I seminari di Le Monde diplomatique. Rivoluzione in Medio Oriente

Israele, o la tentazione del suicidio

Traduzione di Marianna Pino

10 luglio 2012, di Dominique Vidal
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La cima di Masada sovrasta da quasi 500 metri di altitudine il mar Morto. È lì che, secondo lo storico Flavio Giuseppe, si rifugiarono gli ebrei ribelli più intransigenti, gli Zelati e i Sicari, nel 73 d.C., tre anni dopo la presa di Gerusalemme da parte dei Romani. Piuttosto che arrendersi, preferirono uccidersi vicendevolmente il 1° maggio: circa 1.000 morti. Per giustificare questo sacrificio, il loro capo Eleazar dichiarò: “Siamo sicuri che saremo catturati all’alba, ma possiamo scegliere, prima, di morire nobilmente con chi amiamo di più”. E rimproverò i suoi amici di non essere riusciti a “penetrare il pensiero di Dio e di rendersi conto che Egli, che altre volte lo aveva amato, aveva condannato il popolo ebraico” [2]…

Quale rapporto esiste tra il “complesso di Masada” e la politica di Benyamin Netanyahu, Avigdor Lieberman e Ehoud Barak? Consiste nel fatto che, con il pretesto di difendere Israele contro i suoi nemici esterni e interni, la destra e l’estrema destra di Israele così come i loro fans stranieri ne minacciano la sopravvivenza a lungo termine.

Si è ingaggiata una corsa di velocità decisiva in Medio Oriente. O, come i 166 Stati membri (contro 5) ne hanno espresso il desiderio il 24 novembre scorso, il Consiglio di sicurezza e l’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni unite (ONU) accoglieranno al loro interno lo Stato di Palestina nelle frontiere di prima della guerra del 1967 e con Gerusalemme Est per capitale, oppure provocheranno, rifiutandola, una nuova delusione che, in piena “primavera araba”, potrebbe dare fuoco alle poveri di una nuova Intifada palestinese.

È schiacciante la responsabilità della comunità internazionale: non dotandosi di mezzi per imporre la divisione della Palestina che aveva deciso il 29 novembre 1947, ha precipitato il Medio Oriente nei sei decenni di guerre, terrorismo e mal-sviluppo. Per un giusto ritorno delle cose, eccola di nuovo sotto accusa: la pace non verrà né dal governo israeliano, il più estremista della storia di questo paese, né da un movimento nazionale palestinese ancora diviso tra Fatah e Hamas: tutto, o quasi, dipende dagli Stati Uniti, dall’Unione europea e, ovviamente, dai paesi emergenti, a cominciare dai paesi arabi in piena rivoluzione, e dunque anche dall’opinione internazionale e dalla sua capacità di farsi ascoltare.

Ciò che è in gioco è dunque il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese spossessato dei suoi diritti, ma anche l’avvenire del popolo israeliano che sembra ogni giorno un po’ più in preda a una tentazione suicida. Perché? Questo è il tema della conferenza di oggi pomeriggio.

Le frontiere di Auschwitz”: è così che il ministro israeliano degli Affari esteri dal 1966 al 1974, Abba Eban, qualificava i confini del suo paese prima della cosiddetta guerra “dei Sei giorni”. Per comprendere bene questa formula, bisogna immergersi nelle settimane folli durante le quali la propaganda di Tel-Aviv riuscì a convincere le opinioni occidentali che la più grande potenza militare del Medio Oriente rischiava di essere annientata dai suoi vicini.

L’espressione accreditava il pericolo di un nuovo genocidio per i sopravvissuti del precedente… e giustificava in anticipo l’occupazione dei territori arabi.

Chi si ricorda ancora dell’accecamento della stampa durante quelle giornate di maggio del 1967 annunciatrici, secondo quest’ultima, di un nuovo Olocausto? Anche Le Canard enchaîné titola “Verso la soluzione finale del problema di Israele” e scrive “Il Raïs (nome egiziano del Fürer) dichiara solennemente , davanti ai rappresentanti della stampa mondiale, che, se Israele muove solamente il mignolo, si procederà alla sua distruzione totale, senza tuttavia precisare con che mezzo (forni crematori? Camere a gas?)”. E, il 5 giugno 1967, France-Soir batte l’intera prima pagina della sua prima edizione con un titolo che afferma “Gli Egiziani attaccano Israele” – a quell’ora, l’aviazione egiziana non esisteva più.

Qualche giorno più tardi, senza la minima perturbazione, gli stessi giornali cambiano casacca per salutare le conquiste di Israele, che, dicendosi in pericolo di morte, ha appena quadruplicato il suo territorio, occupando la Cisgiordania e Gerusalemme Est, il Sinai e l’altopiano del Golan. L’8 giugno, Le Figaro si entusiasma: “Stasera sembra proprio che la vittoria dell’esercito di David sia una delle più grandi di tutti i tempi e che mai un dittatore abbia ricevuto una simile «scarica» così velocemente”. Questa manipolazione non resta senza effetti sull’opinione pubblica. Decine di migliaia di manifestanti sfilano per le strade delle città di Francia, con in prima fila la classe politica al gran completo (eccetto il Partito Comunista). Nonostante la sua autorità politica, il Generale de Gaulle prova qualche difficoltà a farsi ascoltare: “Lo Stato che per primo impugnerà le armi non avrà né l’approvazione, né, a maggior ragione, il sostegno della Francia”, ha dichiarato il presidente della Repubblica al Consiglio dei ministri del 2 giugno.

Logicamente, dal momento in cui scoppia il conflitto, annuncia un embargo su tutte le armi di tutti i belligeranti. Qualche mese più tardi, nella sua famosa conferenza stampa del 22 novembre 1967 – di cui ci si ricorda solo la frase che presenta gli Ebrei come “un popolo d’élite sicuro di sé e dominatore” -, aggiungerà che Israele “organizza, sui territori che ha conquistato, l’occupazione che va necessariamente insieme all’oppressione, repressione ed espulsione; e si manifesta contro di lui una resistenza che qualifica come terrorismo” [3].

