Caos e ordine in Libia: aspettative e realtà all’indomani delle prime elezioni libere del dopo Gheddafi

24 luglio 2012, di Laura Aguzzi
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E così sembra che Jibril ce l’abbia fatta. Contro ogni previsione, contro ogni aspettativa, le elezioni per il Congresso Nazionale in Libia non si sono trasformate in un caos di violenze, nonostante la persistenza di bande armate e di continui contrasti tra Tripolitania e Cirenaica per il numero di seggi. La maggioranza dei 2,9 milioni di elettori che hanno votato il 7 luglio 2012 per nominare l’organo legislativo ed esecutivo che sostituirà il CNT (Consiglio Nazionale di Transizione), sembra dunque aver optato per la laicità dello Stato, almeno formalmente. Non si può dimenticare infatti che, fin dalla sua presa di potere, il CNT ha reintrodotto la sharia e la poligamia nel Paese, assicurando comunque una base di fondamento islamico alla politica nazionale.

In ogni caso, se il risultato preannunciato già all’indomani delle elezioni dal capo dell’Alleanza delle forze nazionali, Mahmoud Jibril, sarà confermato dalla pubblicazione dei risultati ufficiali, la Libia si rivelerà l’unico Paese finora emerso dalla lunga Primavera araba ad aver optato per un governo laico e non per partiti islamici. In Libia queste due grandi tendenze della politica contemporanea araba sono rappresentate dai due maggiori partiti: il Partito di Giustizia e Ricostruzione, principale partito islamico libico ed espressione dei Fratelli Musulmani nel Paese, guidato da Mohamed Sawan, e, appunto, l’Alleanza delle Forze Nazionali, guidata da Jibril. Importante, inoltre, anche lo schieramento Al Watan, sempre di impostazione religiosa islamica. Formazioni che, insieme a partiti minori, hanno raccolto al loro interno un numero estremamente frazionato di forze politiche (circa 142) emerse numerose e in forma incontrollata dopo la fine di più di 40 anni di dittatura Gheddafiana. Ben 2639 sono stati i candidati indipendenti, cui spetteranno 120 dei 200 posti del consiglio mentre i rimanenti 80 saranno riservati ai candidati proposti dai partiti. Importantissima, infine, anche la partecipazione femminile: ben il 40% dei candidati tra quelli affiliati ad un partito è rappresentata da donne (559 candidate), anche se la percentuale scende al solo 3% tra le candidature indipendenti (89 candidate). Il consiglio che sarà eletto, infine, dovrebbe vedere almeno un 10% dei posti disponibili riservato alla partecipazione femminile grazie ad un sistema di quote.

Certo motivi di preoccupazione ve n’erano numerosi alla vigilia dello scrutinio elettorale: una serie di incidenti, infatti, non lasciava presagire nulla di positivo per i giorni a venire. A giugno ricordiamo l’occupazione dell’aeroporto di Tripoli ed il sequestro lampo di un volo Alitalia da parte della banda armata Al-Awfya, una delle tante katiba [1] che si aggirano più o meno indisturbate sul vasto territorio libico. Poche ore prima delle elezioni, venerdì 6 luglio, un elicottero che trasportava schede elettorali era stato addirittura abbattuto nell’est del Paese, provocando la necessità urgente di una ristampa e di un volo speciale da Dubai per provvedere in tempo alla riproduzione e diffusione delle schede perdute. Infine, incidenti si erano verificati anche a Benghazi, con l’assalto ad un seggio elettorale e centinaia di schede ridotte in cenere in segno di protesta per il disequilibrio dei posti del consiglio assegnati ai due cuori pulsanti del Paese. Mentre, infatti, alla Tripolitania sono stati assegnati 101 posti, solo 60 sono toccati alla Cirenaica, mentre i restanti saranno riservati alla zona sud del Paese, il Fezzan. Eppure, se si considera il caos in cui sembrava essere precipitato il Paese durante i combattimenti, incidenti di questo tipo possono considerarsi disordini minori, tanto più marginali se confrontati alle diffuse scene di giubilo ed alla forte partecipazione che hanno caratterizzato queste elezioni, le prime in assoluto per la stragrande maggioranza della popolazione. Come di norma nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo, infatti, anche in Libia l’età media è estremamente bassa, aggirandosi sotto la soglia dei 25 anni.

