I seminari di Le Monde diplomatique. Geopolitica del mondo multipolare (4)

Israele-Palestina: quello che (si) blocca, quello che (si) muove fr

Traduzione di Silvia Dotti

Nella quarta conferenza dei Seminari di Le Monde diplomatique 2010, dedicati alla “Geopolitica del mondo multipolare”, Dominique Vidal analizza gli sviluppi del conflitto israelo-palestinese nel contesto del nuovo multipolarismo, di cui gli incontri precedenti hanno già discusso, oltre all’affermazione storica, l’impatto sulle guerre contemporanee in generale e sulla politica statunitense in particolare. Con il governo Netanyhau, Israele vive una radicalizzazione politica e sociale senza precedenti. Sul fronte palestinese, si approfondisce la frattura tra Hamas e Fatah. Tuttavia, Israele oggi si trova, sul piano internazionale, fortemente isolato, mentre cresce il sostegno alla causa palestinese e alla soluzione dei due Stati: negli Stati Uniti si diffonde la consapevolezza che l’intransigenza israeliana ostacola gli interessi occidentali in tutto il Medio Oriente; in Europa si moltiplicano le azioni di boicottaggio economico e commerciale. L’istituzione della pace richiede, in definitiva, l’intervento della comunità internazionale, che, però, tarda a concretizzarsi. Le due conferenze successive prenderanno in esame le riforme che essa dovrà apportare alle proprie istituzioni per adattarle ai nuovi rapporti di forza mondiali.

14 maggio 2010, di Dominique Vidal
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Raramente la situazione in Medio Oriente è stata così contraddittoria. Sul terreno, la politica israeliana sembrava soffocare qualsiasi speranza, approfittando appieno delle divisioni inter-palestinesi. In compenso, sul piano internazionale è comparsa una (timida) speranza, ma che tarda a concretizzarsi.

In fondo, non c’è niente di nuovo: la “comunità internazionale” (tra virgolette) è all’origine del conflitto israelo-palestinese: è l’Assemblea generale (AG) dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) che ha deciso, il 29 novembre 1947 – ma non imposto, dopo la guerra del 1948 – la divisione della Palestina britannica in uno Stato ebreo e uno Stato arabo. Le tocca, quindi, agire in questo senso. Più che mai, la pace dipende soprattutto da questo intervento esterno.

Questo è il “filo rosso” che svilupperò ora, trattando successivamente l’impasse in Israele e Palestina, poi i movimenti nel campo internazionale.

Radicalizzazione in Israele

L’inasprimento di Israele – e, più in generale, della sua società – non risale al 2010. Risale almeno all’assassinio di Itzhak Rabin (1995), al sabotaggio da parte di Ehud Barak di Camp David e allo scoppio della seconda Intifada (2000). Ma si è significativamente aggravato con l’operazione militare condotta da Israele contro la striscia di Gaza nell’inverno 2008-2009.

Il governo scaturito dalle elezioni del gennaio 2009 è il più estremista della storia del paese. Infatti, Benjamin Netanyahu ha scelto di farvi figurare tutte le correnti esistenti a destra del Likud. Oltre all’estrema destra tradizionale, laica e religiosa, la coalizione comprende il partito russo Israel Beteinu, il cui capo, Avigdor Lieberman, diventato vice primo ministro e ministro degli Esteri, lotta contro la cittadinanza, cioè contro la presenza dei Palestinesi israeliani. Che coerenza: nella sua nativa Moldavia, era buttafuori in un locale notturno; diventato cittadino di Israele, vuole buttarne fuori … i Palestinesi!

La politica di questo governo è il rifiuto dello Stato palestinese e dei negoziati che potrebbero condurre alla sua istituzione, lo sviluppo della colonizzazione, il proseguimento della costruzione del muro, il rafforzamento di un esercito screditato dai fallimenti militari in vista delle guerre di domani e, a tale scopo, l’impoverimento brutale delle categorie sfavorite.

Benjamin Netanyahu ne ha fornito una nuova prova alla metà di marzo. Barack Obama aveva inviato il suo vicepresidente, Joseph Biden, a Gerusalemme e Ramallah per aprire, in grande stile, i negoziati indiretti, organizzati da George Mitchel, tra Israeliani e Palestinesi. Gli “strateghi” israeliani non hanno esitato a annunciare la costruzione di 1.600 nuovi alloggi a Gerusalemme Est. Così facendo, hanno provocato il ritiro immediato dell’Autorità palestinese, ma anche, al di là dell’offesa fatta a Biden, una nuova crisi con gli Stati Uniti e con l’Unione europea.