A distanza di tempo, quest’analisi ha l’aria di una profezia. Ma, all’epoca, essa è scioccante. La scelta del generale rompe con due decenni di sostegno incondizionato di Parigi ai dirigenti israeliani – fino a permettere loro di dotarsi della bomba A, e poi della bomba H! Negli uni, egli urta il senso di colpa generato dalla partecipazione a Vichy, alla sua polizia e alla sua milizia ebreicida. Con gli altri, guasta la vendetta sugli “Arabi” che Israele offre ai nostalgici dell’Algeria francese.

Ci vorrà l’invasione del Libano e i massacri di Sabra e Chatila nel 1982, poi l’Intifada delle pietre alla fine del 1987 perché i Francesi prendano le distanze da Israele e ricordino la loro volontà della creazione di uno Stato palestinese. Con ritardo sui successori di de Gaulle che – da Pompidou a Chirac – hanno fatto propria la sua politica medio-orientale.

Il genocidio, acceleratore della storia

Quattro decenni più tardi, l’ipotesi secondo cui Israele potrebbe essere “cancellata dalla carta” dai suoi vicini ha perso ogni credibilità. Anche le fanfaronate del presidente Ahmadinejad non smuovono più Tel-Aviv: un paese che non ha ancora la sua prima bomba come potrebbe spaventarne un altro che dispone da 200 a 300 testate nucleari e di tutti i missili necessari al loro lancio? Ciò non impedisce che: gli insopportabili slogan del presidente iraniano, amplificati dai media, sono sufficienti a svegliare nelle memorie ferite sia il trama del genocidio di ieri, sia l’ossessione di una sua ripetizione domani – paure che condividono anche gli Ebrei in diaspora. Il genocidio nazista segna a tal punto la psiche degli Israeliani che il loro Stato vive nel sentimento di un pericolo di annientamento… nonostante la sua schiacciante superiorità militare.

In occasione del 60° anniversario dello Stato di Israele, lo storico sionista Georges Bensoussan ha riacceso una vecchia disputa. A rischio di sorprendervi, dirò che, nella sostanza, ha ragione. Coloro che presentano Israele come “nato dal genocidio e da lui solo” trascurano il ruolo del movimento sionista nella costruzione del Focolare nazionale ebraico: alla vigilia della Seconda Guerra mondiale, quest’ultimo ha tutte le caratteristiche di uno Stato in gestazione. Oltretutto, passano anche sotto silenzio sia l’ala protettrice della potenza mandataria britannica, sia la spinta data dall’arrivo al potere di Hitler all’immigrazione ebrea in Palestina – che raddoppia in sette anni. Senza lo Yichuv, Israele non avrebbe mai potuto vedere la luce, nemmeno dopo la “soluzione finale”.

Eppure, senza la Shoah, il movimento sionista non avrebbe potuto imporre alla comunità internazionale (e alle comunità ebree) di meglio che un Focolare nazionale ebraico in una Palestina araba indipendente. Su questo punto, Bensoussan esagera, sottostimando in particolare la funzione decisiva di acceleratore della storia del genocidio nazista:

-  la distruzione della metà degli Ebrei d’Europa conferisce al sionismo una legittimità di cui non aveva mai goduto in precedenza, ivi compreso in seno alle comunità ebraiche. Da maggio 1942, il Congresso di Biltmore sotterra l’utopia binazionale, ancora molto influente nell’Yichuv [4] e fa sua la parola d’ordine di “Commonwealth” ebreo. Cinque anni più tardi, davanti all’Unscop, la commissione di inchiesta delle Nazioni unite, David Ben Gurion dichiara: “Chi vuole e può garantire che ciò che ci è successo in Europa non si ripeterà più? La coscienza umana […] può liberarsi da ogni responsabilità in questa catastrofe? Non c’è che una protezione: una patria e uno Stato” [5];

-  questa legittimità pesa ancor più dal momento che le élite occidentali, che dominano ampiamente la giovane ONU, provano e/o manipolano sentimenti contraddittori nei confronti della Shoah: gli alleati sanno che hanno abbandonato gli Ebrei alla loro sorte; gli ex-collaborazionisti non hanno ancora dimenticato e spesso nemmeno rinnegato la loro partecipazione all’ebreicidio; e i “pragmatico-cinici” pensano sia opportuno trasferire il “problema ebraico” in Medio Oriente;

L’esempio della Francia è sufficiente a misurare la forza di queste “evidenze”. All’epoca, bisogna parlare di unanimità: tutti i partiti politici sostengono la creazione di uno Stato ebraico in Palestina, anche il Partito comunista francese (PCF) – comunque dopo la presa di posizione del ministro sovietico degli Affari Esteri Andrei Gromyko in favore della divisione, il 14 maggio 1947, e il dramma dell’Exodus in luglio-agosto. Tutte le grandi personalità, da Sartre a Camus, passando per Jouvet, Guitry, Claudel e Kessel, richiamano al sostegno delle forze ebraiche.

Quanto alla stampa, essa assimila i Palestinesi – quando non li ignora semplicemente – alla “reazione araba”. Presenta in compenso la nascita di Israele come la resurrezione di un popolo martirizzato e per alcuni, l’incarnazione del socialismo [6], Insomma, ognuno applaude l’apparizione dello Stato ebraico, ma resta cieco circa la sparizione della Palestina. Sola eccezione, Témoignage chrétien – ma chi lo legge?

