I seminari di Le Monde diplomatique. Rivoluzione in Medio Oriente

Primo bilancio delle Intifade arabe

Traduzione di Marianna Pino

10 luglio 2012, di Dominique Vidal
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Interrogato negli anni ’60 sul bilancio della Rivoluzione francese, Chou En-lai rispose: “È troppo presto per farlo”. Vale a dire, a maggior ragione, che non è possibile saper addurre un giudizio sul movimento senza precedenti scatenato, da un’estremità all’altra del mondo arabo, dall’immolazione di Mohamed Bouazizi il 17 dicembre 2010 a Sidi Bouzid. Non è nemmeno possibile arrischiarsi a trarre le prime lezioni, a meno di dare prova di un’estrema prudenza.

Comincerò dunque da qualche precauzione.

Innanzitutto, una confessione: anche se tutti gli osservatori del mondo arabo sentivano che la situazione in questa regione del mondo “non poteva più durare”, nessuno tra di loro – anche se alcuni sostengono il contrario oggi – aveva previsto gli avvenimenti che oggi vi si svolgono. Ecco un’incitazione alla modestia, per i ricercatori come per i giornalisti: questi rivolgimenti qui e là, lo si è visto stamattina, sulla totalità del pianeta avvengono con un’ampiezza e un ritmo tali che le griglie di lettura più solide si rivelano obsolete.

È in particolare il caso della Francia, dove la tradizione dei Colonial o Oriental studies (con i suoi punti di forza e le sue debolezze) è nettamente meno sviluppata – è un eufemismo – e dove la tendenza a focalizzare sulle dimensioni militari e diplomatiche dei conflitti conduce spesso a trascurare l’evoluzione delle società presenti. Ho spesso dibattuto di questa questione con i corrispondenti permanenti che si sono succeduti a Gerusalemme di Le Monde e di Libération, che oggi lo riconoscono, ma all’epoca si appellavano agli “ordini” prioritari dei loro caporedattori…

Questa mancanza di anticipazione, osserva la giovane ricercatrice Khadidja Guebache-Mariass [1], è rivelatrice di un doppio sfasamento. Il primo riguarda le discipline universitarie incaricate dello studio della politica (…). Queste scienze sono state superate dagli avvenimenti per l’incapacità di adattarsi dei loro strumenti di analisi che sono sempre gli stessi dagli anni ’50. Analizzare i fenomeni politici contemporanei attraverso il semplice prisma dei concetti tradizionali della scienza politica, cioè lo Stato-nazione, il potere, la potenza, il governo, non permette più di capire tutta la profondità dei fatti politici e sociali presenti (…). Questa inadeguatezza delle griglie di lettura è stata all’origine di un discredito dell’analisi politologica in favore del resoconto giornalistico con le sue esigenze di drammatizzazione, di analisi dei fatti nell’emergenza e della ricerca sensazionalistica”.

Altra precauzione: anche se il movimento di insieme è comune a tutta la regione, dal Mashrek al Maghreb, le realtà nazionali lo segnano troppo per pretendere di stabilire un profilo globale. Questo testimonia anche, come ha capito sin dalle prime settimane il ricercatore Olivier Roy, uno dei migliori conoscitori dell’Islam, che “esiste sicuramente un mondo arabo: l’effetto del mimetismo funziona (…). C’è una solidarietà araba, rinforzata da Al-Jazeera. (…) il mondo arabo è uno spazio di dibattito”. Ma, aggiunge, “se esiste sicuramente una scena araba, non esiste invece il panarabismo come progetto politico” [2].

Infine, come vi dicevo stamattina, “La storia non si scrive a caldo”: è troppo presto per approfondire e a maggior ragione per dire l’ultima parola su dibattiti già aperti. Una sola certezza si impone: si tratta di un fenomeno di grande portata storica sul piano nazionale, regionale e mondiale, di cui cominciamo solamente a individuare la natura e le conseguenze. Si può, senza esagerare, comparare la sua importanza con quella della caduta del muro di Berlino e la fine del comunismo in Europa.

Ed è lontano dall’essere finito: come scrive Gilbert Achcar, uno degli analisti più attenti, “assomiglia molto alla Rivoluzione francese” che, ricorda, “cominciò il 14 luglio 1789 e – secondo la maggior parte degli storici – non terminò prima di dieci anni dopo con il «colpo del 18 brumaio» di Bonaparte (9 novembre 1799)” [3]. E l’autore aggiunge altrove: “Spero vivamente che il nostro processo rivoluzionario non condurrà a colpi di Stato come quello di Bonaparte, sebbene questo genere di finale sia possibile in una parte del mondo che ha conosciuto così tanti colpi militari nella storia contemporanea”.

Piuttosto che di un giro di orizzonte, necessariamente pretenzioso e fastidioso, dei differenti Stati coinvolti, toccherò successivamente oggi pomeriggio quattro questioni: la terminologia utilizzata per nominare il fenomeno, le sue cause, la questione dello scoppio e infine i principali “buchi neri” o “grigi” dell’analisi.

Ma, comincerò da:

1) Questioni di terminologia

I media si sono gettati, per descrivere ciò che è successo, sui termini “primavera” e “rivoluzione/i”:

-  l’espressione “Primavera araba”, presa dai giornalisti più istruiti (e più orientalisti) dalla “Primavera dei popoli” del 1848, mi sembra porre due problemi. Il primo è climatico: l’onda, apparsa in inverno, ha continuato a irrompere durante l’estate e l’autunno, ed è proseguita questo inverno e questa primavera. So bene che non ci sono più le stagioni, ma comunque! Il secondo rientra nella sfera del contenuto: la resistenza di molti regimi, che si tratti della monarchia del Bahrain, del Consiglio supremo delle forze armate a Il Cairo o, ancor peggio, del potere sanguinario di Bachar Al-Assad, incita per lo meno a raffreddare gli entusiasmi dell’anno scorso: alcuni si domandano se il processo non entri, nel senso politico e non climatico, nel suo autunno, visto il suo inverno…

-  L’uso del termine “rivoluzioni” interroga ancor più: qui come altrove e oggi come stamattina, si saprà solo alla fine se si è trattato, nei diversi paesi coinvolti, di una rivoluzione o di una semplice modernizzazione, o di un po’ di stucco sul vecchio regime. Fino a qui, per esempio a Il Cairo, al di là delle libertà riconquistate, in termini di potere, la continuità non si fonda del resto sulla rottura? Il regime militare, insediato in Egitto dagli “Ufficiali liberi” nel 1952, non tiene ancora fortemente le redini del paese?

