Dei confini e delle carte. Chomsky, Israele e la geografia

19 maggio 2010, di Anna Macchi
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Capita che l’immaginazione aiuti la riflessione: immaginiamo allora per un momento un uomo anziano di 82 anni, cittadino statunitense, insieme alla figlia e a due amici. I quattro si trovano insieme nei pressi di un confine (i confini sono importanti in questa storia). Immaginiamo questo lucido e vivace vecchietto davanti a dei soldati che tengono in mano il suo passaporto americano.

L’attempato signore chiede di entrare nei Territori di un paese occupato da un altro paese. È un professore: deve entrarvi per tenere l’indomani una lezione in un’università. I soldati che si trova dinanzi, dopo tre ore d’interrogatorio, gli stampano sul passaporto “denied entry”, ingresso negato. “Perché?”, chiede il professore. “Perché al nostro paese non piace quello che lei dice”, si sente rispondere.

Quest’uomo è Noam Chomsky, tra i maggiori linguisti al mondo, intellettuale ebreo impegnato nella denuncia dell’occupazione israeliana, autore di diversi saggi sul conflitto mediorientale [1], ora impegnato insieme allo storico israeliano Ilan Pappe in un lavoro sul linguaggio dell’occupazione. Il confine è il ponte di Allenby che separa la Cisgiordania dalla Giordania, confine amministrato dall’esercito israeliano che occupa i Territori palestinesi. Il ponte di Allenby è l’unico lembo di terra attraverso il quale milioni di palestinesi che vivono rinchiusi nei Territori occupati possono uscire all’estero (l’ingresso in Israele è infatti vietato per i palestinesi dei Territori e quindi la partenza dall’aeroporto di Ben Gurion nei pressi di Tel Aviv).

Chomsky avrebbe dovuto tenere una conferenza presso l’università palestinese di Bir Zeit, nell’area di Ramallah il giorno successivo, seminario che poi terrà a distanza, via skype. Il divieto di accesso in Israele (e quindi nei Territori palestinesi da Israele occupati) a un intellettuale del calibro di Chomsky spinge alla riflessione sotto vari aspetti.

In primo luogo, il caso di un uomo di cultura noto a livello mondiale svela una pratica quotidiana: la “guerra” dei visti è una delle silenziose battaglie che si consumano nei confini d’Israele. Ogni giorno viene negata l’uscita o l’entrata a persone per “ragioni di sicurezza”, compresi operatori di organizzazioni non governative, studiosi, politici. Chi si è trovato da solo a passare per l’aeroporto di Ben Gurion conosce gli interrogatori a cui si è sottoposti. La politica di centellinare gli ingressi da parte dello Stato israeliano ha conosciuto un ulteriore inasprimento dal mese di ottobre 2009, quando il governo ha cancellato i visti di lavoro – rendendoli semplici visti turistici – per gli stranieri che lavorano in organizzazioni internazionali [2]. Da allora ottenere un visto lavorativo è sempre più complesso, in particolare per coloro che lavorano come operatori o volontari nei Territori palestinesi. La realtà di Gaza rappresenta un caso-limite: sotto assedio da tre anni, la Striscia è proibita a chi non sia in possesso di permessi particolari rilasciati da Israele.

Il caso Chomsky, inoltre, mostra al mondo una delle limitazioni al diritto più gravi e dimenticate: la negazione del diritto all’istruzione. Il nodo è particolarmente significativo in Israele e Palestina: da un lato, infatti, i centri di cultura e le università israeliane sono in diversi casi impegnati direttamente a sostenere l’industria militare dell’occupazione con progetti di ricerca, corsi, borse di studio per soldati oppure – come nel caso dell’università di Ariel – atenei costruiti all’interno delle colonie, illegali per il diritto internazionale [3]. Dopo l’appello nel 2005 al boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni nei confronti d’Israele (il cosiddetto movimento BDS), sono cresciuti migliaia di gruppi che nel mondo s’interrogano e organizzano campagne nell’ambito della de-militarizzazione della didattica e della ricerca in Israele.

Sul versante palestinese, l’occupazione incide prepotentemente sul diritto all’istruzione: la difficoltà nella concessione di visti a studenti palestinesi per paesi esteri, così come per visiting professors, ha fortemente indebolito la ricerca degli atenei palestinesi. Per quanto riguarda i cittadini palestinesi residenti in Israele, sono numerose le discriminazioni e le limitazioni.

Infine, la vicenda di cui è stato protagonista Chomsky può essere letta da un’ultima prospettiva, inusuale ma forse non priva di interesse. Un recente articolo comparso sul quotidiano israeliano Haaretz a firma del giornalista e docente di Princeton Daoud Kuttab mostrava come il ministero israeliano per il turismo, retto da Stas Misezhnikov (figura vicina al ministro degli esteri di estrema destra Avigdor Leiberman), abbia cancellato il nome “Palestina” o “Territori palestinesi” dalle mappe sul suo sito o su materiale informativo di altro genere. I confini tra Israele, Cisgiodania e Striscia di Gaza appaiono cancellati e al loro posto compare la dizione di “Giudea” e “Samaria”. Allo stesso modo, nelle statistiche fornite da Israele per l’ingresso nell’OCSE, le autorità hanno consegnato dati non disaggregati che includono, oltre allo stato d’Israele, anche le alture del Golan, le colonie illegali e Gerusalemme est occupata. Ancora una volta, la geografia non è marginale; l’economista israeliano Shir Hever si chiedeva a proposito: L’OCSE sa dove si trova Israele?.

Una delle versioni fatte circolare in questi giorni dall’autorità israeliana sull’affaire Chomsky sarebbe che l’intellettuale avrebbe dovuto richiedere un permesso “particolare” per entrare non solo in Israele, ma anche nei Territori palestinesi. Territori che dunque, a seconda delle occorrenze, spariscono dalle carte o ricompaiono per sancirne l’impossibile ingresso. Nello scorso mese di febbraio Khalil Tafakji, cartografo palestinese di Gerusalemme, ha ricevuto dalle autorità israeliane un ordine di divieto di uscire dal paese, nuovamente per “ragioni di sicurezza” [4]. La geografia, come la storia, continua a far paura a Israele.


Note

[1] Ricordiamo tra gli altri Il conflitto Israele-Palestina e altri scritti, Roma,Datanews, 2002, e Potere pericoloso. Il Medio Oriente e la politica estera degli USA, Bari, Palomar, 2007.

[2] Sul tema si veda l’appello Changing Israeli Visa Regime for Humanitarian Workers dell’associazione delle agenzie internazionali per lo sviluppo (Association of International Development Agencies, AIDA).

[3] Cfr. la ricerca di Uri Yacobi Keller, Academic boycott of Israel and the complicity of Israeli academic institutions in occupation of Palestinian territories.

[4] Cfr. a riguardo l’articolo di Philippe Rekacewicz sul blog Vision cartographiques.

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Con il contributo di:

Comitato Internazionale di Bologna per la Cartografia e l’Analisi del Mondo Contemporaneo

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