I seminari di Le Monde diplomatique. Rivoluzione in Medio Oriente

"Man bassa" su Gerusalemme

Traduzione di Marianna Pino

10 luglio 2012, di Dominique Vidal
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Se qualcuno dubitasse della centralità di Gerusalemme nel conflitto israelo-palestinese, gli anni 2010 e 2011 sarebbero una risposta sufficiente:

-  dall’inizio di gennaio 2010, il governo israeliano precisa che Gerusalemme è esclusa dal congelamento per i successivi dieci mesi che ha appena accettato sotto la pressione americana;

-  marzo vede l’annuncio della costruzione di 1.600 nuove case nella colonia di Ramat Shlomo, in occasione della visita del vice-presidente americano Joseph Biden, scatenando una crisi aperta tra Benyamin Netanyahu e Barack Obama. E l’Unione europea condanna questi progetti che “minano gli sforzi compiuti attualmente per rilanciare i negoziati di pace, costituiscono un ostacolo per la pace e rischiano di rendere impossibile una soluzione fondata sulla coesistenza dei due Stati”;

-  il 10 maggio, il ministro israeliano dell’informazione Yuli Edelstein dichiara: “È evidente che continueremo a costruire nei prossimi due anni a Gilo, Psigat Zeev, French Hill, etc.” E, il 12, Netanyahu conferma: “Non si può prosperare in una città divisa e una città prospera non può essere divisa o congelata (…) Israele non si è impegnata in alcun modo con gli Stati Uniti” sul congelamento della colonizzazione nella città;

-  in giugno, il progetto di “parco archeologico” di Silwan serve da pretesto per l’annuncio della distruzione di 22 su 88 case di Bustan minacciate da anni, mentre le altre 66 devono essere “legalizzate retroattivamente”. Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni unite, “ricorda al governo israeliano che è sua responsabilità evitare ogni atto provocatorio che possa far salire la tensione nella città”. E aggiunge “Questi provvedimenti sono negativi, proprio mentre l’obiettivo dovrebbe essere di mantenere la fiducia che è fondamentale nel «dialogo indiretto» tra Israele e i Palestinesi”;

-  e, in novembre ancora, Israele ha approvato la costruzione di 1.300 case ebree nella Gerusalemme araba, decisione che ha “profondamente deluso” gli Stati Uniti, dove soggiornava Benyamin Netanyahu. Principale negoziatore palestinese, Saeb Erekat ha accusato quest’ultimo di essere “determinato a distruggere i negoziati” di pace;

-  in gennaio 2011, l’amministrazione di Gerusalemme annuncia la costruzione di 1.400 case nella colonia di Gilo. “Non c’è dubbio sul fatto che un via libera a queste costruzioni costituirà un colpo di grazia per il processo di pace con i Palestinesi”, ha dichiarato il consigliere comunale Meïr Margalit, del partito Meretz;

-  in febbraio sono messe in cantiere 16 case nel quartiere palestinese di Sheikh Jarrah sulle rovine dell’hotel Shepherd, distrutto dai bulldozer in gennaio, fino al 1945 di proprietà della famiglia Husseini;

-  in maggio, una commissione del governo approva la costruzione di 620 nuove case nella colonia di Pisgat Zeev, a nord di Gerusalemme Est, e di altre 900 in quella di Har Homa, a sud;

-  in giugno, il governo israeliano annuncia l’ingrandimento della colonia di Ramat Shlomo, con 2.000 nuove case;

-  in settembre, il ministro israeliano degli Interni rende pubblica la costruzione di 1.100 nuove case nella colonia di Gilo. “Non penso che ci sia qualcosa di nuovo, assicura il Primo Ministro. Pianifichiamo a Gerusalemme, costruiamo a Gerusalemme (…) come hanno fatto i governi israeliani dalla fine della guerra del 1967”;

-  in novembre, per rispondere all’ammissione dello Stato di Palestina all’Unesco, Benyamin Netanyahu annuncia l’acceleramento della colonizzazione a Gerusalemme Est, con il lancio immediato di un programma di 2.000 nuove case. “È nostro privilegio e nostra responsabilità per questa generazione e le prossime di costruirvi – non come punizione ma come un normale diritto”, dichiara;

