Ma, come scriveva Francis Scott Fitzgerald, “ il segno di un’intelligenza di prima grandezza è di essere capace di concentrarsi su due idee contraddittorie senza per questo perdere la possibilità di funzionare. Dovremmo, per esempio, capire che le cose sono senza speranza ma al tempo stesso essere decisi a cambiarle [1]”.
Cerchiamo di essere tutti insieme oggi all’altezza di questa esigenza. Non intendo, quindi, né commentare questi avvenimenti né predire l’avvenire, ma semplicemente tentare di analizzarli nel modo più profondo possibile.
Tentero’ stamattina di affrontare 4 questioni :
- Cosa vogliono gli Stati uniti?
- Perché il Medioriente?
- Come mai il processo di pace è fallito?
- A cosa aspirano Sharon e i suoi successori ?
- La politica mediorientale della Francia sta cambiando ?
1) Cosa vogliono gli Stati uniti ?
Per rispondere a questa domanda, bisogna tornare indietro di circa 15 anni : fino al 9 novembre dell’89 che ha segnato il crollo del Muro di Berlino e, con esso, la fine della guerra fredda. Dopo più di quarant’anni di un braccio di ferro implacabile, a volte pacifico, a volte violento, gli Stati uniti e i loro alleati avevano avuto ragione dell’Unione sovietica e del suo blocco.
Ormai, il mondo non contava più che una sola super-potenza : gli Stati uniti. Certo, da tempo l’Unione sovietica non aveva più tutti gli attributi di una superpotenza, ma aveva ancora il potere di nuocere che gli veniva garantito dalla sua potenza militare. Dopo il crollo del muro, l’America dominava il mondo, senza che nessun altro paese fosse in grado di contestare questo suo ruolo dirigente.
L’“ iperpotenza ” – per usare l’espressione dell’ex ministro degli esteri francese, Hubert Védrine - come intendeva far fronte a tutti i problemi del pianeta, dopo più di quarant’anni di gestione bipolare con Mosca : in modo multipolare o da sola?
Secondo me, la scelta di esercitare il potere da soli non ha aspettato che arrivasse George W. Bush : la politica di suo padre e anche, sotto certi aspetti, quella di Bill Clinton non erano esenti da unilateralismo. Ma il tema del “ nuovo ordine internazionale ”, in nome del quale, fin dal ‘90, sotto l’egida delle Nazioni unite, si costituì una coalizione molto ampia per liberare il Kuwait, sembrava portatore di una promessa di multilateralismo. La guerra del ’99 contro la Jugoslavia, fatta dalla Nato senza il via libera dell’Onu, ha accentuato la vassallizzazione degli alleati degli Stati uniti. Ma sembrava giustificata da un principio imperativo : fermare il cosiddetto “ genocidio ” dei kosovari albanesi da parte dei serbi. Più in generale, la marcia forzata verso la globalizzaione si accelerava in nome di una liberalizzazione dei mercati, sinonimo, anch’essa, di multilateralismo. E’ possibile d’altronde chiedersi se l’Impero alla maniera di Bush junior resti compatibile con la globalizzazione [2].
Con l’elezione di Bush e gli attentati dell’11 settembre 2001, si è prodotto un cambiamento qualitativo. La straordinaria debolezza degli Stati uniti rivelata da Osama Bin Laden richiede una non meno straordinaria dimostrazione di forza. Per i neo-conservatori – Ronald Rumsfeld, Paul Wolfowitz, Richard Perle, Daniel Pipes ecc. – che dirigono e/o ispirano la Casa bianca e il Pentagono, è una occasione eccezionale per far avanzare la “ teorizzazione ” dell’Impero. In piena estate del 2002, un documento legittimerà persino – per la prima volta dopo il Terzo Reich – il ricorso alle “ guerre preventive ”, grazie allo straordinario apparato militare degli Stati uniti.
Di fatto, mentre la guerra in Afghanistan si presenta come una risposta agli attentati di Al Quaeda sulla terra americana, l’aggressione contro l’Iraq si rivela, invece, preventiva : si tratta di distruggere l’arsenale nucleare, chimico e biologico che il regime di Saddam Hussein avrebbe ricostituito, prima che quest’ultimo ne faccia uso. Persino l’incapacità del segretario di stato Colin Powell a fornire la benché minima prova delle sue accuse e quindi di Washington a riunire – al di là del veto francese – una maggioranza al Consiglio di sicurezza, non ha fermato la macchina militare Usa.