Ci vorranno quarant’anni per superare questa ignoranza della Nakba, la “catastrofe” palestinese, quando i “nuovi storici” israeliani confermano, a partire dagli archivi aperti trent’anni dopo gli avvenimenti, l’essenziale del racconto palestinese della guerra di 1947-1949. Chiunque si immerga nel dibattito di quest’epoca è colpito dai punti in comune con quello del 1967: la propaganda dipinge Israele come Davide contro Golia, mentre i rapporti di forza gli sono più che favorevoli; presenta l’esodo palestinese come una “fuga volontaria” mentre tutto indica che si tratta di una “espulsione”, spesso manu militari; certifica che Israele, una volta terminata la guerra, avrebbe cercato la pace con i suoi vicini, quando il capo della sua delegazione a Losanna, dopo aver firmato il protocollo del 12 maggio 1949 [7] perché il suo Stato sia ammesso nell’ONU, non avrebbe smesso di – secondo le sue stesse parole – “minarlo”.

Muraglia di ferro

Resta il fatto che ancora oggi, la psicosi di una sparizione dello Stato ebraico impregna un pensiero collettivo israeliano profondamente manipolato, come ha mostrato Eyal Sivan nel suo eccellente documentario Ikzor, e Idith Zertal, più in profondità, in un capolavoro [8]. Ciò che è in causa è meno il ricordo ossessivo dell’ebreicidio che le lezioni tratte da questa tragedia.

Oltre a quella, ultra-ortodossa, che considera il genocidio come una punizione inflitta da Dio al suo popolo per essersi allontanato dal giudaismo (sic), due “morali” contraddittorie si dividono le coscienze: secondo la prima, la Shoah fu l’apogeo dell’odio che i Gentili hanno sempre provato nei confronti degli Ebrei e da cui solo il loro popolo può proteggerli; per la seconda, l’antisemitismo genocida dei nazisti si iscriveva anche nella volontà di colonizzare a Est lo spazio vitale necessario all’egemonia tedesca, e la risposta risiedeva nell’alleanza, effettivamente vittoriosa, di tutte le forze antifasciste. L’una e l’altra tesi implicano evidentemente conseguenze radicalmente differenti per la strategia di Israele.

La prima, formulata anche prima della “catastrofe” da Zeev Jabotinsky, fondatore del sionismo revisionista il cui principale erede è il Likud, fonda la sua strategia definita del “Muro di ferro”. È d’altronde il titolo dell’articolo che questo leader fascista – dixit Mussolini, un intenditore [9] - pubblica nel 1923: “La mia intenzione non è quella di dire che un accordo qualsiasi con gli Arabi palestinesi è assolutamente fuor di questione. Fintanto che sussista, nel loro spirito, la minima scintilla di speranza che potranno un giorno disfarsi di noi, nessuna buona parola, nessuna attraente promessa li porterà a rinunciare a questa speranza, precisamente perché non sono un volgo vile, ma una nazione ben viva. Ora, una nazione viva non è disposta a fare concessioni su questioni vitali se non quando abbia perso ogni speranza di “disfarsi di noi” e che ogni breccia della “muraglia di ferro” sia chiusa definitivamente” [10].

Il fatto che Avi Shlaim abbia dato lo stesso titolo al suo libro consacrato alla politica israeliana dal 1948 al 2008 non deve nulla al caso [11]. Per lui, infatti, “tutti i governi israeliani da sessant’anni – con la sola eccezione di quello di Yitzhak Rabin, dagli accordi di Oslo del 1993 al suo assassinio nel 1995 – hanno messo in atto l’orientamento di Jabotinsky- con una sola ossessione: i rapporti di forza”.

Guerra o pace?

Ritorna il ricordo di un dialogo improvvisato, a Bruxelles, con l’ambasciatore di Israele: “Ma voi non vi rendete conto della nostra situazione, mi dichiarò questo diplomatico: noi siamo un’isola ebrea nel bel mezzo di un oceano arabo-musulmano. Bisogna che ci difendiamo”. Io rimarcai al sottile diplomatico che non eravamo, né lui né io, all’origine dell’idea di stabilire uno “Stato di ebrei” in pieno Medio Oriente. È a Theodor Herzl che avrebbe dovuto rivolgere il rimprovero – anche se costui aveva preso in considerazione, come tutti sanno, altre localizzazioni per il suo “Focolare nazionale ebraico”.

Un secolo dopo la morte del fondatore del sionismo (eravamo nel 2004), sarebbe meglio tuttavia fare funzionare le nostre piccole cellule grigie: per garantire nel lungo periodo l’esistenza di Israele, salvo scommettere su un’eterna intangibilità dei rapporti di forza militari, la cosa più ragionevole non sarebbe di scommettere sull’integrazione dello Stato ebreo nella regione, che può garantire solo un accordo di pace con i suoi vicini, Palestinesi in testa?

Questa conversazione riassume di fatto i termini dell’alternativa con cui si confronta lo Stato di Israele dal 1948: assicurare il suo avvenire con la politica della forza, o con la forza della politica.

Una propaganda controproducente

La propaganda palestinese e araba hanno a lungo aiutato l’establishment israeliano a oscurare questo dilemma agli occhi dei suoi concittadini, perché lo hanno messo davanti a un avversario che grida forte e chiaro il suo desiderio di “cancellarlo dalla carta del Medio Oriente”. Bisogna, però, notare che queste minacce non sono mai corrisposte a un’eventualità militare, e neanche a una strategia.

Anche nel 1948, come i “nuovi storici” hanno confermato: ognuno dei regimi che inviò la propria armata in Palestina, il 15 maggio 1948, intendeva distruggere lo Stato ebraico nascente meno di quanto volesse resistere alle ambizioni concorrenti degli altri potentati arabi, temendo in particolare l’annessione della Cisgiordania dalla Transgiordania – e giustamente, poiché il tacito accordo stretto tra Golda Meir e il re Abdallah il 17 novembre 1947, dodici giorni prima del piano di divisione dell’ONU, ebbe effettivamente questo risultato.