-  in dicembre, il Consiglio comunale di Gerusalemme dà il permesso per la costruzione di un vasto complesso turistico nel quartiere di Silwan, di 130 case nella colonia di Gilo e di 14 case nella nuova colonia di Ras Al-Amud, battezzata “Maale Zeitim”;

-  in gennaio 2012, il rapporto annuale dei consoli generali dei paesi dell’Unione europea a Gerusalemme [1] redige il bilancio di un’“impennata” della colonizzazione, “specialmente al sud”, che ha come effetto, precisano, quello di “allontanare la fattibilità” della trasformazione della città in capitale futura dei due Stati. Secondo l’associazione “La Pace adesso”, la costruzione delle nuove case all’est di Gerusalemme è aumentata del 20% nel 2011, per un totale di 3.690 progetti in cantiere (contro 55 case palestinesi);

-  in febbraio, un rapporto del dipartimento di Informazione dell’Istituzione internazionale Al-Qods stima che siano 3.000 le nuove costruzioni annunciate nel corso dell’ultimo trimestre 2011, e afferma che esse si iscrivono in un piano di 60.000 nuove unità previste nei prossimi venti anni, di cui l’88% a Gerusalemme Est;

-  infine, durante questi due anni, Palestinesi e pacifisti israeliani manifestano regolarmente insieme, a migliaia, nel quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est, da cui sono stati espulsi alcuni Palestinesi con il pretesto che abitano in case appartenenti a Ebrei prima del 1948.

Dopo questa panoramica sull’attualità di Gerusalemme degli ultimi due anni, ricordiamo innanzitutto che, nel piano di spartizione della Palestina adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni unite il 29 novembre 1947, Gerusalemme e i Luoghi Santi erano dotati di un regime internazionale. Israele ha violato questa decisione una prima volta nel 1949, rendendo Gerusalemme Ovest la sua capitale, poi una seconda volta nel 1967, annettendo Gerusalemme Est e rendendo la città “riunificata” la sua “capitale”, decisione confermata da una Legge fondamentale del 1980.

Successivamente, tutti i governi israeliani – senza eccezione – si sono sforzati di preservare l’egemonia ebrea sulla città e di impedire che possa essere di nuovo “divisa” e che Gerusalemme Est divenga la capitale di uno Stato palestinese.

Il primo sforzo si è retto sulla composizione della popolazione: Israele ha lavorato per contenere la proporzione di Palestinesi. Ma, dal 20% nel 1967, questi ultimi oggi sono diventati – secondo fonti israeliane [2] - il 35% e potrebbero essere la maggioranza nel 2035. Il Piano regolatore per il 2020, riaffermando la ratio politica del 70%-30%, “mira” a un’ipotesi pragmatica del 60%-40%.

Come se ci fosse una percentuale buona”, ci ha dichiarato, in occasione di un reportage per Le Monde diplomatique, Meron Benvenisti, ex-sindaco aggiunto di Gerusalemme e indubbiamente il miglior specialista della città, che non esita a parlare di “razzismo puro e semplice. È la sola città al mondo, spiega, in cui una percentuale etnica costituisce una filosofia di sviluppo”. È il motivo per cui – ci ha precisato il professor Menahem Klein, che fu uno dei consiglieri della delegazione israeliana a Camp David – “assistiamo attualmente al maggiore sforzo israeliano dal 1967 per annettere Gerusalemme”.

Philippe Rekacewicz, cartografo del Diplo, e io abbiamo incontrato queste personalità in occasione di un reportage a Gerusalemme destinato ad analizzare minuziosamente la strategia messa in atto dagli Israeliani. In tutto, abbiamo intervistato una cinquantina di personalità israeliane e palestinesi e di rappresentanti di ONG, con le quali abbiamo effettuato molte visite sul campo.