Tuttavia il giusto entusiasmo e le legittime speranze che la Libia intraprendesse un positivo cammino verso una democratizzazione di fatto, non devono far dimenticare le enormi difficoltà che il Consiglio eletto, sostituendosi all’attuale ruolo del Consiglio Nazionale di Transizione, dovrà affrontare. La storia della Libia insegna come le divisioni geografiche e tribali abbiano un’influenza fondamentale sugli sviluppi politici del Paese, incrementando spinte centrifughe e ostilità che potrebbero indebolire qualsiasi governo sarà nominato dallo scrutinio elettorale. La divisione centrale è certo quella tra est e ovest del Paese, tra Cirenaica e Tripolitania [2], che ha giocato tra l’altro un ruolo fondamentale nell’evolversi della Primavera Araba nel contesto libico [3]. Proprio per non urtare oltre la sensibilità della popolazione orientale e far scemare l’ondata di disordini che avevano preceduto lo scrutinio elettorale, ad esempio, il Comitato di Liberazione Nazionale ha revocato l’incarico di redigere la nuova Costituzione libica al Congresso Nazionale. Altre grandi divisioni sezionano però la società libica in un mosaico difficilmente componibile di clan tribali e legami familiari più o meno estesi. La popolazione della Libia, infatti, è estremamente limitata per il territorio su cui si suddivide, facilitando il controllo di larghe aree di territorio, per lo più desertiche, da gruppi abbastanza esigui di persone; problematica questa tanto più cocente nelle zone confinanti del Paese, dove inoltre fiorisce un mercato di contrabbando di ogni tipo di merce. E’ su linee di divisione invisibili che si frastagliano i confini della società libica, e su cui quindi si innestano attualmente i poteri e le armi conquistate durante il momento di massima espansione della rivoluzione, con centri di controllo territoriale sparsi che faticano a riunificarsi sotto la bandiera nazionale e il governo centrale.

Un articolo del febbraio 2011 della rivista americana Foreign Affaire definiva significativamente la Libia come “Terra Incognita”, terra sconosciuta, a sottolineare la difficoltà di immaginare quali possano essere le conseguenze del vuoto di potere lasciato dalla morte di Gheddafi e dall’emergere sulla scena politica di forze domestiche lungamente estromesse dalla partecipazione attiva alla gestione pubblica. In primis, le forze islamiste, lungamente marginalizzate, escluse e perseguitate sotto la dittatura di Tripoli avranno certamente grande peso per il futuro della Libia. Molti militanti di partiti islamici hanno inoltre giocato un ruolo importante durante la guerra di liberazione contro Gheddafi, e reclamano ora a gran voce il loro peso nella costruzione della nuova Libia democratica. Ne è un chiaro esempio la vicenda di Abdul-Hakim Belhaj, membro chiave del Partito della Nazione ed ex-combattente durante la rivoluzione. Il suo passaggio da combattente a politico è emblematico delle dinamiche post-rivoluzionarie della Libia contemporanea: dopo aver abdicato al ruolo di capo del Consiglio militare di Tripoli, Belhaj si è candidato per il seggio nel distretto Suq Al-Juma di Tripoli. Già resistente al regime Gheddafiano negli anni ’80, tra le file del Gruppo Islamico Combattente Libico (Lifg), Belhaj è l’esempio di una parte di società che sta lentamente riprendendosi il suo posto dopo esser stata estromesso dal gioco politico sotto la dittatura [4].

