I seminari di Le Monde diplomatique. Rivoluzione in Medio Oriente

Quando il mondo cambia

Traduzione di Marianna Pino

10 luglio 2012, di Dominique Vidal
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L’edizione del 2012 del libro annuale L’État du monde (Lo Stato del mondo), che ho curato con Bertand Badie, ha come titolo: Nouveaux acteurs, nouvelle donne (Nuovi attori, nuova distribuzione). Si tratta solo di una formula accattivante, oppure di una caratterizzazione pertinente della fase attuale dell’evoluzione del mondo? Fondamentalmente, questa è la questione posta dalla prima conferenza del nostro seminario di geopolitica. Perché non si può separare ciò che avviene nel Medio Oriente dalle trasformazioni in corso su scala mondiale.

Perché, se la storia non si scrive a caldo, e conviene dunque essere prudenti (come dice il proverbio, “non vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso”), si impone, però, una certezza: il quadro internazionale sta cambiando profondamente.

Stiamo infatti assistendo a un riequilibrio maggiore dei rapporti di forza a favore del Brasile, della Russia, dell’India e della Cina, i famosi “BRIC”, divenuti “BRICS” con l’aggiunta del Sudafrica. In occasione del summit di Londra, nell’aprile 2009, molti osservatori hanno insistito sul carattere simbolico del passaggio da G8 a G20: avrebbero ugualmente dovuto sottolineare l’importanza del passaggio da G8 ai… G2: uso il plurale, perché questa definizione riguarda sia il G2 Washington-Pechino che il G2 Washington-Mosca.

Viviamo quindi il passaggio da un’architettura mondiale bipolare a un’organizzazione multipolare, dopo aver attraversato una breve fase unipolare.

Nostalgia della guerra fredda?

Prima di riflettere insieme sulla struttura multipolare in costruzione, torniamo su ciascuna delle tre fasi attraverso cui è passato il mondo dalla seconda guerra mondiale.

Inventata dall’uomo d’affari e consigliere politico Bernard Baruch, la “guerra fredda” comincia nel 1947. Le ambizioni rivali degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica infrangono l’alleanza contro il nazismo stipulata durante la guerra. Washington organizza la sua egemonia economica con il piano Marshall (1947) e la sua egemonia strategica con la creazione dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO, 1949). Quanto a Mosca, salda politicamente il suo “campo” con la costituzione, nel 1947, dell’Ufficio di informazione dei partiti comunisti (Cominform), poi economicamente con la costituzione, nel 1949, del Consiglio per la mutua assistenza economica (CAEM, o Comecon).

Due discorsi “ufficializzano” la guerra fredda. Al congresso degli Stati Uniti, il 12 marzo 1947, il presidente Harry Truman dichiara:

“Credo che gli Stati Uniti debbano sostenere i popoli liberi che resistono ai tentativi di asservimento […]. Credo che dobbiamo aiutare i popoli liberi a forgiare il loro destino […]. Credo che il nostro aiuto debba consistere essenzialmente in un sostegno economico e finanziario (al fine di) mantenere la libertà degli Stati del mondo e proteggerli dall’avanzata comunista” [1].

Sei mesi più tardi, il 22 settembre, Andrej Ždanov, uno dei segretari del Partito comunista dell’Unione Sovietica, risponde davanti alla riunione fondatrice del Cominform:

“Più ci allontaniamo dalla fine della guerra e più nettamente appaiono le due direzioni fondamentali della politica internazionale del dopoguerra, corrispondenti alla disposizione in due campi principali delle forze politiche che operano nell’arena mondiale: il campo imperialista e antidemocratico, il campo anti-imperialista e democratico.”

E Ždanov precisa: “Gli Stati Uniti sono la principale forza dirigente del campo imperialista. L’Inghilterra e la Francia sono legate agli Stati Uniti e marciano come satelliti, per quanto riguarda le questioni principali, nel solco della politica imperialista degli Stati Uniti. Il campo imperialista è sostenuto anche dagli Stati possessori di colonie […], dai paesi aventi un regime reazionario antidemocratico […], dai paesi che dipendono politicamente ed economicamente dagli Stati Uniti […]. Le forze anti-imperialiste e antifasciste formano l’altro campo. L’URSS e i paesi della nuova democrazia ne sono il fondamento. […] Il campo anti-imperialista si appoggia, in tutti i paesi, sul movimento operaio e democratico, sui partiti comunisti fratelli, sui combattenti dei movimenti di liberazione nazionale nei paesi coloniali e dipendenti, su tutte le forze progressiste e democratiche che esistono in ogni paese” [2].

