I seminari di Le Monde diplomatique. Rivoluzione in Medio Oriente

Il movimento nazionale palestinese tra due strategie

Traduzione di Marianna Pino

10 luglio 2012, di Dominique Vidal
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È da più di trent’anni che tengo conferenze sul conflitto israelo-palestinese, e non mi ricordo di una sola volta in cui non sia stata posta la domanda “Uno Stato, due Stati?”. Ma oggi è diverso: a lungo teorico, questo interrogativo diventa politico. Per una ragione semplice: la strategia dei due Stati dell’ Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ha fallito, e questa impasse, se dovesse persistere nonostante la sua offensiva diplomatica in corso all’ONU, la chiamerebbe a rivedere un’altra strategia: quella binazionale.

Molti osservatori hanno comparato il discorso del presidente dell’Autorità palestinese, Mahmūd Abbās, davanti all’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), il 23 settembre 2011 [1], con quello di Yasser Arafat davanti allo stesso organismo, il 13 novembre 1974 [2]. Comparazione non significa che siano la stessa cosa: Yasser Arafat “sognava” all’epoca uno Stato sul 100% della Palestina storica e “offriva” agli Ebrei di “viverci insieme nel quadro di una pace giusta”, mentre Mahmūd Abbās chiede all’ONU di ammettere come Stato un territorio corrispondente al 22% della Palestina storica accanto a Israele.

Ecco un breve riassunto che testimonia il lungo cammino percorso dall’OLP dalla sua creazione ai nostri giorni.

La Palestina con le sue frontiere dell’epoca del mandato britannico costituisce un’unità regionale indivisibile”, afferma l’articolo 2 della Carta dell’OLP [3], adottata il 2 giugno 1964 durante la prima riunione, a Gerusalemme, del Consiglio nazionale palestinese (CNP). E l’articolo 3 prosegue: “Il popolo arabo della Palestina detiene legittimamente il diritto alla sua patria”. L’articolo 6 definisce i Palestinesi come “i cittadini arabi che hanno avuto residenza abituale in Palestina fino al 1947, che vi siano rimasti oppure che ne siano stati espulsi. Tutti i bambini nati da genitori palestinesi dopo questa data, sia nella stessa Palestina, sia all’estero, sono Palestinesi”. E l’articolo 7 precisa: “Gli ebrei di origine palestinese sono considerati Palestinesi, ammesso che vogliano vivere pacificamente e lealmente in Palestina”.

La versione emendata nel luglio 1969, dopo che i movimenti di fedayyin ne hanno preso la direzione, introduce innovazioni soprattutto istituendo la “lotta armata” come “sola strada per la liberazione della Palestina”. Per quanto riguarda gli ebrei, essa assicura che coloro “che risiedevano abitualmente in Palestina prima dell’inizio dell’invasione sionista saranno considerati palestinesi”. E per insistere: “La spartizione della Palestina, nel 1947, e la creazione di Israele non hanno nessuna validità, qualsiasi sia il tempo trascorso da questa data, perché sono contrari alla volontà del popolo palestinese e al suo diritto naturale sulla sua patria. Essi sono in contraddizione con i principi della carta delle Nazioni Unite, soprattutto per ciò che riguarda il diritto all’autodeterminazione [4]”.

Il 1° gennaio 1969, il movimento Fatah precisa di “non lottare contro gli ebrei in quanto comunità etnica e religiosa, [ma] contro Israele, considerato come espressione di una colonizzazione fondata su un sistema teocratico, razzista ed espansionista, e come espressione del sionismo e del colonialismo”. E di affermare che l’“obiettivo finale della sua lotta è la Restaurazione dello Stato palestinese indipendente e democratico, i cui i cittadini, di qualsiasi religione, godranno di uguali diritti [5]”.