Questa radicalizzazione a destra caratterizza lo Stato d’Israele, ma anche la sua società. Le scelte elettorali del gennaio 2009 trovano conferma, poi, nella maggior parte dei sondaggi, che esprimono una profonda sfiducia verso i Palestinesi residenti tanto all’estero quanto all’interno del paese, con un desiderio maggioritario di privarli dei loro ultimi diritti, cioè di arrivare alla loro espulsione. Secondo i sondaggi di opinione, il 53% degli Israeliani sostiene la politica di Netanyahu – e persino il 66% se si tratta della colonizzazione di Gerusalemme Est [1].

Dove sono tutti gli Israeliani che accettavano – almeno verbalmente – i principi del ritiro dai Territori occupati e della creazione di uno Stato palestinese? Sull’onda della seconda Intifada, numerosi fattori recenti spiegano il loro silenzio, a cominciare dalla psicosi fomentata dalla guerra in Libano (2006), i lanci di missili su Sderot (2009) e la “minaccia” iraniana, psicosi fomentata da una manipolazione mediatica senza precedenti – come si sa, Israele è arrivato a proibire ai giornalisti, nazionali e internazionali, di penetrare nella striscia di Gaza durante l’offensiva dell’inverno 2008-2009.

Ma la chiave, oggi come allora, è l’assenza di alternativa. La ripresa in mano del Partito laburista da parte di Ehud Barak, la sua trasformazione in strumento dell’operazione contro Gaza e la sua partecipazione vergognosa al governo Netanyahu-Liberman-Barak hanno non solo privato l’elettorato di qualsiasi scelta, ma anche anestetizzato la frazione del movimento pacifista legata ai laburisti. Per riprendere l’immagine del mio amico Michel Warschawski, israeliano anticolonialista, la “piccola ruota” radicale non trascina più la “grande ruota” moderata.

Tanto che il “meglio” che ci si possa aspettare sarebbe la sostituzione della coalizione attuale con una formula di unione nazionale, l’estrema destra essendo esclusa a vantaggio del partito Kadima di Tzipi Livni. E non c’è da aspettarsi nulla da questa sostituzione: ricostituirebbe … la brigata dei tre responsabili del massacro dell’anno scorso a Gaza!

Una simile quadra sarebbe a fortiori incapace di rilevare le tre grandi sfide cui Israele si trova confrontato sul piano strategico, demografico e internazionale:

  • Strategico, perché Tsahal non è stato in grado di proteggere i propri cittadini, a nord durante l’avventura in Libano e a sud al momento dell’offensiva contro Gaza. E, nel caso di un’avventura contro l’Iran, è il centro del paese che subirebbe le rappresaglie di Teheran, senza dubbio con migliaia di morti;
  • Demografico, perché il “Grande Israele” includerà presto una maggioranza araba che andrà crescendo, obbligando questo Stato che si vuole “ebreo e democratico” a rinunciare a uno dei due aggettivi. Democratico, dovrebbe accordare i diritti politici a tutti i suoi abitanti e non sarebbe più, quindi, ebreo. Ebreo, dovrebbe imporre la sua legge a una maggioranza non ebrea e dovrebbe, quindi, ricorrere a un sistema simile all’apartheid;
  • Sfida internazionale, infine, perché il voto della maggioranza del Consiglio dei diritti dell’uomo dell’ONU, poi della maggioranza della AG del rapporto redatto dalla commissione d’inchiesta Goldstone riflette un isolamento senza precedenti dello Stato ebreo. È la prima volta che un’istituzione così rappresentativa condanna tanto pesantemente una guerra condotta da Israele, accusato di “crimini di guerra, cioè contro l’umanità” – come Hamas, ma in proporzioni ben peggiori (è vero che il numero delle vittime israeliane arriva a 13 e quello delle vittime palestinesi a 1.400).

I dirigenti israeliani, che avevano boicottato l’inchiesta, sono stati colti di sorpresa dai suoi risultati, che hanno provocato un vero e proprio stato di panico. A maggior ragione perché la personalità del giudice Richard Goldstone è inattaccabile: non solo è un esperto di inchieste internazionali, ma anche un ebreo (sudafricano) e un sionista da sempre. Il rapporto esige che Israele e Hamas conducano una propria inchiesta, in assenza della quale il Consiglio di sicurezza dell’ONU potrebbe rivolgersi alla Corte penale internazionale (CPI): Olmert, Livni e Barak rischierebbero allora di ritrovarsi sul banco degli imputati.