Andò similmente nel 1967: gli storici – tra cui, recentemente, Tom Segev [12] - hanno dimostrato che Gamal Abdel Nasser non voleva (né poteva) “buttare gli ebrei in mare”, come proclamava Ahmed Choukeiry, il primo presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), mentre una grande cantante cantava “Sgozza, sgozza, gli Ebrei”…

La paura provata dalla popolazione ebrea di Israele in occasione della guerra “del Kippur” (o “del Ramandan”) nell’ottobre 1973 sarà ancora più palpabile. Il fatto che, durante la prima settimana di combattimenti, l’esercito egiziano sul canale di Suez e quello siriano sull’altura del Golan sfonderanno le linee israeliane gli farà temere una catastrofe. I successi dei soldati arabi erano in larga parte legati all’effetto a sorpresa ottenuto da Sadat, che non aveva intenzione di andare più lontano: intendeva innanzitutto salvare l’onore e spingere gli Stati Uniti a mettere tutto il loro peso nella ricerca di una soluzione onorevole.

Si sa dell’uso smodato che un Yehoshafat Harkabi, capo dell’intelligence militare prima di diventare in età avanzata pacifista convinto, fece della Carta originale dell’OLP. Nel frattempo, il discorso della centrale palestinese si modificava progressivamente dal 1974 al 1993. Senza dimenticare la grande svolta di marzo 2002: l’insieme del mondo arabo propone in quel momento a Israele di “normalizzare” tutte le sue relazioni con lui, in cambio del suo ritiro dai territori occupati dove nascerà uno Stato palestinese avente come capitale Gerusalemme Est [13].

Impasse strategica

Ciò significa che la problematica della sparizione dello Stato ebraico si è rovesciata all’incrocio dei secoli. Ormai, se una spada di Damocle minaccia Israele, non è più araba (se lo è mai stata), ma… israeliana. Lo Stato ebraico si trova infatti confrontato a quattro grandi sfide maggiori, che sono assolutamente da sottolineare, per colpa delle quali starebbe mettendo in pericolo la sua esistenza a lungo termine.

La prima è l’impasse militare-strategica, vero paradosso dal momento che la Tsahal figura tra gli eserciti più potenti al mondo, dotato di più di 200 testate nucleari. Di fatto, ha fin qui vinto tutte le guerre: alcune facilmente (come nel 1956, 1967 e 1982), mentre con più difficoltà quelle del 1948 e del 1973.

Ma il carattere asimmetrico assunto dal conflitto nel XXI secolo mescola le carte. Per la Tsahal, le difficoltà cominciavano con la prima Intifada (1987-1991), poi la seconda (2000-2005), che la vedono trasformarsi in forza di mantenimento dell’ordine. Il fallimento diventa patente in Libano, durante l’estate 2006. Nonostante trentatre giorni di bombardamenti micidiali e di un’offensiva terrestre fallita, l’esercito israeliano non riesce ad annientare le poche migliaia di uomini di Hezbollah. L’ultimo giorno delle ostilità, la guerriglia lancia ancora missili sul nord di Israele.

Un simile scenario, ancor più sanguinoso, si riproduce durante le tre settimane di operazioni contro Gaza, nell’inverno 2008-2009. L’esercito israeliano punta al massacro (può essere definito “guerra” uno scontro che si conclude con 13 morti da una parte e più di 1.300 dall’altra?). Comunque, non riesce né ad annientare le milizie di Hamas, né a impedire di sparare fino all’ultimo giorno su Sderot e le città della pianura costiera.

Detto altrimenti, per la prima volta dal 1948, le Forze di Difesa Israeliane – è il loro nome ufficiale – si dimostrano incapaci di proteggere i loro cittadini: 500.000 a nord, poi 1.000.000 a sud si trovavano sotto il fuoco degli avversari. E gli specialisti stimano che in caso di attacco contro l’Iran, le prime rappresagli di Teheran potrebbero fare molte migliaia di vittime, soprattutto nella regione di Tel-Aviv, risparmiata da sessantaquattro anni. Perché il nuovo sistema anti-missili, detto “Duomo di ferro”, che ha beneficiato di uno speciale aiuto americano di 205 milioni di dollari, può fermare i missili a corto raggio, ma non quelli a lungo raggio. Alcuni temono che il panico spinga quindi decine di migliaia di Israeliani a fuggire, e soprattutto coloro che, numerosi, hanno o si sono procurati un secondo passaporto…

Stato ebraico o democratico?

La seconda sfida concerne la demografia. Il progetto sionista implica sia la conquista della terra di Israele che il suo popolamento a maggioranza ebreo. Ora, questa impresa comporta una contraddizione intrinseca: a mano a mano che Yichuv, poi Israele, hanno occupato la terra palestinese, hanno “ereditato” una popolazione araba sempre più numerosa. Ecco perché Benny Morris – che, nonostante abbia svoltato a destra, non ha rinnegato i suoi lavori storici – sottolinea che l’accettazione di una divisione da parte del movimento sionista è sempre stata condizionata dalla possibilità di un “trasferimento” di tutta o di parte della popolazione palestinese del futuro Stato ebraico, e questo sin dal “piano Peel” del 1937.

Dall’occupazione, nel giugno del 1967, del resto della Palestina, i rapporti di forza demografici in seno al “Grande Israele” sono considerevolmente cambiati. Secondo l’Ufficio Palestinese di Statistica [14], una piccola metà dei 10,9 milioni di Palestinesi vivono nella loro ex-patria: circa 4 milioni in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, e 1,25 milioni in Israele, contro i 5.600.000 di Ebrei in totale. Gli Arabi rappresenteranno quindi presto una maggioranza, che diventerà progressivamente schiacciante, malgrado la transizione demografica in corso anche qui [15].