Nel giugno 1974, per la prima volta, il CNP progetta di “stabilire una autorità indipendente, nazionale e combattente […] su ogni parte che sarà liberata” [6] – altrimenti detto, accanto a Israele e non al suo posto. Questa prospettiva, è concretizzata dall’organizzazione palestinese accettando il piano Fahd dell’ottobre 1981, secondo il quale “tutti gli Stati della regione dovrebbero ugualmente poterci vivere in pace” [7]. All’indomani dell’invasione israeliana in Libano, essa fa propria la risoluzione del Summit arabo di Fes del settembre 1982, che prevede la “creazione di uno Stato palestinese indipendente avente Al-Qods (Gerusalemme) come capitale” e la garanzia della “pace tra tutti gli Stati della regione” [8]. E infine, nell’ottobre 1984, l’OLP accetta il piano Breznev del luglio dello stesso anno, che sancisce il “diritto di tutti gli Stati della regione a un’esistenza e a uno sviluppo sicuri e indipendenti [9]”.

Allo scoppio della Prima Intifada, il CNP di Algeri, a metà novembre del 1988, proclama lo Stato di Palestina, riconosce Israele sulla base della risoluzione 181 del 29 novembre 1947 e infine rinuncia al terrorismo [10]. È su questa base che Yasser Arafat, in una lettera a Itzhak Rabin datata al 9 settembre 1993, riconoscerà formalmente lo Stato di Israele - il cui Primo Ministro, in una lettera del giorno successivo, riconoscerà solamente l’OLP come “rappresentante del popolo palestinese” [11].

Qualche giorno più tardi, i due uomini firmano gli accordi di Oslo [12]. Dopo l’assassinio del Primo Ministro israeliano, il cosiddetto processo “di pace” deraglierà, come è risaputo, per esplodere durante l’estate del 2000 in occasione del Summit di Camp David e sfociare, dopo la “visita” provocatrice di Ariel Sharon alla Spianata delle Moschee, il 28 settembre 2000, nella Seconda Intifada. È ben noto il seguito…

Qual è il bilancio di questa evoluzione strategica? È contenuto, ahimè, in qualche riga:
-  non solo i trentotto anni trascorsi dalla svolta del 1974 non hanno permesso ai palestinesi di ottenere il loro “mini-Stato”, ma la colonizzazione della Cisgiordania e di Gerusalemme-Est si è moltiplicata più di cento volte!

-  la striscia di Gaza resta una prigione a cielo aperto e sotto il blocco israeliano (e, fondamentalmente, egiziano). Per quanto riguarda la Cisgiordania, essa assomiglia – tra Muri, colonie, strade di aggiramento e checkpoint – ai bantustan realizzati dal Sudafrica ai tempi dell’apartheid;

-  bisogna in verità dire che coloro che vogliono condurre la lotta armata non hanno ottenuto risultati migliori. Sei anni dopo la sua vittoria del 2006, Hamas sembra in declino a Gaza, dove la popolazione gli rimprovera sia il sacrificio di 1.400 uomini, donne e bambini massacrati da Israele durante l’operazione “Piombo fuso” dell’inverno 2008-2009, sia la degenerazione autoritaria del suo potere.

Questa situazione di stallo, che Barack Obama, dimenticate le promesse del suo bel discorso del Cairo del 4 giugno 2009, non ha rotto, permette di capire le vere ragioni dell’attuale offensiva diplomatica palestinese. Il suo obiettivo è evidente: modificare la regola del gioco in vigore da più di venti anni. Questa lotta del “vaso di terra” contro il “vaso di ferro” non ha sicuramente portato da nessuna parte - dal momento che l’arbitro autoploclamato, Washington, giocava in realtà in una squadra… Ecco il motivo per cui i Palestinesi hanno deciso di lasciare il teatro delle false negoziazioni bilaterali nel quadro del Quartetto, in cui l’ONU, l’Unione europea e la Russia servono a camuffare l’America, unico capo a bordo.

L’ammissione dello Stato palestinese all’interno delle Nazioni Unite modificherebbe radicalmente la situazione. Israele si vedrebbe finalmente costretto a negoziare con uno Stato altrettanto riconosciuto, nel quadro dell’organizzazione internazionale e dunque sulla base delle sue risoluzioni. Ora, queste ultime definiscono i principi intangibili di una soluzione, le cui negoziazioni dovrebbero definire solo l’attuazione:

-  il ritiro di Israele dai Territori occupati nel giugno 1967;

-  l’istituzione di uno Stato palestinese avente come capitale Gerusalemme;

-  lo smantellamento delle colonie;

-  una soluzione al problema dei rifugiati sulla base della risoluzione 194 votata dall’Assemblea generale l’11 dicembre 1948, che prevede il diritto al ritorno e/o alla compensazione.

