Presidenziali egiziane: la fine della rivoluzione?en

8 giugno 2012, di Francesca Annetti
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L’esito del primo turno delle presidenziali egiziane ha lasciato fortemente delusi quanti si aspettavano un netto segnale di discontinuità rispetto alla precedente era Mubarak. Saranno infatti Ahmed Shafiq e Mohamed Morsi i due candidati che si affronteranno nel ballottaggio previsto per il prossimo 16 e 17 Giugno.

Considerato un fedelissimo dell’ex “faraone”, sotto il cui regime ha servito prima come capo dell’aviazione e poi come ultimo premier, Shafiq è secondo molti il candidato che rappresenta gli interessi dell’esercito (da cui proviene) e che quindi più di ogni altro incarna il sistema politico contro il quale si sono battute le migliaia di persone riunitesi a Piazza Tahrir negli ultimi mesi. A concorrere al successo di Shafiq sono stati in particolare i voti dei membri della comunità copta, intimoriti dalla prospettiva di un’egemonia politica di stampo islamista, quelli dei nostalgici del vecchio regime, e di coloro che hanno visto in lui l’uomo forte in grado di riportare sotto controllo il paese dopo le numerose rivolte di cui è stato protagonista.

Mohamed Morsi è invece il candidato degli Ikhwan, i Fratelli Musulmani. Nato proprio in Egitto alla fine degli anni Venti e successivamente diffusosi in gran parte degli stati medio-orientali, il movimento della Fratellanza ha da sempre mantenuto un’ambigua relazione con il potere: se infatti da un lato si è sempre proposto come l’alternativa al regime, dall’altro lo ha spesso fiancheggiato, perseguendo una progressiva legittimazione e preferendo puntare la proprio strategia su un’islamizzazione della società dal basso piuttosto che sulla trasformazione dello stato dall’alto. Questo comportamento ambivalente è stato ben evidente durante la prima fase delle rivolte di Piazza Tahrir, durante la quale gli Ikhwan hanno mantenuto un atteggiamento defilato, attendendo di comprendere a fondo i rischi e le opportunità che tali repentini cambiamenti potevano significare per l’organizzazione stessa prima di schierarsi apertamente a suo favore. Nonostante l’ambiguità dei loro rapporti con il regime, i Fratelli sono comunque fortemente radicati all’interno della società egiziana, grazie soprattutto alle opere di assistenza che forniscono alla popolazione; questo fattore, unito all’efficiente struttura organizzativa propria del movimento, ha ovviamente contribuito enormemente all’affermazione di Mursi al primo turno.

Entrambi i candidati che si fronteggeranno nel ballottaggio di metà Giugno sono pertanto ben lontani dall’essere l’espressione diretta delle forze che hanno guidato le contestazioni culminate nella cacciata dell’ormai ex Ra’is e che sono state penalizzate da un’eccessiva frammentazione e da una minore organizzazione politica. Questa primo turno delle presidenziali ha quindi decretato la fine di quella che molti avevano salutato come la rivoluzione egiziana?

Se da un lato il verdetto riportato dalle urne il 23 e 34 Maggio scorso può essere certamente considerato come un passo indietro rispetto al percorso fatto dai manifestanti di Piazza Tahrir, quello che queste elezioni non devono farci dimenticare è che in Egitto il reale cambiamento deve ancora realizzarsi, e la strada verso la vera rivoluzione è ancora lunga. Nonostante la destituzione di Mubarak costituisca una cesura storica fondamentale nella storia del paese, il vero detentore del potere in Egitto è un altro ed è ancora lontano dall’essere deposto: l’esercito. Fin dal colpo di stato dei Giovani Ufficiali guidati dal Colonnello Nasser nel 1952, le forze armate egiziane hanno dominato la vita politica ed economica del paese, ponendosi come protettori dello Stato e costruendo una fitta rete di interessi e proprietà economiche che pervadono profondamente la vita del paese. Gli stessi successori di Nasser, ovvero Sadat e lo stesso Mubarak, provenivano dall’esercito, ed alle forze armate può essere attribuito un ruolo non secondario nella cacciata dell’ultimo Ra’is. Manifestando l’intenzione di nominare come proprio successore il figlio Gamal, Mubarak si è infatti attirato l’antagonismo dei militari in quanto Gamal non proviene dalle file dell’esercito ed è stato inoltre uno dei principali fautori delle recenti ondate di privatizzazioni viste dagli ufficiali come una possibile minaccia al proprio dominio economico. Per questi motivi le forze militari egiziane hanno approfittato delle richieste dei manifestanti destituendo Mubarak ed assumendo direttamente pieni poteri per la gestione della transizione verso le elezioni democratiche. Resta da vedere se dopo l’elezione del presidente i militari vorranno davvero cedere il potere, e sicuramente il candidato che uscirà vincitore dal ballottaggio influirà non poco sul grado e le modalità di un eventuale ritiro dei militari dalla scena politica del paese.

Più che il punto finale di una rivoluzione che ancora rimane incompiuta, queste elezioni devono quindi essere viste come una tappa nel lungo cammino dell’Egitto verso una reale trasformazione. Il loro valore deve essere riconosciuto nel fatto che per la prima volta nella loro lunga storia gli egiziani hanno potuto scegliere il proprio presidente tramite delle elezioni libere e autentiche. Le proteste che anche in questi giorni continuano a scuotere il Paese, come quelle contro l’affermazione al primo turno di Shafiq o quelle contro le assoluzioni decise dai giudici nel processo contro Mubarak ed i suoi figli e collaboratori, mostrano come una larga parte degli egiziani sia decisa a continuare a prendere in mano il proprio destino e proseguire lungo la strada del cambiamento. Le sfide all’orizzonte sono ancora numerose, prima fra tutte la redazione della carta costituzionale che dovrà fra le altre materie decretare anche i poteri attribuiti al presidente della repubblica e la cui scrittura è stata interrotta a causa dello stallo in seno all’assemblea costituente dopo che numerosi membri, in particolare copti, si sono ritirati da quella che considerano essere una costituente troppo sbilanciata a favore dei Fratelli Musulmani; un problema che fa purtroppo intravedere la possibilità di un’imposizione da parte dei militari di una costituzione provvisoria redatta da loro stessi.

Sono quindi necessari ancora molti sforzi prima di raggiungere una reale e definitiva sconfitta del regime. Certo, i risultati di questa prima tornata elettorale sono stati un boccone amaro per molti di quelli che in questi mesi hanno manifestato e lottato a Tahrir e nelle altre piazze del Paese, ma la voglia di libertà e di cambiamento è ancora forte. Fintanto che gli egiziani scenderanno in piazza e si mobiliteranno la rivoluzione potrà continuare il suo (purtroppo ancora lungo) cammino.

Il futuro dell’Egitto è ancora tutto da realizzare.


Francesca Annetti

Francesca Annetti

Laureata in Cooperazione Internazionale, Sviluppo e Diritti Umani presso l’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca di 4 mesi in Etiopia ed in Kenya ed ha lavorato come tirocinante alla Rappresentanza Italiana presso le Nazioni Unite di New York. La sua tesi è stata pubblicata in versione rivista ed aggiornata su Jura Gentium – Rivista di Filosofia del Diritto Internazionale e della Politica Globale, ed ha partecipato al primo Forum Euro-Mediterraneo per Giovani Ricercatori (...)


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