Questo “reportage cartografico” ci ha permesso di individuare gli strumenti principali della politica di annessione, che sono sette, secondo noi: 1) l’estensione delle frontiere comunali; 2) la colonizzazione; 3) la colonizzazione della città vecchia; 4) l’“ebreizzazione” della città; 5) il controllo delle vie di comunicazione; 6) le discriminazioni di ogni ordine; 7) il Muro, quintessenza di tutta questa politica.

1) L’estensione delle frontiere comunali di Gerusalemme Est

Cinque cifre sono sufficienti a mostrare l’ampiezza del fenomeno:

-  la città vecchia copre 1 km2;

-  la città giordana prima del 1967 contava 6 km2;

-  nel luglio 1967, Israele annesse 64 km2 di terre di Cisgiordania per portare la superficie di Gerusalemme Est a 70 km2;

-  il Muro in costruzione cingerà 164 km2.

2) La colonizzazione

È avvenuta per cerchi successivi dal 1967.

Il primo anello comprendeva sette grandi colonie: Gilo, Armon Hanatziv - Talpiot-Est, French Hill, Ramat Eshkol, Ramot, Ramot Shlomo, Neve Yaacov. Il secondo ne includeva due, Pisgat Zeev e Maale Adoumim. Il terzo ne ha aggiunte nove: Givon, Adam, Kochav Yaacov, Kfar Adoumim, Keidar, Efrat, Betar Illit, Har Homa e le colonie di Goush [gruppo] Etzion.

Tre cifre danno la misura di questa impresa di colonizzazione:

-  quasi la metà dei 400.000 abitanti di Gerusalemme Est sono ormai Israeliani;

-  i 190.000 coloni ebrei di Gerusalemme Est e i 60.000 dei dintorni rappresentano circa la metà dell’insieme dei coloni israeliani insediatisi in Cisgiordania.

-  Più di un terzo di Gerusalemme Est è stata espropriata per costruire queste colonie.

3) La colonizzazione della città vecchia

In questo caso, non si tratta di un fenomeno nuovo, ma conosce un’incredibile accelerazione.

A sud della Spianata delle moschee, a partire dalla cosiddetta “Città di David” [3], in mano all’organizzazione di coloni Elad, si può misurare – dal numero di case arabe che espongono una bandiera israeliana e di gorilla armati che girano per le strade – quanto la colonizzazione si sia impadronita della collina di Silwan. Scende verso Bustan, ma ha anche raggiunto Ras Al-Amud (Maale Zeitim) così come Jabal Mukaber (Nof Zion). In lontananza, si vedono le prime case di Kidmat Zion, che sfidano, sopra il muro di cemento altro nove metri, il Parlamento palestinese d’Abu Dis – terminato, ma vuoto. Un colpo d’occhio sulla carta è sufficiente a restituire tutte queste metastasi, che disegnano una vera e propria diagonale di epurazione etnica…

In totale, i diciassette punti della colonizzazione della città vecchia e dei suoi dintorni immediati non contano sicuramente più di 4.000 abitanti su 30.000, ma si iscrivono in una strategia tenace di “depalestinizzazione”.

4) L’ebreizzazione della città vecchia

In parte, essa avviene “di soppiatto”, con una trasformazione progressiva del paesaggio: dal lastricato ai servizi pubblici, dai cestini agli edifici ufficiali, dai monumenti ai memoriali dedicati ai soldati (israeliani) caduti in guerra, Gerusalemme Est assomiglia sempre di più a Gerusalemme Ovest. “Gli Israeliani vorrebbero colonizzarne l’essenziale e ridurre il resto a qualche strada folkloristica, un po’ come a Jaffa”, spiega l’ambasciatore palestinese all’Unesco, Elias Sanbar.

Ma l’ebreizzazione assume anche una forma violentemente spettacolare, con numerose distruzioni di case arabe. Posso testimoniare il carattere insopportabile di questo spettacolo [4]]. Dal 1967, Israele ha così distrutto 2.000 case palestinesi, di cui circa 700 dall’inizio del XXI secolo – senza parlare delle multe inflitte! E anche qui, Ebrei e Arabi non sono uguali. Secondo Betselem, nel 2006, le 5.653 infrazioni constatate a Gerusalemme Ovest hanno dato luogo a 26 demolizioni, mentre le 1.529 registrate a Gerusalemme Est ne hanno causate… 76 [5]!

