Egitto: Morsi si proclama vincitore, ma la strada verso la transizione é tutta in salita

22 giugno 2012, di Francesca Annetti
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Grande è in questi giorni la gioia dei sostenitori di Libertà e Giustizia, il partito dei Fratelli Musulmani egiziani che già poche ore dalla chiusura dei seggi elettorali ha proclamato il proprio candidato vincitore del ballottaggio presidenziale del 16 e 17 Giugno. Nonostante infatti i risultati definitivi siano previsti solo per la fine della settimana, diversi dati non ufficiali hanno attestato la vittoria del candidato della Fratellanza Morsi sul rivale Shafiq.

Ma sulla vittoria elettorale degli Ikhwan così come in generale sul futuro dell’Egitto post-Mubarak incombe pesante l’ombra di un regime ancora non sconfitto. Dopo la decisione della Corte Costituzionale di rendere illegittime le elezioni legislative dello scorso anno a causa di presunti problemi di costituzionalità della legge elettorale utilizzata, il parlamento a maggioranza islamista che ne era risultato è stato sciolto ed il potere legislativo è tornato nelle mani del Consiglio Supremo delle Forze Armate, che dopo la cacciata dell’ex ra’is si era assunto il ruolo di gestore della transizione verso un regime democratico. Non solo. Con un addendum alla costituzione ad interim gli stessi militari hanno fortemente limitato i poteri del futuro presidente, riservandosi tra gli altri il potere di controllo sul budget e l’autorità di redigere la costituzione definitiva qualora l’assemblea costituente già eletta incontri delle difficoltà. Si tratta insomma di un chiaro scenario da contro-rivoluzione, aggravato dalla recente decisione dei magistrati egiziani di consentire alla polizia militare ed ai servizi segreti di arrestare i civili, decisione che tanto da vicino ricorda quella legge marziale entrata in vigore nel 1981 e abolita solo pochi mesi fa.

I militari stanno quindi cercando di evitare il passaggio dei poteri nelle mani di istituzioni democraticamente elette previsto per la fine di Giugno, ed il cammino dell’Egitto verso un completo e reale abbattimento del potere repressivo contro cui hanno lottato in questi mesi i manifestanti di Piazza Tahrir sembra allungarsi sempre più, tanto da preoccupare apparentemente anche gli Stati Uniti. Con un messaggio del portavoce del Pentagono George Little gli USA hanno infatti dichiarato il loro sostegno al processo di transizione politica, auspicando che il Consiglio Supremo delle Forze Armate Egiziane trasferisca i poteri in seno alle autorità elette dal popolo.

A causa delle manovre di questi ultimi giorni l’importanza delle lotte di questi mesi rischia fortemente di essere svuotata del proprio valore, mentre diventa sempre più tristemente evidente come quella che è stata troppo frettolosamente salutata come una rivoluzione abbia in realtà scardinato solamente una piccola parte del sistema autoritario egiziano, quella di facciata. Le forze armate egiziane stanno cercando di mantenere il controllo del potere che da decenni detengono nelle proprie mani, impedendo così agli egiziani di proseguire nella conquista dei propri diritti e delle proprie libertà.

Se i dati ufficiali confermeranno Morsi come il primo presidente democraticamente eletto nella storia della Repubblica Araba d’Egitto, il candidato della Fratellanza troverà davanti a sé un compito difficile da svolgere. Dotato di poteri limitati e penalizzato dalla mancanza di un parlamento che secondo quanto annunciato dai militari verrà rieletto solamente dopo la stesura della costituzione e la sua approvazione tramite referendum, il futuro presidente dovrà tentare di guidare il processo di democratizzazione confrontandosi direttamente con il consiglio delle forze armate. Resta da vedere quale sarà l’atteggiamento che i Fratelli Musulmani decideranno di tenere in questa situazione, se ricorrere alla piazza forzando la mano e rischiando di perdere le conquiste fatte dal movimento negli ultimi mesi ed il consenso di coloro che, stanchi del caos e dei disordini, desiderano solo un ritorno all’ordine, o se al contrario scendere a patti con il regime, come tante volte hanno fatto durante gli anni del “faraone” Mubarak.

A più di un anno dall’inizio delle rivolte, la situazione in Egitto appare quindi ancora incerta, e mentre da più parti si chiede la costituzione di un terzo blocco che rappresenti le voci delle forze nate a Piazza Tahrir e di coloro che al primo turno delle presidenziali hanno preferito a Shafiq e Morsi gli altri candidati rimasti esclusi dal ballottaggio, la Fratellanza e i militari si preparano a giocare il loro ruolo in una partita dal risultato ancora difficile da prevedere.

La strada verso una reale transizione politica è ancora tutta in salita.


P.S.

Su questo argomento

Leggi l’articolo Presidenziali egiziane: la fine della rivoluzione? di Francesca Annetti


Francesca Annetti

Francesca Annetti

Laureata in Cooperazione Internazionale, Sviluppo e Diritti Umani presso l’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca di 4 mesi in Etiopia ed in Kenya ed ha lavorato come tirocinante alla Rappresentanza Italiana presso le Nazioni Unite di New York. La sua tesi è stata pubblicata in versione rivista ed aggiornata su Jura Gentium – Rivista di Filosofia del Diritto Internazionale e della Politica Globale, ed ha partecipato al primo Forum Euro-Mediterraneo per Giovani Ricercatori (...)


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