Bologna, 9 marzo 2006

Dal sionismo al post-sionismofr

Seminario di Dominique Vidal

Pensandoci bene, all’inizio del mese di novembre del 2004 Jean-Christophe Rufin ha rinunciato, in un articolo pubblicato su Le Monde , alla principale proposta del suo rapporto consegnato alla fine di ottobre al ministro degli Interni francese Dominique de Villepin : istituire una nuova legge che miri a reprimere l’antisionismo, assimilato all’antisemitismo, così come ogni confronto fra il comportamento dell’occupante israeliano in Palestina, i crimini nazisti e l’apartheid. Quest’idea, è vero, aveva fatto scandalo.

16 luglio 2007, di Dominique Vidal
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E la ragione è evidente : il fatto che alcuni dissimulino il proprio odio degli ebrei dietro un antisionismo esasperato, o paragonino la sorte dei Palestinesi a quella delle vittime del genocidio nazista per banalizzare meglio quest’ultimo non potrebbe servire da pretesto per vietare ogni chiamata in causa del sionismo. Come i fautori di ogni ideologia – dal comunismo al fascismo, passando per il femminismo –, i sostenitori del sionismo non possono pretendere di esporre pubblicamente le loro tesi ed al tempo stesso di sottrarle alla critica.

Per di più questa polemica mi sembra del tutto obsoleta : il sionismo si poneva come obiettivo la creazione di uno Stato ebraico. Dal 14 maggio del 1948 essa è realtà : a partire da quel momento non è tanto in discussione una ideologia astratta quanto piuttosto una politica concreta, interna ed estera – quella dello Stato di Israele –, che ognuno può approvare o denunciare, come quella di qualunque altro stato del mondo. Da questo punto di vista, ritenere che la situazione nei Territori occupati assomigli per molti versi a quella dell’apartheid che prevaleva nell’Africa del Sud non ha nulla di scandaloso.

Infine e soprattutto, come dimostra l’esperienza, la lotta ideologica contro l’antisemitismo ed il razzismo si svolge innanzitutto sul terreno politico. Quanto più l’apparato delle leggi che reprimono l’incitazione all’odio razziale e, a fortiori, la violenza razzista costituisce un’arma legittima ed efficace, tanto più l’invenzione di nuove legislazioni sarebbe un’arma a doppio taglio : i processi non potrebbero sostituire l’indispensabile battaglia ideologica, che rischiano invece di far dimenticare - come si è visto con i negazionisti.

È con tale spirito che vorrei proporvi alcune riflessioni come introduzione ad una discussione quanto più aperta possibile sul sionismo. Tratterò rispettivamente i seguenti punti :
-  la nascita del sionismo ;
-  i suoi quattro postulati ;
-  i due fattori decisivi del suo successo ;
-  consensi e contraddizioni ;
-  verso un post-sionismo ?

Traendo il nome da « Sion », collina di Gerusalemme e simbolo del legame degli Ebrei alla Terra Promessa, il sionismo designa il movimento favorevole alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina. Tale obiettivo è stato raggiunto 51 anni dopo essere stato formulato per la prima volta da Theodor Herzl.

1) La nascita del movimento

Si dimentica spesso che il fondatore del sionismo, nato nel 1860 a Budapest e stabilitosi a Vienna all’età di 18 anni, fu per molto tempo assimilazionista : come la maggior parte degli intellettuali ebrei d’Europa, egli credeva che il « problema ebraico » si sarebbe risolto con la loro assimilazione ai popoli fra i quali vivono, anzi con la loro conversione. In quel periodo, l’emancipazione degli Ebrei ed il riconoscimento dei loro eguali diritti, iniziati con la Rivoluzione Francese, gli appaiono irreversibili. Jacob Samuel, personaggio principale della sua pièce, Le Nouveau Ghetto (Il Nuovo Ghetto), scritta nel 1894, muore esclamando : « Voglio uscire dal ghetto… »

Perché, in due anni, Herzl cambia parere ? Sa certamente che, nell’impero zarista (la Russia ed una parte dell’attuale Polonia), le masse ebraiche vivono ancora nella miseria e sono oggetto di discriminazioni. Peggio ancora : esse subiscono, a partire dal 1882, una nuova ondata di attacchi di pogroms (dal russo pogromit, distruggere). La polizia zarista alimenta tale violenza antisemita – essa sarà per esempio all’origine del falso intitolato Le Protocole des Sages de Sion (Il Protocollo dei Saggi di Sion), che ritroviamo ancora oggi persino nella propaganda di certe forze arabe.