Israele, che viene definito da una delle sue leggi fondamentali con l’ossimoro “Stato ebraico e democratico”, si troverà di fronte a un dilemma: o privilegerà la democrazia e darà il diritto di voto a tutti gli abitanti, caso in cui non sarà più uno Stato ebraico; oppure preferirà preservare il suo carattere ebraico, e in quel caso non potrà essere democratico. Si tratterà anche di una forma di apartheid che ricorderà il vecchio regime del Sudafrica, dove una parte della popolazione gode dei diritti civici e un’altra se li vede negare. Visti i rapporti di forza militari, un tale scenario sboccherà senza dubbio nell’annientamento dei Palestinesi, ma implicherà anche, alla fine, la sparizione di Israele come Stato ebraico.

Dal punto di vista dell’establishment israeliano, che esclude ogni soluzione binazionale, esistono solo due soluzioni per questa trappola: o la creazione di un vero Stato palestinese indipendente, che permetta ai due popoli di coesistere in tutta sovranità e sicurezza nel proprio Stato, o l’espulsione del massimo numero possibile di Palestinesi allo scopo di preservare la maggioranza ebraica. È sicuramente per questo motivo che Ariel Sharon ripeteva: “La guerra del 1948 non è terminata”. Se ne trova eco in Avigdor Lieberman, vice-Primo ministro e ministro degli Affari esteri, la cui coerenza è innegabile: questo ex-buttafuori moldavo sogna oggi di buttare fuori… gli Arabi da Israele – o piuttosto di trasferirli all’interno di un futuro bantustan palestinese [16]! E, nel frattempo, intende privarli progressivamente della loro cittadinanza…

Ma, è la terza sfida, l’isolamento internazionale senza precedenti di Israele gli impedisce di lanciarsi di nuovo oggi in un’operazione di espulsione di massa comparabile a quella del 1947-1949 e del 1967. Questa solitudine non risale alla sua offensiva micidiale contro Gaza. Certamente, a lungo, il profondo sentimento di simpatia per gli Ebrei vittime del genocidio nazista si è trasferito sullo Stato di Israele, impedendo quasi ogni critica della sua politica. Cosa a cui si è aggiunta, dal 1956, la presa di coscienza dell’Occidente della sua comunità di combattimento con lo Stato ebraico contro il nazionalismo arabo. La stretta alleanza tra Parigi e Tel-Aviv, negli anni ’50 e ’60, derivava dall’idea – assurda quanto può apparire con il distacco della storia – che , senza il sostegno del Cairo, la “ribellione” algerina si sarebbe spenta da sola…

“Una minaccia per la pace nel mondo”

Ma, l’occupazione del resto della Palestina nel 1967, l’invasione del Libano nel 1982 (e soprattutto il massacro di Sabra e Chatila), la repressione brutale della prima Intifada (“Spacca le ossa”, ordinava allora il ministro della Difesa… Yitzhak Rabin) scavarono una fossa tra Israele e l’opinione pubblica mondiale. Neppure il fallimento del summit di Camp David nel luglio del 2000, di cui Ehud Barak diede la colpa a Yasser Arafat, e la seconda Intifada con i suoi attentati-kamikaze lo colmarono.

I sondaggi rappresentano solo delle fotografie istantanee, non sempre affidabili. Ciononostante, chiariscono a volte delle tendenze generali. Così, anche quello realizzato per l’Unione europea nel novembre 2003, 7.500 cittadini dei quindici paesi membri (all’epoca) dovevano indicare quali Stati fossero “una minaccia per la pace nel mondo”: il 59% rispose Israele, davanti all’Iran (53%), la Corea del Nord (53%) e gli Stati Uniti (52%). Nove anni più tardi, il sondaggio annuale della BBC su scala mondiale (24.000 persone interrogate in ventidue paesi [17]) mostra che Israele si trova ancora – questa volta dopo l’Iran (55%), il Pakistan (51%) et in parità con la Corea del Nord (50%) – nel gruppo degli quattro Stati più mal visti nel mondo.

Lo spettacolo dei bombardamenti indiscriminati contro il Libano nel 2006, poi contro la Striscia di Gaza nel 2008-2009, seguiti dall’attacco pirata contro la “Flotilla della pace” hanno sollevato un’emotività senza precedenti. Non se dispiaccia il giudice Richard Goldstone, letteralmente molestato fino a quando cambia opinione [18], il rapporto redatto dalla sua commissione e adottato dall’Assemblea generale dell’ONU il 5 novembre 2009 (con 114 voti a favore, 18 contro e 44 astensioni) accusa veramente Israele – come Hamas – di “crimini di guerra, e contro l’Umanità”.

Ciò che è vero per le opinioni vale anche a un grado minore, l’abbiamo visto stamattina, per i governi.

Regionalmente, il più vecchio alleato di Israele nel Medio Oriente, la Turchia, ha espulso il suo ambasciatore. Il suo omologo al Cairo ha dovuto essere portato via d’urgenza da un commando dell’esercito egiziano, e questo nel primo paese ad avere firmato una pace separata con Israele. Quanto all’altro firmatario, la Giordania, l’ambasciata di Tel Aviv è quasi chiusa.

Internazionalmente, l’ultimo quadrato dei difensori del governo Netanyahu-Lieberman-Barak comprende ormai solo, lo ricordo, gli Stati Uniti, il Canada, la Micronesia e le Isole Marshall… ed è rimasta solo l’Unione europea a pensare a risollevare i suoi rapporti con Israele.

E ancora, si tratta principalmente della Commissione di Bruxelles. Perché molte altre istituzioni europee hanno cominciato a praticare il “Boicottaggio-disinvestimento-sanzioni” senza saperlo, come il Signor Jourdain del Borghese gentiluomo di Molière faceva con la prosa. Così, nel suo giudizio di febbraio 2010, la Corte di Giustizia dell’Unione ricorda che l’importazione dei prodotti delle colonie sotto l’etichetta “made in Israel” è proibita. Molti governi esigono dagli Israeliani delle etichette specifiche. Fondi sovrani e pensioni, grandi banche (tra cui la BNP Paribas) e grandi imprese disinvestono dalle colonie ebraiche della Cisgiordania. Anche Veolia, tirata in causa per la sua partecipazione al tram illegale di Gerusalemme, ha venduto le sue quote a una società israeliana.

