Abbiamo visto, all’inizio di questo seminario, come la struttura stessa del mondo si fosse modificata, passando dal sistema bipolare della guerra fredda a un sistema multipolare, dopo l’apparente unilateralismo del dopo-guerra fredda. Questa tendenza si scontra, evidentemente, con l’architettura internazionale creata dopo la seconda guerra mondiale, modificata negli anni 1948-1989 e completata successivamente.
E a ragione: il sistema internazionale ha la funzione di gestire la globalizzazione nell’interesse dell’Occidente e, nello specifico, degli Stati Uniti: libera circolazione generalizzata dei capitali in un contesto di forti deficit pubblici; libero scambio in uno spazio di concorrenza mondiale; preminenza delle imprese multinazionali; adeguamento al mercato mondiale nel quadro del “consensus” di Washington, pilotato dal Fondo monetario internazionale (FMI) e dalla Banca Mondiale (BM); regolamentazione del sistema monetario assicurata dalle banche centrali e soprattutto dalla Federal Reserve (FED) degli Stati Uniti. Coronamento di questo quadro istituzionale, l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) e il suo Organo di risoluzione delle controversie incarnano il dominio del mercato mondiale e del diritto degli affari. L’idea stessa per cui “un altro mondo è possibile” va, quindi, necessariamente di pari passo con l’esigenza di una trasformazione di questo ordine internazionale.
Alcuni – lo sottolineo subito – non credono in una riforma delle istituzioni esistenti. Ne esigono l’abolizione, come Michel Husson, economista e dirigente di Attac, che scrive:
Il FMI e la Banca Mondiale hanno fallito e vengono universalmente denunciati, criticati e combattuti. Sono svalutati a livello di massa ed è per questo che bisogna considerare di smantellarli o declassarli. […] Bisogna uscire dalle istituzioni di Bretton Woods e sostituirle con istituzioni nuove, adatte a un’altra concezione della globalizzazione. […] Se esiste davvero un dibattito tra gli «abolizionisti» – che vogliono sostituire le istituzioni finanziarie attuali con istituzioni nuove – e i «riformisti» – che propongono di trasformare le istituzioni attuali in istituzioni nuove –, deve svolgersi senza diventare una condizione preliminare del cambiamento. Gli uni e gli altri si intendono sull’obiettivo, cioè la creazione di istituzioni più democratiche e basate sugli interessi dei cittadini (e delle cittadine) del mondo [1].
Altri, senza dubbio maggioritari, si pronunciano per una riforma radicale delle istituzioni esistenti. Tenuto conto dell’importanza del soggetto, dedicheremo due conferenze a queste riforme. Ma, prima di evocarne i tratti principali, bisogna individuare gli obiettivi primari. Sono essenzialmente tre: la soluzione dei conflitti; la lotta per la salvaguardia del pianeta; il progresso economico e sociale, basato sulla lotta contro la povertà, le disuguaglianze e le discriminazioni.
Tutte queste questioni riguardano soprattutto l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), ma non solo: le alleanze militari, le altre istituzioni internazionali e regionali, i partiti e i movimenti organizzati a livello mondiale e altre reti transnazionali contribuiscono alla strutturazione del mondo. Ma l’ONU è l’unica istituzione che gode, al tempo stesso, della legittimità e dei mezzi necessari per intervenire in nome dell’interesse comune. Una legittimità che si riferisce a un interesse collettivo internazionale comune. Incarna la capacità dell’umanità di gestire il proprio futuro.
E’ vero che gli Stati Uniti avevano voluto, sotto George W. Bush, marginalizzare le Nazioni Unite. Questa amministrazione combatteva apertamente il multilateralismo e praticava un unilateralismo di impatto. Così, nel 2002, per legalizzare l’intervento in Afghanistan, Washington si è basata sull’articolo 51, che riconosce un diritto di legittima difesa “nel caso in cui un membro delle Nazioni Unite sia oggetto di un’aggressione armata”. Ma l’operazione Enduring Freedom è stata lanciata, il 7 ottobre 2001, in base a un documento, pubblicato tre giorni più tardi dal primo ministro britannico Anthony Blair, che assicurava, ma senza la minima prova, che Al-Qaida ha “pianificato e compiuto le atrocità dell’11 settembre 2001 [2]”.