Non è certo la prima volta che gli Stati uniti intervengono militarmente contro un paese sovrano. La novità radicale è un’altra e sta nella decisione inamovibile di fare questa guerra di aggressione in perfetta illegalità, sia contro le Nazioni unite e l’immensa maggioranza degli stati della terra che contro l’opinione pubblica internazionale. Al rischio di urtare cosi’ la quasi totalità della terra, si aggiungono i rischi inerenti all’operazione stessa : mentre una rapida vittoria militare era indubbia in questa guerra, vista l’incredibile sproporzione di forze, il dopoguerra è andato diversamente. I 3 anni trascorse dopo la caduta di Bagdad lasciano pensare che l’Iraq – dal nord curdo al sud sciita – si è trasformato un giorno in un vero e proprio vespaio per la Casa bianca.
Questo sovrano disprezzo dell’Impero verso i sudditi, risponde alla domanda, che viene spesso posta, sui motivi di questa operazione. Bush ha parlato di lotta al terrorismo, ma stiamo ancora aspettando la benché minima prova su un legame serio tra Saddam Hussein e Osama Bin Laden. Ha proclamato la volontà di eliminare il pericolo delle armi di distruzione di massa degli iracheni, ma le truppe anglo-americane non le hanno trovate.
Il vero movente dei dirigenti statunitensi è, secondo me, altrove : nella volontà di manifestare e di imporre al mondo intero, in primo luogo ai suoi alleati e concorrenti, la loro volontà di potenza esclusiva. Con un messaggio chiaro : d’ora in avanti, gli interessi degli Stati uniti (leggi : gli interessi delle grandi imprese statunitensi) costituiranno il principale imperativo da rispettare, qualunque sia la decisione da prendere – economica, commerciale, ambientale, politica, militare... Resta – al di là delle ricostruzioni psicanalitiche sulla volontà del figlio di finire il lavoro incompleto del padre – da determinare perché questa dimostrazione di forza ha come teatro principale il Medioriente.
2) Perché il Medioriente ?
L’importanza della regione dipende in primo luogo dalle sue ricchezze petrolifere : produce il 35 % del petrolio mondiale e ne detiene il 68 % delle riserve. Ma, contrariamente agli scenari che puntano sul declino del petrolio, l’Agenzia internazionale dell’energia stima che la domanda crescerà dell’1,9 % l’anno, passando da 96 milioni di barili al giorno nel 2010 a 115 nel 2020. Gli approvvigionamenti non Opec dovrebbero stabilizzarsi a 48 milioni di barili al giorno fino al 2010, per poi cominciare a declinare.
La parte dei cinque principali membri dell’Opec in Medioriente – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Iran e Iraq – nella produzione mondiale dovrà quindi passare dal 25 % attuale al 32 % nel 2010 e al 41 % nel 2020. Dall’affidabilità dei loro governi dal punto di vista occidentale dipenderà quindi la sicurezza dell’approvvigionamento di petrolio.
L’Iraq, da solo, rappresenta – almeno - il 12 % delle riserve mondiali di petrolio : per gli Stati Uniti, mettere – direttamente o indirettamente – le mani su questo tesoro, significa allo stesso tempo assicurarsi delle risorse energetiche indispensabili e rendersi meno dipendenti dall’Arabia Saudita, proprio quando l’alleanza – che dura da sessant’anni - tra Washington e Ryad sembra scossa.
Ma il Medioriente è anche la life line (linea vitale) che irrigava l’impero britannico, con le strade che portavano tradizionalmente all’Asia e il canale di Suez che collegava il Mediterraneo all’oceano Indiano. Il mondo e i mezzi di comunicazione sono certo cambiati, ma la regione resta un incrocio decisivo tra Europa, Asia e Africa.
È tutta una zona strategica, ribattezzata “ Sud-Ovest asiatico ”, che l’amministrazione Bush cerca di circoscrivere – dal Golfo al Caucaso e all’Asia centrale – in una densa rete di basi militari, come ai tempi dell’accerchiamento dell’Unione sovietica. Paragone pertinente : oltre all’Iran e alla Siria, il dispositivo statunitense ha di mira, in tutta evidenza, le sole potenze potenzialmente pericolose, a lungo termine, per Washington – la Russia e la Cina. In pochi mesi, l’esercito statunitense (che disponeva già di basi o di facilitazioni a Cipro, in Turchia, in Israele, in Giordania, in Egitto, in Arabia saudita, in Qatar, nel Berhein, negli Emirati arabi uniti, in Kuwait, nello Yemen e in Pakistan), ha messo piede, o addirittura si è insediato in Uzbekistan, in Tagikistan, nel Kirghizistan, in Turkmenistan, nel Kazakhstan, in Georgia, a Gibuti, in Afghanistan e, “naturalmente”, in Iraq...