Ultimo fattore, e non tra i minori, di isolamento di Israele: la “primavera araba”, che ha finora privato Tel Aviv di un punto di forza decisivo. Israele aveva sconfitto militarmente i suoi vicini nel 1967, poi evitato il pericolo di una guerra su più fronti firmando una pace separata con due di loro: l’Egitto di Anwar Al-Sadat nel 1979, seguito dalla Giordania di re Hussein nel 1994. I nuovi capi del Cairo non pubblicizzano certo l’intenzione di denunciare il primo trattato, non più di quanto vogliano fare con il regime hachemita i secondi. Hanno, però, chiuso con la docilità con la quale i suoi alleati arabi permettevano a Israele di proseguire una colonizzazione senza fine della Palestina.

Questa solitudine, Benyamin Netanyahu l’ha toccata con mano all’ONU, dove la battaglia, lo abbiamo visto stamattina, prosegue. La posta in gioco? Decisiva! Se l’ONU ammette al suo interno la Palestina, nelle sue frontiere di prima del 1967 e con Gerusalemme Est come capitale, resterà ancora tutto da fare, ma niente sarà più come prima. Alla fine del cammino, lungo quanto può ancora esserlo, ci sarà la pace – infine- tra uno Stato di Palestina finalmente costruito e lo Stato di Israele riconosciuto da tutti i suoi vicini…

È d’altronde ciò che spera la stragrande maggioranza dei Francesi: secondo un sondaggio realizzato dall’Ifop nel marzo 2010 [19], il 70% (contro l’8%) pensa che “la creazione di uno Stato palestinese di fianco allo Stato di Israele sarebbe la migliore soluzione al conflitto israelo-palestinese”.

Un terribile costo sociale

Vi è una quarta sfida, a lungo sottostimata dai giornalisti e dai ricercatori: riguarda le tensioni – allo stesso tempo etniche, sociali e religiose – proprie della società israeliana stessa. La costituzione relativamente recente di quest’ultima a partire da immigrazioni eterogenee, un po’ come impilate le une sulle altre, offre lo spettacolo di un mosaico che tende, da una ventina di anni, a disfarsi. Su questa costruzione fragile, la scelta di una strada belligerante per “imporsi” nel Medio Oriente ha avuto conseguenze contraddittorie. Se la necessità di serrare le fila di fronte a un nemico presentato come genocida ha giocato un ruolo importante, il costo di questo sforzo, in piena globalizzazione, ha accresciuto al contrario i fenomeni centrifughi.

All’interno dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), di cui Israele è divenuto membro nel marzo 2010, è in testa per le disuguaglianze. Il rapporto annuale della Cassa di previdenza sociale per il 2010 [20] - ultime statistiche disponibili - indica che quasi una famiglia su cinque e un Israeliano su quattro vivono sotto la soglia di povertà, fissata a 415 euro a persona: 433.300 famiglie e 1.733.400 persone. Per il Consiglio per la protezione dell’infanzia [21], è anche il caso di un minore su tre: 889.500 su 519.900 – ovvero il tasso più alto di tutta l’OCSE…

Soprattutto, questa povertà attraversa categorie sociali, famigliari e di età, ma anche etnico-religiose: il 44% dei poveri sono Palestinesi israeliani (770.000 persone su 1,2 milioni), il 16% ebrei ultra-ortodossi (330.000 su 800.000 [22]) e il 3% degli ebrei etiopi (50.000 su 150.000). Ancora più incredibile: secondo il rapporto del 2007, la povertà colpiva 80.000 sui 260.000 dei sopravvissuti al genocidio, alcuni dei quali hanno lasciato Israele per finire la loro vita in… Germania” [23]. Si aggiungono infine a queste statistiche la maggior parte degli immigrati non ebrei (il cui numero è stato ridotto tramite l’espulsione a circa 200.000). Più in generale, il fenomeno dei “lavoratori poveri”, caratteristica del mercato del lavoro israeliano, si amplifica: quasi la metà dei salariati vive al di sotto della soglia della povertà.

Questa situazione deplorevole, nonostante un leggero miglioramento nel 2010, si spiega ampiamente con le conseguenze della grande crisi del 2008. Secondo l’associazione Latet, il 53% degli Israeliani dichiara di avere ridotto il proprio livello di vita, il 10% di aver perduto il lavoro – e il 25% teme di non ritrovarne uno entro l’anno. Tra i bambini beneficiari di un’assistenza sociale, il 6% dice di essere obbligati a rubare il cibo, e il 24% ammette che i loro genitori li costringe a lavorare; a scuola, il 32% soffre di problemi sociali [24]. E l’Associazione per i diritti civili di Israele (ACRI) rileva che a Gerusalemme il 75% dei bambini palestinesi e il 45% dei bambini ebrei conosce la povertà. Tuttavia, solo il 10% dei Palestinesi beneficia dei servizi sociali della città – il budget annuale assegnato a ogni bambino che frequenta una scuola elementare ammonta a 119 euro a Gerusalemme Est contro 493 euro a Gerusalemme Ovest.

E cosa dire dello scarto, enorme, tra bassi e alti redditi! Nel 2009, nonostante una leggera diminuzione della disoccupazione (ufficialmente il 7,8% della popolazione attiva), il salario mensile medio degli Israeliani non decolla ancora [25]: 1.500 euro (ovvero -2,8% in un anno) – contro 780 euro nel caso dei lavoratori immigrati. In compenso, la fortuna accumulata, sempre nel 2009, dai 100 Israeliani più ricchi rappresenta circa 50 miliardi di euro – ovvero l’equivalente del 35% del Prodotto interno lordo [26]. Perché, se la crisi del 2008 ha loro “bruciato” 22 miliardi di euro l’anno, cioè più del 40% del loro patrimonio, hanno recuperato queste perdite e persino accresciuto il loro patrimonio del 37% grazie al ritorno alla prosperità e all’aumento di più del 50% della Borsa di Tel Aviv.