Qual è, dopo otto mesi dal suo lancio, il primo bilancio di questa offensiva? Non è affatto trascurabile. Resistendo, contro ogni attesa, alle pressioni esercitate su di essa, l’Autorità palestinese ha:

-  rimesso la questione al centro delle attenzioni internazionali, da dove era sparita;

-  messo Barack Obama, così come Nicolas Sarkozy e l’Unione europea, con spalle al muro, obbligati ad attuare i loro bei discorsi sui due Stati o a far cadere la maschera;

-  accentuato l’isolamento senza precedenti di Israele. Lo prova l’ammissione della Palestina come Stato membro dell’Unesco il 31 ottobre 2011, che, contrariamente a certi commenti, non richiama solo un piano simbolico: essa permette ai palestinesi di difendere il loro patrimonio storico, sul quale gli israeliani cercano da anni di fare “legalmente” razzia, e apre loro la porta alle altre organizzazioni del sistema ONU, a cominciare dalla Corte internazionale di giustizia (CIG) de L’Aia e dalla Corte penale internazionale (CPI) di Roma, ma anche al Fondo monetario internazionale (FMI), alla Banca mondiale, all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), all’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), etc.;

-  ottenuto una seconda vittoria importante, ma curiosamente non diffusa da tutti i media occidentali. Il 23 novembre seguente, il Comitato degli affari sociali, umanitari e culturali dell’Assemblea generale dell’ONU ha riaffermato il “diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese” e pregato “tutti gli Stati, le istituzioni specializzate e gli organismi delle Nazioni Unite di continuare a supportare e aiutare il popolo palestinese in vista della realizzazione rapida del suo diritto all’autodeterminazione”, e questo per 166 voti contro… 5. Qualcosa di mai visto nella storia della questione palestinese all’ONU: l’ultimo quadrato dei difensori di Benyamin Netanyahu si compone di Stati Uniti, Canada, Micronesia e delle Isole Marshall;

-  rivitalizzato l’opinione pubblica palestinese, che si poteva considerare stanca. Si è visto quando le folle si sono strette davanti agli schermi di televisioni giganti, nelle città della Cisgiordania, per ascoltare e festeggiare il discorso di candidatura di Mahmūd Abbās, il 23 settembre. E la notizia della prima vittoria ottenuta all’Unesco cinque settimane più tardi ha suscitato, di nuovo, molto entusiasmo…

Rimane il blocco a livello del Consiglio di sicurezza. L’11 novembre 2011, il Comitato di ammissione ha constatato il suo disaccordo sulla questione. E poiché solo otto, dei nove richiesti, sostenevano la candidatura della Palestina, il Consiglio non ha dovuto pronunciarsi. Tuttavia, anche nell’ipotesi che l’arrivo di nuovi membri permanenti permettesse di raggiungere questi nove voti, il rischio di un veto degli Stati Uniti pesa ancora come una spada di Damocle.

Ciononostante, una sfumatura: ammiro la presunzione dei colleghi, ricercatori o giornalisti, che sanno che, qualsiasi cosa succeda, Washington si opporrà all’ammissione della Palestina. Se mi permettete questa metafora, il sex-appeal del Romeo americano molto occupato a sedurre la Giulietta araba in rivolta subirebbe un grave colpo, se il suo corteggiamento cominciasse con un veto contro la Palestina.

Il tentativo resta quindi ancora da trasformare. Ma come? I Palestinesi sono disposti a tre opzioni: mantenere la loro candidatura come Stato membro davanti al Consiglio di sicurezza, “abbassarsi” all’Assemblea generale per domandare di accoglierli come Stato non membro oppure, infine, riprendere il cammino del Quartetto e dunque le negoziazioni bilaterali sotto l’egida americana.

A questo punto, bisogna fare un’osservazione importante: nelle formule “Stato membro” così come “Stato osservatore”, ciò che conta è “Stato”. La Palestina, da “territorio occupato”, e perfino secondo gli Israeliani “conteso”, diventa uno Stato riconosciuto con le sue frontiere e la sua capitale, e può, in un caso come nell’altro, entrare in tutte le istituzioni dell’ONU.