Economico e politico, il confronto tra le due potenze a capo del mondo capitalista e del mondo comunista implica anche una dimensione militare. A partire dall’estate del 1949, però, gli Stati Uniti non hanno più il monopolio dell’arma nucleare: l’URSS ha proceduto al primo test della propria bomba. Gli arsenali di cui entrambi si doteranno impediscono qualsiasi confronto diretto. È quello che si chiama “equilibrio del terrore”.

Per quattro decenni, le due superpotenze si batteranno, ai quattro angoli del mondo, attraverso alleati interposti, badando a non superare mai la “riga gialla” al di là della quale avrebbero fatto precipitare il pianeta in un’apocalisse nucleare. In breve, i due Grandi inquadreranno e controlleranno i loro satelliti in modo da farli combattere per migliorare le rispettive posizioni, ma senza spingersi mai troppo lontano.

Alcuni sembrano provare una certa nostalgia per la guerra fredda. Certo, in quarant’anni i due “Grandi” si sono spinti fino all’orlo del precipizio solo in due occasioni: con la crisi di Berlino del 1948-1949 e con la crisi di Cuba del 1962. Ma come si può dimenticare la litania di guerre “calde”, spesso altamente mortifere, che hanno caratterizzato questo periodo?

Non potendole analizzare nel dettaglio, permettetemi di stilare una lista di quelle in cui sono intervenuti gli Stati Uniti, l’URSS o entrambi, direttamente o indirettamente: la guerra civile greca (1946-1949); la guerra civile cinese (1945-1949); la guerra in Indocina (1947-1954); la guerra di Corea (1950-1953); il colpo di Stato in Iran (1953); la guerra in Algeria (1954-1962); le guerre arabo-israeliane (1956, 1967, 1973, 1982); la guerra di liberazione in Angola, in Mozambico e in Guinea-Bissau (1961-1975); la guerra sino-indiana (1962); la guerra in Vietnam (1963-1973); l’intervento americano nella Repubblica domenicana (1965); le guerre indo-pakistane (1965 e 1971); il conflitto per i confini sino-sovietico (1969); il colpo di Stato in Cile (1973); la guerra civile libanese (1975-1990); la guerra tra Somalia e Etiopia (1977-1978); l’intervento vietnamita in Cambogia e la guerra sino-vietnamita (1979); l’intervento sovietico in Afghanistan (1979-1989); l’invasione americana di Granada (1983)…

Alle guerre del terzo mondo bisognerebbe aggiungere le rivolte che si sono verificate nel mondo comunista: la rivolta operaia nella Germania orientale (1953); gli scontri in Polonia e l’insurrezione in Ungheria (1956); la rivoluzione culturale in Cina (1965-1976); la primavera di Praga (1968); le manifestazioni di piazza Tienanmen (1989). Senza dimenticare i movimenti di massa che hanno caratterizzato la fine del comunismo: movimenti pacifici nella Germania orientale (1989) e nella Repubblica Ceca (1991); movimenti violentemente repressi in Romania (1989).

Dal “nuovo ordine internazionale” all’Impero

La guerra fredda si è conclusa in pochi mesi, con la vittoria dell’Occidente. Quanto all’esperienza comunista, nata nel 1917, sarebbe terminata in due anni – sopravvivendo solo in Corea del Nord e a Cuba, visto che la Cina ha conservato, del comunismo, soltanto il nome.

Tra la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, lo spazio di due anni, la cooperazione tra George Bush (padre) e Michail Gorbaciov avrebbe fatto nascere il sogno di un “nuovo ordine internazionale”. La formula viene utilizzata per la prima volta dal presidente americano in un discorso al Congresso, l’11 settembre 1990. Questa speranza doveva trasformarsi velocemente in un’illusione, ma ha avuto almeno il tempo di sfociare in una delle rare guerre consensuali tra Est e Ovest: la guerra del Golfo, risposta all’occupazione del Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein.

Sette mesi più tardi, come per sfuggire all’accusa di utilizzare “due pesi, due misure”, l’amministrazione Bush (padre) ha organizzato la conferenza di Madrid per rilanciare il “processo di pace” israelo-palestinese. Se ne servirà, poi, per presentare la propria strategia di espansione mondiale dell’economia di mercato come espressione della ricerca di valori comuni.