Ma la vera sorpresa si verifica in Francia, dove l’affare Dreyfus sembra determinare una battuta d’arresto all’integrazione nel paese stesso che ne assunse l’iniziativa. Per gli « israeliti », come si chiamano in Francia gli Ebrei desiderosi di fondersi nella società (borghese), la disillusione è enorme.

Ora, Herzl segue l’affare Dreyfus a Parigi, dove è il corrispondente della Neue Freie Presse, un quotidiano austriaco liberale. E l’assimilazionista diviene sionista. Nel 1896 egli pubblica L’État des Juifs (Lo Stato degli Ebrei), poi, nel 1897, riunisce a Basilea il Primo Congresso sionista mondiale. Il movimento si prefigge come obiettivo di « ottenere per il popolo ebraico in Palestina una sede riconosciuta pubblicamente e garantita giuridicamente ».

« A Basilea, scriverà Herzl nel suo Giornale, ho fondato lo Stato ebraico. Se oggi dicessi ciò pubblicamente, otterrei come risposta una risata universale. Fra cinque anni forse, fra cinquanta sicuramente, tutti capiranno. » Cinquant’anni e nove mesi più tardi, infatti, lo Stato d’Israele vedrà la luce…

2) Quattro postulati

Quattro ipotesi sono alla base del programma di Herzl : l’esistenza di un popolo ebraico ; l’impossibilità della sua assimilazione da parte delle società nelle quali esso vive disperso ; il suo diritto sulla « Terra promessa » ; e l’inesistenza su questa terra di ogni altro popolo che possa avere, anch’esso, dei diritti su di essa. Per i sostenitori del sionismo, ecco altrettante evidenze che i loro avversari ritengono false.

Walter Laqueur, autore di una monumentale Histoire du sionisme (Storia del sionismo), lo rileva molto opportunamente alla fine del suo lavoro : « Questa fede può essere accettata o rigettata : può essere oggetto di una discussione razionale soltanto in misura molto limitata. (…) Il sionismo ha elaborato un’ideologia, ma le sue pretese “scientifiche” sono inevitabilmente poco convincenti ».

In realtà ognuno dei quattro postulati sionisti merita una discussione :
-  la nozione stessa di « popolo ebraico » rimane discutibile : eccetto la religione, di cui non tutti sono seguaci e che non basta a caratterizzare un popolo, quali sarebbero i criteri unificatori di questa realtà « nazionale » ebraica : razziali ? Territoriali ? Linguistici ?
-  l’affermazione dell’impossibilità dell’assimilazione è egualmente controversa : essa è stata ripresa persino all’indomani del genocidio nazista. Sin dagli anni ’50 dello scorso secolo un dirigente sionista quale Nahum Goldmann è giunto sino ad evocare pubblicamente il « pericolo » di una « disintegrazione delle comunità ebraiche » e della loro « perdita di coscienza dell’essere parte del popolo ebraico ». E questa paura è cresciuta con la diffusione dei matrimoni detti « misti » : all’inizio del XXI secolo, nei paesi occidentali, fra il 40 ed il 50 % – anzi più – degli Ebrei sposa dei non Ebrei…
-  e che dire dei diritti esclusivi che avrebbe il « popolo ebraico » sulla Palestina ? Il riferimento al testo sacro di una religione monoteista (su tre) e ad un’occupazione (fra una dozzina di altre) non basta a legittimare la rivendicazione unilaterale della Terra Santa. Come scrive Maxime Rodinson, « le sofferenze ebraiche possono giustificare – forse – l’aspirazione di certi Ebrei a formare uno Stato indipendente. Ma questa non può apparire agli Arabi una ragione sufficiente perché questo Stato sia creato a loro spese ». Tanto più che costoro, aggiunge lo studioso, non ebbero molto a che vedere con le persecuzioni antiebraiche : per quanto umiliante sia stato, lo statuto di dhimmi riservato agli Ebrei (come ai cristiani) nell’Impero ottomano non può essere paragonato ad Auschwitz ;
-  D’altronde, tutti i pensatori sionisti non hanno negato l’esistenza ed i diritti degli Arabi della Palestina. Così Ahad Haam (Asher Ginsberg) scriveva nel 1891 : « Abbiamo l’abitudine di pensare che tutti gli Arabi siano degli uomini selvaggi del deserto, che non vedono o non comprendono quel che accade intorno ad essi ; ma è un grande errore. Gli Arabi, ed in particolare gli abitanti delle città, vedono e comprendono quel che noi facciamo e quel che vogliamo in Palestina (…). Se mai dovessimo svilupparci sino al punto di invadere il loro spazio vitale in maniera rilevante, essi non cederebbero facilmente i loro territori. »