Aldilà della religione però, che per lo più unisce l’intera società sotto il segno dell’Islam, le divisioni sociali e politiche più o meno profonde in Libia sono tracciate anche e soprattutto dalle circa 150 entità claniche che caratterizzano il Paese, anch’esse ricalcanti la macro-suddivisione tra ovest ed est. Le principali sono i Warfalla e i Maghara per la Tripolitania, gli Abeidat e gli Awagir in Cirenaica. Senza grande sorpresa, le prime due sono state la fonte di maggior supporto per Gheddafi durante gli anni del regime; ai Warfalla appartiene inoltre Mahmoud Jibril, al secolo capo dell’Ufficio per lo Sviluppo Economico sotto Gheddafi, prima di entrar a far parte del gruppo dei dissidenti dal regime. Ai Maghara appartiene invece Al-Sanusi, capo della sicurezza sotto Gheddafi, mai convertito alla nuova situazione politica libica ed al momento rifugiatosi in Mauritania. Dalle tribù orientali, al contrario, sono venuti in gran numero combattenti durante la rivoluzione e anche il capo del CNT Mustafa Abdel-Jalil [5]. Ogni clan o entità locale ha nelle proprie città o nei quartieri della capitale il proprio centro di potere, dimostrandosi per questo poco interessata allo scrutinio elettorale e conscia che il potere reale rimarrà saldo nelle loro mani senza la ricostruzione strutturale di uno Stato centrale: questo sembra essere l’atteggiamento ostentato ad esempio dal colonnello Salem Joha a Misurata o dal colonnello Saleem Waar a Bani Walid e da altri loro omologhi locali. Secondari ma non trascurabili, infine, rimangono poi i focolai di resistenza dei sostenitori del passato regime. A riprova di ciò, nella giornata di venerdì 13, due giornalisti della televisione di Misurata, Yusuf Baadi e Abdel Qader Fusuq, sono stati rapiti nella città di Bani Walid, considerata una delle ultime roccheforti del regime di Gheddafi e una delle ultime città a cadere durante la rivoluzione. A riscatto dei due prigionieri è stata chiesta la liberazione di alcuni combattenti pro-Gheddafi catturati durante i combattimenti.

A tali divisioni radicate, si aggiunge il pericolo derivante dall’enorme diffusione incontrollata di armi a seguito del conflitto e che sta già causando importanti conseguenze non solo in Libia, ma anche nel resto del Sahel [6]. Riguardo questo problema però, Jibril sembra essere piuttosto positivo, dichiarando di credere che il governo riuscirà ben presto a reintegrare i giovani nelle forze armate: forse però si tratta di un compito che potrebbe rivelarsi più complesso del previsto. Nonostante, infatti, molti centri siano stati istituiti nel Paese per reintegrare i cosiddetti thuwar [7] nei ranghi dell’esercito regolare, si sono registrati numerosi eccessi ed incongruenze nella gestione di questo processo. Episodi ambigui si sono verificati ad esempio riguardo la distribuzione agli ex-combattenti di circa 1900 dollari a persona (3100 agli uomini sposati), come indennità di combattimento e a fronte della semplice registrazione in apposite liste, senza bisogno di apportare ulteriori prove a dimostrazione del fatto di aver realmente preso parte agli scontri. Significativamente, solo a Tripoli si sono registrati oltre 80000 thuwar, cifra altamente al di sopra di ogni effettiva realtà: più che una misura per premiare gli ex-combattenti, questa sembrerebbe dunque piuttosto una variante post-regime della politica di rentier-state, volta principalmente a tenere sotto controllo il malcontento della popolazione e i rischi derivanti dall’enorme diffusione incontrollata di katiba e di armi.

Oltre alle problematiche politiche e di sicurezza derivanti dal frazionamento della società libica appena descritto e dalla sua decennale carenza nell’approntare strutture democratiche, l’aspetto economico rivela altresì degli spunti di riflessione interessanti. La politica economica libica per decenni si è basata appunto sul modello del “rentier state”, ovvero uno Stato che applica una politica di redistribuzione alla popolazione di parte delle risorse di cui dispone (principalmente proventi derivanti dalla vendita di gas e petrolio) al fine di assicurarsi il consenso e arginare il malcontento. Questo sistema ha contribuito effettivamente a rendere le condizioni di vita della popolazione libica mediamente più alte rispetto a quelle dei propri vicini nel Nord Africa, ma allo stesso tempo ha disincentivato lo sviluppo di altri settori produttivi e industriali. Inoltre, il sistema petrolifero della Libia soffre di una cronica dipendenza di capacità esterna per il know-how e la creazione e manutenzione di efficienti strutture estrattive e di distribuzione, mentre un’altra priorità per il futuro governo sarà quella di porre un freno ad una burocrazia cresciuta ipertroficamente e che rischia di paralizzare l’intera dinamicità del sistema economico. Una svolta liberale troppo rapida potrebbe dunque mettere in difficoltà il sistema economico libico nella sua interezza, in un Paese che tra l’altro importa oltre l’85% del proprio fabbisogno alimentare; tuttavia un piano di riforme armonico e completo sarebbe necessario per ridare abbrivio al sistema economico libico, aldilà delle esportazioni petrolifere puntando anche su un’efficace riforma dell’istruzione. In termini di politica economica però per ora il programma dei maggiori partiti è sembrato essere piuttosto vago, occupato principalmente dalla priorità della sicurezza e della stabilità di governo.