Questo obiettivo strategico spiega anche il rafforzamento – continuo dal 1967 – dell’alleanza tra l’amministrazione statunitense e i successivi governi israeliani. Se è possibile vedervi l’influenza della tradizionale lobby pro-israeliana e, più di recente, della lobby cristiana conservatrice (che ispira più della metà dell’elettorato repubblicano), la comunanza di vedute e di azione tra Washington e Tel Aviv dipende soprattutto dal grosso atù rappresentato dallo stato ebraico per l’iperpotenza. L’egemonia statunitense deve necessariamente appoggiarsi, da un capo all’altro della terra, su delle staffette locali : e in Medioriente, Israele è di gran lunga la più potente, la più sicura, la più affidabile di queste staffette...
Quasi 90 anni dopo la dissoluzione dell’impero ottomano, il Medioriente non conosce ancora né la pace, né la stabilità, né lo sviluppo. Le ragioni di questa situazione sono molteplici e analizzarle ci porterebbe troppo lontano : bisognerebbe evocare le conseguenze di una colonizzazione tarda, i successi ma anche i fallimenti del movimento nazionale arabo, la degenerazione sovente dittatoriale dei poteri “ socialisti ” o “ baasisti ”, il peso di un islam particolarmente conservatore ecc.
Ma al centro di questa tragedia si trova certamente lo stato di guerra incessante causato dal conflitto israelo-palestinese. Il Medioriente gli deve, dopo la seconda guerra mondiale, cinque conflitti generalizzati : 1948, 1956, 1967, 1973 e 1982. Aggiungiamo, poiché dipendono anch’essi dall’impasse palestinese, dieci anni di guerra civile in Libano e le due guerre del Golfo. E quando si dice conflitti in serie, si dice corsa agli armamenti divoratrice di ricchezze, che poi vengono crudelmente a mancare per lo sviluppo. Senza dimenticare che la lotta contro il “ nemico sionista ” offre ai poteri autoritari un magnifico pretesto per perseverare nell’autoritarismo, o addirittura per erodere ancora di più le magre libertà individuali e collettive...
In altri termini, quando l’amministrazione Bush parla di democratizzare il Medioriente pone la buona domanda, alla quale pero’ dà una cattiva risposta, poiché prescinde dalla natura dei regimi al potere, nel caso in cui servano i suoi interessi. Gli Stati Uniti non erano per nulla preoccupati dai crimini di Saddam, anche quando gasava le popolazioni curde, fino a quando ha protetto la regione dal contagio della rivoluzione islamista iraniana. Allo stesso modo, gli importava poco della violazione sistematica dei diritti umani da parte dell’Arabia Saudita, prima che quest’ultima non “ fornisse ” la maggior parte dei terroristi dell’11 settembre 2001...
Anche ammettendo che il presidente Bush si sia appassionato all’improvviso alle libertà dei cittadini arabi, prende la questione al contrario. Roberspierre stesso aveva capito che “ i popoli non amano i missionari armati ”.
Il principe Moulay Hicham, cugino del re del Marocco Mohammed VI, l’ha spiegato molto bene nel Monde Diplomatique dell’ottobre 2005 : “ Capiamo l’interesse che i nostri amici sparsi nel mondo provano per questi dibattiti e anche il loro desiderio di incoraggiare le alternative maggiormente pacifiche e democratiche – ha scritto – ma non possiamo accettare che una nazione, qualunque essa sia, si arroghi il diritto di risolvere i nostri problemi attraverso il ricorso alla forza militare. La democrazia si insedierà nelle nostre società soltanto mettendo radice e crescendo dall’interno ”. Per Hicham la sola strada è una “ democrazia autoctona ”.