Ma la questione essenziale è senza dubbio altrove : per citare nuovamente Maxime Rodinson, « intorno al 1900 i progetti colonizzatori non erano investiti, come oggi, di un’aura sfavorevole ». È anche per questo che la colonizzazione ebraica in Palestina non solleva in quel periodo alcun biasimo in Occidente.

3) Due fattori decisivi

Se il movimento sionista, inizialmente marginale, raggiungerà nell’arco di cinquant’anni e più il proprio obiettivo, la creazione di uno Stato ebraico, è per due ragioni essenziali :

-  la prima, è l’appoggio della Gran Bretagna. Come abbiamo visto durante la prima conferenza, la scommessa che fanno i dirigenti sionisti sull’atteggiamento britannico è tutto fuorché ingenua. Dalla dichiarazione Balfour sino agli ’30 del secolo scorso, essi sanno che Londra non agisce per simpatia nei loro confronti, ma per difendere i propri interessi nel Medio Oriente. Ed inoltre sono consapevoli che non dovranno mai allentare la pressione affinché Sua Graziosa Maestà mantenga la parola.

Ella, dal canto suo, non ignora nulla delle ambizioni del movimento sionista. Così lord Curzon, successore di lord Balfour, scriverà : « Mentre Weizmann vi dice una cosa, e voi pensate “sede nazionale ebraica”, egli ha in mente qualcosa di molto differente. Egli progetta uno Stato ebraico, ed una popolazione araba sottomessa, governata dagli Ebrei. Egli tenta di realizzare ciò con la copertura e la protezione della garanzia britannica. »

In realtà, grazie al mandato britannico, la comunità ebraica di Palestina – Yichouv – crescerà sino al punto di divenire quasi Stato. Fra il 1917 ed il 1948, come ho detto mercoledì, gli Ebrei passano dal 10 % al 30 % della popolazione della Palestina, la superficie agricola che essi coltivano è triplicata, il loro indice di produzione industriale è moltiplicato per 50. « Il presupposto per la realizzazione del sionismo, scriverà un giornale ebraico-palestinese, è la conquista di tutti i posti di lavoro del paese da parte della manodopera ebraica. » Sui muri di Gerusalemme e di Tel-Aviv, manifesti recano la scritta : « Non acquistate prodotti arabi ! »

Ma l’Yichouv non rappresenta soltanto una realtà economica : insieme alla nazione araba palestinese, esso incarna una nazione ebraica palestinese in formazione, con la sua lingua (l’ebraico, modernizzato da Eliezer Ben Yehuda), i suoi servizi pubblici, la sua armata allo stato embrionale (la Hagana ed il Palmah socialisti, ma anche le truppe dell’Irgoun revisionista) e le sue istituzioni. Presso l’alto commissariato britannico, l’Yichouv è rappresentato dall’Agenzia ebraica. La comunità ebraica elegge anche, alla proporzionale, il proprio Consiglio nazionale, il Vaad Leumi. I Palestinesi invece si sono rifiutati di dotarsi di tali istanze. In breve, l’Yichouv ha tutte le caratteristiche di uno Stato ebraico… senza Stato.