Pretesto di queste demolizioni, l’”illegalità” delle case. Il problema è che, secondo la stima dell’Ufficio delle Nazioni unite per il coordinamento degli Affari umanitari (OCHA), il 28% delle case di Gerusalemme Est – cioè 15.000 – sarebbero ufficialmente “illegali”. E per dei buoni motivi: l’amministrazione (ebrea) di Gerusalemme accorda i permessi per costruire ai Palestinesi con il conta-gocce: da 100 a 150 all’anno, mentre la sola crescita demografica naturale ne esigerebbe 1.500. Inoltre, da fonte israeliana, nel corso degli anni ’90, il Comune ha accordato 1.400 permessi su un totale di… 6.700 costruzioni effettive. Per il 2008, le cifre ufficiali sono di 125 permessi per 400 cantieri.

Inoltre, l’acquisizione di un permesso risulta molto cara: circa 15.000 euro e mesi di pratiche per una casa di 100 m2 su un terreno di 500 m2 – e più di 30.000 per una casa di 400 m2.

In realtà, spiega Meïr Margalit, coordinatore del Comitato israeliano contro la distruzione di case (ICADH), il Comune “vive nell’ossessione che la sovranità israeliana su Gerusalemme sia in pericolo. In questa mentalità paranoica, ogni albero e persino ogni pianta in vaso divengono parte pregnante di una cospirazione politica mondiale”.

Risultato: la superficie edificabile si restringe come la pelle di uno zigrino, cosa che viene confermata da un rapporto dell’OCHA nel 2009 [6]. Dopo il 1967, Gerusalemme Ovest si estendeva per 54 km2 e Gerusalemme Est per 70 km2. 24 di questi ultimi sono stati espropriati a favore delle colonie ebree. Sui 46 restanti, 21 non sono stati oggetto del piano di urbanizzazione. Tra i 25 pianificati, 15,5 sono stati riservati agli spazi verdi, edifici pubblici, strade, etc. in breve, restano solo 9,5 km2 edificabili per i Palestinesi, cioè… il 7,25% della superficie totale di Gerusalemme!

Aggiungiamo che, sempre secondo l’OCHA, perché su questo 7,25% possa cominciare un cantiere, bisogna che esso sia stato approvato con un piano dettagliato di occupazione dei suoli, precisando la divisione tra zone naturali, zone di infrastrutture e terreni edificabili. E anche in caso di approvazione di questo piano, non viene rilasciato alcun permesso di costruire se non esistono già delle infrastrutture (strade, acque, fognature) per il terreno in questione. Ora, queste strutture pubbliche, che sono di competenza del Comune, mancano terribilmente a Gerusalemme Est.

In totale, stima l’OCHA, 60.000 abitanti palestinesi di Gerusalemme Est sono minacciati di espulsione – fino a 100.000 in un’accezione più ampia…

5) Il controllo delle vie di comunicazione

Gli Israeliani, dal 1967, hanno fatto “man bassa” di tutte le strade principali e ne hanno creato di nuove, spesso riservate ai coloni. Quanto ai Palestinesi, essi si vedono relegati nella rete stradale secondaria, mal tenuta e strettamente controllata.

Già ora, su dodici punti di ingresso a Gerusalemme Est, ne restano solo quattro accessibili ai Palestinesi, e solo i residenti (carta blu) o i titolari di rari permessi speciali possono attraversarli. Alla stragrande maggioranza dei residenti arabi dei territori occupati (carta verde o arancione) è semplicemente vietato l’accesso a Gerusalemme Est.