Sarà lo stesso, e anche peggio, per l’intervento in Iraq. L’amministrazione Bush metterà innanzitutto l’ONU sotto pressione, sostenendo che il regime di Saddam Hussein aveva complottato con Al-Qaida e fabbricato armi di distruzione di massa. L’assenza di prove è così eclatante che il Consiglio di sicurezza respinge le esigenze americane. Ma che importa ai neoconservatori: questi daranno inizio, il 18 febbraio 2003, alle ostilità in Iraq senza il via libera dell’ONU. E il “principe nero” di George W. Bush, Richard Perle, ne trarrà apertamente, alcune settimane più tardi, le conclusioni: “La reticenza del Consiglio di sicurezza a approvare l’uso della forza per applicare le proprie risoluzioni […] ha suonato le campane a morto del fantasma, vecchio di diversi decenni, che considerava l’ONU il fondamento dell’ordine mondiale [3]”.
Il fallimento dell’avventura irachena segnerà, così, il fallimento di questo “unilateralismo”. Barack Obama ne trarrà una lezione quando, nel suo primo discorso davanti all’Assemblea generale dell’ONU, il 22 settembre 2009, annuncerà una “nuova era di cooperazione multilaterale” per fronteggiare le sfide del pianeta. “Poiché è venuto il momento, per il mondo, di prendere una nuova direzione, dobbiamo inaugurare una nuova era di cooperazione multilaterale, basata su un interesse e un rispetto reciproci”. E ha aggiunto: “Quelli che hanno l’abitudine di rimproverare l’America per la sua azione solitaria nel mondo non possono, oggi, restare da parte e aspettare che l’America risolva da sola tutti i problemi del mondo. E’ arrivato, ormai, il momento, per tutti noi, di assumersi la propria parte di responsabilità nella risposta globale alle sfide mondiali [4]”.
La volontà dei sostenitori della “guerra preventiva” di indebolire e marginalizzare l’ONU non aveva, certo, niente di sorprendente. Ma ci aiuta a riflettere sulla collocazione dell’organizzazione internazionale. Questa ha, senza dubbio, mancato più volte ai propri doveri, soprattutto negli anni Ottanta, teatro di guerre che hanno fatto 5 milioni di morti – tra cui le 800.000 vittime del genocidio dei Tutsi – e 30 milioni di sfollati. Non c’è, tuttavia, un altro contesto in cui l’Umanità possa discutere dei propri problemi e dei propri conflitti, per risolvere i primi e evitare i secondi.
Come si legge nel volume collettaneo che l’associazione Attac ha recentemente dedicato all’ONU,
In un mondo globalizzato, ineguale, concorrenziale, antagonistico, attraversato da crisi profonde che si intersecano, in cui la guerra resta spesso un mezzo con cui risolverle, si afferma il bisogno di un’organizzazione capace di prevenire e gestire le crisi e da cui i popoli non siano esclusi. Proporre di mettere al centro di un altro sistema di relazioni internazionali l’Organizzazione delle Nazioni Unite non significa considerarla un modello – non lo è –, ma significa considerarla il miglior strumento possibile. A meno che non si pensi che servano le condizioni di una terza conflagrazione mondiale per prospettare la creazione di un nuovo organismo universale, le Nazioni Unite sono, nel mondo attuale, l’unico luogo il cui progetto originale, alla fine di una tragedia sanguinosa, abbia cercato di rispondere alle aspirazioni dei popoli: la pace, i diritti umani e il progresso sociale.
Il meno che si possa dire – prosegue Attac – è che le Nazioni Unite vi hanno risposto solo in modo molto imperfetto, e cercheremo di trarne alcune lezioni. Ma restano, allo stato attuale del mondo, il solo organismo abilitato a svolgere questa funzione e a affermare i principi di un disegno comune. Le Nazioni Unite devono essere rifondate, è un elemento necessario della costruzione di un mondo che cerca di emanciparsi dall’oppressione esercitata dalle potenze dominanti [5].
