Chi stabilisce il valore del mondo? La risposta è semplice: il mercato. E nella società di mercato lo scambio è regolato dalla logica del profitto. Il risultato è che il prezzo da noi pagato per ogni cosa, dal cibo ai beni di consumo, è sistematicamente distorto. Il mercato non riesce a valutare con equità il valore del lavoro, i bisogni delle persone, le necessità delle generazioni future. In questo libro Raj Patel mette in discussione la gestione delle risorse da parte della società di mercato, presentando una serie di esperienze e alternative che, coinvolgendo la collettività, si prendono cura del territorio e delle comunità.
Nella prima parte del libro, l’autore spiega come la trasformazione dei beni in merci sia il risultato di un processo di ri-significazione non solo economica, ma soprattutto culturale e sociale. La terra, la musica, il lavoro, la salute, il cibo e le persone hanno un valore che viene misurato attraverso l’attribuzione di un prezzo. Lo status dei cittadini diventa così quello di consumatori, che, vendendo il proprio lavoro, creano domanda per soddisfare i loro bisogni.
In questo processo, la figura dell’homo oeconomicus – il soggetto la cui azione è orientata al raggiungimento del massimo benessere con il minimo sforzo – teorizzata dall’economista John Stuat Mill viene identificata dall’autore nelle corporation, o società di capitali, che agiscono organizzando lavoro, risorse e capitali in modo da abbassare al minimo i costi da un lato e massimizzare i profitti dall’altro. Questo è loro possibile anche perché non sostengono i costi sociali e ambientali diretti e indiretti della loro produzione, le cosiddette esternalità che ricadono, invece, sulla collettività.
Ciò significa che se nel prezzo di un hamburger di Mc Donald’s venissero conteggiati anche elementi come l’inquinamento prodotto dall’allevamento intensivo dei bovini, il disboscamento di aree estese da destinare a pascolo e i costi sanitari del trattamento delle malattie legate alle abitudini alimentari, questo si aggirerebbe intorno ai 200 dollari.
L’autore prosegue introducendo un altro attore principale del processo economico: il governo. Questo dovrebbe sostenere gli interessi dei cittadini, demercificando ad esempio alcuni tipi di beni e servizi come la sanità e l’istruzione, e, attraverso la sua azione regolatrice, ridimensionare e controllare il mercato. In realtà i governi, facendo anch’essi parte integrante della società di mercato, rientrano appieno nelle sue logiche e nei suoi meccanismi. Ciò significa che, molto spesso, l’attività dei rappresentanti del governo viene influenzata dalle priorità delle corporation. Se il diritto alla vita, alla proprietà, all’occupazione, alla salute e all’istruzione non è garantito dai governi, nel sistema del libero mercato la libertà è veicolata dal denaro, che permette di assicurarsi cure mediche, cibo, casa. La libertà non è, quindi, alla portata di tutti.
Patel illustra, poi, un sistema storico di gestione collettiva del territorio e delle sue risorse, il common praticato nell’Inghilterra feudale, che garantiva l’accesso ai beni comuni a tutti i membri della comunità. Il processo di recinzione e privatizzazione delle terre ha implicato l’annullamento del diritto alla condivisione delle risorse comuni ed è stato il punto di partenza per un cambiamento radicale della società, per la perdita di un patrimonio di conoscenze, accumulatesi nel tempo, relative alla gestione sostenibile delle risorse locali in favore di una gestione orientata dal profitto.
Nella seconda parte del libro vengono esplorati diversi movimenti nati dal basso che reagiscono al processo di privatizzazione del mondo e alla distruzione dei metodi di gestione delle risorse condivise, dando vita a percorsi di rivendicazione con esiti decisamente positivi. E’ il caso del movimento internazionale contadino La via Campesina, che rivendica la sovranità alimentare, ovvero la capacità di poter esercitare il diritto su ciò che è necessario alla sopravvivenza: terra, acqua, sementi e coltura, attraverso un controllo sociale dei mercati e la possibilità di poter partecipare attivamente alla definizione dei propri diritti.
Allo stesso modo, anche nel contesto urbano, tra gli strati più poveri e disagiati della popolazione, si creano organizzazioni che si adoperano per la necessità di ripensare in modo diverso la gestione degli spazi urbani, attraverso la partecipazione collettiva. Un’esperienza molto positiva in questa direzione è quella di Porto Alegre, dove, dalla fine degli anni Novanta, è stato introdotto il bilancio partecipativo, una forma di democrazia diretta che coinvolge i cittadini nel processo decisionale di gestione amministrativa attraverso assemblee e discussioni aperte alla comunità.
L’autore riflette anche sulla questione alimentare globale, affermando la necessità di una ridefinizione degli obiettivi in favore di soluzioni sensibili all’ambiente che rispettino i saperi, la democrazia e l’autonomia delle popolazioni locali. La condivisione delle risorse idriche, una riorganizzazione della distribuzione a livello locale e un cambiamento delle nostre abitudini alimentari sono alcuni degli aspetti determinati sui quali concentrarsi.
In conclusione, il libro afferma la necessità di una riconsiderazione del nostro modo di vivere e di consumare. Il mercato e i governi devono essere subordinati all’interesse delle comunità, ai principi di equità e sostenibilità. Questo può avvenire solo attraverso lo scambio, la socializzazione, la partecipazione attiva a livello locale e la gestione collettiva delle risorse. In altre parole, la democrazia attiva e partecipata è una soluzione che può agire concretamente, creando benefici nel campo sociale e ambientale e riequilibrando la bilancia del mercato in favore del vero benessere.
Perché i mercati non sono l’unico modo per determinare il valore del mondo.

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