Divisioni in Palestina

È la principale vittoria strategica israeliana: la frattura permanente del movimento nazionale palestinese tra Fatah e Hamas, visto che le altre correnti non hanno visibilità politica – o ne hanno molto poca. Contrariamente all’analisi che si focalizza sulla dimensione religiosa di questa divisione, l’opposizione mi sembra prevalentemente politica: il primo motivo dello spostamento elettorale del 2006 risiede nel fallimento della strategia dell’Autorità palestinese (AP) nel quadro degli accordi di Oslo e, oltre a questo, sulla base della scelta politico-diplomatica dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) alla metà degli anni Settanta.

Se i Palestinesi hanno, allora, votato in maggioranza per Hamas, è perché avevano la sensazione – giustificata – di non aver ottenuto molto attraverso i negoziati. Al contrario: il “processo di pace” è diventato un processo di colonizzazione. Bisogna riconoscere che nemmeno la via della lotta armata, comprese le azioni terroriste, ha ottenuto molto: non solo ha radicalizzato l’opinione pubblica israeliana, danneggiato l’immagine internazionale dei Palestinesi e, quindi, facilitato la riconquista della Cisgiordania da parte di Ariel Sharon, ma ha “brutalizzato” per molto tempo la società palestinese – in Algeria, si sono osservate le conseguenze di tale fenomeno quattro decenni dopo la fine della guerra ….

Un’altra motivazione forte: lo spettacolo scioccante degli sprechi, della corruzione e dell’impotenza della burocrazia della AP. Bisogna dirlo chiaramente: questi mali hanno un’ampiezza molto superiore in Francia o in Italia. Ma, in una società in cui la metà degli abitanti vive con uno o due dollari al giorno, questa degenerazione naturalmente suscita la collera. L’esperienza di più di quattro anni di potere di Hamas suscita il timore che questo movimento non faccia molto meglio, soprattutto nelle condizioni del blocco di Gaza.

In breve, la divisione allo stesso tempo geografica e politica che ritaglia la linea di spartizione tra le due maggiori componenti del movimento nazionale palestinese va dalla strategia alla politica, dalla religione all’ideologia. Questa divisione non è congiunturale ma strutturale, profonda e senza dubbio duratura, anche perché non si manifesta nessuna volontà di unità da una parte e dall’altra. E si arriva persino agli arresti, persino agli omicidi, da entrambe le parti. Bisognerà contare questi prigionieri nelle “statistiche” dei prigionieri politici e contare le vittime dei regolamenti di conti Fatah-Hamas nelle statistiche dei morti?

La strategia occidentale, imposta da Israele, ha evidentemente ampliato il fossato. Ha spinto da una parte Fatah a tentare di riprendere con la forza il potere che aveva perso alle urne, e dall’altra ha spinto Hamas a radicalizzarsi per conservare il potere, con i soppressori che gettavano benzina sul fuoco da entrambe le parti.

Ebbene, i due movimenti continuano a sprofondare nella loro logica suicida. Nell’agosto 2009, il congresso di Fatah, a parte il discorso sul diritto di resistenza e l’elezione di Marwan Barghouti alla dirigenza, non ha rimesso in questione la priorità accordata dal movimento alla lotta contro Hamas, e di cui la promozione di Mohammed Dahlan e dei suoi collaboratori offre un chiaro segnale. L’unità nazionale possibile sulla base del “documento dei prigionieri” è svanita. La promozione, oltre che di Dahlan, dei “securitari” si è accompagnata a quella dei corrotti, cacciati dalla porta e rientrati dalla finestra attraverso l’OLP.

Quanto a Hamas, malgrado la riaffermazione della prospettiva di uno Stato palestinese nei Territori occupati nel 1967, attorno alla quale i due movimenti potrebbero ritrovarsi, prosegue la repressione contro i militanti di Fatah – che fanno lo stesso in Cisgiordania – e accentua l’islamizzazione, forzata e non forzata, della società di Gaza. Il blocco contribuisce alla pressione dei radicali di fronte ai democratici.