-  il secondo fattore, decisivo, che porterà alla nascita di questo Stato, è certamente il genocidio. L’ascesa del nazismo aveva già provocato un’accelerazione dell’immigrazione ebraica in Palestina : gli anni 1932-1939 vi portano l’aumento di 247.000 Ebrei, ossia 30.000 l’anno, quattro volte di più che dalla conclusione del primo conflitto mondiale ! Procedendo meno per « scelta sionista » che per sottrarsi alle persecuzioni, i nuovi coloni sono in maggioranza tedeschi e borghesi – l’Organizzazione sionista ha stipulato con Berlino, nel 1933, una convenzione che autorizza l’esportazione di capitali ebraici dalla Germania in Palestina.

E tuttavia, sulla scala del giudaismo mondiale, l’Yichouv rimane marginale. Nel 1939, esso ospita 429.605 Ebrei su 18 milioni, ossia poco più del 2 %. E queste cifre riflettono una realtà politica indiscutibile : l’ideologia ed il progetto sionisti rimangono in quel periodo molto minoritari fra gli Ebrei del mondo.

Il genocidio nazista sconvolge questa situazione. Perché la macchina hitleriana mieterà milioni di vittime : malati mentali, Zigani, Polacchi e soprattutto Sovietici. Ma gli Ebrei formano l’unico gruppo che i nazisti abbiano voluto sterminare sino all’ultimo : innanzitutto mediante la de-giudaizzazione della società tedesca (1933-1939), poi con i massacri di massa degli Einsatzgruppen, i gruppi di massacro mobile, in Polonia e nell’URSS (1939-1941), infine con la deportazione sistematica degli Ebrei dai territori occupati nei centri di sterminio provvisti di camere a gas (1942-1945). Facendo un bilancio : circa 6 milioni di vittime – la metà degli Ebrei d’Europa, un terzo degli Ebrei del mondo.

La Shoah (in ebraico « catastrofe ») trasforma profondamente, come abbiamo visto nella prima conferenza, i dati ideologici e pratici della « questione palestinese ». Le grandi potenze si vedono costrette a trovare una soluzione al « problema ebraico ». Ora il progetto sionista offre il grande vantaggio di « risolverlo » nel Medio Oriente piuttosto che in Occidente – lo Stato ebraico vi si costruirà a spese del popolo palestinese, che tuttavia non ha alcuna responsabilità nel genocidio. E le opinioni occidentali vengono dopo. Per due ragioni :
-  da un lato, esse sono pervase da un forte senso di colpa : se certi paesi hanno conosciuto grandi movimenti di Resistenza, la maggior parte ha anche contato numerosi collaboratori, che hanno aiutato i nazisti a perpetrare il loro genocidio ;
-  dall’altro lato, esse ignorano tutto dei Palestinesi, i cui dirigenti non fanno nulla per farsi capire : esse boicotteranno le commissioni internazionali d’inchiesta, in particolare quella delle Nazioni Unite, l’UNSCOP, che arriva in Palestina nell’estate del 1947 prima di deciderne la sorte.
-  Non dimentichiamo, infine, il carattere d’urgenza. Alcune centinaia di migliaia di Ebrei superstiti marciscono nei campi destinati ai « profughi ». Essi non possono o non vogliono ritornare nel loro paese d’origine e si vedono rifiutare l’auspicata immigrazione negli Stati Uniti : i militanti sionisti vi reclutano degli immigranti « illegali » verso la Palestina.

In breve, la Shoah ha creato le condizioni per la realizzazione dell’idea di Herzl. Il 29 novembre 1947, la maggioranza degli Stati membri delle Nazioni Unite concordano di creare uno Stato ebraico ed uno Stato arabo in Palestina, oltre ad una zona internazionale per Gerusalemme e i Luoghi santi. Ma il fallimento di questo piano di divisione, l’espulsione della maggior parte dei Palestinesi dai territori conquistati da Israele e la negazione del loro diritto al ritorno hanno condotto lo Stato ebraico e quelli confinanti in un ciclo di guerre senza fine…