Sotto questo trucco appariva, tuttavia, il volto di un nuovo Impero. La sola superpotenza sopravvissuta alla guerra fredda, gli Stati Uniti, si trasforma in “iperpotenza” – per riprendere il termine inventato dal nostro ex ministro degli Esteri, Hubert Védrine. Arrivati al potere con George W. Bush, i neoconservatori rivendicano il diritto per l’America, garante della libertà, di dirigere il mondo.

Strateghi e filosofi si incaricano di teorizzare questa nuova architettura mondiale. In La grande scacchiera, pubblicato nel 1989, Zbigniew Brzezinski pronostica il fallimento della perestroika e della glasnost di Gorbaciov. In La fine della storia e l’ultimo uomo pubblicato nel 1992, Francis Fukuyama inventa la “fine della Storia”, con la convinzione, falsa o reale, che la fine della guerra significasse la vittoria della democrazia liberale su tutti gli altri regimi. Per Samuel Huntington, essa segna il passaggio dalle fratture ideologiche alle fratture culturali, tra cui la principale oppone il giudaismo-cristianesimo all’Islam: è lo “scontro di civiltà”, cui dedica un’opera eponima comparsa nel 1997.

La descrizione del nuovo Impero corrisponde evidentemente a una realtà. L’errore non consiste nel mettere in luce la sua ascesa, ma nel presentarla come irreversibile e, a maggior ragione, nel farne un dato di lunghissima durata. Ora, è questa l’interpretazione che prevarrà, a torto, per tutti gli anni Novanta.

Anch’io ho sviluppato questa idea, qui a Bologna, dodici anni fa, in occasione di una “settimana di Le Monde diplomatique”. Mi perdonerete l’auto-citazione, perché è a fini di autocritica. Io stesso ho detto “A turno, nel corso della storia, la Spagna, la Francia e l’Inghilterra si sono contese il dominio del globo. Ma dal 1991 la situazione è cambiata”.

E citavo il giornalista Paul-Marie de La Gorce [3]: “Al di là dei deliri delle vittorie e dei conformismi trionfanti, non si vedeva ciò che la storia aveva prodotto: la comparsa di un’unica superpotenza, grande quanto la Terra”.

Alla fine concludevo: “Nel corso del mezzo secolo che separa il loro ingresso sul ring, dopo Pearl Harbour (1941), dalla loro vittoria per abbandono sull’Unione Sovietica (1991), gli Stati Uniti hanno progressivamente concentrato nelle loro mani «i tre attributi della superpotenza: quello economico, quello politico-militare e quello ideologico-culturale» [4]. Dimenticato il relativo declino successivo al trauma del Vietnam: l’America, al limitare del XXI secolo, sembrava più forte che mai. Ma la natura di questa egemonia è cambiata. È prevalente, ormai, ciò che la britannica Susan Strange descrive come il «potere strutturale dell’America»: quello di «plasmare e determinare le strutture dell’economia politica globale», quindi di «scegliere e modellare le strutture in cui dovranno operare gli altri paesi, le loro istituzioni politiche, le loro imprese e i loro esperti» [5]”.

Questa analisi, con il suo carattere unilaterale, si è rivelata erronea. Di crisi in crisi, la globalizzazione ha progressivamente mostrato i suoi limiti: la libertà quasi totale concessa ai mercati ha condotto a una serie di scosse, dalla crisi asiatica (1998) alla crisi dei subprimes (2008). E, dopo l’11 settembre, l’Impero si è impantanato in Iraq e in Afghanistan. Non soltanto il dispiegamento di forze non gli ha permesso di uscire dall’impasse, ma ha anche profondamente intaccato l’immagine dell’America nel mondo.

Come un nuovo 1968?

Sentiamo che siamo entrati in una nuova fase storica, che le griglie di lettura del passato non permettono di comprendere. Riassumendo a grandi linee, sono tre i fattori maggiori che si coniugano per rovesciare l’egemonia occidentale:

-  innanzitutto, la crisi del sistema, non più solo finanziaria, ma anche economica e sociale; non più solo congiunturale, ma sistemica. Essa indebolisce evidentemente gli Stati Uniti e gli altri grandi paesi occidentali, ma anche l’ideologia neoliberale dominante da venti anni: chiunque può misurare a cosa porti l’onnipotenza dei mercati quando gli Stati lasciano loro il campo libero...