Anche se i sondaggi [2] – da prendere con le precauzioni abituali – indicano un’evoluzione del rapporto di forza elettorale a favore di Fatah, soprattutto a Gaza, sarebbe illusorio immaginare una riunificazione rapida, anche in vista di eventuali elezioni presidenziali, legislative e municipali: il fossato è troppo sostanziale e troppo largo, e la volontà di colmarlo è troppo debole.

Da cui, anche qui, i tentativi che si manifestano per sfuggire a questo doppio fallimento. È il caso degli sforzi della “sinistra” palestinese, ma anche della prospettiva proposta dal primo ministro Salam Fayyad. Riprendendo l’idea, più volte abbandonata, di proclamare lo Stato palestinese, egli propone di istituirlo sotto l’occupazione. Questo tentativo può essere valutato in diversi modi, ma non sarebbe giusto qualificarlo puramente e semplicemente come “traditore”: ieri sconosciuto, Fayyad ha conquistato una certa popolarità grazie ai miglioramenti che ha apportato alla vita quotidiana in Cisgiordania.

La strategia adottata sulla base di questa esperienza comporta evidentemente dei rischi, a cominciare dal rischio di alimentare l’illusione della “pace economica”, opposta da Netanyahu all’esigenza di stabilire lo Stato palestinese. Allo stesso tempo, l’idea – non nuova, lo ripeto – di proclamare lo Stato nelle frontiere del pre-1967 esprime la volontà di imporre questa entità giuridica sulla scena internazionale.

Il movimento sulla scena internazionale

Per comprendere questa evoluzione, bisogna tornare al fenomeno caratteristico di questo periodo: l’isolamento diplomatico e politico di Israele, significativamente accentuato dalle due Intifada, dalla guerra in Libano e dall’offensiva contro la striscia di Gaza.

Si tratta, evidentemente, di un fenomeno di più lunga durata. Il profondo sentimento di simpatia verso gli ebrei vittime del genocidio nazista si è per molto tempo riflesso su Israele, proibendo qualsiasi critica alla sua politica. Cui si è aggiunta in Occidente, a partire dal 1956, la coscienza di una lotta comune contro il nazionalismo arabo. Ma l’occupazione del resto della Palestina nel 1967, l’invasione del Libano nel 1982 (con il massacro di Sabra e Chatila), la prima Intifada e la sua repressione brutale (“Break the bones”, diceva un certo … Itzhak Rabin!) hanno progressivamente scavato un fossato tra Israele e l’opinione pubblica mondiale, aggravato dal fallimento di Camp David, ingiustamente attribuito a Yasser Arafat, nell’estate 2000 e dagli attentati kamikaze della seconda Intifada.

È stato effettuato un sondaggio per l’Unione Europea (UE), nel novembre 2003, presso 7.500 cittadini di quindici Stati membri. Intervistati per sapere quale Stato rappresentasse “una minaccia per la pace nel mondo”, il 59% degli intervistati rispondeva Israele, davanti all’Iran (53%), alla Corea del Nord (53%) e agli Stati Uniti (52%). Questi risultati, voglio precisare, non hanno nulla di congiunturale: nel marzo 2007, un sondaggio della BBC presso 28.000 persone in ventisette paesi ha fornito la stessa classifica.

E’ in questo background che è avvenuto lo spettacolo dei bombardamenti indiscriminati contro il Libano nel 2006, poi contro la striscia di Gaza nell’inverno 2008-2009, sollevando un’emozione e un’ondata di proteste senza precedenti. Con, tra questo periodo e l’attuale, una differenza fondamentale: l’elezione alla presidenza degli Stati Uniti di Barack Obama significa che Israele non può più contare, alla Casa Bianca, su questo alleato inamovibile che costituivano George W. Bush e i neoconservatori.

La prova e persino il simbolo di questo isolamento mai visto, come ho detto, è l’adozione a grande maggioranza, al Consiglio dei diritti dell’Uomo poi alla AG dell’ONU, del rapporto Goldstone. Ma la AG dell’ONU non è – ahimè – la “comunità internazionale”: a Washington come a Bruxelles e a Parigi, le cose non sono affatto così chiare.

Obama, primo bilancio

Il bilancio dell’amministrazione Bush, l’abbiamo visto stamattina, era catastrofico: impasse in Israele-Palestina, pantano in Iraq e in Afghanistan, con, come conseguenza, la crescita in potenza dell’Iran, pressione delle forze islamiste nel mondo arabo-musulmano, ecc. In breve, era minacciata l’egemonia americana in tutta la regione. Cambiare le cose in Medio Oriente avrebbe, quindi, dovuto costituire una priorità per la nuova amministrazione.