Questo “apertheid che non dirà il proprio nome” – la formula è del capo negoziatore palestinese, Saeb Erekat [7] - si radica nel paesaggio: là dove Ebrei e Arabi devono veramente incrociarsi, non si vedranno, grazie ai ponti e ai tunnel cari al colonnello Tirza, inventore e disegnatore del tracciato del Muro…

La costruzione del “tram dell’apartheid” gioca un ruolo molto importante in questo contesto. Non si tratta solo di una violazione delle risoluzioni delle Nazioni unite e delle Convenzioni di Ginevra, e neanche solamente di una garanzia politica alla colonizzazione di Gerusalemme Est: è anche un concreto aiuto alla colonizzazione, nella misura in cui permette agli abitanti delle colonie ebree di Gerusalemme Est di recarsi molto più rapidamente a Gerusalemme Ovest – circa venti minuti invece di un’ora o un’ora e mezza negli imbottigliamenti. Dal momento che la maggior parte dei coloni deve fare tutti i giorni andata e ritorno…

6) Le discriminazioni

Gerusalemme simbolizza una strana concezione dell’uguaglianza: ne sono cittadini solo gli Ebrei – e il 2,3% degli Arabi. I titolari di una carta d’identità verde (i Palestinesi di Cisgiordania) o arancione (quelli di Gaza) non hanno, lo abbiamo visto, nessun diritto – neanche più quello di venire in città. In compenso, i “residenti permanenti”, titolari di una carta d’identità blu, beneficiano delle prestazioni sociali e possono votare alle elezioni locali, vantaggi che tuttavia non si trasmettono automaticamente ai loro congiunti o ai loro figli.

I famosi rapporti dei capi di missione dell’Unione europea, la cui dissimulazione da parte del Consiglio dei ministri dell’Unione fece scandalo, rivela un’altra deriva: “Tra il 1996 e il 1999, Israele ha messo in atto una procedura intitolata «centro di vita», in virtù della quale coloro che detengono una carta d’identità blu e il cui domicilio o lavoro si trovi fuori da Gerusalemme Est, a Ramallah per esempio, perdono questa carta d’identità. Un’ondata di detentori di queste carte è ritornata per questo motivo a Gerusalemme Est [8]”.

Questa epurazione etnica ha conosciuto un’accelerazione terribile: durante il solo 2008, 4.577 Palestinesi di Gerusalemme Est hanno perso il loro diritto di “residenza” – mentre, nei quaranta anni precedenti, era successo “solo” a 8.558! Il ritmo del ritiro si è dunque moltiplicato per venti volte. E questa tendenza è proseguita nel 2009, 2010 e 2011, nonostante le proteste internazionali.

Il budget della città non è meno discriminatorio: assegna solo l’8,48% a Gerusalemme Est, che rappresenta … il 33% della popolazione. Altrimenti detto, secondo le cifre del 2007, il Comune consacra 5.968 shekels a ogni abitante ebreo e 1.311 shekels a ogni abitante arabo. Settore per settore, la città riserva agli Arabi la porzione congrua: il 12,13% del budget dell’assistenza sociale, il 14,75% per l’educazione, 20,6% per la sanità, l’1,72% per la società e la gioventù, l’1,18% per la cultura , l’1,6% per lo sport, etc. Niente di stupefacente se, secondo l’organizzazione israeliana di difesa dei diritti umani Betselem [9], il 67% delle famiglie palestinesi vive sotto la soglia ufficiale di povertà, contro il 29% delle famiglie israeliane. Un vero apartheid budgetario e sociale…

L’ultimo rapporto dei capi delle missioni dell’Unione europea a Gerusalemme [10] sottolinea diverse conseguenze di queste politiche sulla vita quotidiana degli abitanti palestinesi nel 2009:

-  il 61% delle famiglie ha conosciuto una diminuzione del suo potere di acquisto, in media del 15%;

-  si sono prodotte numerose restrizioni nell’accesso dei malati di Cisgiordania agli ospedali di Gerusalemme Est;

-  si è anche constatata una diminuzione del numero di studenti, il 17% dei quali ha problemi di accesso all’Università, dovuta soprattutto all’allungamento dei tragitti causato dal Muro;

-  l’accesso ai Luoghi santi è stato limitato ai minori di 12 anni e ai maggiori di 50 (per gli uomini) e di 45 anni (per le donne);

-  le istituzioni palestinesi di Gerusalemme Est sono rimaste proibite, come anche il Festival “Al-Qods 2009”;

-  alcuni scavi sotto la Passerella dei Marocchini hanno messo in pericolo la Moschea di al-Aqsa, nonostante l’intervento dell’Unesco, etc.