Ciononostante, siamo sicuramente davanti a situazioni rivoluzionarie in senso marxista e anche leninista della formula: “La legge fondamentale della rivoluzione, scriveva Lenin nel 1920 in L’estremismo, malattia infantile del comunismo: per la rivoluzione non basta che le masse sfruttate e oppresse siano coscienti dell’impossibilità di continuare a vivere come per il passato ed esigano dei cambiamenti; per la rivoluzione è necessario che gli sfruttatori non possano più vivere e governare come per il passato. Soltanto quando gli “strati inferiori” non vogliono più il passato e gli “strati superiori” non possono più vivere come in passato, la rivoluzione può vincere” [4]. Personalmente, preferirei il termine “Intifada”, malgrado la sua connotazione palestinese, perché mi sembra meno definitivo e forse più vicino all’essenza stessa dell’insieme dei movimenti, al di là delle specificità di ogni paese: in senso letterale, in arabo, si è trattato sicuramente di “alzare la testa” dopo averla abbassata durante decenni di umiliazione e di frustrazione – e aggiungo di impotenza di fronte alla questione della Palestina, centrale al punto di qualificarla come identitaria. Insomma, mi ritrovo pienamente nel giudizio del diplomatico Yves Aubin de La Messuzière che, nel suo rimarchevole breve libro sulla Tunisia [5], stima che “rivoluzione della dignità” è “l’espressione più appropriata” – e questo vale, a mio parere, dal Mashrek al Maghreb.

In un eccellente testo, ahimè inedito in francese [6], Vicken Cheterian conferma: “Alla vigilia dell’ondata di rivoluzione, il mondo arabo era entrato in una crisi profonda. Si possono enumerarne le molteplici cause, ma la più importante è il loro effetto cumulativo: il cittadino arabo ordinario provava una viva umiliazione, una perdita della propria stima e una ferita al suo onore, riversate alcune volte contro l’esterno (l’imperialismo occidentale, il sionismo aggressivo, etc.) ma soprattutto verso l’interno: l’impotenza delle società arabe e il loro anarchismo. Questa amarezza sceglieva come obiettivo primo i regimi arabi”. E il ricercatore di oggi: “dalla fine dell’era coloniale, le nazioni arabe avevano conosciuto due tipi di sistemi politici concorrenti: monarchie conservatrici e dittature dirette dall’esercito. Quale che fosse la loro origine, questi regimi eccellevano nell’arte di mantenersi al potere con i peggiori metodi (frode elettorale, acquisto di uomini politici indipendenti e di artisti, etc.) e di praticare la violenza contro la loro propria società. Ma, essi si disinteressavano soprattutto delle grandi sfide del nostro tempo. I dittatori che invecchiavano, già al potere prima della nascita delle nuove generazioni, simbolizzavano questo fallimento e polarizzavano la collera dei giovani”.

Quale che sia la terminologia scelta, è innegabile che assistiamo a movimenti popolari che implicano, da un estremo all’altro del mondo arabo, centinaia di migliaia di uomini e donne che hanno come scopo il rovesciamento di regimi tirannici imposti da decine di anni con la forza (e la complicità dell’Occidente). Questi movimenti hanno conseguito le prime vittorie in tre paesi (la Tunisia, l’Egitto e lo Yemen), sono serviti da trampolino alla NATO per rovesciare il regime del colonnello Gheddafi in Libia e hanno fatto vacillare ma non sconfitto altre due dittature (in Bahrain e in Siria)… Inoltre, “sono attivi” in quasi tutti gli Stati della regione, compresi quelli risparmiati fino a qui per ragioni specifiche (come il Marocco, in ragione dell’autorità del re, e l’Algeria, visto il terribile costo umano di venticinque anni di guerra civile). Anche certi settori della società saudita sembrano conquistati dalla contestazione. Questo carattere generalizzato non ha niente di stupefacente, a condizione di analizzare bene:

2) Le cause

Non ritornerò qui sulle ragioni puramente congiunturali di questi movimenti, di cui avete potuto seguire il filo dello sviluppo.

Mi sembrano più interessanti le cause strutturali, e in particolare tre di queste:

-  innanzitutto l’obsolescenza di questi regimi repressivi, che impediscono tutte le libertà, arrestano, torturano e uccidono in massa. Al punto che dovrebbe porre d’altronde una questione concettuale agli specialisti dell’Egitto o della Siria: bisognerebbe parlare di «Stati-moukhabarat», nel senso che i servizi di intelligence hanno convinto i loro dirigenti a tal punto da sganciarli completamente dalla realtà: carri, fucili e torture sarebbero sufficienti a calmare un popolo in rivolta. Questa folle logica, che fa pensare al ruolo del KGB nel crepuscolo dell’Unione sovietica di Breznev, non solo ha alimentato il movimento, ma lo ha a volte suscitato, come a Der’a, nel sud della Siria, nel marzo 2011;

-  in seguito, l’aggravamento della crisi economica e sociale, con una miseria di massa tanto più rivoltante dal momento che coabita con la ricchezza arrogante dei privilegiati della casta politica ed economica dominante. L’“apertura economica” incoraggiata dall’Occidente ha in effetti facilitato l’accaparramento delle ricchezze nazionali e la corruzione per mano di una mafia organizzata attorno ai capi di Stato, mentre il disimpegno dello Stato, voluto anche dai consiglieri occidentali, ha accentuato l’impoverimento;

-  infine, l’assenza di ogni prospettiva per la gioventù, che, vi ritornerò, gioca un ruolo maggiore in tutte queste rivolte perché non dispone di mezzi di un inserimento sociale all’altezza delle sue aspirazioni.

