Il Summit della Terra Rio+20: una dichiarazione senza futuroen

28 giugno 2012, di Ugo Guarnacci
Invia questo articolo via email Invia via email

Il Vertice della Terra, Rio+20, si è concluso venerdì 22 giugno con l’approvazione da parte dei leader mondiali di una dichiarazione finale di ben 53 pagine, intitolata "Il futuro che vogliamo". Dopo più di un anno di negoziati e 10 giorni di mega conferenze che hanno coinvolto circa 45.000 persone, il documento finale incoraggia gli Stati a delineare gli obiettivi globali di sviluppo sostenibile e a predisporre altre misure atte a rafforzare la gestione delle risorse ambientali a livello globale, a migliorare la sicurezza alimentare, a potenziare la protezione degli oceani e a promuovere un’”economia verde”. Tuttavia, la dichiarazione del Vertice non contiene linee guida specifiche orientate all’implementazione delle politiche sopraelencate ed abbonda di espressioni alquanto vaghe : "Noi, capi di Stato e di Governo [...] riconosciamo", "Noi ribadiamo", “Noi riaffermiamo” “Noi esprimiamo la Nostra profonda preoccupazione".

Il testo della dichiarazione del Summit lascia trasparire come ci sia una totale mancanza di leadership in materia ambientale e come l’attenzione della politica internazionale sia stata dirottata su altre questioni giudicate più salienti: la crisi economica in Europa, le agitazioni in Medio Oriente e la campagna presidenziale negli Stati Uniti. L’assenza di Barack Obama, Angela Merkel e David Cameron ha dimostrato come il Vertice sia stato ostaggio di altre priorità. Inoltre, il Brasile - in qualità di paese ospitante della conferenza – ha fatto pressione affinché fosse approvato un testo di compromesso, evitando così il caos e l’insorgere di posizioni conflittuali che avevano invece segnato il Vertice sul clima di Copenaghen nel 2009. Tuttavia, la strategia brasiliana ha lasciato ai capi di Stato e ai rispettivi Ministri una mera funzione cerimoniale, sprecando l’ennesima opportunità di raggiungere un risultato più ambizioso.

La dichiarazione finale sembra non avere alcuna dimensione temporale. Sebbene il Rapporto Brundtland (1987), redatto dalle Commissione delle Nazioni Unite sull’Ambiente e sullo Sviluppo, definisca lo sviluppo sostenibile come uno "sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni", il documento finale non fissa alcuna scadenza per raggiungere una via alternativa per un futuro sostenibile. A tal proposito, le parole di Izabella Teixeira, ministro dell’Ambiente per il Brasile, sono strumentali nel sottolineare come il senso di urgenza di agire nell’immediato sia stato completamente perso durante il vertice Rio+20. Il ministro ha infatti dichiarato: "Stiamo gettando le basi per Rio+40 o Rio+60. Il numero degli anni non ha alcuna importanza: quello che conta è il “più”. Il nostro impegno deve essere quello di continuare a promuovere il dibattito sullo sviluppo sostenibile, iniziato a Rio nel 1992 ".

In realtà, la Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e sullo Sviluppo, tenutasi a Rio nel 1992, fu un evento completamente diverso rispetto al Vertice Rio+20. Quello del ’92 è stato un Summit che ha lanciato per la prima volta lo sviluppo sostenibile come un concetto accettato a livello internazionale e basato su tre pilastri: economico, sociale ed ambientale. I Principi di Rio furono infatti adottati vent’anni fa, dopo una lunga maratona di negoziati volta ad integrare i principi ambientali, come quello di precauzione e di chi inquina paga, con i principi di sviluppo, come il diritto allo sviluppo, con quelli di equità, come la responsabilità comune ma differenziata. Inoltre, in quell’occasione venne istituita la Commissione sullo Sviluppo Sostenibile ed i capi di Stato e di Governo dei paese sviluppati si impegnarono formalmente a fornire finanziamenti e trasferimento di tecnologie ai paesi in via di sviluppo. Infine, dopo il Vertice sulla Terra del 1992 vennero siglati due importanti accordi internazionali, giuridicamente vincolanti: la Convenzione ONU sulla biodiversità e la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

I negoziati volti a produrre una dichiarazione ambiziosa per il vertice Rio+20 si sono impantanati su quattro punti chiave: l’ “economia verde”’, gli “obiettivi di sviluppo sostenibile”, il quadro istituzionale per uno sviluppo sostenibile ed gli strumenti di implementazione.

L’“economia verde”: un nuovo paradigma di sviluppo imposto dalle nazioni più ricche?