L’ammissione dello Stato di Palestina alle Nazioni Unite non cambierebbe evidentemente con un colpo di bacchetta magica la situazione sul campo, ma darebbe ai Palestinesi e ai loro sostenitori strumenti importanti, anche per rinforzare la mobilitazione delle opinioni e, sotto la loro pressione, dei governi, mobilitazione senza la quale nessun avanzamento è possibile. D’altronde, se la questione, come alcuni affermano, non rivestisse alcun carattere cruciale, perché dunque il governo israeliano e i suoi alleati avrebbero fatto di tutto, da mesi, per impedire la candidatura dello Stato di Palestina e un voto sulla sua questione?

Salvo sorprese, sempre possibili, ho ragione di pensare che i Palestinesi sceglieranno di proseguire la battaglia al Consiglio di sicurezza con l’obiettivo che questo ultimo ammetta il loro Stato come membro a tutti gli effetti, piuttosto che andare verso un compromesso a livello dell’Assemblea generale. È ciò che mi ha spiegato chiaramente il loro Ministro degli Affari esteri, Riad Al-Maliki: “Da anni possiamo ottenere uno statuto di membro osservatore all’ONU. Per farlo disponiamo della maggioranza - semplice - necessaria da un anno, cinque anni, dieci anni… Se abbiamo scelto di non farvi ricorso è perché volevamo dare tutto lo spazio alla negoziazione, grazie alla quale speriamo di raggiungere il nostro obiettivo: uno Stato indipendente accanto a Israele. È l’impasse del “processo di pace”, e dunque l’intransigenza israeliana, che ci ha condotti a ricercare una nuova uscita. E abbiamo scelto di candidarci come Stato membro presso il Consiglio di sicurezza. Per cambiare la regola del gioco” [13].

L’evoluzione delle relazioni tra Fatah e Hamas costituisce un buon termometro di questa determinazione. Se l’Autorità palestinese volesse rimettere le mani nell’ingranaggio del “processo di pace” versione Netanyahu e dunque riprendere la parola con il Quartetto per altre ragioni diverse dalla buona educazione (come all’inizio del 2012, a Amman), essa terrebbe Hamas a distanza. Tel-Aviv e Washington infatti escludono, dal 2006, quest’ultima dal gioco.

Nata ufficialmente nel 1987, con la benedizione delle autorità israeliane [14], dalla fusione dei Fratelli musulmani palestinesi, Hamas non ha evidentemente niente di omogeneo. Conta su una direzione in esilio, un’altra a Gaza e, al suo interno, correnti differenti e spesso in contraddizione. Alcuni lodano un’evoluzione del tipo di quella che ha condotto Fatah, e con esso l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), a sostenere l’istituzione di uno Stato palestinese accanto a Israele e non al suo posto; altri vi si oppongono, a gradi differenti. Da molti anni, il suo leader in esilio - all’epoca in Siria - Khaled Meshaal, ma anche il suo Primo Ministro Ismail Haniya hanno affermato a diverse riprese che il loro obiettivo era uno Stato all’interno delle frontiere del territori occupati da Israele nel giugno del 1967.

Il 27 aprile 2011, Fatah ha firmato con Hamas, sotto la spinta del nuovo potere egiziano e sotto la pressione dell’opinione pubblica palestinese, un accordo attorno a questo obiettivo, che prevede la formazione di un governo di unione, la preparazione di elezioni presidenziali e legislative e l’unificazione delle differenti istituzioni palestinesi, soprattutto di quelle incaricate della sicurezza. Questo accordo è stato siglato dall’insieme dei movimenti palestinesi il 3 maggio 2011.

Gli incontri tenutisi da allora tra il presidente dell’Autorità palestinese Mahmūd Abbās e Khaled Mesh’al lo hanno approfondito. I due uomini hanno convenuto sul costituire il governo di unione previsto sotto la presidenza del primo, di organizzare le diverse elezioni del 2012, di fare della resistenza popolare non violenta il perno della loro strategia sul campo e di integrare Hamas all’OLP e soprattutto al Consiglio nazionale palestinese (CNP).

