Voli segreti e guerra al terrorismo: un caso dalla Libiaen

12 giugno 2012, di Monica Gazzola
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Le renditions sono pratiche che si riferiscono al rapimento di una persona e al suo trasferimento da uno Stato all’altro, in un centri di detenzione segreti. Tutto ciò compiuto al di fuori di ogni procedura legale nazionale o internazionale. È una pratica particolarmente abietta poiché è legata ad ulteriori violazioni dei diritti umani: detenzioni illegali, sparizioni forzate e tortura. Rappresentando uno degli effetti della guerra al terrorismo, ciò che è rilevante di queste azioni non è solamente l’aspetto giuridico, ma quello politico, con ripercussioni nella politica estera di numerosi Stati.

Il caso di Abdel Hakim Belhaji è illuminante. Belhaji era a capo dell’opposizione armata contro Gheddafi durante la guerra civile. Quando il Colonnello era ancora al potere, Belhaji creò, assieme ad altri, il Gruppo Libico Islamico Combattente, il cui obiettivo fin dal 1994 era la destituzione del Rais. Durante la dittatura, le autorità libiche spiccarono un mandato di cattura contro Belhaji, in quanto sospettavano avesse stretti legami con Al-Qaeda. A seguito di operazioni congiunte di CIA e MI6 (i servizi segreti rispettivamente di Stati Uniti e Regno Unito), venne rintracciato e arrestato a Kuala Lumpur, e successivamente deportato in Libia. In carcere per 7 anni, venne picchiato, torturato e fu vittima di svariati abusi.

Il 12 aprile 2012 la sotto commissione diritti umani (DROI) del Parlamento Europeo si è riunita per discutere sul tema “Trasferimenti segreti e pratiche detentive – Come proteggere i diritti umani nella lotta al terrorismo”. In un messaggio video, Abdel Hakim Belhaji si rivolge alla sotto commissione affermando di aspettarsi “scuse ufficiali e giustizia”. Aggiunge che le nuove relazioni internazionali che coinvolgono la Libia (e paesi come il Regno Unito e gli Stati Uniti) devono basarsi sul mutuo rispetto e la giustizia: “soltanto ammettendo la propria responsabilità e chiedendo perdono per gli errori commessi in passato i rapporti tra queste nazioni potranno dirsi amichevoli”. Ciononostante, considerando che fu proprio l’intelligence britannica a giocare un ruolo fondamentale nella sua rendition, Belhaji ha denunciato il Ministro degli Esteri Jack Straw, il quale si dice abbia personalmente approvato la sua deportazione. Clive Stafford Smith, Direttore di Reprieve (una importante ONG che si occupa di questioni relative alla privazione della libertà) che ha presentato il caso presso la sotto commissione, ha sottolineato anche l’ironia di questa storia: l’unico obiettivo che ha mosso per anni le azioni di Belhaji era la caduta di Gheddafi, e per mesi lui e il governo britannico hanno condiviso lo stesso interesse. Attualmente Belhaji è a capo dell’esercito libico, rappresentando così uno degli interlocutori fondamentali della nuova Libia.

Nel retroscena di questa storia, due le tematiche principali: la segretezza e la giustizia. Il segreto di stato, così come la sicurezza nazionale, è spesso usato come giustificazione che impedisce agli organi giudiziali di controllare le attività dei servizi di intelligence, dando il via libera ad arbitrarie deprivazioni della libertà e detenzioni. Tutto ciò porta anche ad una mancanza assoluta di responsabilità penale per eventuali illeciti, dato che ogni potenziale elemento a carico dei servizi è coperto da segreto di stato. Lo “Studio congiunto delle Nazioni Unite sulle pratiche globali in materia di detenzioni segrete nel contesto della guerra al terrorismo” tratteggia un quadro di totale impunità; i meccanismi di controllo e di punizione per i crimini commessi sono completamente inesistenti o inefficaci, e le vittime non riescono mai ad avere accesso a sistemi di risarcimento. Anche le indagini su casi di tortura sono estremamente rare, sempre a causa del segreto di stato. Per essere chiari su questo punto, il fallimento di uno stato di condurre delle indagini efficaci e tempestive su tali casi costituisce di per sé una violazione della convenzione dell’ONU contro la tortura. Nonostante la responsabilità per questi atti sia primariamente dei servizi di intelligence, in molti Paesi le loro attività si confondono con quelle del corpo di polizia, il quale viene spesso sostituito completamente dai servizi. A questo proposito, e alla luce dei cambiamenti di leadership nei Paesi arabi, la cooperazione con tali stati dovrà essere decisamente rivista, così come quella con i vari servizi segreti. Nel corso della transizione ci si dovrà concentrare soprattutto sulla riforma del settore della sicurezza, e ciò non significherà solamente creare nuove leggi. I diritti umani fondamentali sono sempre in vigore: divieto di tortura, divieto di restrizione della libertà personale senza consenso dell’autorità giudiziaria, il principio di non respingimento, il diritto alla vita e a rimedi effettivi per chi ha subito tali violazioni. Sfortunatamente, il diritto non è sempre il mezzo migliore per consegnare i responsabili alla giustizia, a causa dell’elevato numero delle persone coinvolte e del ruolo che svolgono. Piuttosto, come suggerito da Belhaji, risulta più efficace e di più semplice attuazione la riconciliazione, semplicemente attraverso delle ammissioni di colpa ufficiali. Questa dovrebbe essere la via intrapresa dall’Unione Europea e dai suoi Stati Membri: azioni concrete, la fine di queste pratiche, scuse ufficiali, risarcimenti, supporto tecnico per le riforme di settore.

Gli Stati hanno i loro interessi (o meglio, scuse) nel condurre questi trasferimenti illegali, ma l’UE dovrebbe dimostrarsi un soggetto capace di aderire ad altri standard nell’ambito dei diritti. Nel 2006 il Parlamento Europeo istituì una commissione temporanea per indagare sull’utilizzo da parte dalla CIA di prigioni segrete europee come punto d’arrivo dei trasferimenti, approvando una risoluzione in cui si chiede agli USA di fermare queste pratiche. Nessuna delle raccomandazioni è stata mai seguita. È lecito sperare che le rivoluzioni che hanno trasformato i paesi del Nord Africa possano rappresentare un’occasione almeno per l’Unione Europea per sradicare tali pratiche all’interno e all’esterno dei propri confini? Il caso di Abdel Hakim Belhaji potrà forse rispondere a questa domanda.


Monica Gazzola

Monica Gazzola

Human Rights Analyst with Bachelor and Master in Human Rights, University of Padua; studied also at Sciences-Po Paris. Working experience in the field of international criminal justice and advocacy at the Coalition for the International Criminal Court (The Hague) and at the European Parliament (Brussels), plus research assistant for the University of Padua. Longstanding commitment in Amnesty International as (...)


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