Bologna, 25 maggio 2007

La nuova potenza cinesefr

Seminario di Philip S. Golub

Come ho spiegato nel corso della quarta conferenza, i paesi dell’Asia orientale hanno conosciuto un processo di sviluppo regionale consecutivo e seriale, rappresentato – secondo il modello di Kaname Akamatsu – dalla metafora di una formazione di volo d’oche selvatiche. Tra questi paesi, la Cina (uno spazio continentale, uno spazio territoriale e demografico immenso) ha intrapreso, dalla fine degli anni Settanta, una crescita economica regolare e straordinaria, che sta stravolgendo l’assetto della regione e del mondo.

26 agosto 2007, di Philip S. Golub
Invia questo articolo via email Invia via email

In un quarto di secolo, nell’arco degli ultimi 25 anni, la Cina è diventata la seconda economia del mondo in termini di Prodotto Interno Lordo (PIL), a parità di potere d’acquisto: oggi, la Cina rappresenta il 14% del PIL mondiale, mentre ne rappresentava soltanto i 6% nel 1980. Tra il 1978 e il 2004, la Cina è stata caratterizzata da un tasso medio di crescita annua del 9%, con un’accelerazione nell’ultimo periodo e un tasso di crescita dell’11% nel 2004-2005 (un tasso di crescita esorbitante, che supera di 2-3 punti percentuali quello degli Stati Uniti, della Finlandia e della Svizzera alla fine del XIX secolo - all’epoca tra i più elevati del mondo).

L’ascesa della Cina, che sta ristrutturando l’economia politica internazionale, implica una vera e propria trasformazione strutturale del mondo. La Cina è diventata un importante centro d’accumulazione del capitale a livello planetario: oggi, la Cina detiene 1.300 miliardi di dollari di riserve, che non sono investite sul piano produttivo, ma sul piano finanziario, nell’acquisto di dollari e di altri strumenti finanziari americani, sostenendo così l’economia degli Stati Uniti – e, in questo senso, si può affermare che è soprattutto la Cina a finanziare, oggi, la guerra in Iraq. Tuttavia, la relazione tra gli Stati Uniti e la Cina continua ad essere asimmetrica: non si tratta d’interdipendenza, ma di codipendenza (o dipendenza asimmetrica), perché, se la Cina si ritirasse bruscamente dal mercato finanziario internazionale, l’intero sistema economico mondiale ne risentirebbe, ma questa decisione sarebbe autodistruttiva per la Cina stessa; invece, se gli Stati Uniti decidessero di deprezzare fortemente il dollaro – del 40 o 50% -, il valore reale delle riserve cinesi diminuirebbe automaticamente della stessa percentuale, con effetti catastrofici sull’economia cinese. Senza contare che gli Stati Uniti possono sempre continuare ad impedire alla Cina d’investire la totalità dei suoi fondi in investimenti a lungo termine nell’economia americana.

La Cina, inoltre, è diventata, negli ultimi anni, il secondo consumatore mondiale d’energia primaria e il secondo importatore mondiale d’idrocarburi: in questa prospettiva, è opportuno sottolineare che la trasformazione asiatica ha un impatto ecologico globale di estrema importanza, comportando quindi forti tensioni internazionali non solo sul piano economico, ma anche sul piano geopolitico.

Consumo di energia primaria (in quadrilioni di BTU)

1980
Cina 17,5 27,0 42,1 77,0 139,1
India 4,1 8,0 13,8 19,4 32,5
Brasile 4,0 5,8 8,6 10,8 17,2
Russia n.a. 39,0 28,1 33,3 44,8
Stati Uniti 78,3 84,6 98,1 108 133,9

Fonte: "US Energy Information Administration, Outlook 2006".

Il fabbisogno energetico cinese cresce in modo esponenziale: tra il 1980 e il 2002, si passa da 17,5 quadrilioni di BTU (British Thermal Units) di consumo energetico a 42,1 quadrilioni di BTU, e, oggi, il consumo energetico cinese è di circa 50 quadrilioni di BTU. Nell’ipotesi di una crescita lineare, senza crisi esogene o endogene, è stato stimato che il consumo energetico lordo della Cina raggiungerà, nel 2030, 139,1 quadrilioni di BTU, superando quindi gli Stati Uniti (133,9). La Cina, che, allora, avrà una popolazione di 1,3 o 1,4 miliardi d’abitanti, diventerà il primo consumatore mondiale d’energia. Negli altri grandi attori emergenti – il Brasile, l’India, la Russia -, si registra la stessa tendenza verso una crescita esponenziale del consumo energetico: ad esempio, l’India passerà da 4,1 quadrilioni di BTU nel 1980 (oggi è circa a 14 quadrilioni di BTU) a 19,4 nel 2010 e a 32,5 nel 2030.

