Bologna, 24 maggio 2005

Lo "Stato di sviluppo" asiaticofr

Traduzione di Silvia Dotti

Come ho spiegato nella terza conferenza, la guerra fredda è stata una benedizione per i tre paesi capitalisti dell’Asia nord orientale – Giappone, Corea del Sud, Taiwan -, perché ha permesso loro di condurre, sotto l’ombrello protettivo e coercitivo degli Stati Uniti, politiche di modernizzazione economica e d’industrializzazione accelerata, sino a diventare Stati altamente sviluppati. In particolare, la guerra fredda ha permesso ai paesi asiatici di sviluppare strategie divergenti dal modello liberale, classico o neoclassico, dominante – strategie diverse sia dal liberalismo britannico del tardo Ottocento sia dalle politiche attuate negli Stati Uniti fino al 1935-1937, strategie che sfuggono sia al liberalismo economico sia al liberalismo politico.

26 agosto 2007, di Philip S. Golub
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Il Giappone, dopo la distruzione subita nella seconda guerra mondiale, è riuscito a risollevarsi e a ricostruirsi, attingendo alle sue fonti storiche e ricostituendo l’apparato burocratico-amministrativo, sino a diventare – nell’arco di trent’anni – la seconda potenza economica mondiale. Partendo da più lontano, la Corea del Sud e Taiwan sono riusciti anch’essi a modernizzarsi e ad uscire dal terzo mondo, ispirandosi al Giappone. Tuttavia, questo processo ha implicato, in Giappone, la compressione della società civile in un sistema a partito unico e, negli altri due paesi, l’annientamento della società civile ad opera di regimi autoritari.

Lo "Stato di sviluppo" asiatico

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B. Cumings. "Parallax Visions" (1990)

Bruce Cumings - uno dei massimi specialisti americani dell’Asia e grande storico della Corea – ha definito questi regimi asiatici, devianti a livello economico e politico, "Stati di sviluppo burocratici autoritari" (Bureaucratic Authoritarian Industrialization Regimes, BAIR) [1], caratterizzati da quattro elementi.

  • In primo luogo, uno Stato burocratico fortemente centralizzato, nato dalla sovrapposizione tra due modelli di Stato: le strutture governative tradizionali dell’antico regime asiatico, di tipo cinese (lo Stato confuciano, con il suo meritocratico corpo di funzionari) e il modello weberiano moderno, tedesco o francese, dello Stato burocratico razionale (più adatto all’industrializzazione e alle forme moderne d’intervento economico).
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M. Woo-Cumings (ed.), "The Developmental State" (1999)
  • In secondo luogo, una politica d’istruzione secondaria delle masse, destinata a creare una forza lavoro razionalmente disciplinata ed altamente produttiva (the industrial subject), e un accesso ristretto all’istruzione superiore, all’istruzione universitaria, che doveva restare elitaria per evitare la contestazione.
  • In terzo luogo, un sistema di gestione e sorveglianza poliziesca delle masse, che andava dalla fitta rete di repressione della Corea del Sud e di Taiwan (prima delle rispettive democratizzazioni, nel 1987 e nel 1988) fino all’attuale sistema politico giapponese, più liberale, con l’intento d’impedire lo sviluppo della società civile.
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F.C. Deyo (ed.), "The Political Economy of New Asian Industrialism" (1987)
  • In quarto luogo, una politica economica di "direzione amministrativa" e una politica commerciale neomercantilista, che favoriva lo sviluppo attraverso le esportazioni.

In questa prospettiva, lo Stato di sviluppo dell’Asia nord orientale, che basa direttamente o indirettamente le proprie strategie sulle teorie protezioniste teorizzate da Henry Carey negli Stati Uniti e da Friederich List in Germania, può essere paragonato allo Stato bismarckiano tedesco del tardo Ottocento, un paese che si è industrializzato tardi ma rapidamente. Tuttavia, la differenza tra i due dipende dal fatto che, contrariamente allo Stato tedesco unificato della fine del XIX secolo, gli Stati di sviluppo burocratici autoritari dell’Asia sono stati a lungo e, in parte, sono ancora oggi semi-sovrani, imbrigliati nel sistema di governance – imperiale o egemonico, a seconda delle interpretazioni – americano.