Questo avvicinamento costituisce evidentemente una svolta maggiore per Hamas e ha per questo rilanciato i dibattiti al suo interno, Mahmud Zahar e in misura minore Ismaïl Haniyeh contestano la linea pragmatica di Khaled Mesh’al, obbligato nel frattempo a lasciare Damasco per aver rifiutato di avallare la repressione sanguinosa del regime di Bachar Al-Assad.

Senza dubbio, i successi riportati dalle forze islamiste in occasione delle elezioni in Tunisia, in Marocco e in Egitto hanno giocato un ruolo nell’irrigidimento di certi dirigenti di Gaza. Ma i loro “fratelli” stranieri hanno fatto sapere a Hamas che essi sosterrebbero soprattutto la riunificazione delle fila palestinesi. E, davanti al carattere insolitamente pubblico di questa fronda, Khaled Mehaal ha minacciato di dimettersi. Con successo, se si crede alle notizie diffuse: i suoi oppositori hanno annunciato che si riallineeranno all’accordo concluso con Mahmūd Abbās. Si tratta, se sarà confermato, di un avvenimento di grande portata.

Eppure non ci si attende un riconoscimento formale di Israele da parte di Hamas. Il movimento trae, facendo ciò, la lezione dall’esperienza amara di più di tre decenni. Accettando, come si è visto, di rinunciare al 78% della Palestina storica, e inoltre riconoscendo prima di qualsiasi negoziazione concreta, cosa ha ottenuto l’OLP? “Il gatto scottato ha paura anche dell’acqua fredda”: chiedere uno Stato nelle frontiere del 1967 è una cosa, riconoscere Israele in debita forma senza una contropartita è un’altra…

Queste evoluzioni lo testimoniano fino a qui, anche se restano da confermare, visto il pesante contenzioso tra i due movimenti: l’OLP, l’Autorità palestinese e Fatah intendono sicuramente restare ferme, a dispetto di tutte le pressioni, contemporaneamente sulla candidatura dello Stato di Palestina come membro a tutti gli effetti del Consiglio di sicurezza, e sul loro rifiuto a rientrare nella trappola del Quartetto, almeno finché Israele non fermerà la colonizzazione e non riconoscerà lo Stato di Palestina.

Il 2012 segnerà certamente un anno chiave: dopo le elezioni presidenziali russe e francesi, quelle americane. Queste ultime, in particolare, saranno senza dubbio determinanti per la questione palestinese. Se dovesse essere rieletto, il Barack Obama II sarebbe senza dubbio sensibilmente diverso dal Barack Obama I. Per tre ragioni:

-  innanzitutto, poiché un presidente americano ha solo due mandati, è naturalmente meno sensibile alle pressioni delle lobby;

-  poi, conosce meglio di tutti i suoi predecessori il dossier palestinese, soprattutto attraverso le sue relazioni con Edward Said e Rashid Khalidi, e il suo discorso a Il Cairo disegna abbastanza bene la visione che se ne è fatto;

-  infine e forse soprattutto, deve prendersi una rivincita su Benyamin Netanyahu dopo le ripetute umiliazioni che costui gli infligge da quattro anni…

Ma, non tracciamo “dei piani sulla cometa”: niente è detto, e il tempo stringe. Se l’attuale offensiva palestinese non dovesse sfociare nel riconoscimento dello Stato da parte dell’ONU, o se, una volta ottenuta, Israele rifiutasse la nuova regola del gioco, e se, come molte volte, la “comunità internazionale” lasciasse fare, i Palestinesi sarebbero obbligati a ripensare la loro strategia. Insomma, come dicevo nell’introduzione, la domanda “Uno Stato, due Stati?”, a lungo teorica, diventerebbe politica.