Per trattare della trasformazione cinese, dividerò le mie osservazioni in due parti: in primo luogo, le fasi della trasformazione capitalista e il ruolo dello Stato, nel contesto asiatico complessivo; in secondo luogo, gli effetti sociali della trasformazione cinese, soprattutto l’urbanizzazione e la comparsa di nuove stratificazioni sociali.

Le fasi della trasformazione cinese e il ruolo dello Stato

L’ascesa economica della Cina, iniziata alla fine degli anni Settanta, può essere compresa riferendosi al concetto di "Stato di sviluppo burocratico autoritario" di cui ho parlato, nel corso della quarta conferenza, in merito al Giappone, alla Corea del Sud e a Taiwan. Tuttavia, questo concetto dovrà necessariamente essere sfumato, perché intercorrono significative differenze tra la trasformazione cinese e l’esperienza dei paesi recentemente industrializzati dell’Asia nord orientale: la trasformazione cinese, infatti, è stata caratterizzata soprattutto dalla brutalità e dalla violenza del passaggio dall’economia socialista pianificata all’economia di mercato – una transizione di eccezionale portata, che ha prodotto drammatiche conseguenze sociali. Nella costruzione dall’alto del mercato, l’autoritarismo politico è stato accompagnato da una liberalizzazione economica graduale ma profonda, nonché da un’integrazione (anch’essa graduale e profonda) dell’economia cinese nell’economia mondiale. Nel corso dell’intero processo, lo Stato ha mantenuto (e mantiene ancora oggi) il controllo del sistema economico nel suo complesso, nel senso che accelera o rallenta, favorisce o disincentiva la creazione del mercato in base alle circostanze, in funzione della stabilità o dell’instabilità economico-politica interna. In particolare, lo Stato ha adottato una politica neomercantilista che promuove l’industrializzazione attraverso le esportazioni: questa politica è stata resa possibile dalla mobilitazione di settori sempre più ampi della società, ma anche dalla strumentalizzazione quasi illimitata della forza lavoro cinese nel nuovo tessuto produttivo.

  • In una prima fase della creazione dall’alto del mercato – tra il 1978 e il 1984 – sono state introdotte riforme volte a risolvere la grave e profonda crisi (una crisi multidimensionale, politica, economia e sociale) in cui era sprofondata la Cina verso la fine del maoismo, soprattutto a causa della Rivoluzione Culturale. Come nel caso degli Stati di sviluppo autoritari (il Giappone all’epoca della restaurazione Meiji e nella fase di preparazione alla guerra, la Corea degli anni Cinquanta), Deng Xiao Ping, sottosegretario di Mao, si trovava, quindi, in una situazione di risoluzione di crisi ed ha cercato di mobilitare la società attorno ad obiettivi nuovi, cioè il passaggio al mercato.

In primo luogo, è stata varata una riforma agraria di decollettivizzazione dell’agricoltura: privatizzazione graduale delle terre, liberalizzazione progressiva del mercato e dei prezzi dei prodotti agricoli, incoraggiamento del consumo rurale, sviluppo dell’industria locale. Queste misure hanno ridotto la differenza di reddito tra città e campagne, migliorando il tenore di vita dei contadini. In secondo luogo, la creazione del mercato rurale è stata accompagnata da una limitata apertura agli investimenti stranieri, soprattutto d’origine cinese-diasporica (investimenti dei Cinesi emigrati all’estero), con l’istituzione di quattro "zone economiche speciali" (special economic zones), o zone franche, nelle regioni marittime del Sud (Shenzhen, Zhuhai e Shantou nella provincia di Guangdong, e Xiamen nel Fujian), controllate dall’esercito popolare di liberazione e dalle massime élite dello Stato cinese.

Questa prima fase di creazione dall’alto del mercato è stata incontestabilmente un successo.

  • La seconda fase di creazione dall’alto del mercato – tra il 1984 e il 1988 – è stata molto più radicale nei suoi effetti. All’apertura agli investimenti internazionali - realizzata attraverso le zone economiche speciali (14 in più dal 1984), che cominciano ad attirare anche le tecnologie giapponesi – s’aggiunge la ristrutturazione delle imprese di Stato (State owned enterprises), cioè la privatizzazione parziale e il decentramento regionale, verso le province, del settore industriale pubblico, a partire dalle imprese più efficienti. Tuttavia, la privatizzazione non è mai stata totale e i benefici sociali dei lavoratori del settore pubblico sono stati mantenuti, così che la ristrutturazione non ha innescato rivolte industriali di massa nelle grandi concentrazioni urbane cinesi.