-  in seguito, ci ritornerò più dettagliatamente, la spinta dei paesi emergenti, a cominciare dai “BRICS”. Secondo PricewaterhouseCoopers (PwC), la somma del prodotto interno lordo dell’E7 (le sette maggiori economie emergenti) supererà dal 2020 quella del G7 (i sette paesi oggi più ricchi del mondo) [6]. Inoltre, nel 2030, le principali economie mondiali sarebbero, in ordine decrescente, la Cina, gli Stati Uniti, l’India, il Giappone, il Brasile, la Russia, la Germania, il Messico, la Francia e il Regno Unito…

-  il terzo fattore, almeno altrettanto importante, è l’irruzione della società di fronte a Stati sempre più impotenti. I movimenti in corso da un anno e mezzo nel mondo arabo, la rivolta sociale dell’estate scorsa in Israele, gli “Indignati” in Europa e fino a New York, le manifestazioni in Russia, la rivolta delle periferie britanniche, lo sciopero degli studenti in Cile…

Come non pensare al 1968? Non evoco solamente il Maggio francese, ma anche la “Primavera di Praga” e, in minor misura, quello di Varsavia, il movimento studentesco tedesco e ovviamente anche il Messico – dalla piazza delle Tre Culture insanguinata ai pugni chiusi e guanti neri dei velocisti americani in occasione dei Giochi Olimpici… La stessa rivolta simultanea, lo stesso rifiuto del vecchio mondo, la stessa assenza di forza politica per reggere quell’onda e di programmi per canalizzarla. Confronto non significa che le due stagioni politiche siano identiche: il mondo, nel frattempo, è ovviamente cambiato, e i movimenti di oggi sono molto differenti da quelli di allora. Ma, la scossa non è minore.

Come a quel tempo, essa ha reso antiquata un’architettura internazionale obsoleta. E a ragione: le sue strutture riflettono un pianeta ancora dominato senza condivisione dall’Occidente, nel momento in cui l’egemonia di quest’ultimo è così profondamente scossa. Allo stesso tempo, si ha l’impressione di una rinuncia generalizzata delle istanze che si presume che dovrebbe “gestire” il nostro mondo: G20, Unione europea, ONU, FMI e Banca mondiale, Corte internazionale di giustizia e Corte penale internazionale. Tutte sembrano non avere responsabilità nei confronti della crisi e dei conflitti così come nei confronti delle sfide ambientali che tuttavia interrogano il futuro stesso della vita su questa Terra…

Di nuovo, una sfumatura in forma di “bemolle”: ho appena evocato l’“egemonia profondamente scossa” dell’Occidente. Non voglio ovviamente dire con questo che essa finirà domani o dopodomani. Gli Stati Uniti, l’Unione europea e il Giappone restano delle enormi potenze: economiche, politiche e – soprattutto nel caso dell’America – militare. Non confondete il breve periodo e il lungo periodo: si parla di “declino dell’America” dalla… loro disfatta in Vietnam nel 1975!

Sostituendo Barack Obama a George W. Bush, il popolo americano ha senza dubbio voluto voltare una pagina della propria storia e cercare, sulla base della considerazione di realtà nuove, di risalire la china.

Dall’hard power al soft power

Questa elezione ha prodotto molti controsensi. D’altronde, anche coloro che, nei media, salutavano con Obama una sorta di nuovo Messia si abbandonano senza limiti, tre anni dopo, alle gioie dell’Obama bashing: le loro critiche di oggi sono eccessive quanto le loro lodi di ieri. Le une e le altre ricorrono a termini morali per giudicare il presidente americano. Mentre, si tratta di politica.

Dove si colloca, ad esempio, la rottura tra lui e il suo predecessore? A questa domanda Obama ha risposto chiaramente già nel suo discorso d’investitura, il 20 gennaio 2009: “L’America è di nuovo pronta a dirigere”. La differenza rispetto a George W. Bush non riguarda, quindi, tanto la riaffermazione della leadership americana quanto, piuttosto, il modo di assicurarla. Per il nuovo presidente, l’America deve imporsi non più con l’hard power, ma con il soft power: il negoziato al posto della guerra, l’empatia verso i popoli al posto dell’ostilità, il dialogo tra le civiltà al posto dello scontro.

Ma questa indiscutibile svolta si fonda, innanzitutto, su una considerazione più realistica dei nuovi rapporti di forza mondiali. Lo si vede bene nelle priorità che il capo della Casa Bianca si è prefissato nel campo della politica estera. Ma, quali sono i dati principali cui il presidente americano si sforza di adattarsi per riaffermare meglio la leadership degli Stati Uniti?