Tale ridefinizione dell’ONU e, più in generale, dell’architettura mondiale attraverso i diritti degli esseri umani e dei popoli apre la prospettiva di un contratto sociale planetario [6]. Rinnova la concezione dello sviluppo e gli interrogativi sui rapporti tra crescita e sviluppo, crescita e redistribuzione, sviluppo e ambiente, sviluppo e democrazia. La presa di coscienza popolare dell’impasse del modello dominante si accompagna alla rivendicazione dell’uguaglianza dell’accesso ai diritti: si tratta di regolare l’economia e gli scambi a partire dal rispetto dei diritti – civili e politici quanto economici, sociali e culturali.
Si impongono due imperativi, che dovrebbero guidare la ricostruzione delle istituzioni internazionali: una nuova costituzione mondiale basata sulla democrazia; un contratto sociale mondiale basato sul rispetto e la garanzia dei diversi diritti. Al cuore di questa battaglia figura il diritto internazionale, che potrebbe basarsi solo sulla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e sulla Carta delle Nazioni Unite, fondamento della legittimità dell’ONU nel sistema mondiale.
Costituzione mondiale, contratto sociale mondiale: questi dovrebbero essere i pilastri della rifondazione del sistema internazionale e dell’ONU. Con cinque obiettivi: il diritto internazionale; l’annullamento del debito; la fiscalità internazionale; la responsabilità sociale e ambientale delle imprese; la riforma delle istituzioni finanziarie internazionali. È a partire dalla convergenza delle lotte per questi obiettivi che potrà forgiarsi la nuova democrazia mondiale.
Basandosi sulle lotte per la democratizzazione, può essere proposta una piattaforma radicale del sistema internazionale, spiega Gus Massiah [7]. Questa comprende: la democratizzazione del funzionamento delle istituzioni che devono mettere in pratica la regolazione internazionale; la creazione di istanze di arbitrato e di ricorso efficaci; un sistema internazionale di denunce aperto al ricorso delle associazioni cittadine; la priorità, nel sistema internazionale, della lotta contro l’impunità; l’integrazione effettiva, nel sistema diretto dalle Nazioni Unite, delle istituzioni finanziarie e commerciali internazionali (FMI, Banca mondiale e WTO); una nuova architettura potrebbe essere fondata su insiemi regionali di cooperazione e su un sistema di rappresentanza regionale a livello mondiale; l’obbligo, per gli accordi e i patti internazionali e per tutte le istituzioni internazionali, di rispettare la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
L’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico
Per quanto riguarda la NATO, non si tratta tanto di riforma quanto, piuttosto, di soppressione. L’Alleanza atlantica ha perso la sua ragion d’essere con la fine della guerra fredda. Concepita per difendere gli Stati Uniti e i loro alleati europei dalla “minaccia” dell’URSS, la logica avrebbe voluto che sparisse con l’URSS.
Ma non è successo: non solo la NATO ha continuato a esistere, ma – con gli interventi in Kosovo, poi in Afghanistan – ha visto ampliarsi il proprio campo d’azione geografica e politica, e ha visto la propria natura ufficialmente difensiva diventare offensiva. Senza dubbio, gli Stati Uniti avevano sempre considerato l’organizzazione soprattutto come uno strumento della loro egemonia sui paesi membri. Aiutati dallo “scontro delle civiltà”, hanno sostituito allo spettro del comunismo quello dell’islamismo e trasformato l’alleanza in braccio armato delle “guerre preventive”, care ai neoconservatori dell’amministrazione Bush.
In ogni caso, niente giustifica il mantenimento di questa struttura, che ha dimostrato, dovunque sia intervenuta dalla fine della guerra fredda, la propria incapacità non solo di risolvere i conflitti che intendeva riassorbire, ma persino la propria incapacità di combattere. Peggio ancora, li ha aggravati, con la strategia e i metodi neocolonialisti messi in atto dalle sue truppe. Ragione in più per restituire alle Nazioni Unite il monopolio del mantenimento della pace, che non avrebbe mai dovuto perdere.