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Chalmers Johnson, "MITI and the Japanese Miracle" (1982)

Il concetto di "Stato di sviluppo" è stato introdotto per la prima volta da Chalmers Johnson (1982) [2]. La nozione di Stato di sviluppo è stata formulata per designare quello che, alle scienze sociali dell’epoca, sembrava un oggetto non identificato: uno Stato che, in termini idealtipici, ottiene risultati economici spettacolari senza essere né uno Stato liberale classico di tipo britannico, che si mantiene al di sopra del mercato, né uno Stato pianificatore "irrazionale" di tipo sovietico, che provoca spesso la distorsione dei fattori produttivi, un’industrializzazione pesante, il debole sviluppo dell’industria intermedia, il mancato sviluppo di una società di consumo. In breve, quest’oggetto non identificato delle scienze sociali viene qualificato come "Stato di sviluppo capitalista pianificatore razionale", che non si limita a stimolare il processo di sviluppo economico accelerato, ma che lo coordina centralmente dall’alto.

Chalmers Johnson pubblica il suo libro nel 1982, quando il Giappone era già diventato la seconda potenza industriale del mondo. Quasi due decenni più tardi, nel 1999, Johnson cerca d’identificare i fattori che hanno permesso agli Stati autoritari dell’Asia di innescare il processo di sviluppo malgrado l’assenza di democrazia interna – mentre le scienze economiche americane dell’epoca intravedevano l’esistenza di una correlazione sistematica tra liberalismo economico (sviluppo) e liberalismo politico (pluralismo). A suo parere, la nozione chiave è "mobilitazione", per cui è la capacità dello Stato di mobilitare dall’alto le élite e le masse popolari attorno ai suoi obiettivi che spiega il successo dello sviluppo forzato dell’Asia. E gli obiettivi dello Stato di sviluppo asiatico sono essenzialmente volti alla risoluzione di crisi permanenti, situazioni d’emergenza, guerre o sottosviluppo (ad esempio, la necessità per il Giappone di scegliere, alla fine del XIX secolo, tra capitolazione coloniale e sviluppo, oppure la necessità per il Giappone di prepararsi alla guerra, nel 1935-1944). Da questo punto di vista, la risoluzione di crisi implica non soltanto l’apertura di spazi economici, ma anche l’apertura di spazi d’autonomia politica.

Lo "Stato di sviluppo" giapponese

Ad esempio, la restaurazione Meiji del 1868 – punto di partenza dello Stato di sviluppo giapponese – ha rappresentato la reazione del Giappone all’espansionismo occidentale e la volontà di sottrarsi al colonialismo: il Giappone vedeva la Cina frammentata e sottomessa dalle due guerre dell’oppio (rispettivamente nel 1839-1842 e nel 1856-1858) e dai trattati ineguali che gli Occidentali le avevano imposto (apertura forzata e coercitiva dei porti cinesi); il Giappone stesso aveva subito una pesante umiliazione nel 1853, quando gli Stati Uniti l’avevano obbligato ad aprirsi al commercio americano, e poi al commercio europeo, con la firma dei trattati ineguali.

In questo contesto, la modernizzazione – unica alternativa alla deriva e allo sfruttamento coloniali – diventa, per il Giappone, un imperativo. La restaurazione Meiji riesce a liquidare il feudalesimo e ad istituire uno Stato centrale forte, uno Stato di tipo prussiano e bismarckiano: ispirandosi ai modelli protezionisti, ai modelli d’industrializzazione tanto tardiva quanto rapida della Germania e degli Stati Uniti (non al modello britannico del libero scambio), il Giappone ha optato per una politica d’industrializzazione dirigista, in cui lo Stato si occupava di concentrare il capitale e redistribuirlo alle industrie nascenti, protette da politiche commerciali neomercantiliste. Il consenso popolare è stato assicurato da una riforma agraria tendenzialmente egualitaria e da una politica d’istruzione delle masse.

La politica giapponese d’industrializzazione diretta dallo Stato ha dato risultati spettacolari. Nel 1905, nel corso della guerra russo-giapponese, la flotta giapponese ottiene una decisiva vittoria militare nella battaglia di Tsushima, che lascia al Giappone mano libera in Corea. Il Giappone si proietta quindi sulla scena internazionale: esso aveva già colonizzato Taiwan nel 1895 e, nel 1910, colonizza la Corea. La questione posta dall’espansionismo giapponese consiste nel sapere cosa ne derivi: modernizzazione o sottosviluppo?