Quando l’argomento è stato posto all’ordine del giorno del Summit Rio+20 come una delle due questioni prioritarie, pochi rappresentanti dei paesi in via di sviluppo erano a conoscenza del significato dell’espressione “economia verde” nell’ambito dei negoziali internazionali. Di conseguenza, gran parte del processo negoziale si è focalizzato sulla definizione di tale concetto. La dichiarazione finale definisce l’”economia verde” come "uno degli strumenti a disposizione degli Stati per raggiungere uno sviluppo sostenibile [...] che dovrebbe contribuire sia ad eliminare la povertà sia a promuovere una crescita economica sostenuta" (pag. 9).

I paesi in via di sviluppo temono che col tempo il concetto di “economia verde” possa sostituire quello di sviluppo sostenibile, imponendosi come nuovo paradigma fondato sulla preminenza della dimensione economica a scapito dell’approccio dei tre pilastri pattuito nel ’92 ma anche dell’impegno internazionale in materia di finanza e tecnologia. Inoltre, c’è il timore che il termine possa essere usato impropriamente per altri fini quali l’imposizione di barriere commerciali, l‘introduzione della condizionalità degli aiuti allo sviluppo e l’istituzione di nuovi obblighi per i paesi in via di sviluppo. Questo approccio andrebbe nella direzione opposta rispetto al principio della responsabilità comune ma differenziata che, invece, pone l’equità al centro dei negoziati internazionali. Il gruppo G77 e la Cina hanno sottolineato che se da un lato tutti gli Stati hanno il dovere di impegnarsi in materia ambientale, dall’altro sono proprio i paesi sviluppati – in virtù della loro responsabilità storica nel contribuire a gran parte l’inquinamento e del loro potere economico – a doversi impegnare in primis nella tutela dell’ambiente e nell’erogazione di finanziamenti e nel trasferimento di tecnologia ai paesi in via di sviluppo. Per questo motivo, il gruppo G77 e la Cina, si sono mostrati piuttosto riluttanti nel concedere al termine “economia verde” lo status di concetto cardine a livello internazionale, insistendo piuttosto nel definirlo come uno dei vari strumenti che possono essere utilizzati per promuovere lo sviluppo sostenibile.

Nonostante che nella dichiarazione finale non sia stato inserito alcune riferimento rispetto alla necessità di eliminare i sussidi ai combustibili fossili, gli Stati firmatari si sono impegnati a predisporre nuovi indicatori alternativi al PIL, in grado di prendere in considerazione le variabili socio-ambientali e valorizzare i “servizi” svolti dalla natura, come ad esempio il sequestro di anidride carbonica e la protezione degli habitat.

Gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile: una delle priorità del Vertice Rio+20

Il risultato principale della conferenza è stato quello di predisporre un piano atto a delineare gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile. La necessità di definire tali obiettivi a livello internazionale è emersa solo l’anno scorso, per iniziativa della delegazione colombiana, e si è progressivamente affermata come strategia alternativa al paradigma dell’”economia verde”.

I paesi in via di sviluppo hanno accettato gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile sia come concetto, sia come strumento operativo. Tuttavia, il gruppo G77, insieme alla Cina, desidera che i tre pilastri (economico, sociale ed ambientale) siano rappresentati in modo equilibrato nella selezione di tali obiettivi e teme che l’UE punti principalmente sugli obiettivi ambientali.

Resta altresì aperta la questione su come coniugare gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e il processo post-Rio+20 con gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio e la loro fase post-2015. A tal proposito, le organizzazioni che si focalizzano principalmente sugli aspetti legati allo sviluppo hanno già iniziato la discussione sul follow-up rispetto agli Obiettivi del Millennio e non intendono assolutamente permettere agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile di vanificare il lavoro intrapreso finora.

A conclusione del Vertice Rio+20 non è stata stilata una lista di Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Tale compito è stato infatti assegnato a un gruppo di lavoro di trenta nazioni, con una scadenza temporale prevista per settembre 2013. Si è altresì pattuito che a distanza di due anni, nel 2015, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile saranno collegati agli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.

C’è stata forte frustrazione rispetto al Summit Rio+20 anche perché il documento finale non contiene alcun riferimento al diritto dei poveri di avere accesso ad acqua pulita, a cibo adeguato e alle moderne forme di energia. Inoltre, a causa della forte opposizione del Vaticano sostenuta dalla Russia e dalle nazioni del Medio Oriente e dell’America Latina, il paragrafo volto a sancire diritti riproduttivi delle donne è stato rimosso dalla dichiarazione finale.