Dal punto di vista della Casa bianca, il bilancio del piano battezzato “Grande Medioriente”, che aveva la pretesa di democratizzare la regione, resta modesto. Certo, Washington ha rovesciato la dittatura di Saddam Hussein, ma al prezzo di far cadere l’Iraq nel caos. Gli americani sono anche riusciti a cacciare la Siria dal Libano, ma la “ primavera di Beirut ” minaccia di sfociare in una nuova guerra civile. E mentre il regime siriano resta sotto pressione, quello di Teheran fa fronte, con maggiore forza grazie al fatto che - a causa dei cambiamento avvenuti in Iraq - ha in mano carte importanti. Per il resto, i neoconservatori hanno dovuto accontantarsi di un’elezione municipale in Arabia saudita, di uno scrutinio presidenziale con vari candidati in Egitto e di un voto sotto occupazione in Palestina… con la vittoria del Hamas !
Ma soprattutto nulla cambierà durevolmente nella regione fino a quando israeliani e palestinesi continueranno ad affrontarsi. La pace tra loro non è evidentemente una condizione sufficiente per la soluzione di tutti i problemi del Medioriente. Ma è senza alcun dubbio una condizione assolutamente necessaria. Di qui la terza domanda :
3) A cosa aspirano Sharon e i suoi successori ?
"La guerra d’indipendenza del ’48 non è finita” [3] : il primo ministro israeliano a ripetuto questa frase dalla sua elezione nel febbraio 2001. Cosa voleva dire ? Non soltanto lo stato ebraico esiste dal 14 maggio ’48, ma domina – sia militarmente che economicamente – l’insieme dei suoi vicini. In realtà, il solo “ lavoro ” che resta da “ finire ” – per impiegare il vocabolario dell’estrema destra – è l’espulsione dei palestinesi, realizzata in modo incompleto 58 anni fa.
Cio’ che è veramente successo l’abbiamo visto in occasione della nostra seconda discussione. Vi ricordo le conclusioni di Benny Morris – fondatore della nuova storiografia israeliana – nel suo primo libro : “ Ben Gurion voleva certamente che il minor numero di arabi possibile rimanesse nello stato ebraico (...) Ma ha sempre evitato di dare ordini di espulsione chiari e scritti ; preferiva che i suoi generali “capissero” cio’ che auspicava veder loro fare (...) Non voleva che il governo israeliano venisse implicato in una politica moralmente discutibile [4]. ”
Sessant’anni dopo, molti dirigenti israeliani non hanno simili “ scrupoli ”. Il tema del “ trasferimento ” è stato onnipresente durante la campagna per le elezioni legislative del 28 gennaio 2003. Un tempo difeso solo dall’estrema destra, era ormai nel programma di vari partiti membri dell’attuale governo. Addirittura il presidente del Likud mondiale, Jacques Kupfer, ha osato dire dei palestinesi : “ Forse bisogna arrendersi alla sola evidenza : non possiamo vivere con loro, se abbiano il diritto di vivere. Sarà quindi o noi o loro. La soluzione talmente disdicevole e irrealista del trasferimento rischia di diventare la sola soluzione praticabile [5]. ”
Questa propaganda, che si aggiunge agli effetti devastatori degli attentati kamikaze, dà dei risultati : dal 2001 al 2003, la percentuale di israeliani favorevoli al “ trasferimento ” era passata da meno del 10 % a più del 40 %.
Bisogna anche evocare le molestie di cui sono vittime i palestinesi di Cisgiordania da parte dell’esercito e dei coloni. “ Il trasferimento – spiegano due dirigenti dell’associazione Taayush (Vivere assieme), Gadi Algazy e Azmi Bdeir – non è necessariamente un momento drammatico, dove la gente viene espulsa e fugge la propria città o villaggio (...) E’ un processo in profondità, un processo strisciante che non si vede (...) La sua principale componente è la graduale distruzione delle infrastrutture di vita della popolazione civile palestinese nei territori (...) Cio’ che i blocchi dell’esercito non riescono a fare, lo fanno i coloni : ogni nuovo insediamento o avan-posto esige (...) l’espulsione dei palestinesi delle zone circostanti e la trasformazione delle terre agricole in terre di morte (...) Khirbet Yanun non è un caso isolato. ”
Ma il “ trasferimento ” ha assunto un senso nuovo a causa dell’evoluzione demografica : vi ricordo che in meno di dieci anni, la “ Grande Israele ” conterà una maggioranza araba, che diventerà progressivamente schiacciante. Israele, “ stato ebraico e democratico ”, sarà allora di fronte a quel terribile dilemma tra democrazia e carattere ebraico già discusso.
