in “The New York Times”, 21 settembre 2009.

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Comitato Internazionale di Bologna per la Cartografia e l’Analisi del Mondo Contemporaneo

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