Il proverbio dice che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Di fatto, la costruzione del Muro mobilita dei mezzi considerevoli, stimati sugli 800.000 euro per km2. Ora, ci sono 180 km in totale da Gerusalemme Est, di cui solo 5 seguono la Linea verde. Significa che l’argomento della sicurezza non tiene molto. Certo, gli attentati kamikaze – che hanno fatto 180 vittime in dieci anni a Gerusalemme – hanno traumatizzato la città. Qui, però, il grosso del tracciato del Muro non separa gli Israeliani dai Palestinesi: passa tra i Palestinesi…

7) Il Muro, quintessenza di questa politica

Questa costruzione di cemento o di reti metalliche zeppe di apparecchi elettronici rappresenta la quintessenza di tutti gli strumenti di dominazione evocati sin qui. Essa moltiplica per 2,3 volte la superficie di Gerusalemme Est, disegnando un trifoglio che include nuove colonie con le loro zone di sviluppo: a nord Bet Horon, Givat Zeev e Givon Hadasha; a sud Har Gilo, Betar Ilit e l’insieme di Gouch Etzion; a est infine Maale Adumim.

Quest’ultima colonia coprirà 55 km2, cioè più di Tel Aviv (51 km2): si estende quasi fino al Mar Morto, tagliando quasi in due la Cisgiordania. A nord di Maale Adumim, la famosa zona E1, con i suoi 12 km2 (dodici volte la Città vecchia!), costituisce l’ultimo spazio possibile di crescita per Gerusalemme Est. Dal belvedere dell’ospedale Augusta Victoria, si scopre questo immenso cantiere che si sviluppa a est di Gerusalemme e rappresenta una minaccia mortale per il futuro dello Stato palestinese.

Impadronirsi del numero più alto possibile di terre con il minor numero di Palestinesi: questo vecchio principio sionista ha diretto il tracciato del Muro che, se include colonie ebree, esclude anche molti quartieri arabi. Così estromette in Cisgiordania, da nord a sud, Qafr Aqab, il campo di rifugiati di Qalandiya, la metà di Beit Hanina, il grosso di Ar-Ram, Dahiyat al-Bared, Hizma, il campo di Shuafat, Dahiyat Al-Salam, Anata e Walaja. Lì vi è un’impresa senza precendeti nella storia del conflitto israelo-palestinese: 60.000 dei 240.000 Palestinesi di Gerusalemme sono stati espulsi… senza essersi mossi!

Con perdite a catena:

-  perdita di tempo: “Prima andavo all’Università a piedi in dieci minuti, testimonia Mohammad, uno studente di Ramallah, iscritto a medicina all’Università di Al-Qods. Da allora, mi ci vogliono ventiquattro minuti in macchina”;

-  perdita di guadagni: abbiamo visto ad Al-Ram dei commercianti posizionati nel lato “cattivo” del Muro che lamentavano una diminuzione dal 30% al 50% del loro giro di affari, un dentista che ha dovuto chiudere il suo studio, un proprietario di un immobile con una vista panoramica sul Muro che non ha più un solo inquilino, etc.;

-  perdita di personale: tra un terzo e la metà dei medici e degli infermieri, ma anche degli insegnanti, non possono più venire a lavorare dalla loro casa di Cisgiordania a Gerusalemme Est;

-  perdita annunciata del diritto di “residenza”: chiunque non dimostrerà più di avere una casa e un lavoro a Gerusalemme ne sarà privato, al momento del rinnovo della carta d’identità blu (ogni sette anni);

-  perdita, infine e soprattutto, per Gerusalemme Est del suo ruolo di metropoli palestinese.