Ho detto ieri qual è la strategia generale di Obama: la riaffermazione della leadership americana grazie al passaggio dal hard power al soft power.

Applicata al Medio Oriente, questa visione, per ristabilire l’egemonia vacillante degli Stati Uniti, avrebbe dovuto spingere Obama a tentare di avanzare sul dossier israelo-palestinese, che sovradetermina tutti gli altri – come aveva spiegato con la massima chiarezza il rapporto bipartisan Baker-Hamilton. Chiaramente, la soluzione del conflitto tra Israeliani e Palestinesi rappresenta la condizione necessaria – anche se non sufficiente – per la soluzione di tutti gli altri conflitti nella regione.

I primi discorsi e i primi gesti di Obama avevano dato l’impressione che avesse imparato la lezione. A partire dalla nomina come inviato speciale in Medio Oriente di George Mitchell, “bestia nera” degli Israeliani in virtù del rapporto in cui, nel 2000, sottolineava la loro responsabilità nello scoppio della seconda Intifada. Poi c’è stato l’eccellente discorso del Cairo, con, allo stesso tempo, l’apertura in direzione dell’islam, la denuncia della colonizzazione israeliana e l’assenza del termine “terrorista” nella definizione di Hamas, presentato come “influente”. Poi tutti si sono stupiti, nell’estate del 2009, della fermezza di fronte a Netanyahu sulla colonizzazione, incluso a Gerusalemme Est.

Ebbene, fino a ora la nuova amministrazione non ha tradotto in azioni questi discorsi e questi gesti. Al contrario: ha organizzato, alla metà di settembre 2009, un summit con Netanyahu e Abbas, a margine della AG dell’ONU, senza aver ottenuto la concessione israeliana sulla colonizzazione. E’ servita la provocazione di metà marzo per rimettere in moto la politica medio-orientale dell’America.

Benyamin Netanyahu sapeva, evidentemente, che l’offesa fatta a Joseph Biden e al suo “padrone” avrebbe influenzato le relazioni americano-israeliane. Ma non credeva che Obama avrebbe accettato la sfida. Ecco perché, il 22 marzo, si è servito della tribuna del congresso dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) per sferrare un vero e proprio attacco contro l’équipe del presidente.

Rivolgendosi, prima di lui, ai congressisti, la segretaria di Stato Hilary Clinton aveva, infatti, tenuto un discorso insolito. Certo, aveva descritto l’impegno di Washington in favore di Tel-Aviv come “solido come una roccia, indistruttibile, duraturo e eterno”. Ma le frasi successive erano meno abituali. Per motivi demografici, ha dichiarato Hilary Clinton, “la soluzione dei due Stati costituisce l’unica strada che permetterà a Israele di restare, allo stesso tempo, una democrazia e uno Stato ebreo”. È questa visione, ha proseguito la Clinton, “che ci ha spinti a condannare l’annuncio dei piani di nuove costruzioni a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, che ha danneggiato la fiducia reciproca e messo in pericolo la negoziazione indiretta, prima tappa verso un vero dialogo [3]”.

Il primo ministro israeliano non ha imparato la lezione e fa dichiarazioni molto ostili a Obama. Pessima idea: sarà ricevuto alla Casa Bianca senza la conferenza stampa abituale, senza dichiarazione comune e persino senza fotografia. E, all’ora di cena, Barack Obama ha abbandonato il suo ospite per ritirarsi con la moglie e le figlie …

Riflesso dell’umore sul protocollo? Questo significherebbe ignorare il discorso pronunciato, il 17 marzo, da David Petraeus davanti alla commissione delle Forze amate del Senato. Capo del Centcom, la zona militare che comprende l’insieme del Medio Oriente, questo generale gode di grande autorità e di grande popolarità da quando ha “salvato” l’esercito americano da un disastro in Iraq : grazie al surge, ha creato le condizioni del suo progressivo ritiro.