Il primo è il declino, evidentemente relativo, della potenza dell’America. Prima economia manifatturiera del mondo dalla fine del XIX secolo e primo centro finanziario mondiale nel 1918, gli Stati Uniti si sono trovati, nel 1945, in una posizione economica dominante, godendo di vantaggi comparati decisivi tanto nel settore dell’alta tecnologia quanto in quello dei beni di consumo o dell’agricoltura. Queste date non sono affatto casuali: l’irresistibile ascesa dell’America è stata accentuata dalle due guerre mondiali, che hanno stimolato la sua economia senza infliggerle alcuna distruzione (ma con perdite umane non trascurabili: 126.000 vittime durante la prima guerra e 420.000 durante la seconda).

Nel momento in cui vince la guerra fredda, l’America dispone di una potenza considerevole. Produce quasi il 20% delle ricchezze del pianeta, si colloca al primo posto tra gli importatori e al secondo posto tra gli esportatori mondiali, effettua quasi la metà delle spese militari mondiali. Ma la medaglia, lo si capirà presto, ha il suo rovescio, come è stato simbolicamente mostrato dalla perdita della tripla A durante l’estate 2011.

Negli anni 2000, il Prodotto Interno Lordo (PIL) americano è cresciuto del 42%, ma la crescita del PIL mondiale ha raggiunto… l’80%. Oltretutto, gli Stati Uniti battono tutti i record in materia di debito pubblico: quest’ultimo si è triplicato in quindici anni, superando i 15.000 miliardi di dollari, ovvero oltre il 100% del loro PIL e oltre il 38% del totale mondiale. Comparato alle principali valute, e non solamente all’Euro, il dollaro ha perso, in qualche anno, più di un terzo del suo valore.

Conseguenza della crisi dei subprimes, in due anni il 10% delle imprese sono scomparse e la disoccupazione è passata dal 5% a circa il 10% - per non parlare dell’esplosione della precarietà… Al punto che un americano su sei si nutre con buoni alimentari e che un bambino su cinque vive saltuariamente per strada. Anche le classi medie si impoveriscono: l’acquisto di beni di consumo durevole sono i più bassi dal 1997…

Questo è il contesto in cui si iscrivono le disfatte subite da Washington sulla scena internazionale. Se l’esercito americano ha rovesciato senza fatica Saddam Hussein, non è riuscito a “tenere” l’Iraq – e, ora, deve ritirarsi senza avere alcuna certezza sull’avvenire del paese. L’intervento in Afghanistan ha conosciuto la stessa evoluzione: i Talebani, inizialmente storditi, sono passati con successo all’offensiva. Eliminando il regime basista iracheno e indebolendo, per un po’ di tempo, i Talebani afgani, l’America ha significativamente rafforzato, allo stesso tempo, l’Iran dei mullah, che difende con sempre maggior forza il proprio diritto all’energia nucleare. Ma ha anche distrutto la coesione occidentale, perché la NATO si è divisa sull’avventura a Bagdad e i suoi membri si sbrigano a ritirare i corpi di spedizione da Kabul.

Come per un fenomeno di vasi comunicanti, alla perdita di potenza degli Stati Uniti ha corrisposto un aumento di potenza dei loro principali rivali: i cosiddetti “BRIC”. Qualche cifra tratta dalle ultime statistiche disponibili, quelle del 2010, lo testimoniano [7].

Chi sono e cosa vogliono i BRIC?

In termini di PIL, la Cina (5.872 miliardi di dollari) ha superato la Germania (3.311 miliardi) e persino il Giappone (5.499 miliardi) fino a diventare la seconda potenza mondiale, dopo gli Stati Uniti (14.762 miliardi). Inoltre, rappresenta il 9,3% del PIL del pianeta e la metà della sua crescita! Nella sua economia, l’agricoltura rappresenta appena l’11%, contro il 49% dell’industria e il 40% dei servizi. L’anno scorso ha realizzato il 10,4% delle esportazioni mondiali contro lo 0,9% di trent’anni fa.

Le riserve di cambio di Pechino raggiungono la cifra record di 2.868 miliardi di dollari, di cui la maggior parte in buoni del Tesoro americano. La presenza cinese è molto forte anche nei paesi in via di sviluppo, dove costruisce infrastrutture, ma investe soprattutto nello sfruttamento delle risorse naturali. Principale economista della banca HSBC, Stephen King sostiene: “Il mondo in cui viviamo non è più diretto dagli Stati Uniti, ma dai mercati in espansione, il cui motore, va da sé, è la Cina”.