Dal punto di vista israeliano, ci sono solo due vie d’uscita da questa trappola tragica : o la creazione di uno stato palestinese a fianco di Israele, che permetta ai due popoli di coesistere in piena sovranità e sicurezza, oppure l’espulsione di un massimo di palestinesi per preservare – provvisoriamente – la maggioranza ebraica nella “ Grande Israele ”. Evidentemente, Sharon e i suoi amici non amano la prima soluzione. Senza dubbio, sognano la seconda, ma è in questo contesto la meno praticabile.
Per uscire da questa morsa, il primo ministro israeliano ha quindi « inventato » una soluzione intermedia : la creazione unilaterale di uno pseudo-stato palestinese nella striscia di Gaza e in meno della metà della Cisgiordania, dove il muro delinea le frontiere. Come afferma ironicamente il mio amico il militante pacifista israeliano Michel Warschawski, “ Ariel Sharon è molto generoso : non offre ai palestinesi uno stato, ma addirittura cinque – uno a Gaza, uno a Hebron, uno a Jenin, uno a Ramallah, uno a Nablus ”. Altrettante piccole entità che conta controllare attraverso dei capetti locali, escludendo una direzione nazionale degna di questo nome. Una soluzione che ricorda i bantustan di cui si era circondato il regime dell’’apartheid in Sudafrica.
Dopo l’attacco cerebrale di cui è stato vittima il primo ministro, i media, in Francia e nel mondo intero, si sono dedicati a trasformare il criminale di guerra in santo – o quasi. Al termine di una vita nel corso della quale ha preso parte a tutte le guerre d’Israele e legato il suo nome a una serie di massacri – prima di Sabra e Chatile (1982), c’erano stati Kibya (1953), il colle di Mitla (1956), la striscia di Gaza (1971), senza dimenticare, più di recente, la riconquista sanguinosa della Cisgiordania (2002) – Sharon si sarebbe convertito al pacifismo e, con il ritiro da Gaza, avrebbe preso una “ decisione coraggiosa »..
“ Illusione ottica – risponde lo storico israeliano Tom Segev – non c’è un nuovo Sharon che, alla fine della vita, si rivela partigiano della pace. Ariel Sharon è rimasto identico a se stesso : un generale che guarda i palestinesi attraverso il mirino del suo fucile e che li considera dei nemici, non dei partner [6]. ” Per l’ex ambasciatore di Israele a Parigi, Elie Barnavi, “ la svolta abbastanza spettacolare (…)è maggiormente eloquente nei commenti di un certo giornalismo che sull’evoluzione oggettiva dell’ex primo ministro [7] ”.
Entrambi hanno ragione : il ritiro dell’esercito e dei coloni da Gaza non è una “ concessione dolorosa ”, ma una manovra che si inserisce nella « terza via » che ho definito più sopra che persegue quattro obiettivi :
- prima di tutto, nell’immediato, disarmare la pressione internazionale. Ricordiamoci che Sharon ha avviato questo processo in un momento in cui Israele era molto isolato. Il 9 luglio 2004, la Corte internazionale di giustizia (Cig) ha giudicato illegale il muro e ne ha ordinato la distruzione ; il 20, l’Assemblea generale delle Nazioni unite fa sue queste conclusioni con 150 voti contro 6 e 10 astensioni. Tutti i membri dell’Unione europea hanno votato la risoluzione, perché il 59 % dei cittadini pongono Israele in testa agli stati che “ minacciano la pace nel mondo ” [8]». Persino la Casa bianca si spazientisce ;
- si tratta quindi, in secondo luogo, di mettere a tacere il Quartetto (Nazioni Unite, Stati Uniti, Unione Europea e Russia), che all’epoca aveva chiesto a Tel Aviv di piegarsi alle esigenze della Road map. Come ha ammesso Dov Weissglas, il più ascoltato consigliere del primo ministro israeliano, “ il senso del piano di disimpegno (da Gaza) è il congelamento del processo di pace. Gelando il processo di pace, viene impedita la creazione di uno stato palestinese e impedita una discussione sui rifugiati, sulle frontiere e su Gerusalemme (…). Il disimpegno (…) è la dose di tranquillante necessaria perché non ci sia un processo politico con i palestinesi [9]” ;
- in seguito, all’ombra di questo “ gesto di pace ”, Sharon intendeva rafforzare a più lungo termine il controllo di Israele sulla Cisgiordania, accelerando ad un tempo la costruzione del muro e la colonizzazione, in particolare negli insediamenti attorno a Gerusalemme – a cominciare da Maale Adumim, che taglierà in due la riva occidentale del Giordano ;
- infine, lasciare la striscia di Gaza, che conta 1.300.000 palestinesi, significa anche rimandare di varie decine di anni la scandenza della mutazione demografica evocata più sopra.