4) Consensi e contraddizioni

Sino ad ora abbiamo parlato del movimento sionista come se da solo rappresentasse gli Ebrei del mondo e formasse un tutt’uno omogeneo. Sicuramente, non è così.
-  Da un lato il sionismo non è mai stata l’unica corrente fra gli Ebrei. Alla fine del XIX secolo e per una buona parte del XX, alcune forze concorrenti rigettano il progetto di uno Stato ebraico. Per esempio il movimento comunista, in cui militano – in particolare nell’Europa centrale ed orientale – numerosissimi Ebrei, ritiene che soltanto la rivoluzione socialista risolverà la « questione ebraica ». Quanto al Bund, social-democratico, esso insiste sulla necessaria autonomia culturale degli Ebrei nei luoghi in cui essi vivono. Infine, per i religiosi ortodossi, il ripristino di uno Stato ebraico presuppone la venuta del Messia.
-  Dall’altro lato, lo stesso movimento sionista ha conosciuto spesso grandi dibattiti interni. Fu il caso, sul finire del XIX secolo e all’inizio del XX, in merito alla questione della localizzazione del futuro Stato : in Palestina ? In Ouganda ? In Argentina ? Negli anni ’20 e ’30 lo scontro oppone sionismo socialista e sionismo detto « revisionista », vicino al fascismo italiano. I due fratelli nemici si ritroveranno a partire dal 1944 nella lotta armata contro la Gran Bretagna, poi di fronte ai Palestinesi. Ritroveremo quest’ultima scissione lungo tutta la storia d’Israele, ed in particolare a partire dall’arrivo al potere della destra, per la prima volta, nel 1977. Lo scontro tra eredi di Ben Gourion e di Menahem Begin riprenderà più di prima dopo la firma degli accordi di Oslo. La stretta di mano fra Itzhak Rabin e Yasser Arafat, il 13 settembre 1993, costituisce un vero tradimento agli occhi della destra e dell’estrema destra. Da qui la campagna isterica contro il Primo Ministro, che viene assassinato il 4 novembre 1995, dopo la firma degli accordi di Oslo II. Nel mese di maggio 1996, Benyamin Netanyahou trionfa e congela il processo di pace.

Non discolpiamo tuttavia i dirigenti laburisti i quali, per non aver resistito alla pressione dell’estrema destra, dell’esercito e dei coloni, tradirono gli impegni presi, ed in particolare perseguendo la colonizzazione. Lo stesso Rabin rifiutò di cacciare i coloni da Hébron dopo il massacro commesso da Baruch Goldstein. Shimon Peres accumulò gli errori che ne determinarono la sconfitta contro Netanyahou. Ehud Barak si disinteressò della questione palestinese, prima di cercare di imporre le proprie posizioni a Camp David, nel mese di luglio 2000 ; e a dicembre, le sue dimissioni renderanno inutili le negoziazioni di Taba, tuttavia vicine ad un esito positivo nel gennaio 2001.

E tuttavia, chiunque tradisse sinistra e destra, il che è lo stesso, troverebbe nell’opera di Ariel Sharon, a partire dal febbraio 2001, di che far riflettere. Nell’arco di circa quattro anni egli è riuscito a seppellire gli accordi di Oslo, a isolare l’Autorità Palestinese, a distruggere la maggior parte delle sue infrastrutture, a rioccupare i territori autonomi, ad erigervi il suo muro, a prezzo di una repressione senza precedenti contro la popolazione civile.

L’ideologia elaborata da Herzl, se esercita un’influenza profonda sulle popolazioni ebraiche, in Israele ed altrove, conosce gravi scosse. Per quanto in progresso, l’idea di uno Stato ebraico su tutto il territorio della Palestina, « epurata » di una gran parte della popolazione palestinese, rimane minoritaria. In compenso, l’idea di una spartizione della Palestina, con uno Stato palestinese accanto ad uno Stato israeliano, rimane, malgrado l’Intifada e gli attentati dei kamikaze, maggioritaria. Tuttavia, entrando nei dettagli, i rapporti di forza si rivelano più complessi : la maggioranza, sul ritiro di Israele dai territori occupati nel 1967 e sullo smantellamento delle colonie, si trasforma in minoranza, trattandosi della spartizione della sovranità di Gerusalemme e, a fortiori, del diritto al ritorno dei rifugiati….