L’Organizzazione delle Nazioni Unite
Per l’ONU si pone, invece, la questione della riforma … ufficialmente. Era uno degli obiettivi principali del predecessore dell’attuale segretario generale Ban Ki-moon, Kofi Annan, come testimonia il suo rapporto del 7 marzo 2006 [8].
L’ONU ha visto moltiplicarsi le proprie operazioni, esplodere il proprio budget e ampliare la propria missione, in modo spettacolare, negli ultimi vent’anni. Oggi conduce operazioni complesse, fornisce direttamente servizi essenziali nel mondo intero e collabora con partner molto diversi […] in attività altrettanto diverse, che vanno dal mantenimento e consolidamento della pace alla lotta contro la povertà e l’AIDS e alla promozione degli obiettivi del Millenario per lo sviluppo.
Certo, il mantenimento della pace, proseguiva Annan, risale alle prime ore della guerra fredda. Ma all’epoca si trattava soltanto, in generale, di interporre dei soldati tra le forze armate degli Stati belligeranti per sorvegliare il rispetto di un cessate-il-fuoco e, nei primi 44 anni della sua storia, l’ONU ha svolto solo 18 missioni di mantenimento della pace. Nei 16 anni successivi, sono state autorizzate 42 nuove missioni.
E Annan aggiunge: Il mantenimento della pace è, oggi, una cosa molto più complessa. Consiste solitamente nel ricostruire le istituzioni, nell’organizzare le elezioni e nel formare la polizia; comprende anche altri compiti indispensabili perché un accordo di pace firmato dai capi delle fazioni armate conduca davvero alla sicurezza e offra almeno una chance di prosperità alla popolazione di un paese devastato da lunghi anni di conflitto. E ricorda che, in certi casi, l’ONU ha persino dovuto assumere le funzioni esecutive dello Stato nel territorio in questione.
Bilancio, secondo il segretario generale: Nei nove anni trascorsi, il numero dei civili e dei soldati coinvolti in missioni di mantenimento della pace è passato da meno di 20.000 a più di 80.000 persone, il che ha portato l’ammontare complessivo del budget delle operazioni di mantenimento della pace da 1 miliardo e 250 milioni di dollari a più di 5 miliardi di dollari [9]. Il personale civile coinvolto nelle missioni di mantenimento della pace è, da solo, due volte più numeroso dell’intero personale del Segretariato di New York e il costo delle operazioni di mantenimento della pace rappresenta, oggi, più della metà delle spese totali dell’Organizzazione.
Per far fronte a queste rapide evoluzioni, Annan proponeva tutta una serie di cambiamenti nei dettagli del funzionamento dell’organizzazione. Ma si guardava bene dall’impegnarsi sull’essenziale: le modifiche strutturali delle Nazioni Unite. Ora, la tendenza alla multipolarità del mondo dovrebbe naturalmente impregnare la loro filosofia e le loro stesse strutture.
La Carta dovrebbe essere non solo riaffermata, ma ampliata.
Oltre agli obiettivi di pace e sicurezza, che restano essenziali tenuto conto dell’aumento delle politiche militariste e securitarie – sostiene Djilali Benamrane [10] –, gli obiettivi di uno sviluppo condiviso, armonioso e equamente benefico per l’insieme della comunità umana rendono più che mai urgente la riabilitazione degli obiettivi di cooperazione, solidarietà e fratellanza. Il rapporto dell’uomo con la natura ha aperto un nuovo ambito e un insieme di obiettivi determinanti per la protezione dell’ambiente o il rispetto dell’ecologia. I diritti umani e la giustizia costituiscono obiettivi cui bisogna accordare la massima attenzione nella definizione delle regole moderne.
Ma la definizione della migliore filosofia del mondo, comunque, non porterebbe lontano in una riforma sostanziale delle strutture, basata essenzialmente sulla modifica del rapporto di forza tra l’Assemblea generale e il Consiglio di sicurezza, con la creazione di una terza istanza.
