Russia: la repressione finalmente fa notizia

24 agosto 2012, di Tena Prelec
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Cosa ha reso le Pussy Riot più famose di Sergei Magnitsky? Il grande merito di Maria, Nadia e Ekaterina – le tre attiviste russe “Pussy Riot” condannate il 17 agosto scorso a due anni di reclusione – è quello di averci ricordato, con un misto di spalvaderia e intelligenza, che sono esistite anche altre vittime della repressione del regime di Putin. Quella inflitta alle tre ragazze venerdì scorso è una sentenza durissima e gogoliana (18,25 giorni in prigione per ogni secondo di performance), ma non paragonabile ad una condanna a morte per un crimine scoperto dal condannato stesso – come accadde a Sergei Magnitsky.

Chi pensa che la performance blasfema delle Pussy Riot sia stata una ribellione tardo-adolescenziale è in errore. Quello che queste ragazze hanno inscenato alla Cattedrale di Cristo il Salvatore è stato un consapevole atto di attivismo politico, con il preciso intento di sciocciare e di scuotere la società russa.

La nascita del gruppo, del resto, si colloca all’interno del percorso del collettivo artistico-rivoluzionario “Voina” (”guerra”), che ha una lunga esperienza in materia di azioni di protesta. Disegnare un enorme fallo su un ponte levatoio di San Pietroburgo, apertosi proprio sotto l’edificio del KGB, è solo una delle loro celebri provocazioni. Un’altra è stata quella di avere rapporti sessuali in una sala del museo biologico di San Pietroburgo, alla presenza di giornalisti e fotografi. L’azione era intitolata, provocatoriamente, “fottiti per l’orsetto successore”, un chiaro riferimento a Medvedev (il cui cognome in italiano potrebbe suonare “Orsi”), successore designato di Putin, alla vigilia della sua elezione a Presidente della Federazione Russa. Fra la dozzina di attivisti presenti nel museo c’era anche la Pussy Riot Nadia Tolokonnikova, a quel tempo diciottenne e al nono mese di gravidanza. Per quanto scioccante fosse stata l’azione, e per quanto Nadia in prigione ci fosse finita anche allora, nessuno aveva prestato particolare attenzione alle Pussy Riot. Ora, Playboy vuole la loro leader in copertina.

Anche il caso delle Pussy Riot è partito in sordina: il 5 marzo di quest’anno, data per cui era stata fissata la prima udienza del processo, ero di fronte al tribunale della Taganka. Insieme a me c’erano una quindicina di giovani giornalisti russi e una sola giornalista straniera, un po’ delusa perchè le era stato affidato l’incarico meno entusiasmante (erano i giorni infuocati delle elezioni presidenziali). L’attenzione, poi, è cresciuta incredibilmente. Tanto che, il giorno della sentenza in loro supporto sono state organizzate azioni di protesta in tutto il mondo. Da Londra a New York, da Kiev a Sidney, passando per Sofia e Bruxelles.

L’attenzione popolare di massa è stata accompagnata – e in ampia misura preceduta – dall’interesse delle star. Alle tre attiviste hanno dichiarato supporto Paul McCartney, Bjork, Yoko Ono, Chloe Sevigny, Stephen Fry, Sting e un lungo red carpet di celebrità, fino alla regina del pop in persona: Madonna.

Non si può dire che una mobilitazione internazionale della stessa portata si fosse verificata quando la giornalista Anna Politkovskaya era stata uccisa nell’ascensore di casa sua, nell’ottobre del 2006. Qualche sbiadito ricordo salterà alla mente tirando in ballo il nome di Aleksandr Litvinenko, ex agente del KGB morto a Londra per avvelenamento da polonio, ma pochissimi si ricorderanno di Natalia Estemirova, instancabile lottatrice per i diritti umani, rapita e ritrovata con il cranio trapassato da un proiettile nel luglio del 2009 a Grozny. I nomi dei personaggi dalle sorti avverse che, in una maniera o nell’altra, rappresentavano una spina nel fianco del governo russo, impallidiscono nelle nostre memorie al cospetto delle colorate punkette che sono al centro dell’attenzione mediatica da giorni.