Un paragrafo ha stupito tutti gli osservatori:

Le ostilità persistenti tra Israele e alcuni dei suoi vicini costituiscono delle sfide particolari per la nostra capacità di far avanzare i nostri interessi nella zona di responsabilità del Centcom. Le tensioni israelo-palestinesi si trasformano spesso in violenza e in scontri armati su grande scala. Il conflitto provoca un sentimento anti-americano, a causa della percezione del favoritismo degli Stati Uniti verso Israele. La collera araba sulla questione palestinese limita la forza e la profondità delle nostre relazioni con i governi e i popoli di questa zona di responsabilità, e indebolisce la legittimità dei regimi [arabi] moderati. Al-Qaida e altri gruppi militanti sfruttano la collera ai fini della mobilitazione. Il conflitto offre anche all’Iran un’influenza nel mondo arabo attraverso i suoi clienti, lo Hezbollah libanese e Hamas [4]”.

Questo ragionamento si basa, evidentemente, sul legame stabilito tra il conflitto israelo-palestinese e gli altri conflitti. Riassunto schematicamente, questo significa che l’intransigenza israeliana compromette le possibilità dell’America in Iraq, in Afghanistan e nel braccio di ferro sul nucleare iraniano, tutti dossier delicati per Washington.

Rotture all’interno della lobby

È vero che, dall’altra parte, la lobby preme per un sostegno incondizionato a Israele. Ma, ancora una volta, la situazione sta cambiando. Perché il fatto nuovo è la nascita e il rapido slancio di una lobby alternativa, J-Street, che combatte la politica di Netanyahu e mobilita gli ebrei americani attorno alla prospettiva dei due Stati. Simultaneamente, la lobby tradizionale subisce una accresciuta pressione da parte della Casa Bianca, che, per bocca del suo capo di gabinetto Emmanuel Rahm, ha messo in guardia i capi dell’AIPAC: la difesa sistematica degli interessi di Israele contro quelli degli Stati Uniti rischierebbe di mettere in pericolo … la situazione degli ebrei negli Stati Uniti. Infatti, da diversi mesi la vecchia lobby non manifesta alcun entusiasmo nel sostenere la politica di colonizzazione di Nétanyahou.

Nella primavera 2009, un sondaggio indicava che il 72% degli ebrei americani considerava la soluzione dei due Stati conforme all’interesse nazionale americano, il 60% di loro opponendosi all’espansione degli insediamenti in Cisgiordania [5].

Questa evoluzione va, forse, al di là dell’attualità. Così, il miliardario Charles Bronfman, pilastro della lobby, ha pubblicamente espresso il timore che il conflitto di Israele con i Palestinesi potesse rovinare le relazioni del paese con i giovani ebrei della diaspora: “Ora tutti si preoccupano per i Palestinesi, ha dichiarato. Ora noi siamo degli occupanti, degli aggressori, che vivono con la spada in mano. È così che i media ci vedono, e questo ha delle conseguenze sulla popolazione in generale e sugli ebrei in particolare [6]”. E il sociologo Steven M. Cohen confermava che i giovani sono “meno impegnati a favore di Israele”. Secondo lui, solo il 54% si sente “a proprio agio” con l’idea di uno Stato ebreo, contro l’80% che si registra tra gli adulti.

Qualcosa è rotto nel sistema di influenza denunciato dal rapporto di John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt [7]. Resta da vedere se la Casa Bianca saprà servirsi di tutte queste evoluzioni come di un trampolino, per imporre una soluzione di cui nessuno possa ignorare i termini. Perché i termini figurano nelle risoluzioni delle Nazioni Unite, negli accordi precedenti e nella Road Map del Quartetto: ritiro dell’esercito e dei coloni dai Territori occupati nel giugno 1967, istituzione di uno Stato palestinese in queste frontiere e con Gerusalemme Est per capitale, una soluzione giusta per i rifugiati del 1948 e del 1967.

Alcuni osservatori annunciano, per l’autunno 2010, un nuovo “piano di pace” americano, sul modello dei “parametri” del presidente William Clinton, che, pubblicati nel dicembre 2000, hanno portato, un mese più tardi, le delegazioni israeliana e palestinese ai negoziati di Taba, vicinissimi a un accordo globale. Barack Obama, durante la conferenza stampa di chiusura del summit sul nucleare, il 13 aprile 2010, ha insistito : “E’ nell’interesse nazionale, vitale per la sicurezza degli Stati Uniti, ridurre questi conflitti [in Medio Oriente] perché, che ci piaccia o no, restiamo una superpotenza militare e, nel momento in cui questi conflitti esplodono, vi siamo coinvolti. E questo finisce per costarci molto, in termini di sangue e di finanze [8]”.