Concludendo, anche se il timore che Tripoli si trasformi in novella Baghdad sembra essere scongiurato, bisognerà comunque verificare che il fattore securitario non esploda o, soprattutto, non fornisca la scusante per la restaurazione di un regime oppressivo e non rappresentativo della grande varietà tribale che caratterizza il Paese. Allo stesso tempo, un’eccessiva frammentazione delle forze al potere potrebbe rendere difficile un’azione efficace ed unitaria di governo ed è su questo fragile equilibrio che dovrà impostarsi a partire dalle prossime settimane l’azione del nuovo Consiglio Nazionale. Certo, se davvero il risultato elettorale sorriderà a favore dei partiti laici, con drammatica ironia della storia, la palese dittatura libica, per anni un pariah nello scacchiere internazionale, avrà forse gettato i semi per una società più benestante e mediamente più laica rispetto a quella dei suoi vicini, quali Tunisia ed Egitto. In ogni caso, se la transizione sarà ben gestita, lo sviluppo della Libia non dovrebbe certamente arrestarsi: soltanto 6 milioni di persone a formare la popolazione nazionale, un territorio enorme con risorse petrolifere e di gas eccezionali, unite finalmente ad un governo democratico, potrebbero davvero far risorgere sull’altra sponda del Mediterraneo una nuova Libia, con un forte sviluppo anche nel settore turistico. Teniamoci però pur sempre pronti, perché la strada fino a questo obiettivo potrebbe ancora riservare delle sorprese.


Laura Aguzzi

Laura Aguzzi

Laureata del Cursus Integreée Franco-Italien d’histoire comparée, ottiene la laurea specialistica in Storia Contemporanea all’Università di Bologna e il Master Recherche in Histoire comparée des civilisations all’Università Paris 7. In settembre completa un MA in International Studies and Diplomacy presso la SOAS, University of London. Appassionata di Africa e Medio Oriente dopo uno stage presso il BBC World Service, collabora attualmente con differenti NGO, occupandosi prevalentemente di questioni (...)


Note

[1] Ex brigate rivoluzionarie

[2] Ricca di oltre il 60% delle risorse petrolifere e di gas del Paese, la Cirenaica ha quasi sempre vissuto nel XX secolo uno stato di sottomissione al regime di Tripoli. Durante la conquista fascista del Paese, le truppe inviate da Mussolini riuscirono facilmente a conquistare la parte occidentale del Paese, ma non riuscirono mai fino in fondo a sottomettere la Cirenaica. Patria del leggendario guerriero Omar Al-Mukhtar (impiccato dagli italiani nel 1931), la parte orientale della Libia vide il momento di maggiore centralità durante la monarchia Al-Sanusi, regime fortemente dipendente dalle forze alleate, con il re Idris I, che proprio di quella regione era originario, per tornare poi ad essere nuovamente marginalizzata sotto il regime di Gheddafi.

[3] la parte orientale del Paese ha sempre vissuto, più che altrove, con grande sofferenza il dominio del dittatore; durante la primavera 2011, le manifestazioni contro il regime trovarono un punto focale in Benghazi.

[4] Belhaj ha più volte ribadito come il suo gruppo politico di appartenenza negli anni ’80 non avesse nulla a che vedere con Al-Qaeda ed è inoltre impegnato da anni in una causa con il governo britannico per averlo consegnato a Tripoli nel 2004, azione che gli costò oltre 6 anni di carcere.

[5] Bisogna tuttavia certamente ricordare che lo stesso Jalil è stato a lungo ministro della Giustizia sotto Gheddafi

[6] Non sembra difficile infatti collegare l’enorme afflusso di armi derivante dalla rivoluzione, la loro circolazione indisturbata, con i recenti sviluppi di guerriglia nel Mali e il rafforzamento dei mezzi militari a disposizione delle popolazioni Tuareg nel Paese

[7] I rivoluzionari che hanno combattuto contro il regime

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Con il contributo di:

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