Ecco perché Farouk Mardam Bey, direttore delle edizioni Sindbad, mi ha chiesto di curare un libro collettivo su questo tema, apparso lo scorso novembre [15]. Abbiamo chiamato nove autori di sensibilità diversa (gli uni credono ancora nella strategia dei due Stati, gli altri a una soluzione binazionale), ma anche e soprattutto dalle diverse competenze:

-  Monique Chemillier-Gendreau, uno dei migliori giuristi in materia di diritto internazionale, vi tratta dei fondamenti del diritto dei Palestinesi all’autodeterminazione;

-  Io stesso, in quanto storico, ritorno su quella che era la corrente binazionalista nell’Yishuv, la comunità ebrea di Palestina, prima del 1948;

-  Youssef Courbage, specialista incontestato della demografia medio-orientale, rivela il rovesciamento delle tendenze demografiche sul lungo periodo 1948-2048;

-  Julien Salingue, un giovane ricercatore che conosce bene la realtà della Cisgiordania grazie ai soggiorni di studio che vi ha compiuto, riflette sulla separazione e l’integrazione dell’economia palestinese e israeliana;

-  Isabelle Avran, esperta di questo dossier, esamina la questione dello statuto di Gerusalemme nelle due ipotesi;

-  Leila Farsakh, specialista riconosciuta del Sudafrica, compara le somiglianze (e le differenze) del sistema prevalente nei Territori occupati con quello instaurato ai suoi tempi dal regime di apartheid di Pretoria;

-  Raef Zreik, un eminente accademico palestinese, fa il punto sul dibattito che si svolge tra gli intellettuali sulla questione;

-  Gadi Algazi, accademico non meno eminente, ma israeliano (dirige il dipartimento di storia dell’Università di Tel-Aviv), fu uno dei primi soldati a rifiutarsi di prestare servizio nei Territori, cosa che gli valse un anno di prigione. Anima, dopo Taayush (“Vivere insieme”), l’associazione Tarabut-Ithabrut (“Assomigliarsi”). Fa il punto sul dibattito all’interno del movimento anticolonialista e pacifista israeliano;

-  infine, Farouk Mardam Bey trae le lezioni degli avatar della parola d’ordine “Palestina laica e democratica” all’interno dell’OLP.

Sarebbe evidentemente impossibile - e pretenzioso – riassumere qui tutti questi contributi. Mi accontenterei di indicare, al termine di questa riflessione collettiva e multidimensionale, ciò che ne viene alla luce globalmente sul piano politico.

Rispetto a quella dei due Stati, la soluzione "binazionale" presenta a mio avviso quattro grandi vantaggi:

-  si tratta innanzitutto di un vero e proprio ideale, molto più conforme ai valori che tutti, io credo, difendiamo. Dopo le esperienze tragiche dell’ex-Yugoslavia o dell’Africa centrale, o ancora la scomposizione dell’ex-Unione Sovietica, chi potrebbe ancora sognare un mondo composto di Stati etnici o etnico-religiosi? E a maggior ragione con le “pulizie” etniche che ne derivano immancabilmente?

-  questo ideale, secondo punto, fonda le sue radici in entrambe le parti. Prima di optare per i due Stati, l’OLP - come ho ricordato brevemente poc’anzi - sosteneva una “Palestina laica e democratica”. E, nell’Yichuv dell’anteguerra, l’idea binazionalista animava non solo degli intellettuali come Martin Buber o Judah Magnès, ma un insieme di forze che, in occasione delle ultime elezioni - politiche e sindacali – interne alla comunità ebrea di Palestina nel 1944, ottennero all’incirca il 40% dei voti, prima di essere spazzati via dalla spinta nazionalista indissociabile dalla guerra del 1947-49 [16];

-  terzo argomento: l’evoluzione sul campo, soprattutto dal 1967, ha intrecciato sempre di più i due popoli, da una parte 500.000 coloni ebrei in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, e dall’altra 1.500.000 di Palestinesi cittadini di Israele, eredi dei 150.000 che sfuggirono all’espulsione del 1947-49. Aggiungo che, se le colonie occupano meno del 5% della Cisgiordania, ne controllano più del 40%. Senza dimenticare il Muro, che ne annette de facto una parte del territorio e la zona C, vietata ai Palestinesi. Il tutto tende a divenire indistricabile;

-  di colpo, ultimo punto, il quadro binazionale sembra (insisto sul “sembra”) poter risolvere più facilmente alcune questioni: le frontiere, la capitale, le colonie, il diritto al ritorno, etc.