Per sintetizzare, le Intifade arabe costituiscono una sollevazione di massa irreversibile, in primo luogo della gioventù, contro la dittatura, la miseria, l’autoritarismo e la corruzione, per la riconquista della libertà e della giustizia sociale.

Queste cause strutturali affondano profondamente le loro radici nel lungo periodo. Così i Rapporti arabi sullo sviluppo umano [7], pubblicati dal Programma delle Nazioni unite per lo Sviluppo (PNUD), portano tutti alla stessa conclusione: questa zona è la sola al mondo ad avere subito non solo una stagnazione, ma anche una regressione in numerosi settori.

Non amo riempire i miei auditori di cifre, ma, in questa regione che produce un terzo del petrolio mondiale e ne detiene due terzi di riserve, bisogna sapere che:

-  un Arabo su cinque sopravvive con meno di due dollari al giorno e che il 35% vive in un’“estrema povertà”;

-  il numero di persone sotto-alimentate è passato in quindici anni da circa venti milioni a più di venticinque;

-  la percentuale ufficiale di disoccupati raggiunge il 14,4% contro una media mondiale di 6,4% (in realtà, ammonta come minimo al doppio);

-  il 23% di coloro che hanno più di 15 anni è analfabeta e il 17% non scolarizzato, dunque un totale di 40%;

-  le donne subiscono violenze e discriminazioni di tutti gli ordini – senza parlare della loro sotto-rappresentazione: ne si contava, fino alle ultime elezioni [8], solo l’8% nei Parlamenti (contro una media mondiale già poco gloriosa del 18,7%);

-  il deserto ha inghiottito i due terzi della superficie totale della regione araba e ne minaccia ancora un quinto;

-  il riscaldamento climatico potrebbe creare sei milioni di rifugiati in Egitto e provocare una diminuzione del 70% della produzione agricola del Sudan;

-  la regione raggruppa d’altronde quasi la metà dell’insieme dei rifugiati censito nel mondo;

-  i paesi arabi sono meno industrializzati ora che nel 1970;

-  e tutto questo si spiega facilmente: la crescita media del PIL dal 1980 al 2004 non ha raggiunto lo 0,5% all’anno [9]!

Una precisione: citare le statistiche dei Rapporti arabi sullo sviluppo non significa che se ne approvino le conclusioni, soprattutto nella loro versione occidentale. L’accademica iraniana Asef Bayat indubbiamente non ha torto a denunciare la loro “visione elitista e neoliberale, che mette da parte le rivendicazioni di emancipazione” destinata a proporre una “soluzione realista” di cambiamento dall’alto, vale a dire una “impresa sostenuta dall’Occidente di riforme graduali e moderate aventi per obiettivo la liberalizzazione dei paesi arabi [10]”. In modo premonitore, dal momento che il suo libro data 2009, Bayat afferma che le società arabe costruiscono i loro propri spazi di autonomia e che questo esercito di una “cittadinanza attiva” (“active citizenry”) costituisce “una condizione preliminare per sostenere una riforma democratica”… Le prime vittime di questa situazione catastrofica e dunque i primi attori dei movimenti che suscita, sono i giovani. Più del 60% dei 350 milioni di Arabi hanno meno di 25 anni. La loro età media si situa a 22 anni (contro una media internazionale di 28 anni), e il tasso di disoccupazione, evidentemente variabile secondo i paesi e le regioni, supera spesso il 50%.

Da cui la convergenza tra la gioventù operaia, rurale e intellettuale – perché quest’ultima, anche bardata di diplomi, non trova un impiego corrispondente alla sua formazione. Questa presenza dei figli della borghesia permette d’altra parte di comprendere il ruolo giocato da Internet, Facebook e gli altri social network: essi rappresentano degli strumenti relativamente liberi, moderni ed efficaci di comunicazione, dunque di trasmissione delle esperienze rivoluzionarie. Ma, hanno anche contribuito a infrangere il “sogno dell’Occidente” generalizzato nella generazione precedente: i giovani Arabi hanno visto come noi, attraverso le televisioni satellitari e Internet, le immagini vergognose di Lampedusa, e hanno scoperto le discriminazioni e il razzismo di cui i loro “fratelli” sono vittime nei nostri paesi – con le notevoli eccezioni del Canada e, a un livello minore, dell’Australia.

Ciononostante, una sfumatura: parlando troppo dell’ingresso sulla scena dei giovani delle classi medie, e anche superiori, caratteristiche comuni a tutti i movimenti di cui parliamo, si rischierebbe di trascurare la partecipazione di massa della gioventù popolare. Per quanto ne so io, Le Monde diplomatique è uno dei pochi media influenti ad avere fatto luce su questa dimensione essenziale, in particolare con due reportage, firmati da Alain Gresh e da François Pradal [11]. Vi rimando a questi testi, dal momento che entrambi sono stati tradotti nell’edizione italiana realizzata da Il manifesto.

Si è talmente parlato, qui e là, del posto dei social network che si potrebbe credere che siano all’origine dei movimenti. Ciò che è eccessivo non conta, diceva Talleyrand. Le televisioni satellitari arabe, Internet, Facebook e Twitter costituiscono degli strumenti e degli acceleratori della ribellione. Le moschee e i bar – dove si naviga su Internet – restano comunque dei luoghi di mobilitazione universale e quantomeno altrettanto importanti…

Davanti allo straordinario ritardo del mondo arabo, alcuni parlano di “eccezione araba”. Ammettiamolo. Qual è, però, la sua natura? Genetica? Culturale? Religiosa? A mio parere, essa è piuttosto intrinsecamente legata a uno dei più vecchi conflitti non risolti, vero e proprio cancro del Medio Oriente, e con le sue metastasi multiple.