Prima dell’attacco cerebrale, Ariel Sharon poteva vantarsi di essere riuscito nei suoi intenti. Come se il ritiro di 8mila coloni isolati di Gaza avesse reso la “ comunità internazionale ” cieca, sorda e muta. E senza memoria. E’ vero o no che nella Road Map i membri del Quartetto esigono :
- dai palestinesi, che dichiarino la fine dell’Intifada armata, rinuncino ad ogni violenza e si impegnino in una riforma in profondità dell’Autorità. Il nuovo presidente Mahmud Abbas, dopo la sua elezione nel gennaio 2005, si è impiegato ad ottemperare a queste condizioni, ivi compreso a far rispettare – per l’essenziale – una tregua a tutte le fazioni palestinesi, islamisti compresi ;
- dagli israeliani, il Quartetto esige che levino il copri-fuoco, restaurino la libertà di circolazione, cessino gli attacchi contro la popolazione palestinese, ritirino le forze dai territori rioccupati nella primavera del 2002 e infine congelino la crescita – anche “ naturale ” - delle colonie ebraiche. Bisogna riconoscere che Ariel Sharon non ha ottemperato per nulla. Il ritiro da Gaza non dovrebbe far dimenticare la moltiplicazione delle colonie e dei coloni, il mantenimento in attività di circa 700 check-points, gli assassinii « mirati » di militanti e i bombardamenti di interi quartieri ecc. Non dimentichiamo che, secondo l’organizzazione israeliana dei diritti dell’uomo Betselem, in cinque anni, mentre l’Intifada ha ucciso 992 israeliani (di cui 683 civili e 118 minorenni), la repressione israeliana è costata la vita a 3 386 palestinesi (di cui 1 815 non combattenti e 676 minorenni).
Dal sogno della destra israeliana alla sua realizzazione, c’è malgrado tutto un lungo cammino, fastellato di ostacoli :
- il primo, è certamente la resistenza del popolo palestinese stesso : mentre la militarizzazione della seconda Intifada ha fatto il gioco degli israeliani e comportanto conseguenze terribili per le popolazione dei Territori occupati, il sollevamento in se stesso ha pero’ confermato che il popolo palestinese non è rassegnato a sparire, come nel 1948, dalla scena mediorientale ;
- il secondo, è, in Israele, la perdita del consenso sul quale si era appoggiato Ariel Sharon dal 2001. Come ha osservato il pacifista Uri Avnery, mentre il ritiro da Gaza, dal punto di vista del processo di pace, rappresenta un’operazione fittizia, dal punto di vista della società israeliana segna invece una svolta storica : è la prima volta nella storia del’impresa sionista, che ha luogo un ritiro e che un territorio palestinese occupato viene reso, facendo cosi’ a pezzi la tesi dei partigiani del “ Grande Israele ”. La creazione e il successo annunciato di Kadima – malgrado la scomparsa politica di Ariel Sharon – la marginalizzazione del Likud di Benyamin Netanyahu, la vittoria nel Partito laburista di Amir Peretz sono altrettanti segnali di un’evoluzione del paesaggio politico israeliano : ne vedremo gli effetti il 28 marzo. ;
- il terzo ostacolo è – o piuttosto dovrebbe essere – la “ comunità internazionale ”. Numerosi osservatori pensavano che l’insabbiamento dell’amministrazione Bush II in Iraq l’avrebbe spinta a riprendere l’iniziativa sulla questione palestinese. Ma non è stato cosi’ : non soltanto la Casa Bianca accetta l’accelerazione della colonizzazione e il muro, ma sostiene, per la prima volta, l’esigenza israeliana di annettere i blocchi di colonie attorno a Gerusalemme – dove sono concentrati, va ricordato, 190mila dei 250mila coloni della Cisgiordania. Dopo il ritiro da Gaza, alcuni osservatori hanno persino parlato della fine della Road Map, con la cauzione di un Quartetto profondamente assopito ;
- per risvegliarlo, bisognerebbe senza dubbio che – quarto ostacolo – il movimento di solidarietà riprendesse forza per esigere in particolare l’applicazione di sanzioni se Israele continua a violare le risoluzioni delle Nazioni unite. Dovrebbe essere in particolare il caso in Europa, per due ragioni : perché un’ampia maggioranza, tra i cittadini dei Venticinque, condanna la politica di occupazione e di colonizzazione e perché l’accordo di associazione tra l’Unione Europea e Israele prevede esplicitamente la possibilità di sospenderlo in caso di violazione dell’articolo 2 : “ Le relazioni tra le parti, come tutte le disposizioni del presente accordo – stipula – sono fondate sul rispetto dei diritti dell’uomo e dei principi democratici, che guida la loro politica interna e internazionale e costituisce un elemento essenziale di questo accordo ”. Per questo motivo, il 10 aprile 2002, in piena operazione Muro, il Parlamento europeo aveva chiesto, ad ampia maggioranza, alla Commisisone e al Consiglio “ la sospensione dell’accordo di associazione euro-mediterraneo Ue-Israele ”. Invano.