L’Assemblea generale è il solo organismo in cui l’insieme degli Stati membri – 192 attualmente, contro i 54 all’epoca della creazione dell’ONU … e i 10 del Congresso di Vienna del 1815! – si ritrovano in un’uguaglianza dei diritti e dei doveri. Dovrebbe, quindi, occupare, d’ora in poi, un posto centrale nel sistema dell’ONU. Ma non è quanto accade: dalla creazione dell’ONU, il 26 giugno 1945, i 51 Stati fondatori hanno accettato che le cinque grandi potenze vittoriose della seconda guerra mondiale si riservassero il potere decisionale nel Consiglio di sicurezza e si attribuissero il diritto di veto. Quanto all’Assemblea generale, può solo ratificare delle raccomandazioni. L’articolo 12 è esplicito su questo punto: “Durante l’esercizio, da parte del Consiglio di sicurezza, delle funzioni assegnategli dal presente Statuto, nei riguardi di una controversia o di una situazione qualsiasi, l’Assemblea generale non deve fare alcuna raccomandazione riguardo a tale controversia o situazione, a meno che non sia richiesta dal Consiglio di sicurezza”.
Secondo l’articolo 23 della Carta, il Consiglio di sicurezza comprende cinque membri permanenti (Cina, Francia, Unione Sovietica, Gran Bretagna e Stati Uniti) e dieci membri non permanenti. L’articolo 24 attribuisce al Consiglio la “responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza internazionali”. L’articolo 25 consacra, poi, il carattere obbligatorio, per tutti gli Stati, delle decisioni adottate dal Consiglio di sicurezza. L’articolo 27 della Carta prevede che qualsiasi decisione sia sottoposta alla regola dell’unanimità dei cinque membri permanenti. Queste disposizioni contraddicono apertamente un principio fondamentale, che figura anche nell’articolo 2 della Carta: l’uguale sovranità di tutti gli Stati membri.
In origine, al momento della conferenza di Mosca che, nell’ottobre 1943, gettava le basi dell’ONU, prevaleva il principio dell’uguaglianza tra Stati: è a Yalta, nel febbraio 1945, che sarà adottato il diritto di veto dei cinque. E questa contraddizione sarà l’oggetto di numerosi dibattiti alla conferenza di San Francisco. Ma gli Stati Uniti, il Regno Unito, l’Unione Sovietica e la Cina (nazionalista) rispondono, il 7 giugno 1945: “Date le responsabilità primordiali dei membri permanenti, non ci si può aspettare, nello stato attuale delle condizioni del mondo, che si assumano l’obbligo di agire in un campo così delicato come il mantenimento della pace e della sicurezza eseguendo una decisione cui non abbiano dato il loro consenso”.
Qualsiasi riforma delle Nazioni Unite deve, pertanto, cominciare dal rafforzamento dei poteri dell’Assemblea generale [11]. Ma bisognerebbe anche creare, al suo fianco, una sorta di Parlamento dei popoli, composto dai delegati, nominati o eletti, dei parlamenti nazionali, dai rappresentanti delle organizzazioni e delle associazioni professionali, sociali, universitarie, ecc.
Per il ricercatore Gilbert Achcar, l’ONU potrebbe dotarsi di un sistema bicamerale sul modello della costituzione degli Stati Uniti o della costituzione dell’URSS del 1923: una camera degli Stati, sul modello dell’Assemblea generale attuale, e una camera dei popoli, eletta a suffragio diretto con una rappresentanza proporzionale delle popolazioni [12].
Per l’ex redattore della Carta dell’ONU del 1948 Stéphane Essel,
Manca alle Nazioni Unite un’istanza di alto livello – simile al Consiglio di sicurezza – che fornisca un impulso e una coerenza all’insieme delle istituzioni economiche, finanziarie e culturali esistenti. L’azione dell’ONU di fronte alle sfide cui siamo confrontati (la povertà, le grandi pandemie, l’inquinamento, la mercificazione dei beni pubblici, ecc.) mostra i suoi limiti. Instaurare una istanza coordinatrice di alto livello potrebbe permettere di rovesciare la gerarchia attuale dei testi internazionali. Si tratterebbe di un Consiglio di sicurezza economico e sociale che avrebbe la stessa capacità decisionale del Consiglio di sicurezza attuale [13].