  • Dal punto di vista di Taiwan, la dominazione giapponese ha certamente condotto alla subordinazione, ma ha anche permesso la modernizzazione industriale. I giapponesi hanno trasformato l’economia di Taiwan – paese agrario e decentrato prima del 1895 -, creando reti di trasporto e sbocchi portuali per le materie prime ed i prodotti agricoli destinati al mercato giapponese. Ora, non si tratta dello schema classico di sfruttamento coloniale, perché ne sono risultate l’integrazione del territorio (non la sua frammentazione) e una crescente prosperità dell’isola – un periodo, quindi, di significativo progresso materiale.
  • Dal punto di vista della Corea, invece, la dominazione giapponese ha deformato e sovvertito il percorso di sviluppo del paese, che, alla metà del XIX secolo, aveva iniziato a modernizzarsi autonomamente. Considerando la brutalità e la violenza della colonizzazione della Corea, la condotta spietata del Giappone durante la seconda guerra mondiale e i tentativi giapponesi si sradicare la cultura coreana, la questione resta delicata e controversa.

Tuttavia, alcuni storici americani di sinistra – tra cui Bruce Cumings e Chalmers Johnson – tendono a reinterpretare la colonizzazione giapponese della Corea, sottolineando che, malgrado la sua brutalità, essa ha avuto un impatto infrastrutturale ed industriale determinante per la nascita dello Stato di sviluppo coreano dopo il 1950. Ad esempio, durante la preparazione alla guerra il Giappone ha trasformato la Corea del Sud in centro regionale di produzione per l’esercito giapponese: tra il 1932 e il 1943, il numero di coreani impiegati nell’industria è quasi triplicato, passando da 384.951 persone a 1,3 milioni di persone; l’industria pesante rappresentava, nel 1936, il 28% della produzione industriale totale e, nel 1943, ne rappresentava il 50%. In quest’ottica, la vera e propria rivoluzione industriale coreana è cominciata durante gli ultimi quindici anni della dominazione giapponese.

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R. Ash, A. Booth (ed.), "The Economies of Asia" (2000)

Così, Atul Kohli (1994) [3], dell’Università di Princeton, scrive:

"Colonizzatori tardivi, i giapponesi hanno sfruttato il potere dello Stato per aprire e trasformare la Corea, senza pietà e in un tempo relativamente breve. L’impatto coloniale è stato più intenso, più brutale e più architettonico (che nelle altre colonie giapponesi o europee). La colonizzazione ha (prodotto) tre decenni e mezzo di crescita (più del 3% all’anno) e un livello d’industrializzazione discretamente elevato (nel 1940, il 35% della produzione "nazionale" coreana veniva dalle miniere o dalle manifatture)."


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A. Kohli, "State-directed Development" (2004)

A. Kohli, "Where Do High Growth Political Economies Come From?: The Japanese Lineage of Korea’s Developmental State" (1994)

Queste spiegazioni storiche, evidenziando l’importanza dell’imperialismo e della colonizzazione come fattori determinanti nella costruzione del presente e dei diversi percorsi nazionali, non lasciano alcuno spazio – giustamente, a mio parere – alle spiegazioni culturaliste, per cui lo Stato moderno in Giappone e nel resto dell’Asia sarebbe stato forgiato da un’ipotetica essenza culturale (ad esempio lo scintoismo).

Gli "Stati di sviluppo" asiatici nel secondo dopoguerra

In altri termini, lo Stato di sviluppo asiatico ha fonti endogene profonde, storiche e regionali, che hanno potuto riprodursi nel progetto americano di dominazione del secondo dopoguerra: la guerra fredda, come ho spiegato nella terza conferenza, ha permesso di ricostituire, sotto l’egida americana, gli Stati di sviluppo burocratici autoritari che esistevano prima della guerra, privandoli però della sovranità politica e di qualsiasi autonomia nel campo della politica estera – interamente devolute agli Stati Uniti. Anche dopo il 1945, quindi, lo Stato burocratico autoritario resta il cuore del sistema di sviluppo dell’Asia nord orientale, che persegue l’arricchimento attraverso strategie dirigiste.

Dopo il 1945, soprattutto dopo gli anni Sessanta, il Giappone è diventato l’epicentro di un processo di sviluppo, modernizzazione ed industrializzazione che si è propagato in modo diseguale, in cerchi concentrici e per ondate successive, al resto dell’Asia: ai paesi dell’Asia nord orientale (Corea del Sud, Taiwan, Singapore) in una prima ondata; ai paesi emergenti del Sud Est asiatico (Malesia, Tailandia e, in minor misura, Indonesia) in una seconda ondata, negli anni Settanta e Ottanta; alla Cina e all’India negli ultimi decenni, in una terza ondata.