Secondo il professor Paul Liptz, quindici famiglie estremamente ricche formano la “creme de la crème” della società israeliana. In seguito, viene l’“élite”: il 7% della popolazione che ce la fa molto bene. Il seguente 50% conduce una “vita agiata”. Segue una categoria “più vulnerabile”, i cui membri possono molto facilmente scivolare nel 30% sottostante. Il quale si divide nei due terzi di “poveri” e in un terzo di “molto disagiati” – i primi godono ancora di una certa mobilità, i secondi no [27].

Un movimento senza precedenti

Questa polarizzazione è giunta a un livello tale che la società israeliana, seppure tradizionalmente conformista e raramente incline alla rivolta, è esplosa: l’estate e l’autunno 2011 hanno visto irrompere un movimento senza precedenti. Si sono contati fino a 500.000 persone nelle strade lo stesso giorno – come se 4 milioni di Francesi o Italiani sfilassero. E i manifestanti godevano, secondo i sondaggi, del sostegno dal 70% all’80% dell’opinione pubblica.

Tutto è cominciato il 14 luglio, su iniziativa di una giovane donna senza casa, Daphnee Leef, che ha piantato la sua tenda in boulevard Rothshild, gli “Champs-Elysées di Tel Aviv”, presto imitata da migliaia di altri. La protesta contro la penuria di appartamenti, però, ha rapidamente preso di mira le altre conseguenze della politica neo-liberale condotta da Benyamin Netanyahu come Primo ministro dal 1996 al 1999, poi come ministro dell’economia dal 2002 al 2005 e di nuovo come Primo ministro dal 2009: in materia di sanità, educazione, di assistenza sociale, di pensioni…

Sorpresi da una rivolta che non avevano previsto e nemmeno intuito, alcuni osservatori hanno voluto limitarne la portata con la pretesa che si trattasse di un movimento puramente sociale che si disinteressava della questione palestinese. Questo giudizio appare quantomeno semplicista.

È vero che, a parte rare eccezioni, i manifestanti non portavano bandiere riguardanti il conflitto – non diversamente dai rivoluzionari arabi. Ma, quando, a metà agosto 2011, il Primo ministro propose a coloro che avevano problemi con la casa di stabilirsi nelle colonie ebree della Cisgiordania, essi rifiutarono in massa questo suggerimento. Fatto ancor più significativo, considerarono, per la maggior parte, insufficienti le conclusioni della commissione Trajtenberg, messa in piedi dal governo per tentare di insabbiare il caso. E, se i partiti palestinesi hanno, in un primo momento, esitato a prendere parte al movimento, alcune delle manifestazioni, soprattutto a Haifa, hanno riunito fino a 30.000 Ebrei e Arabi fianco a fianco.

A dire la verità, il limite della “rivolta delle tende” si trova altrove: nella difficoltà degli “Indignati”, in Israele come in molti altri paesi, a dare una traduzione politica al loro movimento. Certamente, è cresciuta l’idea che la soddisfazione dei bisogni fondamentali esige dei tagli netti nel budget della Difesa e della Colonizzazione. Ma, tranne il Partito comunista e i partiti arabi, nessuna forza rappresentativa offre una vera alternativa al corso dell’attuale governo. Maggioritario dagli anni ’30 fino al 1977, il Partito laborista e i suoi alleati del Meretz hanno solo 11 seggi su 120 alla Knesset. E nessun tentativo di creazione di una nuova formazione di sinistra ha fin qui avuto un buon esito.

Certo, il deputato comunista Dov Hanin, alla testa di una lista “arcobaleno”, ha ottenuto circa il 35% dei voti alle elezioni municipali di Tel Aviv nel 2008. Certo, l’ex-presidente dell’Organizzazione sionista mondiale e della Knesset Avraham Burg ha rotto con l’establishment e si sforza di stravolgere il paesaggio politico. Certo, infine, il movimento di “Solidarietà Sheikh Jarrah”, che manifesta tutti i venerdì contro la colonizzazione a Gerusalemme Est, spera di trasformarsi in un movimento strutturato. La costituzione di una prospettiva di cambiamento che unisca Ebrei e Arabi, però, non avverrà domani. Quindi, la decolonizzazione della Palestina passa anche per quella di Israele…

Sfida militare, sfida internazionale, sfida sociale: al posto di raccoglierle, gli attuali dirigenti sono evidentemente tentati da una fuga politica in avanti, cioè – ne riparleremo domani – militare. Ma, continuare, malgrado tutto, a puntare sulle armi, significa rischiare di compromettere, a lungo termine, l’integrazione di Israele in un Medio Oriente per la grande maggioranza arabo-musulmano. Potrebbe allora prendere corpo la prospettiva di una sparizione dello Stato ebraico, non a causa dei suoi vicini, ma per sua stessa causa. Un suicidio, insomma… “Se vi è una tradizione della storia ebraica, è quella del suicidio collettivo”, esclamava Maxime Rodinson nel giugno del 1967, alla vigilia della guerra dei Sei Giorni, in un articolo letteralmente visionario [28]. Ai puri esteti è permesso di ammirare la ferocia della bellezza. Forse, come Geremia a coloro la cui politica portò alla distruzione del primo Tempio, come Yochanan ben Zakkai a coloro che causarono la rovina del secondo, si può ricordare che vi è un’altra strada, resa così stretta dalla politica del passato. Si può sperare che coloro che si proclamano dei costruttori e dei piantatori scelgano questa strada della vita?”

Grazie della vostra attenzione!


Dominique Vidal

Dominique Vidal

Storico, autore e giornalista di “Le Monde diplomatique”, di cui è stato caporedattore aggiunto fino al 2006, e responsabile delle sue edizioni straniere. Specialista della questione arabo-israeliana.