Evoluzioni europee

L’8 dicembre 2009, lo ricordiamo, il Consiglio dei ministri degli Affari Esteri dell’UE aveva deciso, contro il parere del parlamento, di “ravvivare” i legami con Israele, trasformando quest’ultimo in un quasi-membro dell’Unione, a disprezzo delle risoluzioni dell’ONU – Bernard Kouchner aveva, senza sorpresa, spinto molto in questo senso. Qualche giorno più tardi, come se avesse avuto il “via libera”, Israele dava inizio ai massacri di Gaza, che avrebbero evidentemente condotto al “gelo” della decisione europea.

Serie nera per Netanyahou

E’ vero che il carattere della politica del governo israeliano e l’arroganza con cui questo tende a sabotare qualsiasi ricerca della pace cominciano a indurre qualche cambiamento. In più, i dirigenti dell’UE possono difficilmente ignorare la collera che cresce nell’opinione pubblica del Vecchio continente – e altrove. Il rapido slancio del movimento Boycott Désinvestissement Sanction (BDS) ci fa riflettere:

  • Sia quando i governi britannico e irlandese esigono ormai da Israele che etichetti in modo diverso i prodotti di Israele e quelli delle colonie di Cisgiordania (e a fortiori quando un giudice londinese emette un mandato d’arresto contro i sospetti del massacro a Gaza, al punto che Tsipi Livni e numerosi ufficiali israeliani si trovano costretti a rimandare un viaggio a Londra);
  • Sia quando il tribunale di Amburgo si rivolge alla Corte europea di giustizia perché confermi la decisione di tassare tutti i prodotti venuti dalle colonie e la renda vincolante per i ventisette membri dell’UE. Con successo: il 25 febbraio 2010, la Corte ha confermato che i prodotti delle colonie erano esclusi dall’accordo di associazione e dovevano essere tassati;
  • Similmente, quando il Consiglio ecumenico delle Chiese dichiara che la presenza di circa 200 colonie di popolamento che ospitano più di 450.000 coloni in un territorio palestinese occupato è “illegale, ingiusta, incompatibile con la pace e contraria agli interessi legittimi dello Stato d’Israele [9]”;
  • Idem quando la cantante Noah, che ha sostenuto pubblicamente l’offensiva israeliana contro Gaza, viene accolta con grida a Barcellona, al punto da non poter fare il suo spettacolo;
  • A fortiori quando il Fondo sovrano norvegese, primo investitore delle Borse europee, decide di disinvestire dalla società israeliana Elbit, che ha fornito il sistema di sorveglianza del Muro – dichiarato illegale dalla CIG nel luglio 2004. “Non vogliamo finanziare imprese che contribuiscono così direttamente alle violazioni del diritto umanitario internazionale”, ha dichiarato il ministro norvegese delle Finanze Kristin Halvorsen [10];
  • Idem quando il principale fondo pensionistico danese e la Danska Bank ritirano i propri investimenti nelle colonie;
  • E più ancora, evidentemente, quando Veolia prospetta di vendere le proprie quote della linea tramviaria della colonizzazione di Gerusalemme e quando, più di recente, la banca Dexia annuncia che non effettuerà più prestiti alle colonie della Cisgiordania …

Tutti questi movimenti – una vera e propria serie nera per il governo israeliano – hanno, alla fine, smosso la diplomazia dell’UE ai più alti livelli. Il Consiglio dei ministri degli Affari Esteri, il 7 e l’8 dicembre 2009, ha infatti adottato delle conclusioni più impegnate che mai. Giudicate voi:

  • Il Consiglio “invoca la ripresa urgente dei negoziati per pervenire, in tempi convenuti, a una soluzione fondata sulla coesistenza di due Stati, con lo Stato di Israele e uno Stato di Palestina indipendente, democratico, continuo e vitale, che coesistano nella pace e nella sicurezza”;
  • Afferma che “l’Unione europea non riconoscerà nessuna modifica del tracciato delle frontiere del pre-1967, compreso ciò che riguarda Gerusalemme, che non sia stata approvata dalle parti”;
  • Riafferma che “le colonie di popolamento e la barriera di separazione sono state erette su territori occupati, che la demolizione delle case e le espulsioni sono illegali rispetto al diritto internazionale” e “chiede immediatamente al governo israeliano di mettere fine a tutte le attività di insediamento, a Gerusalemme Est e nel resto della Cisgiordania, compresa l’estensione naturale delle colonie, e di smantellare tutte le colonie di popolamento selvagge installate dopo il marzo 2001”;
  • Ricorda che non ha mai riconosciuto l’annessione di Gerusalemme Est. Se si vuole arrivare a una vera pace, bisogna trovare il modo di risolvere attraverso i negoziati la questione dello statuto di Gerusalemme come futura capitale dei due Stati. Il Consiglio invoca la riapertura delle istituzioni palestinesi a Gerusalemme, conformemente al foglio di via. Chiede ugualmente al governo israeliano di mettere fine a qualsiasi atto di discriminazione commesso verso i Palestinesi di Gerusalemme Est”;
  • Afferma infine che “il mantenimento dell’accerchiamento [della striscia di Gaza] è inaccettabile e controproducente dal punto di vista politico” e si pronuncia per “l’apertura immediata, permanente e senza condizioni, dei punti di passaggio, perché l’aiuto umanitario possa arrivare a Gaza e perché le merci e le persone possano entrare e uscire”.

