Luis Martinez, Directeur de recherche al CERI-Sciences Po – CNRS di Parigi è politologo, specialista del Magreb e del Medio Oriente. Le sue ricerche si inseriscono nel progetto “Uscire dalla violenza” del prestigioso istituto. In Violence de la rente pétrolière ripercorre con grande precisione i passi attraverso i quali i regimi autoritari di Algeria, Iraq e Libia sono giunti al potere e lo hanno conservato, puntando l’accento sul ruolo giocato in questo processo dalla presenza di rendite legate al petrolio e contestando la teoria della “maledizione delle risorse”. Non è la presenza di risorse – sostiene l’autore – che spinge gli stati verso regimi autoritari: il centro del problema sta nel contesto storico e politico in cui è avvenuta l’appropriazione della rendita del petrolio.
I regimi di questi tre stati hanno, infatti, caratteristiche in comune che li distinguono da altri. Negli anni Settanta si è assistito (in Algeria con il FNL e Boumediene, in Iraq con il partito Baath e Saddam Hussein, in Libia con la rivoluzione e Gheddafi) alla presa del potere da parte di regimi rivoluzionari che acquisiscono anche il controllo delle rendite. Questo è il primo punto su cui Martinez si concentra.
L’analisi, quindi, passa in rassegna l’ultimo quarantennio, attraverso le crisi e gli shock petroliferi, per mostrare come proprio la presenza delle rendite petrolifere e soprattutto il potere di ridistribuzione di queste ultime abbiano consentito ai regimi di mantenere il potere, creando la cosiddetta economia di rendita. Subito dopo il primo decennio, però, l’illusione che i proventi fossero infiniti ha allontanato i regimi da investimenti utili per le popolazioni. La progressiva fusione tra gli organi centrali di gestione (i militanti Baath, il comitato rivoluzionario, la polizia militare) e l’economia di rendita ha annullato il valore originario delle rivoluzioni socialiste – dice l’autore – a favore di una politica di potenza, interna ed esterna, dando luogo ad una sindrome autoritaristica dei regimi.
Ma nulla riesce, comunque, a scalfirne la solidità: persino negli anni Ottanta, quando il crollo del prezzo del barile pareva aver interrotto quei flussi finanziari che sembravano infiniti e le situazioni interne degli stati sembravano precarie a causa di movimenti di rivolta di varia natura, i regimi si sono conservati.
È questo, secondo Martinez, uno dei più grandi esempi di flessibilità di un regime: ancora una volta il potere derivato dalla ridistribuzione dei proventi petroliferi viene in aiuto. Questa volta si tratta di gruppi di potere che creeranno un sistema mafioso di gestione dello stato che, se non porterà alcun miglioramento alle popolazioni, tuttavia assicurerà la longevità ai regimi. L’economia di rendita si trasforma in economia di saccheggio, dice Martinez. Anche dopo il 2001 l’Algeria ha potuto presentare la sua lotta contro i movimenti islamici interni come lotta al terrorismo e la Libia si è schierata anche lei contro al-Qaida, sopravvivendo, alla crisi politica internazionale.
Le vittime delle rendite sono state, dunque, nel corso dei decenni, le istituzioni politiche embrionali erose dalla corruzione e dal nepotismo, gli oppositori politici, le popolazioni che erano state illuse da una ricchezza facile, i territori devastati dai disastri ecologici.
Ma cosa accade dopo il nuovo shock petrolifero, a partire dal 2003, quando sembra che le rendite petrolifere siano sempre maggiori? A livello globale, nel clima di lotta al terrorismo e di crisi energetica – sostiene Martinez – regimi così solidi risultano rassicuranti. Tuttavia, bisogna porsi almeno due questioni. Uno degli elementi di stabilità, nei decenni passati, era stata la presenza di “giustificazioni” ufficiali allo sperpero delle rendite (finanziamento della rivoluzione, investimenti, ambizioni territoriali, lotta alla guerriglia interna, ecc.). Oggi, Libia e Algeria si trovano a dover trovare nuovi canali per la ridistribuzione dei proventi petroliferi. E soprattutto, devono mantenere un equilibrio con un nuovo attore entrato in campo: l’Unione Europea che da un lato ha assoluto bisogno del petrolio libico e del gas algerino, ma dall’altro mal sopporta regimi autoritari che violano ripetutamente i diritti umani. Forse – auspica Martinez – proprio la relazione con l’UE, potrà essere il punto di svolta per una nuova e più giusta gestione delle rendite.
Diversa è la situazione per l’Iraq, dove, dopo l’invasione delle truppe statunitensi, Saddam Hussein è stato destituito. Le nuove rendite sono una fortuna insperata per il neonato regime che – si augura Martinez – potrebbe essere in grado di fare scelte migliori. A questo proposito l’autore cita l’esempio della Malesia: paese musulmano, autoritario, con un’economia di rendita che è stato in grado di fare degli investimenti più oculati dei tre paesi in esame, iniziando un processo di industrializzazione.
In conclusione, il percorso di questi paesi non è causato dall’economia di rendita o dalle risorse naturali, ma dall’incontro storico tra la crescita del prezzo del barile di petrolio dopo il 1973 e il controllo dello Stato da parte di organizzazioni politiche caratterizzate da un’ideologia rivoluzionaria e da pratiche violente di dominazione politica. Ecco, quindi, che si spiega – dice ancora Martinez – com’è possibile che degli stati con politiche economiche fallimentari, che non reggono il confronto con i loro vicini in nessuno degli indicatori di sviluppo umano, abbiano regimi così solidi: l’obiettivo non era lo sviluppo, ma l’autoconservazione. Il fallimento economico, dunque, nasconde un grande successo politico. Si conferma – conclude l’autore – la teoria di Benjamin Smith secondo la quale le rendite del petrolio contribuiscono alla longevità dei regimi.

Invia via email