Note

[1] Flavio Giuseppe, La guerra giudaica, a cura di Giovanni Vitucci, Mondadori, Milano, 1991

[2] Flavio Giuseppe, La guerra giudaica, a cura di Giovanni Vitucci, Mondadori, Milano, 1991

[3] Citato da Farouk Mardam-Bey e Samir Kassir, Itinéraires de Paris à Jérusalem : La France et le conflit israélo-arabe, Les livres de la Revue d’études palestiniennes, due tomi, Parigi, 1993

[4] Alle elezioni interne dell’Yichuv, nel 1944, i partiti favorevoli alla prospettiva di uno Stato binazionale ottennero ancora il 44 % dei voti, contro il 66 % ai partigiani del “programma di Biltmore”

[5] Report to the General Assembly…, op. cit., p. 21

[6] Cf. Laurent Rucker, Le Parti communiste français et l’État d’Israël (Université Paris VIII Vincennes à Saint-Denis, 1988), e soprattutto questo estratto di un articolo del dirigente comunista Florimond Bonte nei molto ortodossi Cahiers du communisme di luglio 1947: “Il partigiano greco, il soldato dell’Esercito popolare cinese, il combattente spagonolo, i democratici del Vietnam, i patrioti indonesiani, i resistenti indù, sono dei compagni di lotta dei soldati della Hagana"

[7] Israele e gli Stati vicini – i Palestinesi non sono rappresentati a Losanna – vi riconoscono le risoluzioni 181 (divisione della Palestina, 29 novembre 1947) e 194 (diritto al ritorno dei rifugiati, 11 dicembre 1948) dell’Assemblea generale

[8] Israele e la shoah: la nazione e il culto della tragedia, Einaudi, Torino, 2007

[9] “Perché il sionismo riesca, vi serve uno Stato ebreo, con una bandiera ebrea, e una lingua ebrea. La persona che lo capisce veramente, è il vostro fascista, jabotinsky”, ha confidato il Duce nel 1935 a David Prato, futuro grande rabbino di Roma: cf. Lenni Brenner, Zionism in the Age of the Dictators, Croom Helm, Londra ea Canberra, 1983, p. 117

[10] Sionismes. Textes fondamentaux, riuniti e presentati da Denis Charbit, Albin Michel, Parigi, 1998

[11] Bûchet-Chastel, Parigi, 2008

[12] Cf. 1967, Denoël, Parigi, 2007

[13] Adottato il 28 marzo 2002, questo piano di pace arabo è letteralmente cancellato dalla riconquista militare della Cisgiordania lanciata poco dopo da Ariel Sharon in seguito a una successione di attentati, il più delle volte rivendicati da Hamas, che fecero 120 morti in un mese tra i civili israeliani

[14] http://israelpalestine.blog.lemonde...

[15] Vd. il sorprendente capitolo di Youssef Courbage in Palestine-Israël : un État, deux États?, Sindbad Actes Sud, Arles, 2011

[16] Il 26 giugno 2010, in un articolo del quotidiano The Jerusalem Post intitolato « Mon plan pour une résolution du conflit » (“Il mio piano per una risoluzione del conflitto”), Lieberman sottolineava che non si tratterebbe di procedere a “un traferimento fisico della popolazione né di demolizioni di abitazioni”, ma di “creare una frontiera laddove non esisteva, in funzione demografica”, e anche che “gli Arabi che vivevano, fino a quel momento, in Israele riceveranno la cittadinanza palestinese

[17] http://www.paltelegraph.com/world/m...

[18] Le pressioni arrivarono fino alla proibizione notificata a Richard Goldstone, nella primavera 2010, di assistere alla bar-mitzva (comunione) di suo nipote in Sudafrica. Alla fine, poté andarci

[19] www.france-palestine.org/article143...

[20] Pubblicato il 17 novembre 2011 : http://jssnews.com/2011/11/17/israe...

[21] http://jssnews.com/2011/12/28/tres-...

[22] Tra la popolazione ebrea, gli «ultra-ortodossi» sono stimati al 7 %, gli « ortodossi» al 18 %, e i “laici e religiosi moderati” al 75 %. Le famiglie ultra-ortodosse, in cui solo la donna lavora, hanno perso gran parte dei loro redditi per la diminuzione degli assegni famigliari

[23] E il sito www.terredisrael.com commenta: “Questi sopravvissuti alla Shoah sono nel loro 70° o 80° anno di vita, mangiano alle mense popolari e ricevono i loro vestiti delle organizzazioni di carità. Devono scegliere tra prodotti alimentari o medicine, e non hanno, ben inteso, denaro sufficiente per pagarsi un apparecchio acustico, occhiali o dentiere”. E aggiunge : “I governi di Germania, Francia e Austria più aiuti finanziari ai loro sopravvissuti alla Shoah del governo israeliano ai suoi. È vero, questi paesi furono responsabili diretti della Shoah. Ma allo stesso tempo, Israele è il solo Stato a ricevere delle compensazioni da un altro paese (…) Ci si può domandare: perché centinaia di milioni di dollari sono elargiti soprattutto da ebrei d’America, ma anche in Israele per musei della Shoah, per statue e per altri monumenti? Certamente, far conoscere alla nuova generazione lo sterminio degli Ebrei d’Europa e salvaguardare la memoria degli avvenimenti di questo periodo sono questioni importanti, ma questo non dovrebbe impedire che delle somme siano destinate ad aiutare gli ultimi sopravvissuti a vivere più decentemente"

[24] http://blog-correspondant-a-jerusal...

[25] /www.israelvalley.com/news/2010/03/...

[26] www.israelvalley.com/news/2009/09/2...

[27] www.mjlf.org/index.php?option=com_c...

[28] Le Monde, 4-5 giugno 1967

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Con il contributo di:

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