Quadro istituzionale per lo sviluppo sostenibile

La mancanza di forti istituzioni internazionali dedicate allo sviluppo sostenibile ha fatto sì che altre agende - come quella dell’Organizzazione mondiale per il commercio - ottenessero la precedenza rispetto alla tutela dell’ambiente e alla promozione dello sviluppo sociale.
In generale, la Commissione sullo Sviluppo Sostenibile è stata giudicata piuttosto debole e, nell’ambito del Vertice Rio+20, si è ribadita la necessità di trasformarla in un’istituzione più potente. A questo proposito, l’Unione europea insieme alla Norvegia e alla Svizzera hanno proposto la creazione di un Consiglio per lo sviluppo sostenibile che disponga di maggiore autorità e risorse finanziarie e sia in grado di riunirsi regolarmente. I negoziati per progettare l’architettura istituzionale dello sviluppo sostenibile sono ancora aperti e la dichiarazione di Rio +20 si limita ad affermare che il Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP) deve poter beneficiare di un bilancio più sicuro, di una partecipazione più ampia e di poteri più forti al fine di promuovere la ricerca scientifica e coordinare le strategie ambientali su scala globale. Tuttavia, non si è ancora stabilito se l’UNEP debba diventare un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite (come auspicano i paesi europei ed africani) o se il Programma Ambientale dell’ONU debba mantenere lo status attuale e ricevere maggiori risorse (come preferisce la maggioranza degli Stati).

Gli strumenti di implementazione

Durante il Summit della Terra del 1992 i paesi in via di sviluppo sostennero con successo che per poter intraprendere percorsi di sviluppo ecocompatibili erano necessari finanziamenti e trasferimento tecnologico da parte dei paesi sviluppati. Questa è stata una questione piuttosto controversa nell’ambito del Vertice Rio +20. I paesi in via di sviluppo avrebbero infatti voluto un fondo di 30 miliardi di dollari all’anno per sostenere la transizione verso forme di produzione più sostenibili; tuttavia, nel bel mezzo di una crisi finanziaria in Europa, vi è stata solo una vaga promessa di aumentare gli stanziamenti, senza specificare né l’ammontare né i donatori. A tal proposito, il presidente brasiliano Dilma Rousseff ha ribadito che le nazioni più ricche non hanno tenuto fede alla promessa fatta durante il Summit sul clima di Copenhagen a proposito dell’istituzione di un apposito fondo per il "finanziamento verde" e conseguentemente ad oggi questi paesi non possono permettersi di criticare gli altri per mancanza di ambizione.

Le aspettative della società civile e degli scienziati sono state profondamente deluse dal Summit Rio+20. Il direttore esecutivo dell’ONG Greenpeace Internationa, Kumi Naidoo, ha descritto il risultato del Vertice come un fallimento di proporzioni epiche. D’altra parte, le iniziative più interessanti sono state sostenute proprio al di fuori delle sale di negoziazione, dove sono stati conclusi accordi per quanto concerne gli investimenti nel trasporto pubblico, la contabilità verde e la riduzione degli impatti ambientali da parte di organi municipali/giudiziari in collaborazione con alcune corporation. In particolare, proprio durante l’ultimo giorno del Summit, parallelamente all’adozione della dichiarazione finale, la società civile ha approvato il Manifesto del popolo sulla sostenibilità. Il documento mira a sviluppare un programma autonomo e collettivo per un futuro sostenibile, al di là di quanto previsto nel documento ufficiale del Vertice Rio +20. Nello specifico, il manifesto richiede un’azione concreta che "aiuti a promuovere il decentramento dell’attuale struttura socio-economica a livello locale e a sostenere una mentalità sovranazionale, volta a superare le preoccupazioni parrocchiali tipiche della globalizzazione capitalistica ed attivare un movimento cittadino su scala mondiale".

Secondo il Segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon "Rio+20 ci ha dato una possibilità unica per impostare un nuovo corso di sviluppo in grado di bilanciare realmente gli imperativi della crescita economica con le dimensioni sociali ed ambientali della prosperità sostenibile e del benessere umano". Purtroppo però, la realtà appare tristemente diversa dagli ambiziosi obiettivi precedentemente fissati per il Vertice.


Ugo Guarnacci

Ugo Guarnacci

Ugo Guarnacci è un dottorando in Economia presso il Dipartimento di Economia dell’Università di Reading, Regno Unito. Ha conseguito il Master in Ambiente e Sviluppo presso la London School of Economics (LSE), la Laurea specialistica in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna e la Laurea triennale in Economia della Cooperazione Internazionale e dello Sviluppo presso la Facoltà di Economia dell’Università di Roma La Sapienza. Ugo (...)


CC by-nc-nd

Questa licenza si applica a soggetti o organizzazioni no-profit. Le organizzazioni commerciali e chiunque desideri utilizzare il nostro materiale a fini commerciali deve contattare la redazione.

Con il contributo di:

Comitato Internazionale di Bologna per la Cartografia e l’Analisi del Mondo Contemporaneo

Mappa del sito | Aiuto | Chi siamo | Contatti | Mettere in syndication tutto il sito : RSS 2.0
Sito realizzato con SPIP (modello di layout) Login