E’ l’ora, più che mai, che i venticinque rispondano all’appello dei deputati europei ed ingiungano ad Israele o di conformarsi finalmente agli impegni presi oppure di perdere i benefici dell’accordo fino a quando sarà realizzato il ritiro delle forze di occupazione. Difatti, la fine dei privilegi di cui gode Israele in Europa avrebbe conseguenze considerevoli per l’economia del paese. In altri termini, l’Unione Europea conosce il tallone d’Achille di Israele.
In questa situazione tutti devono assumersi le proprie responsabilità. Non dobbiamo stupirci se la politica dello struzzo dei governi francese, europei e, più in generale, occidentali abbia contribuito, con l’incuria dell’Autorità Palestinese e la divisione del Fatah, a una crescita di Hamas alle elezioni legislative palestinesi del 25 gennaio 2006. Un anno prima, ad ampia maggioranza, il popolo palestinese aveva scelto Abu Mazen, un presidente impegnato da lungo tempo a favore di una prospettiva politica e diplomatica, contro la militarizzazione della lotta. Per concretizzare questa posizione, avrebbe avuto bisogno di mezzi per la sicurezza, ma soprattutto di mezzi politici : Israele gli ha rifiutato gli uni e gli altri. A parte il ritiro da Gaza e la liberalizzazione di un prigioniero su dieci, cosa ha ottenuto in cambio della tregua strappata a tutte le fazioni palestinesi ? Salvo a Gaza, in cosa la vita quotidiana dei palestinesi si è realmente migliorata ? Chi poteva credere che non se lo sarebbero ricordato nelle urne ?
Il seguito dovrebbe venire da sé. Ma persino la Francia, un tempo sensibile alla causa palestinese, preferisce ormai vantare i meriti del primo ministro israeliano piuttosto che stigmatizzare le sue promesse non mantenute, denunciare la colonizzazione e la costruzione del muro a marcia forzata e a fortiori prendere posizione a favore di sanzioni europee.
Cosa che mi conduce al quarto ed ultimo punto – sarà breve :
4) La politica della Francia è cambiata ?
La politica della Francia in Medioriente ha conosciuto un’evoluzione sul lunghissimo termine [10]. Dal 1948 al 1967, c’è la sensazione di una grandissima vicinanza tra il nostro paese e Israele. E’ evidentemente il frutto del senso di colpa legato alla partecipazione dello Stato francese al genocidio degli ebrei ; ma anche, e sovente viene dimenticato, a partire dal 1954, questa posizione rinvia anche alla comunanza di lotta dei dirigenti francesi e israeliani contro il nazionalismo arabo : la vicinanza si trasforma in un matrimonio che culmina con l’intervento di Suez (1956) e con la Francia che aiuta Israele a dotarsi della bomba A e poi della bomba H.
La svolta operata da de Gaulle nel 1967 è molto nota. Ma ci si sbaglia se si ricorda della conferenza del generale solo la frase celebre sul « popolo sicuro di sé e dominatore ». Nella stessa conferenza stampa, ha anche avuto questa visione premonitrice : Israele, afferma de Gaulle, “ organizza, sui territori che ha preso, un’occupazione che non puo’ farsi senza oppressione, repressione, espulsioni ; e contro di esso si manifesta una resistenza che a sua volta chiama terrorismo [11]”.