La sparizione della Palestina nel 1948 e l’espulsione tra gli 800.000 e i 900.000 dei suoi figli ha trascinato, come ben si sa, tutta la regione in un conflitto arabo-israeliano che dura da più di sessant’anni: sei scontri generalizzati, tre guerre del Golfo, senza dimenticare l’interminabile dissidio libanese…

Si dimentica spesso, però, che questo stato di guerra permanente ha provocato una deviazione considerevole delle risorse di tutti questi paesi al fine di finanziare la corsa agli armamenti. Né i Sovietici né gli Americani erano dei filantropi: le loro forniture le facevano pagare ai loro alleati, e a un prezzo alto – anche se capitava loro di compensare i loro debiti per rifarsi più facilmente le proprie consegne…

Si dimentica anche che questo stato di guerra ha fornito a dei regimi autoritari il pretesto ideale per reprimere ogni opposizione nel nome della necessità di “serrare le file di fronte al nemico sionista”…

Questi due fattori – tra gli altri – hanno largamente contribuito a creare le condizioni del fallimento dei socialismi arabi, simbolizzato dalla sconfitta del 1967, che segnò la fine dell’onda rivoluzionaria nazionalista, quella ba’thista come quella nasseriana, degli anni ’50 e ’60. Da cui, una volta salvato l’onore arabo nel 1973, durante la prima settimana di guerra del Kippur (o del Ramadan), il capovolgimento di alleanze operato dal successore di Nasser, Anwar Al-Sadat, che ha preso le distanze da Mosca per rivolgersi verso Washington.

Parallelamente a ciò che è avvenuto in Egitto, e poi altrove nel mondo arabo, l’Infitah, questa svolta liberale le cui conseguenze furono terribili, come si è ben visto, in termini di mal-sviluppo, di ineguaglianze e di corruzione… Le politiche di aggiustamento strutturale imposte dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale, ma anche l’Unione europea con la cosiddetta politica di Barcellona, hanno pesato molto su questo fallimento.

Questo doppio fallimento – del socialismo e del capitalismo “all’araba” – si trova all’origine della rivolta attuale, ma spiega anche, ci ritornerò, uno dei suoi limiti maggiori…

Altro elemento strutturale: la “finestra di opportunità” aperta, su scala mondiale, dal vacillamento dell’egemonia occidentale. Ne abbiamo parlato stamattina: venti anni fa, l’Occidente vince la Guerra Fredda; il Muro cade e il comunismo sparisce in Europa. All’epoca, come lo dicevo, un Francis Fukuyama evoca la “fine della storia”. Gli osservatori predicono un “Impero americano”.

Ora, lo abbiamo visto, è successo l’opposto: la crisi accentuata del sistema, la spinta degli Stati emergenti, l’irruzione delle società contro i poteri costituiti, tutto questo (con la sua dimensione più visibile: l’impantanamento americano in Iraq e in Afghanistan) ha forse alla presa di coscienza – più o meno netta, ma molto ampia – del fatto che divenissero possibili delle aperture. Oppure, per dirlo più semplicemente: i rivoluzionari arabi intuivano che, questa volta, gli Stati Uniti non potevano, o non volevano, inviare i GI’s a salvare i loro amici dittatori…

Altrimenti detto, come sottolinea il Gruppo della sinistra democratica e repubblicana dell’Assemblea nazionale francese [12], “questa Primavera non ci dà informazioni solo sulle contraddizioni acute del mondo arabo. Essa sottolinea a suo modo l’irrefrenabile bisogno di cambiamento che caratterizza il nostro periodo di crisi strutturale profonda e di mutazioni sociali di grandi dimensioni. È dunque cruciale non chiudere gli occhi sul senso e la portata politica generale di questa rottura nella storia politica del mondo arabo”.

A suo modo, un po’ messianico, Samir Amin dice proprio questo quando riconosce nella “primavera” araba “l’autunno del capitalismo”, che può – aggiunge parafrasando Cornelius Castoriadis – “aprire la strada alla lunga transizione al socialismo così come può indirizzare l’umanità sulla strada della barbarie generalizzata” [13]…

Tutto ciò pone evidentemente:

3) La questione dell’esplosione

Con quella, per cominciare, della sorte stessa dei movimenti rivoluzionari: vittoria o sconfitta?

La prima fase è stata relativamente facile, grazie all’effetto a sorpresa che ha giocato un ruolo importante: Ben Ali e Mubarak sono caduti rapidamente, non senza vittime, ma in un numero relativamente poco elevato. Il colonnello Gheddafi, invece, ha resistito più a lungo e più duramente: senza l’intervento deciso dall’ONU messo in atto da Francia e Regno Unito ben oltre il quadro stabilito dalla risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza, Gheddafi manterrebbe indubbiamente ancora Tripoli, o qualche bastione fedele regionale.

La seconda fase si annuncia molto più difficile. Le dittature – monarchiche o repubblicane – hanno infatti tratto una lezione dalla prima e si organizzano. La famiglia reale saudita veglia sul Golfo, dove ha salvato il regime del Bahrain inviando le sue truppe a domare la ribellione popolare. Essa ha anche sostenuto pienamente il presidente yemenita Ali Abdallah Saleh, e, non essendo riuscita a mantenerlo al potere, ha organizzato la sua successione.