Ma la soluzione binazionale comporta anche quattro debolezze importanti:

-e innanzitutto sulla questione, importante, della volontà dei popoli. Come imporre uno Stato unico democratico a due popoli di cui nessuno dei due lo vuole: è il caso della maggioranza schiacciante degli Israeliani, ma anche di una netta maggioranza di Palestinesi (meno larga di prima, bisogna quantomeno dire). D’altronde, si capisce che gli abitanti dei Territori occupati non sognino di vivere con degli Ebrei israeliani di cui conoscono (trattandosi comunque di giovani) solo soldati e coloni. Da questo punto di vista, la tappa dei due Stati appare almeno una transizione necessaria perché gli uni e gli altri accettino di vivere insieme un domani;

-  la seconda debolezza rientra nel campo della lucidità politica: da quando l’OLP si è pronunciato a favore di uno Stato accanto a Israele e non più al suo posto, non è riuscita a ottenerlo, malgrado l’isolamento crescente di Tel-Aviv. Ora, questo mini-Stato non rimetterebbe in causa il progetto sionista: lo Stato di Israele sopravviverebbe, e resterebbe uno Stato ebreo, finché la maggioranza dei suoi cittadini decideranno così. E allora il movimento nazionale palestinese e i suoi alleati come potrebbero ottenere uno Stato unico che, questo sì, metterebbe fine davvero al progetto di Theodor Herzl?

-  e se il rapporto di forze fosse insufficiente, questo Stato unico non rischierebbe, terza debolezza, di riassumersi con l’attuale realtà del “Grande Israele”, vale a dire uno Stato di apartheid (nel senso in cui, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, i coloni ebrei hanno tutti i diritti, e i Palestinesi nessuno)? Da cui una serie di questioni a cui i partigiani di uno Stato binazionale non danno una risposta chiara:

-  quale statuto per i due popoli, di cui oggi, lo ripeto, l’uno gode di tutti i diritti, compresi quelli politici, e l’altro nessuno?

-  quale statuto per le colonie? Bisognerà, in nome dell’“equilibrio” con i Palestinesi di Israele, accettarne il mantenimento?

-  quali le garanzie date a ognuno dei popoli e a ognuna delle religioni circa la preservazione degli interessi a breve e a lungo termine in seno allo Stato unico? La battaglia per l’uguaglianza dei diritti rischia di avverarsi molto lunga e molto ardua…

(Qui, una parentesi. Ho incontrato lungamente, faccia a faccia, Omar Barghouti, uno dei principali sostenitori della soluzione binazionale. Riguardo la questione delle colonie, mi ha detto che, secondo lui, bisognerebbe “accettare che restino al loro posto, a condizione che i Palestinesi abbiano il diritto di viverci”. Alla mia domanda “Tu andresti a viverci con la tua famiglia?”, non ha risposto. L’ho interrogato in seguito sul diritto al ritorno o alla compensazione: “La tua famiglia possiede delle terre sul territorio dell’attuale Stato di Israele. Le reclamerai?” “No, ha precisato: oggi ci vivono centinaia di Israeliani. Mi accontenterei di una compensazione”. Ciliegia sulla torta: questo partigiano del boicottaggio integrale di Israele lavora alla sua tesi all’Università di… Tel-Aviv!)

-  La quarta e senza dubbio la più grave delle debolezze della soluzione binazionale è che un cambiamento di strategia dell’OLP rischierebbe di alienargli il sostegno internazionale di cui gode. Sebbene la sua linea politico-diplomatica non abbia portato alla creazione di uno Stato palestinese, è almeno riuscita, in quarant’anni, a far sì che ne sia ammessa la necessità dalla comunità internazionale, la quale resta allo stesso tempo profondamente attaccata all’esistenza e alla sicurezza dello Stato di Israele, uno dei pochi che gli deve la vita.

Ormai, in ogni caso, la prospettiva di due Stati si iscrive nel diritto internazionale e nelle risoluzioni dell’ONU, comprese quelle del Consiglio di sicurezza. Lì sta un’acquisizione essenziale, che costituisce un punto di appoggio considerevole per il popolo palestinese. Ora, quest’ultimo la perderebbe di sicuro se cambiasse prospettiva, dandosi come obiettivo lo Stato binazionale. Formalmente, perché l’ONU si toglierebbe dal conflitto, divenuto interno e non più internazionale. Ma, soprattutto politicamente, perché è lecito dubitare che i governi e ancor più le opinioni possano ratificare la prospettiva di una sparizione di Israele.

