Detroit, dalla fabbrica alla fattoriafren

29 ottobre 2010, di Giulia Merlin, Federico Witula
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Fino a qualche anno fa nessuno avrebbe immaginato che la capitale statunitense dell’industria automobilistica, perfetta incarnazione del sogno americano, potesse giungere alla situazione in cui si trova oggi. Detroit è stata fino a vent’anni fa un prototipo esemplare nonché uno dei pilastri dell’economia a stelle e strisce. Qui hanno prosperato colossi multinazionali quali Chrysler, General Motors e Ford, dando lavoro – tra stabilimenti e indotto – a migliaia di persone nell’area metropolitana della capitale del Michigan. La quasi totalità dell’economia regionale si basava sulla produzione del mezzo di locomozione che ha rivoluzionato i trasporti di massa: l’automobile.

Ciò può trovare riscontro se si osserva un’immagine satellitare della città. Il classico assetto urbanistico statunitense a base di unità abitative monofamiliari, giardini privati, una capillare rete di infrastrutture viarie che possano consentire lo spostamento motorizzato dei cittadini, e imponenti zone industriali e produttive. Ma, con il passare del tempo, si possono notare sempre più numerosi vuoti e aree verdi nel tessuto urbano.

Tale evidente decrescita territoriale non è il frutto di una consapevole politica urbanistica volta ad arginare il rapido consumo del territorio. La crisi economica, che ha colpito duramente il settore automobilistico, ha generato un effetto a catena tale per cui molte grandi e medie imprese sono state costrette a chiudere, lasciando senza lavoro migliaia di persone. In seguito a tale catastrofe socio-economica molti sono stati costretti ad emigrare altrove e la popolazione è calata vertiginosamente passando dai 1.800.000 abitanti nel boom industriale degli anni ’50 ai soli 900.000 di adesso. Le conseguenze generate da un esodo così consistente emergevano da più aspetti: la radicalizzazione della segregazione razziale in un contesto dove la componente bianca e la componente afroamericana hanno sempre vissuto nettamente separate [1], il dilagare della malnutrizione ma soprattutto l’abbandono e la dequalificazione di interi isolati e aree della metropoli.

Nonostante la tragica situazione, l’amministrazione locale insieme all’attiva partecipazione dei cittadini ha deciso di reagire in modo piuttosto originale: la dis-urbanizzazione a favore dell’agricoltura urbana. Nella pratica ciò si è tradotto nella demolizione degli edifici più degradati e senza possibilità di recupero allo scopo di ridurre la superficie urbanizzata, in modo da ottenere terreni da destinare a progetti di urban farming. Sono già sorte varie cooperative e associazioni che si incaricano di coltivare i terreni incolti o i nuovi lotti lasciati liberi: non iniziative governative imposte bensì progetti su piccola scala e soprattutto nati dal basso [2] .

I motivi originari che hanno spinto alcune persone a muoversi in tale direzione sono stati di carattere socio-politico, vale a dire per contrastare la mancanza di accesso al cibo da parte delle categorie più deboli della popolazione (in particolare persone senza reddito e senzatetto) e per garantire loro alimenti sani e sufficienti. Successivamente, una maggiore attenzione per la salute ed il benessere collettivi, nonché il miglioramento ed il consolidamento dei rapporti tra membri della stessa comunità hanno spinto altri sulla stessa strada. Ma gli aspetti positivi non si limitano a questo: orti e giardini didattici riavvicinano bambini e ragazzi alla natura e all’agricoltura, il cibo a chilometri zero è accessibile alla popolazione locale con un minor impatto ambientale, nuovi posti di lavoro verdi (a proposito di green economy) in un contesto dove i tassi di disoccupazione giungevano fino al 50 %!

Detroit sta attraversando una particolare e imprevedibile fase di transizione. Da dichiarazioni rilasciate ai mezzi di informazione [3], alcuni uomini d’affari hanno già previsto la possibilità di business e vorrebbero inserirsi nell’entusiasmo generato dal fenomeno dell’agricoltura urbana per investire in progetti di produzione agricola urbana su grande scala. A questo punto, dipenderà soltanto dai cittadini di Detroit e dintorni, se lasciarsi convincere. Ancora una volta.


Giulia Merlin

Giulia Merlin

Laurea specialistica in Geografia e Processi Territoriali, Università di Bologna. Fa parte dell’equipe di Cartografare il presente.


Federico Witula

Laurea specialistica in Geografia e Processi Territoriali presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Bologna. Ha frequentato il laboratorio didattico istituito nell’ambito del progetto Cartografare il presente del Comitato internazionale di Bologna per la cartografia e l’analisi del mondo contemporaneo nell’anno accademico 2007/2008.


Note

[1] Per una rappresentazione cartografica della distribuzione delle varie componenti della popolazione di Detroit, si consiglia di consultare questa mappa

[2] Per saperne di più, si consiglia questo video del Guardian

[3] Paul Harris, "Detroit gets growing", The Observer, 11 Luglio 2010

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Con il contributo di:

Comitato Internazionale di Bologna per la Cartografia e l’Analisi del Mondo Contemporaneo

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