Stessa resistenza, ma molto più sanguinosa ancora, a Damasco. Con qualche reggimento che giudica fedele e il Mukhabarat al suo servizio, il clan Assad uccide, imprigiona, tortura e terrorizza, senza riuscire a piegare la rivolta. Questa deriva barbara è tale per cui gli argomenti tradizionali del regime – all’interno il suo ruolo di garante dei diritti delle minoranze, all’esterno il suo posto nella lotta antimperialista – non sono più sufficienti ad assicurargli una base di massa, al di là del suo apparato politico e di sicurezza. La sola questione non è più se, ma quando cadrà…

Ma, al di là del successo dei movimenti rivoluzionari ancora alle prese con i vecchi regimi, la principale domanda riguarda il loro avvenire laddove siano stati in grado di decapitarli. Cosa diverranno la Tunisia, l’Egitto, La Libia o ancora lo Yemen? La risposta sarà evidentemente diversa a seconda del paese preso in considerazione… Ma, dovrà anche prendere in conto gli sforzi delle forze controrivoluzionarie per recuperare o dirottare i popoli in movimento. È evidentemente il caso delle potenze occidentali, ma anche dell’Arabia saudita e del Qatar, che contano soprattutto, per farlo, sui salafiti e i Fratelli musulmani.

Tale questione ne implica logicamente un’altra: sullo stato dell’opposizione – o piuttosto delle opposizioni -, la cui debolezza e divisioni contribuiscono alla sopravvivenza dei regimi condannati, come quello di Bachar Al-Assad.

Chi parla di esplosione parla anche di conseguenze regionali. All’occorrenza, l’onda rivoluzionaria araba ha trasformato in profondità i dati del conflitto arabo-palestinese:

-  Essa ha fatto tremare tutto il dispositivo strategico israeliano che, dopo aver schiacciato i suoi vicini arabi nel 1967, ha rotto il loro fronte comune strappando una pace separata all’Egitto (1979) e poi alla Giordania (1994). Se Il Cairo e Amman non hanno intenzione di strappare questi trattati, ne ostentano ormai una concezione nettamente più restrittiva;

-  essa ha anche contribuito all’avvicinamento in corso tra Fatah e Hamas, e questo doppiamente: per il fatto delle pressioni esercitate dai dirigenti militari egiziani sulle due fazioni, ma anche in ragione della paura che i due apparati condividono. L’uno e l’altro temono di vedere i giovani Palestinesi scendere nelle strade, come i loro fratelli di allora, al grido – schematizzo – di “Via Abbas, via Hamas”.

-  essa serve, infine, da tela di fondo all’offensiva diplomatica palestinese all’Onu, che, oltre la vittoria rappresentata dall’ammissione dello Stato di Palestina come membro a tutti gli effetti dell’Unesco, ha fin d’ora scombinato le carte mediorientali: la Palestina ha ritrovato il suo posto nel cuore dell’attenzione internazionale; essa ha visto riaffermasi la propria legittimità come non mai; è sul punto di cambiare la regola del gioco che, dopo venti anni, ha portato all’impasse attuale. Ma, ci ritorneremo domani…

Prima di concludere, vorrei evocare i

4) Tre dibattiti maggiori

che suscitano gli avvenimenti in corso nel mondo arabo.

Il primo concerne il ruolo dell’esercito, o piuttosto degli eserciti, che costituisce un “punto cieco” della ricerca e del giornalismo, o almeno in Francia. In particolare, facciamo fatica a individuare le sue contraddizioni: perché si è schierato con i sostenitori del cambiamento in Tunisia e, in un primo tempo, in Egitto? Perché sembra che il regime di Bachar Al-Assad possa trovare appoggio su di esso in Siria, anche se, visibilmente, si impegna solo nella partita che reputa la più leale nella repressione barbara dei rivoltosi? Cosa rappresenta realmente l’esercito della Siria libera, chi sono i disertori che la compongono e chi l’ha armato? Ecco alcune domande a cui facciamo fatica a rispondere, talmente le nostre griglie di lettura tradizionali, già deboli, sembrano poco funzionali…

Prolungando la metafora, evocherei un secondo punto, non “cieco”, ma diciamo… “orbo”! Voglio parlare degli elementi motori in queste situazioni rivoluzionarie. Socialmente, tutti concordano – a giusto titolo, l’ho già detto – nel sottolineare il ruolo della gioventù. Ma i giornalisti, per ignoranza o perché erano pressati dalla loro redazione nel rendere conto il più velocemente degli avvenimenti, si sono focalizzati sui figli e le figlie delle classi medie, la cui partecipazione è stata effettivamente molto spesso di rilievo. Facendo ciò, hanno tuttavia sottostimato, come ho detto in precedenza, la partecipazione di massa dei giovani delle campagne e operai, determinati a cambiare la loro vita e pronti a battersi - in senso proprio e figurato – per farlo.

Altra debolezza della copertura mediatica: il ruolo delle forze politiche non islamiste. Che il marxismo non abbia conquistato il cuore del mondo arabo – con delle notevoli eccezioni, come Il Sudan o lo Yemen – è un fatto noto. Che, per le ragioni che ho ricordato, le differenti esperienze socialiste arabe si siano arenate – anche se qualcosa ne è stato acquisito o, quantomeno, restano dei ricordi – è ugualmente un fatto conosciuto. Ciò non significa comunque che questi paesi non contino su alcuna forza di sinistra, politica o sindacale “laica” – ritornerò sul problema posto da questo termine.

Resta questa realtà: quelli che vengono chiamati gli “islamisti”, anche se poco presenti all’origine in questi movimenti rivoluzionari, ne hanno tolto le castagne (elettorali) dal fuoco. Di certo, a proposito di loro, gli studi non mancano! C’è persino una sovrabbondanza… ahimé, il clima islamofobo, in Europa e soprattutto in Francia, ostacola evidentemente un’analisi serena di queste forze e del significato del loro successo.