Permettetemi di abusare della mia età, ricordandovi la situazione di quarantacinque anni fa, quando la legittimità della causa palestinese non era riconosciuta da alcun governo, alcuna organizzazione internazionale e molto poco da partiti o associazioni, etc. All’epoca, i media ignoravano il termine stesso di Palestinesi: non si parlava che di “rifugiati”. Anche la risoluzione 242 del 22 novembre 1967 [17] menziona solo la questione posta da questi ultimi, e non i diritti nazionali del popolo palestinese…

Cosa concludere di questi elementi contraddittori?

La mia risposta evidentemente riguarda solo me, e non tutti gli autori di Palestine-Israël : un État, deux États? A mio avviso, fino a quando sopravvivrà una possibilità, anche minima, di mettere in moto una dinamica di pace che porti all’istituzione di uno Stato palestinese accanto a Israele, i Palestinesi hanno tutto l’interesse a mantenere questo obiettivo e a servirsi come leva del consenso internazionale esistente. Si vedrà in particolare quali risultati darà l’offensiva palestinese in corso: diplomatico all’ONU, e politico con il tentativo di riunificazione tra Fatah e Hamas.

Ma è anche tempo per i Palestinesi di dire chiaramente che questa strategia è arrivata al suo ultimo quarto d’ora. Se non si muove niente, se il blocco israeliano persiste, se l’impotenza della comunità internazionale continua, come non capire che la loro collera rende necessaria una nuova strategia, diversa da quella che, sulla base del diritto internazionale, riunisce la comunità internazionale?

Gli osservatori non lo hanno sottolineato, ma anche il presidente israeliano Shimon Peres lo ha dichiarato un anno fa, polemicamente nei confronti del suo Primo Ministro: “Chiunque accetti il principio di base delle linee del 1967 beneficerà del sostegno internazionale. Chiunque le rifiuti, perderà il mondo”, diceva. E di temere - cito – che “Israele divenga uno Stato binazionale. (…) Galoppiamo a tutta velocità verso una situazione in cui Israele cesserà di esistere come Stato ebreo” [18].

Grazie della vostra attenzione!


Dominique Vidal

Dominique Vidal

Storico, autore e giornalista di “Le Monde diplomatique”, di cui è stato caporedattore aggiunto fino al 2006, e responsabile delle sue edizioni straniere. Specialista della questione arabo-israeliana.


Note

[1] Cf. www.france-palestine.org/Dis...

[2] Cf.www.monde-diplomatique.fr/cahier/pr...

[3] Cf.[www.france-palestine.org/Charte-nat...

[4] Cf. (extraits) www.france-palestine.org/Charte-nat...

[5] Cf. www.france-palestine.org/Declaratio...

[6] Cf. www.france-palestine.org/ article17...

[7] http://unispal.un.org/UNISPAL.NSF/0...

[8] Cf. Alain Gresh, Dominique Vidal et Emmanuelle Pauly, Les 100 clés du Proche-Orient, Fayard, Paris 2011, p. 678.

[9] Cf. http://domino.un.org/unispal.nsf/c2...

[10] Cf.www.france-palestine.org/La-declara...

[11] Cf.http://www.monde-diplomatique.fr/ca...

[12] Cf. Alain Gresh, Dominique Vidal et Emmanuelle Pauly, op. cit., p. 682

[13] www.france-palestine.org/article184...

[14] Leggere in particolare Charles Enderlin, Le Grand aveuglement : Israël et l’irrésistible ascension de l’islam radical, Albin Michel, Paris, 2009

[15] Palestine-Israël : un État, deux États ?, Sindbad Actes Sud, Arles, 2011

[16] Cf Alain Gresh et Dominique Vidal, Palestina 1947: una spartizione mai nata, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1990

[17] Cf. Alain Gresh, Dominique Vidal et Emmanuelle Pauly, op. cit., p. 670

[18] Haaretz, Tel-Aviv, 17 juin 2011

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Con il contributo di:

Comitato Internazionale di Bologna per la Cartografia e l’Analisi del Mondo Contemporaneo

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