Tutto è in queste frasi. Da allora, verrà definita una nuova politica araba, che si lega egualmente con la presa di distanza della politica francese nei confronti della politica americana, ben al di là del Medioriente, con in particolare la riformulazione dell’insieme dei rapporti atlantici e l’uscita della Francia dalla Nato. Tutti i successori di de Gaulle hanno – finora – seguito questa decisione strategica di riequilibrio della politica francese, per tener conto contemporaneamente del diritto di Israele all’esistenza e alla sicurezza e del diritto del popolo palestinese a uno stato, con la convinzione che la soluzione del conflitto israelo-palestinese sia la chiave dei problemi del Medioriente in generale. De Gaulle non parla ancora di stato, Georges Pompidou neppure ; Valéry Giscard d’Estaing evoca la “ patria ”. Sarà François Mitterrand a menzionare lo stato palestinese, alla Knesset, nel maggio 1982, qualche settimana prima del’invasione israeliana del Libano…
Jacques Chirac si inscrive pienamente in questa tradizione gollista, facendone suoi tutti gli aspetti : il diritto all’esistenza e alla sicurezza per Israele, il diritto dei palestinesi a uno stato, la centralità della questione palestinese. Ma, contrariamente ad altri, manifesterà questo orientamento in modo spettacolare. Tutti i francesi si ricordano del contrasto tra la visita di Jacques Chirac a Gerusalemme nel 1996 (con lo spettacolare litigio con il servizio di sicurezza israeliano del primo ministro Benyamin Netanyahu) e quella di Lionel Jospin nel 2000, al quale la dichiarazione – fattualmente inesatta – sul carattere “ terrorista ” dell’Hezbollah gli costo’ di essere preso a pietrate dagli studenti dell’università palestinese di Bir Zeit. Questo impegno culminerà con la posizione che la Francia difenderà prima e durante la guerra contro l’Iraq, quando si porrà alla testa dell’opinione pubblica e dei governi del mondo che erano contrari a questa guerra.
Ma tutto cio’ oggi sembra essere rimesso in questione. L’orientamento della diplomazia francese è fonte di inquietudine. Prima di tutto, per lo scarto avvenuto rispetto agli anni precedenti, a cominciare da un silenzio relativo sulla repressione quotidiana in Palestina, e dalla difficoltà a ridare dinamismo al Quartetto – cosa che non dipende evidentemente solo dalla Francia, anche se essa vi ha la sua parte di responsabilità. In seguito, assistiamo allo sviluppo di una cooperazione sempre più stretta con Tel Aviv. La partecipazione di due grandi imprese francesi, Alstom e la Connex, alla costruzione del tramway che collega Gerusalemme alle colonie – che la Francia ha sempre considerato illegali – di Pisgat Zeev e di French Hill sembra un gesto schizofrenico. E cosa dire del soggiorno a Parigi, nel dicembre scorso, su invito di Nicolas Sarkozy, del ministro israeliano della sicurezza pubblica, Gideon Ezra, e del capo della polizia israeliana, Moshe Karadi, con lo scopo, secondo Haaretz, di esporre “ ai loro omologhi francesi la lezione che traggono dalla repressione delle rivolte nel loro proprio paese [12]” ?
Questo contrasto è culminato con la visita di Ariel Sharon a Parigi nel luglio 2005. La Francia ha srotolato il tappeto rosso per far sapere al mondo che considerava preventivamente il ritiro da Gaza come un gesto che avrebbe permetto di andare verso la pace. E questa posizione è perdurata anche quando era ormai chiaro che non sarebbe stato il caso, che si trattava di un gesto senza alcun dubbio positivo ma il cui obiettivo – come abbiamo visto – consiste soprattutto nel congelare il negoziato politico e nel proseguire la colonizzazione in Cisgiordania e la costruzione del muro, malgrado la condanna della Corte internazionale di giustizia del luglio 2004.
L’inquietudine è tanto più viva presso gli osservatori attenti poiché sanno che non si tratta di gesti isolati, ma che accompagnano una molto chiara volontà francese di smussare gli angoli con gli Stati uniti rispetto all’Iraq, e contemporaneamente di svolgere un ruolo più attivo in Afghanistan al loro fianco. Infine, per cio’ che riguarda il Libano, la Francia non si è accontentata di seguire gli Stati uniti : ha preso l’iniziativa della risoluzione 1559, che riafferma il diritto del popolo libanese a liberarsi dalla tutela siriana, ma costituisce anche lo strumento essenziale delle pressione occidentale sul regime di Damasco.
Sarebbe paradossale che Jacques Chirac entrasse nella storia come il presidente della V Repubblica che ha impresso alla sua politica una svolta nel senso della IV Repubblica…
Grazie per la vostra attenzione.

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