Perché?

Ecco il bilancio dell’impresa israeliana di confisca di Gerusalemme Est. Resta da spiegare la causa di una tale accelerazione. Qual è il lo scopo finale, e perché questa accelerazione? Abbiamo posto questa domanda a numerosi interlocutori.

Menahem Klein, già citato, ci ha detto: “Se i negoziati riprendono, ciascuno sa che partiranno dai «parametri di Clinton», in questo caso una divisione della città per fare posto a due capitali. È esattamente ciò che il Muro intende vietare, ostacolando Al-Qods come centro metropolitano, sconnettendola dal suo hinterland economico, sociale e culturale palestinese. « Divide et impera», è vecchio come il mondo. Ma, se i nostri dirigenti sperano di poter approfittare dell’attuale debolezza dei Palestinesi, fanno un calcolo a corto raggio: la giovane generazione raddrizzerà la testa. Cosa resterà allora dell’ambizione di Sharon di «riliberare Gerusalemme?»

Altri interlocutori mettono in correlazione l’escalation israeliana e il timore del processo di pace. Anzi, l’ambasciatore Sanbar, secondo cui le cose si sono ingolfate “a partire dal momento in cui Gerusalemme è stata ufficialmente iscritta nell’ordine del giorno dei negoziati. Fino a che a forza di fatti realizzati, non resta niente da negoziare”. Per Wassim H. Khazmo, consigliere della squadra palestinese nei negoziati, “Ariel Sharon ha approfittato della debolezza della comunità internazionale per prendere ciò che George W. Bush gli aveva promesso nella sua lettera del 14 aprile 2004 – i gruppi di colonie”.

Non abbiamo potuto, Philippe e io, nascondere la nostra sorpresa sentendo l’ex-cartografo della delegazione palestinese, già citato, rinunciare alla sovranità sui “blocchi” di colonie, in nome del realismo. “Anche Maale Adumim?” “Sì.” “Anche la zona E1?” “”. In risposta a questo abbandono, Hasib Nashashibi, della Coalizione per Gerusalemme, evocherà davanti a noi la “crisi di leadership” nell’OLP: “Gli Israeliani evidentemente sfruttano le nostre divisioni e i nostri errori”. Quanto a Amos Gil, che dirige l’ONG israeliana Ir Amim (Città dei popoli), molto critico nei confronti della politica su Gerusalemme del suo governo, insiste molto sull’ “argomento più forte che hanno fornito gli attentati-kamikaze per giustificare il muro”.

Il muro? È l’argomento della disperazione totale, ci ha detto Meron Benvenisti. Guardate Betlemme: da una parte la Chiesa della Natività, dall’altra il bunker costruito attorno alla tomba di Rachele. È l’arroganza dell’occupante che pretende di definire e ridefinire le comunità a suo piacimento: come se la «barriera» separasse i “buoni” Arabi dai “cattivi”. Gli inventori di questo orrore ragionano con la stessa logica coloniale del XIX secolo secondo la quale voi, Francesi, vi siete aggrappati all’Indocina o al Maghreb. E questa volta non andrà meglio! Il muro di Gerusalemme finirà come quello di Berlino”.

A condizione, aggiungerei, che il mondo vi si opponga. Permettetemi – in conclusione – di dire che sfortunatamente non è questo il caso. Al massimo, si sono sentite per quarantacinque anni grandi dichiarazioni non seguite da misure; alla peggio, un pesante silenzio. Tuttavia, tutti gli strumenti che ho descritto costituiscono altrettante violazioni flagranti del diritto internazionale.

Le risoluzioni delle Nazioni unite e le Convenzioni di Ginevra vietano formalmente l’annessione dei territori, la costruzione di colonie, la pratica di un apartheid sociale e politico, l’espulsione di popolazioni occupate e ovviamente anche la costruzione del Muro, di cui la Corte internazionale di giustizia dell’Aia ha ordinato la distruzione nel 2004.