Nel 1700, l’India, con il 22% del reddito planetario, era al pari della Cina. Oggi, evidentemente, non è più così, ma conosce un’ascesa tale che l’elefante potrebbe presto raggiungere la tigre. Con 1.624 miliardi di dollari di PIL, rappresenta la decima potenza economica mondiale. E la sua crescita, dopo essere scesa al 7% nel 2009, è salita all’8,5% nel 2010. Quarta potenza agricola mondiale e terzo produttore di carbone, l’India vede il proprio PIL ripartito in: 18% all’agricoltura, 29,5% all’industria e 52,5% ai servizi. È il 26° esportatore e il 16° importatore del pianeta.

Dopo aver toccato il fondo sotto Boris Eltsin, la Russia ha compiuto un grande ritorno sulla scena internazionale. Con un PIL di 1.474 miliardi di dollari, occupa la nona posizione mondiale. Contrariamente alla Cina e all’India, ha conosciuto un rallentamento dopo la crisi: -7,9% nel 2009. Ma, ha ripreso la sua crescita nel 2010 con un + 4%. È d’altronde vero che l’economia russa dipende fortemente dal corso del gas e del petrolio, che rappresentano il 60% delle sue esportazioni. Beneficia di un sottosuolo eccezionalmente ricco: primo produttore mondiale di gas, secondo di petrolio, sesto di carbone, etc. Eredita, inoltre, dall’URSS un’industria pesante forte, ma spesso obsoleta.

Ai “grandi” si aggiungono i “futuri grandi”. È principalmente il caso del Brasile che, con un PIL di 2.061 miliardi di dollari, si colloca al sesto posto nella graduatoria mondiale. La più grande economia dell’America latina, dopo un netto calo nel 2009 (-0,2%) ha ritrovato una crescita del 7,5% nel 2010. Brasilia ha anche aumentato le proprie riserve di valuta del 24%: esse superano i 287 miliardi di dollari. Questo ambiente stabile attira gli investimenti, stimolati dalla Coppa mondiale di calcio (2014) e dai Giochi olimpici (2016). Il Brasile è il primo produttore mondiale di aerei a media percorrenza, la terza potenza aeronautica, il sesto costruttore di automobili mondiale, il settimo produttore di carta, l’ottavo produttore di plastica, il nono per la siderurgia, il quinto produttore di caucciù, la nona industria chimica mondiale. Possiede l’8% delle superfici coltivabili e il 12% delle risorse idriche…

Anche il Sudafrica è entrato nella corte dei “futuri grandi”, con un PIL di 2.061 miliardi – da cui l’aggiunta di una “S” all’acronimo “BRIC”. Ma essa raggiunge solo il 29 posto nella classifica mondiale, e la sua crescita sembra nettamente meno rapida delle altre potenze emergenti: 3,7% nel 2008, -1,8% nel 2009 e 2,8% nel 2010. Tuttavia, il suo sviluppo può contare solidamente sulle ricchezze del sottosuolo: è il primo paese estrattore di oro e platino al mondo e uno dei primi per l’argento e i diamanti; racchiude inoltre una grande quantità di cromo (65% delle riserve mondiali), di manganese, di vanadio, di ferro, di uranio, di rame, di zinco, di antimonio, di carbone e di tungsteno. Un altro punto forte: le aziende agricole moderne restano largamente nelle mani dei loro proprietari bianchi – solo il 5% delle terre è stato redistribuito ai Neri dopo la fine dell’apartheid… E si potrebbe proseguire questa lista, analizzando la forza delle economie del Messico, dell’Indonesia, della Turchia, del Sudafrica, ecc.

Switching Wealth

Qui si impone ancora una sfumatura – di taglia. Se si valuta non più rispetto al PIL, bensì in termini di PIL pro capite, la ricchezza dei principali Stati emergenti sembra nettamente più relativa. Un Indiano “pesa” 1.326 dollari, un Cinese 4.454 dollari, un Sudafricano 7.206, un Russo 10.574. Si potranno comparare queste cifre con quelle del Regno Unito (36.008), della Germania (40.228), del Giappone (43.461) e degli Stati Uniti (46.977)…

Tuttavia l’evoluzione generale dimostra la pertinenza del titolo – Switching Wealth (“Lo spostamento della ricchezza”) – che il Centro di sviluppo dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha scelto nel 2010 per il suo rapporto sulle prospettive di sviluppo economico mondiale…

Ecco, schematicamente riassunta, la “grande svolta” della nostra epoca! E la si può misurare chiaramente: siamo entrati in una fase storica nuova, che, come lo dicevo all’inizio di questa conferenza, le griglie di lettura del passato non permettono di comprendere.