Tuttavia, questo non ha impedito la comparsa di profonde disuguaglianze sociali e spaziali, tra i diversi gruppi sociali e all’interno dei gruppi sociali stessi. Nelle aree urbane, le differenze di reddito tra i nuovi ricchi e gli strati popolari erano diventate abissali. L’aumento della disoccupazione (provocato dalle ristrutturazioni industriali) e l’abbassamento del reddito degli operai (provocato dal massiccio afflusso in città di lavoratori venuti dalle campagne) erano i sintomi di una crisi sociale più ampia, che coinvolgeva funzionari, contadini, ecc., e che finirà per esplodere, nel 1989, nei cosiddetti eventi di Tienanmen.

JPEG - 5.3 Kb
Wang Hui, "Il nuovo ordine cinese" (2003)

Secondo l’originale e coerente interpretazione di Wang Hui (2003) [1] – che personalmente condivido – questi eventi sarebbero il risultato non solo di un’esigenza politica di democrazia diffusa tra gli studenti, ma di un vasto movimento popolare che pretendeva garanzie sociali: "una reazione spontanea d’auto-protezione sociale e di protesta contro l’autoritarismo", un movimento che domandava libertà ed uguaglianza, o almeno libertà ed equità. In altri termini, gli eventi dei 1989 risulterebbero dalla confluenza tra un movimento politico elitario, per la libertà d’espressione e la democrazia, contro l’autoritarismo, e un grande movimento sociale di massa, un movimento popolare per l’uguaglianza o, quantomeno, l’equità.

È a causa di questo movimento che, tra il 1989 e il 1992, lo Stato ha rallentato le riforme e il processo di liberalizzazione economica. Dopo aver riportato sotto controllo il movimento (con i carri armati!), dopo aver ripristinato l’ordine e la stabilità, dopo aver ristabilito l’equilibrio all’interno dello Stato e del partito, il processo di creazione dall’alto del mercato viene rilanciato e radicalizzato.

  • La terza fase della creazione dall’alto del mercato – tra il 1992 e il 1994 – comincia con la tournée "quasi imperiale" di Deng Xiao Ping nel Sud del paese, che apre la strada all’accelerazione e all’intensificazione della liberalizzazione economica – apre la strada, cioè, ad un’era di "Impero neoliberale autoritario": apertura sperimentale dei mercati finanziari e maggior apertura ai capitali stranieri, liberalizzazione graduale dei prezzi e del mercato del lavoro, proprietà privata immobiliare ed imprese private, ristrutturazione più profonda del settore pubblico. Nel 1996, la Cina chiede di poter entrare nell’Organizzazione Mondiale del Commercio; vi sarà ammessa nel 2001, sotto il successore di Deng Xiao Ping, Ziang Zemin.
JPEG - 4.7 Kb
Karl Polanyi, "The Great Transformation" (1944)

In definitiva, lo Stato autoritario cinese ha svolto un ruolo analogo a quello che Polanyi e Braudel ritengono abbia svolto lo Stato moderno europeo nella transizione al capitalismo industriale. Ad esempio, Karl Polanyi (1944) [2] evidenzia la centralità dello Stato britannico nella creazione di un mercato del lavoro libero, alla fine del XIX secolo: lo Stato ha talvolta accelerato e talvolta rallentato il processo e, a mano a mano che si estendeva il mercato, si estendeva anche il controllo amministrativo, cioè la regolamentazione del mercato.

JPEG - 11 Kb
Fernand Braudel, "La dynamique du capitalisme" (1985)

Come afferma Fernand Braudel (1985) [3], "lo Stato moderno…talvolta favorisce il capitalismo e talvolta lo ostacola; talvolta gli permettere di espandersi, talvolta glielo impedisce". Il capitalismo – aggiunge Braudel – "trionfa soltanto quando s’identifica con lo Stato, quando è lo Stato". E oggi, in Cina, capitalismo e Stato si confondono effettivamente l’uno nell’altro.