Inutile insistere sul fatto che un simile aumento di potenza suppone l’accrescimento dei mezzi. Per misurare l’insufficienza del budget, basta citare due cifre: l’ONU, con 192 Stati membri, conta appena 10.000 funzionari, mentre l’Unione europea, con 27 Stati membri, ne conta 40.000 – e le due organizzazioni possono, inoltre, sperperare il denaro destinato ai paesi poveri.
Sullo sfondo dell’ideologia neoliberale, questa precarietà spiega anche il ricorso ai donatori privati – dalla British Petroleum alla fondazione di George Soros e di Nestlé alla fondazione di Bill Gates – cui l’organizzazione subappalta sempre più attività, con il rischio che queste ne influenzino il contenuto. Kofi Annan aveva teorizzato questa “apertura” alle imprese presentando, nel 2000, il progetto “Global Compact”. In cambio di un “impegno etico” massimamente formale, le transnazionali sono diventate, così, “attori sociali” con poteri crescenti [14].
Va da sé che una riforma dell’ONU dovrebbe mettere fine a questa deriva e tornare a un finanziamento che garantisca l’indipendenza dell’organizzazione. Oltre alle quote degli Stati, potrebbe contribuirvi una parte delle tassazioni finanziarie proposte dai movimenti altermondisti. Un’altra fonte di reddito potrebbe provenire dal pignoramento dei prodotti finanziari della criminalità internazionale, in particolare dal traffico di droga. E perché non immaginare una percentuale sulla fatturazione dell’utilizzo del patrimonio comune dell’Umanità?
Da parte sua, il Consiglio di sicurezza dovrebbe essere trasformato profondamente. Sul suo allargamento sembra esserci il consenso, perché sia più rappresentativo degli Stati emergenti del Sud. Potrebbe, ad esempio, essere portato a 24 membri, cioè 6 per regione (Africa, Asia e Pacifico, Europa e America). Paesi come il Giappone, l’India, il Brasile, il Sudafrica o la Germania – tra gli altri – potrebbero, così, farne parte. In compenso, la questione del loro statuto causa divergenze.
Se, come propongono numerosi paesi, non ci fosse più alcun membro permanente, questo significherebbe la fine del diritto di veto, cosa che i cinque titolari attuali, evidentemente, rifiutano. Questo privilegio unilaterale accordato, dal 1945, alle potenze vittoriose della seconda guerra mondiale potrebbe essere sostituito da una regola democratica: qualsiasi decisione importante dovrebbe essere approvata con una doppia maggioranza, cioè il voto di 20 Stati che riuniscano almeno i due terzi della popolazione mondiale. In caso di blocco, la questione potrebbe essere demandata all’Assemblea generale, sulla base della procedura Dean Acheson [15].
Alcuni ritengono, inoltre, l’azione del Consiglio di sicurezza illegittima dalla fine del 1991. A loro parere, la Russia ha ereditato illegalmente il seggio e lo statuto dell’URSS: trattandosi di un nuovo Stato, avrebbe dovuto essere sottoposta a una procedura di ammissione. È quanto è accaduto alle Repubbliche dell’ex Jugoslavia, alla Repubblica Ceca e alla Repubblica Slovacca, che hanno richiesto l’adesione all’ONU e sono state accettate dall’Assemblea generale su proposta del Consiglio di sicurezza. Questa grande irregolarità rimette in questione, tra le altre cose, le risoluzioni del Consiglio, che hanno dato il via libera alla guerra del Golfo nel 1991, a quella in Kosovo nel 1999 e a quella in Afghanistan nel 2001.
Questo precedente pone, infine, la questione del controllo della legalità delle decisioni del Consiglio di sicurezza. La Corte internazionale di giustizia (CIG) potrebbe incaricarsene.
Infine, sotto l’autorità congiunta di queste tre istanze, bisogna ristrutturare, semplificandolo – aggiunge Djilali Benamrane [16] –, l’insieme delle agenzie, dei fondi, dei programmi e delle istituzioni di ricerca e formazione, con un’attenzione particolare per quelle che hanno il mandato di mettere sotto inchiesta, giudicare e sanzionare gli Stati, le imprese multinazionali o le istituzioni di livello mondiale, le istituzioni rappresentative della società civile e tenute alla coerenza, indipendentemente dall’ambito cui appartengono i loro atti reprensibili.