Il multipolarismo non è, in sé, piacevole

Questa irresistibile tendenza al multipolarismo non è, in sé, piacevole. Certo, essa infligge duri colpi al dominio imperialista che si credeva rafforzato dalla fine della guerra fredda. Ma, se l’egemonia di un’iperpotenza è naturalmente sinonimo d’ingiustizia, non è sicuro che lo scontro tra ambizioni rivali potrebbe invece garantire, altrettanto naturalmente, la giustizia.

Da questo punto di vista, il confronto con il periodo della guerra fredda non è giustificato. Anzi, è persino fuorviante. All’epoca, l’Unione Sovietica e il campo socialista volevano essere – almeno, affermavano di voler essere – un’alternativa al campo occidentale. Ogni sconfitta subita dal secondo poteva essere considerata una vittoria del primo. Anche supponendo che questo ragionamento manicheo riflettesse una parte di verità, le cose non stanno più così. Ciascuna delle potenze emergenti che abbiamo nominato si batte per i propri interessi nazionali. Il nazionalismo, in senso pieno, con i suoi aspetti positivi e negativi, ha sostituito i grandi disegni ideologici.

E a quelli che, tra di voi, hanno nostalgia dell’era in cui gli intellettuali potevano schierarsi, voglio dire con la massima chiarezza: se l’emancipazione dei popoli colonizzati costituisce un progresso storico indiscutibile, anche la loro aspirazione a un ordine internazionale più giusto deve essere sostenuta, e sarebbe assurdo pretendere di schierarsi in favore di un nazionalismo e contro un altro. A meno che non si sia pagati per farlo!

Negli scontri tra Mosca e Kiev, che parte prendere? Nel momento in cui la Cina si impadronisce sistematicamente delle ricchezze naturali del terzo mondo, possiamo intravedervi una forma di internazionalismo proletario? Quando il Venezuela e il Brasile si scontrano, bisogna scegliere il rivoluzionario Chavez piuttosto del riformista Lula?

Il mondo è cambiato, e la nostra visione deve anch’essa cambiare, superando l’istinto di “difendere” tutto quello che fanno le potenze emergenti. Per non parlare delle violazioni dei diritti umani e delle libertà di cui si rendono colpevoli, dalla lunga guerra in Cecenia all’oppressione dei Tibetani e degli Uiguri, dalle guerre interreligiose in India alla sorte della foresta amazzonica…

Alcuni, se non hanno addirittura giustificato la repressione sanguinosa del regime di Bachar Al-Assad in Siria, hanno quantomeno tardato a condannarla per la ragione che costui sarebbe un “anti-imperialista”. Un’affermazione che d’altronde rimane da dimostrare: né Bachar né suo padre hanno mai sparato il minimo colpo di fuoco dal 1973 contro Israele, che tuttavia aveva occupato e poi annesso l’altura del Golan. E se Damasco ha inviato delle truppe nel 1976 in Libano, è stato su richiesta della parte falangista: la loro prima impresa militare fu il massacro del campo palestinese di Tal Al-Zaatar. Esse restano nel paese del Cedro fino al 2005, per difendervi gli interessi del potere basista. Ammettiamo anche che quest’ultimo sia stato “anti-imperialista”: questa è una ragione per tollerare che assassini 10.000 Siriani e ne imprigioni 150.000, dopo averli sistematicamente torturati?

Nulla prova, allo stesso modo, che l’Europa possa occupare in questa nuova architettura un posto degno di lei. La singolare propensione degli Europei a sacrificare la loro sovranità sull’altare dell’allineamento – rispetto agli Stati Uniti oggi, ma rispetto ad altri Stati domani? – rischia, secondo la formula di Hubert Védrine, di trasformare il Vecchio continente in uno “scemo del villaggio globale” [8].

Questa tendenza suicida contraddice l’appello lanciato, dal 1975, dal primo ministro belga Léo Tindemans:

“I nostri popoli si aspettano dall’Unione Europea che esprima, dove serve e dove lo si desideri, la voce dell’Europa. Che la nostra azione comune difenda in modo efficace i nostri legittimi interessi, che assicuri le basi di una vera sicurezza in un mondo più equo”. Per fare ciò, “l’Europa deve sfuggire allo stesso tempo all’isolamento, al ripiegamento su se stessa, che la metterebbe ai margini della storia, ma anche alla soggezione, alla stretta dipendenza, che le impedirebbe di esprimere la propria voce. Deve ritrovare un certo controllo sul proprio destino” [9].