Ora il tempo stringe. Nessuno ignora che con la prospettiva ormai molto vicina, come ho sottolineato martedì, di una maggioranza araba nel « Grande Israele » caro a Ariel Sharon, la contraddizione fra terra e popolazione, propria del progetto sionista sin dall’inizio, esplode in tutta la sua natura. Se non nascerà rapidamente uno Stato palestinese, lo scontro cruento fra due popoli connessi rischia di risolversi con l’annientamento militare dei Palestinesi, ma anche con la rimessa in discussione di Israele in quanto Stato ebraico.

5) Verso un post-sionismo ?

Un secolo dopo la morte di Theodor Herzl, il progetto sionista è entrato dunque in una profonda crisi. Come sottolineava una ventina di anni fa il politologo belga Marcel Liebman : « Ponendosi come obiettivo di dare agli Ebrei un’oasi di pace, il sionismo ha creato uno Stato che non ha cessato di vivere nella precarietà. » Nessun paese è oggi più pericoloso per gli Ebrei di quanto lo sia Israele : dall’ottobre del 2000, 1.000 di essi hanno perso la vita... E Marcel Liebman aggiungeva : « Nel suo tentativo di riunire in un unico Stato gli Ebrei di tutto il mondo, il sionismo non ha avuto maggior successo. » In realtà, Israele raggruppa soltanto una minoranza – il 40 % circa del « popolo » che aveva il compito di accogliere.

Ancora, gli Israeliani non formano un insieme monolitico : come rilevava già ventisette anni fa Henri Curiel , essi sono divisi in « due elementi dalle aspirazioni differenti, se non opposte. Il primo elemento è costituito dai veri sionisti, cioè da coloro che si sono recati in Israele con l’unico scopo di creavi uno Stato ebraico (…). Il secondo elemento, che forma la maggioranza della popolazione ebraica in Israele, è costituito da alcuni Ebrei che vi si sono stabiliti poiché non avevano nessun altro luogo dove andare ».

La stessa coerenza dello Stato ebraico rimane dunque fragile. Formatosi con ondate successive d’immigrazione, molto eterogenee, il mosaico israeliano ha retto per lungo tempo grazie ad un triplice collante : l’ideale sionista fondato sul mito di « una terra senza popolo per un popolo senza terra », il carattere profondamente egualitario della comunità ebraica e la condizione di guerra con il mondo arabo che costringeva a serrare le fila. La mondializzazione e la normalizzazione quando si sono impadronite della società israeliana, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, hanno corroso questi elementi unificatori : la questione palestinese è diventata sfuggente, il capitalismo israeliano ha battuto dei record di disuguaglianze etnico-sociali, e la pace è sembrata a portata di mano con un mondo arabo che propone ufficialmente di stabilire dei rapporti normali con Israele in cambio di un ritiro dai territori occupati nel 1967.

Allo stesso tempo, il mosaico israeliano ha cominciato a sfaldarsi sotto la pressione di tensioni centrifughe sempre più forti : tra Ebrei ed Arabi, tra Ebrei ashkénazes (occidentali) e séfarades (orientali), fra laici e religiosi… Parecchi gruppi si limitano a difendere i propri diritti : gli Arabi, gli Orientali, i Falashas, gli immigrati stranieri eccessivamente sfruttati… Ma altri ostentano apertamente pretese egemoniche, in primo luogo gli ultra-ortodossi ed i Russi… Se tali tendenze dovessero continuare ad affermarsi, non si potrebbe escludere un’implosione della società israeliana, in ogni caso a lungo termine…

La via di uscita dall’impasse interna è senza alcun dubbio inscindibile da quella che dovrà portare al superamento dell’impasse esterna. Tanto più che la natura stessa del conflitto israelo-palestinese è cambiata. « Si ha la sensazione, osservava lo storico israeliano Tom Segev sin dall’inizio della Seconda Intifada, di ritornare al periodo del mandato britannico, che ha preceduto la creazione dello Stato di Israele, in cui due comunità si affrontavano con le armi. »