Senza poter risolvere polemiche spesso acerbe e talvolta bizantine, non mi sembra inutile ricordare qualche dato di base:

-  il mondo arabo è, per la maggior parte, di religione, tradizione, cultura e quindi identità musulmana;

-  sembra dunque logico che i fenomeni di ripiegamento politico e identitario osservati un po’ ovunque si operino in questo quadro;

-  dato che, se i rapporti tra i vecchi poteri e i movimenti islamici sono stati complicati, i secondi appaiono la maggior parte delle volte come le principali vittime dei primi (si tratta, per citare Gilles Kepel, del “partito degli imprigionati e torturati” [14]);

-  per giunta, essi beneficiano della marginalizzazione progressiva del movimento nazionale di orientamento socialista e, nell’immediato, del poco tempo che i “rivoluzionari” hanno avuto a disposizione per organizzarsi politicamente;

-  di colpo, la confusione talvolta estrema (soprattutto in Tunisia) di questo nuovo paesaggio ha favorito le forze più organizzate, le più conosciute e reputate più oneste, in paesi piagati dalla depredazione e dalla corruzione, vale a dire i partiti islamici;

-  questi ultimi hanno infine beneficiato di un aiuto sostanziale – i correnti salafite dell’Arabia saudita o, più precisamente, di tale fondazione o famiglia saudita, e i Fratelli musulmani dal Qatar.

Bisognerebbe anche parlare del carattere intraducibile della “laicità”, in senso figurato, ma anche in senso proprio. È necessario forse precisare che “laïkiya” è un termine straniero “arabizzato”? “Almanya” equivale a “ateismo” per la maggior parte dei cittadini dei paesi arabo-musulmani. “Madanoya”, che significa “cittadinanza”, si avvicina maggiormente alla nostra concezione. Ancora, bisogna precisare che, anche in Europa, la Francia è, con la Turchia, il solo Stato a praticarla pienamente – in teoria, perlomeno, come si è visto, ahimé durante l’ultima campagna presidenziale, dove le più alte autorità della Repubblica hanno criticato la libertà di coscienza dei cittadini di confessione musulmana. Ne approfitto per dirlo senza giri di parole: l’ex-presidente della Repubblica e i suoi successivi ministri dell’Interno, senza dimenticare i Le Pen padre e figlia, si portano dietro una terribile responsabilità del clima razzista che ha segnato l’ultima campagna presidenziale.

L’idea stessa di separazione della Chiesa e dello Stato è straniera al mondo musulmano, come, lo ripeto, lo è a un buon numero di cittadini europei o nordamericani. In breve, i gruppi, che, seguendo i cattivi consigli dei sedicenti esperti occidentali, hanno fatto della laicità la loro bandiera, sono riusciti solo a isolarsi, mentre, sul terreno della difesa delle libertà essi avrebbero potuto – e hanno – la possibilità di riunire largamente contro l’intolleranza salafita…

Eppure, evitiamo ogni pensiero meccanico: i processi rivoluzionari in corso negli Stati arabi non sboccheranno necessariamente in un’egemonia islamista duratura. Il premio di cui hanno beneficiato questi partiti, come l’abbiamo visto, non durerà. Dovranno, a loro volta, subire la prova del potere, nelle condizioni di una crisi economica e sociale profonda e nel quadro di un paesaggio politico diversificato.

Ma soprattutto, inoltre, che ricopra l’etichetta “islamista”, che alcuni brandiscono come spauracchio – gli stessi, spesso, che giustificavano il loro sostegno ai vecchi (o attuali) tiranni, presentandoli come delle “barriere” a questa “minaccia”.

In un testo intitolato “Un processus révolutionnaire durable, un défi épistémologique” (“Un processo rivoluzionario duraturo, una sfida epistemologica”), Julien Salingue [15] cita questa tribuna di Antoine Sfeir pubblicata da Le Figaro, il 23 ottobre 2009, dal titolo “La Tunisia, bastione contro l’irruenza integralista nella regione”. Il direttore dei Cahiers de l’Orient vi scriveva soprattutto: “Bisogna riconoscere che il paese progredisce regolarmente dall’arrivo al potere di Ben Ali”. E precisava: “Piuttosto che sottolineare continuamente ciò che non va, gli spiriti tristi dovrebbero vedere che la Tunisia è un esempio per tutta la regione. Malgrado le sfide ancora numerose, essa è, infatti, già riuscita nella scommessa della modernizzazione e dell’integrazione regionale”.

In realtà, queste formazioni, osservata più da vicino, appaiono molto diverse, a seconda, per esempio, che invochino i Fratelli musulmani o il salafismo, essi stessi attraversati da numerose correnti spesso contraddittorie. Per la maggior parte, esse incarnano un pensiero piuttosto conservatore non solo in materia di morale famigliare, ma anche nel campo economico e sociale.

Olivier Roy lo ha sottolineato da febbraio 2011 [16]: “Gli islamisti si sono imborghesiti. Sono diventati parlamentaristi, ma sono anche conservatori, non hanno più un progetto sociale, e sono dunque assenti dalle lotte economiche e sociali. Questo è molto netto in Egitto: i Fratelli musulmani sono divenuti dei liberali in economia. Sono a favore delle privatizzazioni e contro lo sciopero. E questo è vero dappertutto: gli islamisti sono in una fuga verso la morale, i costumi, la virtù. Non vanno più verso il recupero di un malcontento sociale”. Se le elezioni hanno smentito quest’ultima asserzione, l’analisi rimane, mi sembra, pertinente.

Per giunta, i processi rivoluzionari hanno rotto il modello piramidale dei vecchi regimi e in particolare l’immagine del raïs a cui è dovuta l’obbedienza. Questo cambiamento radicale in corso nelle mentalità – direi anche nei riflessi mentali – non risparmiano le forze islamiste, toccate anch’esse, soprattutto in Egitto, dai fenomeni di individualizzazione, che le Chiese subiscono da decenni in Occidente. Se i paesi islamici contano molti meno agnostici, ancor meno atei, conoscono anche il distacco dallo sguardo delle istituzioni religiose e politico-religiose che in Europa noi descriviamo con la formula dei “senza-religione”: costoro possono credere o no in Dio, ma non si riconoscono più nella Chiesa, nel Tempio o nella Sinagoga, che pretendono di parlare in loro nome…

Questo riferimento alla secolarizzazione caratteristica delle società occidentali, ma non solo, mi porta a un’ultima osservazione. Immaginiamo di prendere la CDU tedesca, il Modem francese, l’ex-Democrazia cristiana italiana, il PPE spagnolo, il partito dei fratelli Kaczyński (mi riferisco a Jaroslaw, poiché Lech è morto) e che li classifichiamo tutti in una categoria di “cristianista”. Questa etichetta ci permetterebbe di comprendere meglio la realtà di queste forze oppure ci indurrebbe a una omogeneità che, in verità, non resiste all’esame?