Un particolare caso ha ricevuto al tempo attenzione quasi nulla, mentre l’avrebbe meritata eccome: quello di Sergei Magnitsky. Sergei “rappresentava tutto quello che la nuova Russia di meglio aveva da offrire” [1]: giovane e brillante avvocato fiscalista, onesto e fortemente appassionato del suo lavoro, Magnitsky era il perfetto prodotto del “glamour putiniano” (la comparsa di esponenti di una nuova classe media che, grazie alla relativa crescita economica dei primi anni 2000, è riuscita a fare strada e carriera nella giungla burocratica post-sovietica). Il suo errore è stato quello di rappresentare il finanziere americano Bill Browder, il cui impero economico in Russia – iniziato con fondo di investimento Hermitage – era diventato fin troppo florido, e a cui è stato di fatto proibita la continuazione degli affari nel Paese. Nel corso delle sue ricerche, Magnitsky ha scoperto una truffa di 230 milioni di dollari a danno di Hermitage, che coinvolgeva ai massimi livelli le autorità russe, fra cui polizia, magistratura, banche, esponenti del governo. Nel novembre del 2008 è stato imprigionato con la paradossale accusa di coinvolgimento nella truffa da lui stesso scoperta. L’attenzione mediatica sul caso Magnitsky non solo sarebbe stata meritata: sarebbe potuta essere realmente utile. Invece, l’avvocato trentasettenne è morto in prigione dopo undici mesi di agonia, gravemente malato e sottoposto a torture fisiche oltre che psicologiche [2].

Come mai nessuna star è intervenuta a difenderlo? “Magnitsky non si chiamava Pussy Riot e non aveva una rock band”, ha commentato qualcuno su twitter. Mentre rimane imperdonabile la poca considerazione data al caso Magnitsky, è d’altro canto piuttosto semplice comprendere perché le Pussy Riot rappresentino un marchio di successo. Hanno un nome che non si dimentica, una mise colorata e facilmente riproducibile (“siamo tutti Pussy Riot”) e sono donne, giovani e arrabbiate. E per chi avesse dubitato dell’intelligenza delle tre teppistelle, ha potuto ampiamente ricredersi ascoltando le meravigliose dichiarazioni finali delle imputate [3]. “Io, come Solzhenitsyn, credo che la parola infine sfonderà il cemento” – parola di Pussy Riot.

Rimane un rimpianto. Se nell’estate del 2009 Madonna si fosse scritta “Magnitsky” sulla schiena durante la sua esibizione a San Pietroburgo, forse Sergei sarebbe ancora qui a raccontarci come sono andate le cose. Forse difenderebbe le Pussy Riot in tribunale, e alzerebbe un bicchiere per brindare a una Russia che stavolta, forse, si è tolta i paraocchi e non intende più farseli rimettere.


Tena Prelec

Tena Prelec

Laureata in Traduzione e Interpretazione presso l’Università di Trieste e in relazioni internazionali con specializzazione sull’Est Europa presso l’University College London. Ha lavorato presso l’organizzazione inglese sulla libertà di stampa Index on Censorship e nel direttivo di AEGEE-Europe. Si interessa principalmente di Russia e Balcani.


Note

[1] Edward Lucas, Deception: Spies, Lies and How Russia dupes the West, Londra, 2012

[2] Moscow Helsinki Group, Lettera di Lyudmila Mikhailovna Alekseeva al Vice Procuratore Generale della Federazione Russia, 26 marzo 2010 http://russian-untouchables.com/doc...

[3] La traduzione in italiano è disponibile qui: http://www.minimaetmoralia.it/?p=9022

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