Non voglio qui ritornare sulla posta in gioco nella fase attuale del conflitto. Paradossalmente, ottantaotto anni dopo la Dichiarazione Balfour, la creazione di uno Stato palestinese indipendente e duraturo appare la sola in grado di salvaguardare il futuro di Israele. Ma anche in grado di contribuire a farlo uscire dalle proprie contraddizioni interne. Come diceva, prima di diventare ministro di Ehud Barak, il laburista di origine orientale Shlomo Ben Ami : « La ricerca di un modus vivendi con i nostri amici palestinesi ed arabi deve procedere di pari passo con una politica sociale audace. Occorre che la conclusione del conflitto si traduca nella risposta ai bisogni degli strati svantaggiati, in primo luogo orientali. In breve, la pace interna deve procedere di pari passo con quella all’esterno. »

Al di là del grande scarto fra retorica e politica, che d’altronde il suo modo di esercitare il potere confermerà, Ben Ami metteva in rilievo così un legame indiscutibile. Una vera pace con i Palestinesi permetterebbe ad Israele di porre fine alla piaga dell’occupazione. Essa ne garantirebbe l’integrazione nel Medio Oriente arabo. Essa non soltanto faciliterebbe la diminuzione delle spese militari, ma darebbe un impulso – come negli anni 1990-1995 – ad un nuovo boom economico. Al contempo, lo Stato ebraico disporrebbe finalmente – se rompesse con i dogmi neoliberali – dei mezzi per far regredire la precarietà, la disoccupazione e l’isolamento, per ricreare lo Stato provvidenza e per ammodernare i servizi pubblici, affinché ogni israeliano, e per primi gli Arabi e gli Orientali, possa vivere finalmente in modo decoroso, come i Palestinesi nel loro Stato…

Una simile prospettiva implica un mutamento radicale del sionismo : il « post-sionismo ». Questa corrente include i nuovi storici, ai quali si deve la verità sulla guerra del 1948 ed in special modo sull’espulsione dei Palestinesi, ma anche i « nuovi sociologi », grazie ai quali l’opinione pubblica ha preso coscienza delle disparità crescenti di cui sono vittime in particolare gli Arabi, gli Ebrei orientali e gli ultra-ortodossi.

L’ex presidente della Knesset, ritiratosi (provvisoriamente ?) dalla vita politica, Avraham Burg, faceva due anni fa una severa diagnosi : « Il sionismo è morto ed i suoi aggressori si sono insediati nelle poltrone del governo a Gerusalemme. Essi non perdono una sola occasione per far sparire tutto quel che di bello c’era nella rinascita nazionale. » Ed aggiungeva : « La fine dell’avventura sionista è già alle porte. Si, è probabile che la nostra generazione sia l’ultima del sionismo. Dopo di essa, rimarrà uno Stato ebraico irriconoscibile e detestabile. » Il male di cui soffre Israele, precisava Burg, è l’occupazione. « Tale situazione non può durare. Anche se gli Arabi chinassero la testa ed ingoiassero la loro umiliazione, verrà il momento in cui nulla più funzionerà. Ogni edificio eretto sull’insensibilità alla sofferenza altrui è destinato a crollare rovinosamente. »

« Poiché noi rimaniamo indifferenti alla sofferenza delle donne arabe trattenute ai posti di blocco, aggiungeva, non sentiamo più il lamento delle donne bastonate dietro la porta accanto alla nostra (…). Indifferenti alla sorte dei bambini palestinesi, perché siamo sorpresi di ritrovarli con un ghigno di odio sulla bocca, mentre si fanno saltare in aria da martiri di Allah. Anche se si uccidessero 1.000 terroristi al giorno, nulla cambierebbe (…). Fin quando un Israele arrogante, terrorizzato ed insensibile a se stesso e agli altri affronterà una Palestina umiliata e disperata, non potremo continuare ad essere noi stessi. »

« L’alternativa, concludeva Burg, è una presa di posizione radicale : bianco o nero. (…) Ecco le componenti della scelta sionista autentica : una frontiera incontestata al centimetro, un piano sociale globale per guarire la società israeliana dalla sua insensibilità e dalla sua mancanza di solidarietà e la messa al bando del personale politico corrotto, oggi al potere. Occorre un’alternativa di speranza alla distruzione del sionismo e dei suoi valori . »


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Dominique Vidal

Dominique Vidal

Storico, autore e giornalista di “Le Monde diplomatique”, di cui è stato caporedattore aggiunto fino al 2006, e responsabile delle sue edizioni straniere. Specialista della questione arabo-israeliana.


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Con il contributo di:

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