E l’analista di politica della sicurezza Hajnajka Vincze [10] commenta:

“Su questo punto, il primo ministro belga si rivela completamente in sintonia con il sentimento profondo, e notevolmente costante, dei cittadini. Non è un caso che, negli Eurobarometri successivi, la Politica estera e di sicurezza comune (PESC) e la Difesa europea continuino a beneficiare del sostegno massiccio (più del 70%) dell’opinione pubblica – con una maggioranza schiacciante (più dell’80%) quando si tratta di precisare che questa politica europea “deve essere indipendente dagli Stati Uniti”.

Quanto all’ex ministro degli Esteri francese Hubert Vedrine, nel suo rapporto a Nicolas Sarkozy sulla globalizzazione, scrive:

“Gli occidentali, certo, sono ancora dominanti, ma rappresentano appena un miliardo circa di esseri umani, sui sei miliardi e mezzo di abitanti del pianeta, proporzione destinata ad abbassarsi ulteriormente con lo “shock demografico” in corso. Proprio nel momento in cui si prediceva la sua fine, la storia – degli altri! – si è rimessa in marcia. I paesi emergenti sono emersi davvero. Non cercano soltanto di entrare a pieno titolo nell’economia di mercato globale, ma cercano anche di ritrovare il posto geopolitico che compete loro. […] Dietro ai grandi emergenti, una decina di altre potenze stanno già comparendo, creando un mondo multipolare instabile e concorrenziale. Il rapporto di forza all’interno dell’OMC [11]– non può esserci imposto nulla, ma nemmeno noi possiamo più imporre nulla – ne è una prefigurazione”.

E profetizza: “La competizione crescerà ferocemente attorno alle fonti di energia fossile (a meno che non intervenga qualche importante scoperta scientifica) e alle vie di trasporto (si pensi alla strategia petrolifera e marittima cinese) e tra capitalismi concorrenti. Il degrado del nostro ambiente, vale a dire, in pratica, delle condizioni di sopravvivenza della specie umana, ha già cominciato a suscitare tensioni internazionali” [12].

Questo mondo multipolare in via di costituzione bisognerà, ora, organizzarlo e, dunque, trasformare profondamente l’architettura internazionale nata dalla vittoria sul nazismo. Perché tutto lo dimostra: questo periodo è obsoleto. Le norme che reggono l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e le sue “filiali”, come la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) o la Corte Penale Internazionale (CPI), ma anche il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Mondiale (BM) o l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), servono, a gradi diversi, il dominio occidentale.

La questione della loro fondazione è dunque posta e, sotto molti aspetti, sarà di un’importanza storica comparabile a quella del 1945. Vi rinvio, su questo punto, alla conferenza che ho tenuto in questa stessa sala due anni fa, dal titolo: “ Quali riforme per l’architettura internazionale?” Non si tratta solo di dividere meglio la “torta” internazionale, ma anche e soprattutto il diritto di decidere della “torta”…

Nel frattempo, il cammino sarà lungo, anzi molto lungo. Ma Jean Jaurès aveva l’abitudine di citare questa frase di Marx: “Noi siamo ancora nella preistoria dell’Umanità”…


Dominique Vidal

Dominique Vidal

Storico, autore e giornalista di “Le Monde diplomatique”, di cui è stato caporedattore aggiunto fino al 2006, e responsabile delle sue edizioni straniere. Specialista della questione arabo-israeliana.


Note

[1] http://en.wikisource.org/wiki/Truma...

[2] http://en.wikisource.org/wiki/Truma...

[3] http://en.wikisource.org/wiki/Truma...

[4] Joseph Nye, Bound to Lead : The Changing Nature of American Power, Basic Books, New York, 1990

[5] Joseph Nye, Bound to Lead : The Changing Nature of American Power, Basic Books, New York, 1990

[6] Le Monde, 25 gennaio 2010. E7 = 4 BRIC, più Messico, Indonesia e Turchia

[7] Le cifre che seguono sono tratte dal Manuel de statistiques della Cnuced: http://www.unctad.org/en/docs/tdsta...

[8] Intervento di Hubert Védrine davanti alla Commissione sul Libro bianco sulla difesa della sicurezza nazionale, 4 ottobre 2007

[9] Intervento di Hubert Védrine davanti alla Commissione sul Libro bianco sulla difesa della sicurezza nazionale, 4 ottobre 2007

[10] http://www.armees.com/L-Europe-face...

[11] http://www.armees.com/L-Europe-face...

[12] http://medias.lemonde.fr/mmpub/edt/...

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Con il contributo di:

Comitato Internazionale di Bologna per la Cartografia e l’Analisi del Mondo Contemporaneo

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