Mettere nello stesso sacco Al-Qaida, il partito turco AKP, Ennahda in Tunisia, il PJD marocchino, i Fratelli musulmani egiziani e i loro rivali salafiti Al-Nour, le differenti tendenze di Hamas, senza dimenticare Tariq Ramadan, il giovane presidente del Collettivo dei musulmani di Francia Nabil Ennasri e il vecchio rettore della Moschea di Parigi Dalil Boubakeur non ha molto più senso…

Di certo, tutte queste correnti hanno un “denominatore comune”, come sottolinea François Burgat [17]: essi vogliono “restaurare la centralità di questa eredità islamica – o dell’interpretazione che ne fanno – che ai loro occhi è stata malmenata dalla colonizzazione”. E il politologo aggiunge che la loro “capacità di mobilitazione proviene dal carattere «endogeno», vale a dire «home made», del linguaggio e dei riferimenti che essi vogliono riabilitare, molto più che della loro dimensione «religiosa» o «sacra». (…) Progressivamente le rivendicazioni degli islamisti, inizialmente specificamente sociali hanno inglobato interamente lo spettro delle domande degli altri componenti delle opposizioni politiche, ivi comprese le domande democratiche”.

Ma, Burgat sfuma subito: “Una volta identificato questo tronco comune, bisogna velocemente precisare che l’uso che fanno in politica gli islamisti dei loro riferimenti musulmani si è avverato estremamente variabile, a seconda delle configurazioni politiche e sociali, locali e regionali, dove evolvevano. Il riferimento religioso permette, infatti, di legittimare attitudini conservatrici, settarie e radicali. Ma, esso permette anche, lo sguardo occidentale tarda ad accorgersene, di ancorare nella cultura popolare posizioni più modernizzatrici che si potrebbero comparare con quelle dei «democratici cristiani» europei degli anni del dopoguerra”. Insomma, per Burgat, l’islamismo è una “parola-portatutto” che non vuole quindi più dire molto. I partiti islamisti hanno di sicuro in comune un certo conservatorismo sociale. Accade, però, che questo conservatorismo che sciocca l’opinione occidentale è alle prese con società dove la religione gioca, nel 2011, un ruolo comparabile a quello che giocava in Portogallo, in Italia o in Polonia appena due o tre decenni fa, e in Francia non molto prima”.

Con lo stesso spirito, Jean-Pierre Filiu indubbiamente non ha torto a stimare che in Tunisia “l’integrazione armoniosa di Ennahda appare come una garanzia di fronte alle provocazioni dei gruppuscoli salafiti le cui manifestazioni di forza contro l’alcool e la prostituzione sono state percepite molto male nelle città tunisine” [18].

Bravo chi saprà predire l’avvenire di questa famiglia “islamica” quando l’onda rivoluzionaria in corso avrà finito di irrompere. Bravo anche chi, oggi, pretende di interpretare a senso unico le ragioni del voto a suo favore, dal Marocco al Libano, passando per il Golfo. Prendiamo per esempio la Palestina, ieri come oggi. Coloro che hanno dato una (corta) maggioranza a Hamas nel 2006 si pronunciavano, facendolo, a favore della lotta armata e dell’applicazione della Shari’a oppure, meglio, sanzionavano l’impotenza di Fatah nello strappare il mini-Stato palestinese a cui aveva accettato di ridurre le sue pretese? E perché i sondaggi predicono anche per Hamas, sei anni più tardi, un risultato più mediocre a Gaza, ma brillante in Cisgiordania, se non perché è al potere nella prima e incarna l’opposizione nella seconda?

Ne L’Etat du monde 2012 [19] (Lo Stato del mondo 2012), François Burgat sottolinea un’ultima dimensione, essenziale, della spinta elettorale dei partiti islamici: “Le «Primavere arabe» dovrebbero, egli pensa, colpire la capacità di mobilitazione del campo jihadista: la speranza di vedere emergere istituzioni rappresentative credibili, ridando senso alle lotte politiche nazionali legaliste, potrebbe logicamente farne perdere altrettanta alle traiettorie radicali transnazionali. Oltre alla fine della spirale repressione/radicalizzazione, alcune delle cause che la gioventù radicalizzata voleva difendere nell’avventura jihadista internazionale aumentano le proprie possibilità di essere maggiormente ascoltate da regimi più in sintonia con i loro cittadini”.

Ritorno così a ciò che sottolineavo inizialmente: la lezione di modestia che gli avvenimenti in corso nel mondo arabo costituiscono per i ricercatori e a maggior ragione per i giornalisti. Indubbiamente, siamo solo all’inizio di un lungo processo che innanzitutto va osservato senza paraocchi, poi bisogna tentare di analizzarlo riattualizzando le nostre griglie di lettura, e perfino elaborandone di nuove. In questo sforzo, gli a priori, i dogmi e le idee precostituite, soprattutto quando si ispirano a una pratica orientalista che attacchi una visione occidentale a una realtà orientale – e spesso con dei retro-pensieri politici puramente occidentali!