È tempo, più che tempo, che tutti componenti della “comunità internazionale” facciano sentire la loro voce. Il mondo arabo stesso è lontano dal fare ciò che gli spetta: quando mi trovavo in Marocco, in novembre 2010, ho incrociato a Casablanca Tzipi Livni, invitata ufficialmente a un simposio, e ho visto i lavori del metro di Rabat affidati a Alstom, in violazione delle risoluzioni della Lega araba contro le imprese che collaborano al “tram dell’apartheid” di Gerusalemme. Allo stesso modo, seppure Barack Obama abbia rotto con la politica di George W. Bush in sostegno alla colonizzazione di Gerusalemme Est e all’annessione dei blocchi di colonie, non è passato alla fase delle sanzioni. Va allo stesso modo con l’Unione europea.

È vero che il suo Consiglio dei Ministri degli Affari esteri, l’8 dicembre 2009, ha chiaramente preso posizione su Gerusalemme: “Il Consiglio ricorda che non ha mai accettato l’annessione di Gerusalemme Est. Se vi deve essere una vera pace, bisogna trovare un cammino che permetta di risolvere con i negoziati lo statuto di Gerusalemme come futura capitale dei due Stati”. Il Consiglio affermava anche che “l’Unione europea non riconoscerà alcuna modifica delle frontiere di prima del 1967, ivi compreso ciò che riguarda Gerusalemme Est come nel resto della Cisgiordania, compresa la crescita naturale, e che Israele smantelli tutti gli avamposti realizzati da marzo del 2001”. Infine, il Consiglio richiedeva “ la riapertura delle istituzioni palestinesi a Gerusalemme, conformemente alla Road Map. Richiede anche al governo israeliano che cessi ogni trattamento discriminatorio del Palestinesi a Gerusalemme Est”.

Sarebbe una linea eccellente… se fosse applicata. Il rifiuto di Israele di piegarsi a questi principi esposti dall’Unione europea dovrebbe portarla a sanzionarlo. E quindi a sospendere l’accordo di associazione che permette a Israele di realizzare con l’Europa più di un terzo delle sue esportazioni, il tutto senza adempiere ai diritti di dogana. Ora, l’articolo 2 di questo accordo stipula: “le relazioni tra i partiti, così come tutte le disposizioni del presente accordo, si fondano sul rispetto dei diritti dell’uomo e dei principi democratici, che guidano la loro politica interna e internazionale e costituiscono un elemento essenziale di questo accordo”. La gravità dell’impresa di annessione di Gerusalemme Est giustificherebbe da sola la sospensione dell’accordo di associazione. Cosa aspettano la Francia… e l’Italia per esigerla?

Tanto più che c’è urgenza. Al ritmo a cui progredisce il suo riconoscimento internazionale, lo Stato di Palestina finirà per essere ammesso come membro delle Nazioni unite. Ora, se fosse questo il caso, lo sarebbe necessariamente nelle frontiere di prima della guerra del 1967 e con Gerusalemme Est per capitale…

Grazie della vostra attenzione!


Dominique Vidal

Dominique Vidal

Storico, autore e giornalista di “Le Monde diplomatique”, di cui è stato caporedattore aggiunto fino al 2006, e responsabile delle sue edizioni straniere. Specialista della questione arabo-israeliana.


Note

[1] http://jerusalem.blogs.rfi.fr/sites...

[2] www.un-echo-israel.net/La-populatio...

[3] Il re Davide vi avrebbe fondato la sua capitale intorno all’anno 1000 a.C., e suo figlio, Salomone, vi avrebbe fatto costruire il primo Tempio a partire dal 950

[4] Cf. [http://blog.mondediplo.net/2006-12-...

[5] A Wall in Jerusalem, Jérusalem, 2006.

[6] www.ochaopt.org/documents/ocha_opt_...

[7] Nell’eccellente Mur en Palesatine di René Backmann, Fayard, Paris, 2006, p. 275

[8] Vd. www.france-palestine.org

[9] A Wall…, op. cit

[10] www.scribd.com/doc/23885538/Rapport...

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Con il contributo di:

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