Ultimo capitolo, e non il minore, di una riforma delle Nazioni Unite, il rafforzamento del ruolo rispettivo del Consiglio economico e sociale (ECOSOC) e della Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (UNCTAD) costituirebbe un punto d’appoggio nella battaglia per la ridefinizione del FMI, della BM e della WTO. Si tratta, allo stesso tempo, di mettere queste istituzioni al servizio dei bisogni della popolazione mondiale e, per fare questo, di democratizzarne il funzionamento e il controllo. In questo spirito, il loro passaggio sotto la tutela dell’ONU e del suo Ecosoc sarebbe una garanzia importante. L’allargamento di quest’ultimo – ad esempio a 72 membri, cioè 18 per regione – gli permetterebbe di assumere meglio le nuove funzioni.
Ultima questione (ma, per molti, prima in importanza): l’ambiente. Si pone la questione della creazione di un’organizzazione internazionale specifica. Nel suo rapporto a Nicolas Sarkozy sulla globalizzazione, l’ex ministro degli Esteri Hubert Védrine scrive, ad esempio:
La creazione di una Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Ambiente (ONUE), ad esempio, proposta dalla Francia, sarebbe un progresso se i suoi compiti – (1) lottare contro il riscaldamento climatico e ridurne gli effetti nefasti (2) sostituire le molecole chimiche pericolose per la salute umana con molecole nuove, meno pericolose (3) arrestare la diminuzione della biodiversità (4) prevenire la penuria di acqua potabile etc. – fossero chiaramente definiti e se la ripartizione dei ruoli tra i governi, i diversi fondi, programmi (PUNE e altri) e segretariati specializzati, le imprese e le ONG fosse chiarita con la creazione di questa organizzazione.
Ecco, a grandi linee, le prospettive di riforma delle Nazioni Unite. Si inseriscono nella costruzione di una “governance mondiale”, di cui l’ONU – conclude Djilali Benamrane [17] –
potrebbe costituire il promotore, il garante, lo strumento di propagazione e di ispirazione per gli altri al livello degli Stati, dei parlamenti, delle imprese o dei cittadini. Una delle linee principali di questa nuova governance da costruire sarebbe di lavorare senza sosta al rafforzamento dell’omogeneità del sistema e di operare per la divisione equa dei risultati delle ricchezze prodotte, con obiettivi di correzione delle situazioni di ingiustizia e iniquità”. A partire dall’ONU, “in tutto il sistema delle relazioni internazionali gli organismi che partecipano al potere sarebbero incitati a una maggiore trasparenza nella loro organizzazione, nel loro funzionamento e nella loro responsabilizzazione.
Unica organizzazione internazionale basata sulla “uguaglianza delle nazioni, grandi e piccole” (dice la Carta), l’ONU dovrebbe ritrovare, con la sua riforma, un posto centrale nel sistema delle relazioni internazionali. Le sue decisioni avrebbero la priorità su quelle delle altre organizzazioni internazionali e regionali, compresi il G8, il G20 e ovviamente la NATO. Questo varrebbe in tutti i settori, ma soprattutto in materia di prevenzione e risoluzione dei conflitti.
E’, infatti, arrivato il momento di applicare l’articolo 39, per cui il Consiglio di sicurezza “accerta l’esistenza di una minaccia alla pace, di una violazione della pace, o di un atto di aggressione” e decide le misure da prendere, comprese quelle militari; anche l’articolo 46, che prevede che “i piani per l’impiego delle forze armate sono stabiliti dal Consiglio di sicurezza coadiuvato dal Comitato di Stato Maggiore”. L’articolo 53, è da notare, afferma anche “che nessuna azione coercitiva potrà venire intrapresa in base a accordi regionali o da parte di organismi regionali”. Eccoci lontani dalle “coalizioni” care all’America di George Bush padre e figlio, costituite e dirette dagli Stati Uniti, con o senza firma in bianco delle Nazioni Unite.
Proseguiremo questo esame della riforma dell’architettura internazionale oggi pomeriggio.

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