La trasformazione sociale

La creazione del mercato e del capitalismo industriale comporta importanti ripercussioni sociali, tra cui il passaggio da un’economia prevalentemente agraria ad un’economia prevalentemente urbana ed industriale: gli urbanisti cinesi stimano che, nel 2030, il 50% della popolazione cinese sarà urbanizzata (720 milioni di persone), contro il 15% all’inizio del XX secolo e il 35% negli anni Settanta del Novecento. L’incremento della produzione agricola, indotto dalle riforme e dalla liberalizzazione, ha fatto sì che circa 200 milioni di contadini cinesi, diventati superflui, abbandonassero le terre e si riversassero nelle città: così, alla fine degli anni Ottanta, si è innescato un vasto movimento demografico di fuga dal mondo rurale verso i centri urbani, soprattutto verso le regioni costiere più dinamiche del paese. La colossale emigrazione dalle campagne ha sradicato questa popolazione di lavoratori nomadi (floating population) dal suo ambiente d’origine, senza però integrarla nel nuovo ambiente urbano; questi lavoratori passano dall’uno all’altro, senza un impiego fisso e senza protezione sociale. Inoltre, questo nuovo gruppo sociale subalterno pesa sui salari degli operai industriali del settore pubblico, sempre meno protetti. Così, tra gli stessi subalterni nascono fratture e stratificazioni, diffondendo la competizione e la violenza sociale.

Mentre in Giappone, a Taiwan e in Corea del Sud lo Stato di sviluppo è riuscito a preservare una certa equità sociale, sopprimendo la società civile e soffocando la dissidenza sociale e politica, l’esperienza cinese è stata diversa. In Cina, il passaggio al mercato è stato più brutale e la ristrutturazione del settore pubblico più profonda. E i dirigenti cinesi sanno che la trasformazione potrà mantenersi nel tempo solo se lo Stato riuscirà ad attenuare le differenze tra gruppi sociali e all’interno dei gruppi sociali, nonché le disuguaglianze spaziali tra le coste e l’interno.


P.S.

Riferimenti bibliografici:


Rispondere all'articolo


Un messaggio, un commento?
  • (Per creare dei paragrafi indipendenti, lasciare fra loro delle righe vuote.)

Chi sei? (opzionale)

Philip S. Golub

Docente di Relazioni internazionali presso l’Institut d’études européennes dell’Università Paris VIII e l’American University of Paris. Ha insegnato anche all’Institut d’études politiques (IEP) e all’Institut national de langues orientales (INALCO) di Parigi. Collabora con l’Institut de relations internationales et stratégiques" (IRIS). Autore di numerosi saggi, collabora con varie riviste specializzate, tra cui "Le Monde diplomatique" e "Les Cahiers de l’Orient", e è consulente di "France Culture". (...)


Note

[1] W. Hui, "Chinas New Order: Society, Politics, and Economy in Transition", Cambridge (MA)-London, Harvard University Press, 2003. Trad. it. "Il nuovo ordine cinese: società, politica ed economia in transizione", Roma, Manifestolibri, 2006. Dello stesso autore: W. Hui, "Aux origines du néolibéralisme en Chine", in "Le Monde diplomatique", aprile 2002, pp. 20-21, trad. it. "Dopo Tienammen, il trionfo dell’ordine neoliberale"; W. Hui, "The politics of Imagining Asia: a genealogical analysis", redatto nel 2004 e pubblicato con il titolo "The politics of Imagining Asia: Empires, Nations, Regional and Global Orders" nelle riviste "Inter-Asia Cultural Studies" il 8/1/2007 e "Japan Focus" il 13/4/2007. Su quest’ultimo saggio si basa l’articolo di W.Hui "Les Asiatiques réinventent l’Asie", in "Le Monde diplomatique", febbraio 2005, pp. 20-21, trad. it. "Storia dell’Asia inventata due volte".

[2] K. Polanyi, "The Great Transformation: the Political and Economic Origins of our Time" (1944), Boston, Beacon Press, 2001. Trad. it. "La grande trasformazione: le origini economiche e politiche della nostra epoca", Torino, Einaudi, 2000.

[3] F. Braudel, "La dynamique du capitalisme", Paris, Arthaud, 1985.

Senza licenza

Questa licenza si applica a soggetti o organizzazioni no-profit. Le organizzazioni commerciali e chiunque desideri utilizzare il nostro materiale a fini commerciali deve contattare la redazione.

Comitato Internazionale di Bologna per la Cartografia e l’Analisi del Mondo Contemporaneo

Mappa del sito | Aiuto | Chi siamo | Contatti | Mettere in syndication tutto il sito : RSS 2.0
Sito realizzato con SPIP (modello di layout) Login