Senza neanche parlare dello sfruttamento di ciò che viene utilizzato per dei fini puramente xenofobi, e persino razzisti: di tutto il processo di riappropriazione del proprio destino da parte dei popoli arabi, alcuni avranno preso in considerazione solo il probabile afflusso di nuovi rifugiati! La Commissione nazionale consultiva dei diritti dell’uomo (CNCDH) si è nobilitata denunciando, dal 2011: “la retorica messa in atto in questi ultimi mesi, in particolare in Italia e in Francia” che tende a dipingere i migranti “come un fardello che conviene scaricare sugli altri”. E ha insistito: “Quali che siano le diverse risposte da addurre a seconda del paese di origine e delle situazioni giuridiche differenti, la CNCDH ricorda che le persone giunte sul continente europeo devono in ogni caso beneficiare della protezione che implica, soprattutto nell’ottica di una preoccupazione di coerenza dell’azione politica, la volontà espressa dalla Francia di sostenere i paesi che attraversano una fase di transizione democratica. La reazione deve essere prima di tutto europea nella misura in cui la questione dell’immigrazione, come quella dell’asilo, dopo il trattato di Amsterdam, non rientrano più nelle competenze dei soli Stati” [20].

In conclusione, vorrei citare Aziz Chouaqui, per sottolineare, solo brevemente, un’altra dimensione dei processi rivoluzionari arabi: le loro ripercussioni da noi. Qualche mese fa, questo scrittore francese di origine algerina presentava la sua bella opera teatrale intitolata La Pomme et le Couteau (La mela e il coltello) e consacrata alla tragedia del 17 ottobre 1961 – centinaia di Algerini massacrati dalla polizia del prefetto Maurice Papon mentre volevano manifestare pacificamente a Parigi…

Alla fine del dibattito organizzato dopo la rappresentazione, alla mediateca di Ivry, a sud di Parigi, Aziz Chouaqui disse questa frase, che io trovo superba: “Il termine arabo sta cambiando senso, laggiù e qui”. E, di fatto, qualche giorno dopo, mentre tenevo una conferenza in una piccola città vicino a Nantes, vidi venire verso di me un adolescente arabo molto giovane che, guardandomi diritto negli occhi, mi gridò: “Signore, Sarkozy a casa, quando succederà?

Ma, lascerei, per terminare, la parola a Gilles Deleuze e Felix Guattari, che scrivevano nel… 1984 [21] “In fenomeni storici come la Rivoluzione del 1789, la Comune, la Rivoluzione del 1917, c’è sempre una parte di eventi irriducibile ai determinismi sociali, alle serie causali. Gli storici non amano molto questo aspetto: tendono a restaurare le causalità a posteriori. Ma, l’evento stesso è una separazione da o una rottura con le causalità. È una biforcazione, una deviazione rispetto alle leggi, uno stato instabile che apre un nuovo campo di possibili”.

E i due intellettuali fanno una scommessa sul futuro: “Un evento può essere rigirato, represso, recuperato, tradito, e tuttavia permane qualcosa che non può essere sorpassato. Solo i traditori possono dire che è sorpassato. Anche se antico, un evento non può mai dirsi sorpassato: è apertura di possibile. S’insinua tanto all’interno dei sin-goli individui, quanto nel substrato di una società”.

Grazie della vostra attenzione!


Dominique Vidal

Dominique Vidal

Storico, autore e giornalista di “Le Monde diplomatique”, di cui è stato caporedattore aggiunto fino al 2006, e responsabile delle sue edizioni straniere. Specialista della questione arabo-israeliana.


Note

[1] « De quoi les Printemps arabes sont-ils le nom ? », in Julien Salingue (dir.), Retour sur les « révolutions arabes », Les Cahiers du CCMO, n°2, novembre 2011

[2] Cf. « Olivier Roy : Comme solution politique, l’islamisme est fini », par Augustin Scalbert, Rue89, 20 febbraio 2011

[3] Cf. http://english.al-akhbar.com/conten...

[4] "L’“estremismo” malattia infantile del comunismo”, in Opere complete, Vol. 31, aprile-dicembre 1920, Editori Riuniti, Roma, 1967, p. 74

[5] Mes années Ben Ali. Un ambassadeur de France en Tunisie, Cérès Éditions, Tunisi, 2011

[6] The Arab Revolt and the Challenge of Modernity.

[7] Cf.www.aidh.org/Biblio/Txt_Arabe/Image...

[8] La proporzione è precipitata in Egitto, all’indomani dell’ultimo scrutinio, da 12,7 % a meno del 2% (10 seggi su 508). Ma, in Tunisia, ha raggiunto il 22,6 % (49 seggi su 217). In Marocco, grazie al sistema delle quote, raggiunge il 16,7 % (+ 6 %)

[9] Il tasso di crescita è nettamente aumentato nel corso degli anni 2000, a causa del rincaro delle quotazioni del petrolio

[10] Cf. Life as Politics. How Ordinary People Change the Middle East, Stanford University Press, Palo Alto, 2009. Citato da Raphaël Kempf, «Sous les révoltes arabes»: http://www.revuedeslivres.fr/sous-l...

[11] Alain Gresh, «L’Égypte en révolution» e François Pradal, «Suez, tra salafismo e rivoluzione», Le Monde diplomatique, rispettivamente giugno 2011 e gennaio 2012

[12] In Rapport d’information de la Commission des Affaires étrangères (n°4 399): www.assemblee-nationale.fr/13/rap-i...

[13] Cf. www.afrique-asie.fr/opinions/59-act...

[14] Gilles Kepel, in Le Nouvel Observateur, 3 novembre 2011

[15] Julien Salingue, in Retour sur les « révolutions arabes », op. cit.

[16] Cf. « Olivier Roy : Comme solution politique, l’islamisme est fini », op. cit.

[17] Cf www.rue89.com/2011/12/17/le-mot-isl...

[18] La révolution arabe, Fayard, 2011

[19] La révolution arabe, Fayard, 2011

[20] www.cnle.gouv.fr/IMG/pdf/11_06_23_A...

[21] Gilles Deleuze et Félix Guattari, «Mai 68 n’a pas eu lieu», Les Nouvelles littéraires, 3-9 mai 1984, repris dans Deux régimes de fous, éditions de Minuit, Paris, 2003

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