Se Israele, com’è prevedibile, respingerà queste richieste, l’UE si troverà con le spalle al muro: accetterà di lasciare impunite delle violazioni gravi del diritto internazionale o imporrà delle sanzioni, a cominciare dalla sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele? L’articolo 2 di questo accordo prevede infatti: “Le relazioni tra le parti, come tutte le disposizioni del presente accordo, si fondano sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici, che guidano la loro politica interna e internazionale e che costituiscono un elemento essenziale di questo accordo”.

La politica del governo Netanyahu-Lieberman-Barak nei territori occupati viola in modo clamoroso il testo e lo spirito dell’accordo: tutto incita, quindi, a sospenderlo. Inutile sottolineare l’importanza di tale misura: Israele importa dall’Unione Europea – senza tasse – il 37% delle proprie importazioni e vi esporta – sempre senza tasse – il 35% delle sue esportazioni [11]. Dubito che il governo israeliano, sotto questa spada di Damocle, possa mantenersi a lungo su posizioni intransigenti. O che la popolazione israeliana, duramente colpita dalla sospensione dell’accordo, lo lascerebbe fare.


Dominique Vidal

Dominique Vidal

Storico, autore e giornalista di “Le Monde diplomatique”, di cui è stato caporedattore aggiunto fino al 2006, e responsabile delle sue edizioni straniere. Specialista della questione arabo-israeliana.


Note

[1] War and Peace Index, 8 settembre 2009. Poll: 66% support continuation of Jerusalem building.

[2] Palestinian Center for Policy and Survey Research (PSR), Palestinian Public Opinion Poll n°33 , 5 settembre 2009.

[3] Hillary Clinton, Remarks at the 2010 AIPAC Policy Conference, 22 marzo 2010.

[4] Statement of General David H. Petraeus before the Senate Armed Services Committee on the Posture of US Central Command, 16 marzo 2010.

[5] Sondage : une vaste majorité favorise la solution des deux Etats au Proche-Orient, 6 luglio 2009.

[6] Goldberg, M., Same as it ever was?, in “The American Prospect”, 7 agosto 2009.

[7] Mearsheimer, J.J., Walt, S.M., La “Israel lobby” e la politica estera americana (2007), Milano, Mondadori, 2009. La loro tesi, lo ricordiamo, è che il sostegno incondizionato Ue/Israele “danneggia la reputazione dell’America presso importanti alleati nel mondo” e “alimenta il terrorismo antiamericano”, perché “suscita dei subbi sulla saggezza dell’America e sulla sua visione morale, contribuendo a ispirare una generazione di estremisti anti-americani e complicando gli sforzi degli Stati Uniti per occuparsi di una regione instabile, ma vitale”.

[8] Obama prend l’affaire en main, 16 aprile 2010.

[9] Le Conseil oecuménique des Eglises appelle au gel et au démantèlement des colonies israéliennes, 8 settembre 2009.

[10] AFP , 4 settembre 2009.

[11] Nel 2008, secondo il suo ministro degli Esteri, Israele ha importato dall’UE dei beni per 14 miliardi di euro (su un totale di 37,95 miliardi) e ha esportato nell’UE per 11 miliardi di euro (su un totale di 31,74 miliardi). L’UE assorbe il 25% della produzione agricola di Israele e il 75% dei suoi prodotti freschi (frutta, verdura, fiori, ecc.).

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Con il contributo di:

Comitato Internazionale di Bologna per la Cartografia e l’Analisi del Mondo Contemporaneo

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