Questo fenomeno di propagazione è stato teorizzato, a partire dagli anni Trenta, da Kaname Akamatsu, per descrivere la divisione del lavoro tra il Giappone e le sue colonie. Successivamente, nel 1962, lo stesso autore paragona lo sviluppo sequenziale dei paesi dell’Asia nord orientale a una formazione di volo d’oche selvatiche (flying geese model, un triangolo di cui il Giappone costituisce il vertice) [4]: secondo questo modello di sviluppo regionale, dietro ad un paese leader (il Giappone) si costituirebbe una divisione internazionale regionale, un allineamento delle diverse nazioni basato sui rispettivi differenziali di sviluppo; anche il leader è a sua volta allineato sui paesi più sviluppati del sistema internazionale. Sul piano settoriale, i paesi integrati in una formazione di questo tipo passano, per ondate successive, dalle industrie tradizionali alle industrie leggere, poi alle industrie pesanti ed infine alle alte tecnologie. Il processo di rincorsa economica determina, quindi, una ristrutturazione interna permanente, per cui le diverse economie spostano di continuo le principali attività produttive da un livello tecnologico all’altro. Inoltre, questo processo provoca la delocalizzazione delle attività a minor valore aggiunto e diventate obsolete per il paese (che ha aumentato il proprio livello di vita) verso paesi meno sviluppati (in cui il costo del lavoro è inferiore), che, a loro volta, entrano in una logica di ricostruzione interna permanente. Si costituisce così una catena produttiva regionale che va dalle attività ad alta tecnologia alle attività ad alta intensità di lavoro. Ad esempio, negli anni Sessanta e Settanta il Giappone delocalizzava la propria produzione in Corea del Sud, e oggi la Corea del Sud delocalizza la propria produzione – come la Malesia – in Cina.

Tuttavia, è opportuno ricordare che, nella maggior parte dei paesi asiatici, lo sviluppo forzato ed accelerato è costato la sommersione o l’annientamento della società civile. In Corea del Sud, a Taiwan e nei paesi del Sud Est asiatico gli operai e i contadini sono stati privati della parola e di qualsiasi diritto; le democrazie istituite nella regione negli anni Novanta sono tuttora fragili e la società civile non è ancora riuscita ad affermarsi completamente.

In conclusione, il Giappone – epicentro del processo di sviluppo asiatico – ha fornito un forte impulso all’integrazione economica regionale negli anni Settanta, Ottanta e Novanta: nel 1990, la quota del commercio infraregionale dei paesi asiatici rispetto al loro commercio totale era del 44%, nel 1995 era del 47,5%, nel 2000 era del 55% e oggi è del 58,7% (in Europa, la quota del commercio infraregionale rispetto al commercio totale europeo è del 72%). Oggi, però, il centro della regionalizzazione, il cuore del processo d’integrazione regionale è rappresentato dalla Cina, la cui crescita eccezionale sarà l’oggetto della quinta conferenza.


P.S.

Riferimenti bibliografici:

  • Akamatsu, K., "A Historical Pattern of Economic Growth in Developing Countries", in "Developing Economies", vol. 1, 1962, pp. 3-25.
  • Ash, R., Booth, A. (eds.), "The Economies of Asia 1950-1998: Critical Perspectives on the World Economy. Volume III: The Four Tigers", London, Routledge, 2000.
  • Cumings, B., "The Origins and Development of the Northeast Asian Political Economy: Industrial Sectors, Product Cycles, and Political Consequences", in "International Organization", 138, 1984, pp. 1-40.
  • Cumings, B., "Parallax Visions: Making Sense of American-East Asian Relations at the End of the Century", London, Duke University Press, 1990.
  • Deyo, F.C. (ed.), "The Political Economy of the New Asian Industrialism", New York, Cornell University Press, 1987.
  • Johnson, C., "MITI and the Japanese Miracle. The Growth of Industrial Policy 1925-1975", Stanford, Stanford University Press, 1982.
  • Kohli, A., "Where Do High Growth Political Economies Come From?: The Japanese Lineage of Korea’s Developmental State", in "World Development", 22, 9, settembre 1994, pp. 1269-1293.
  • Kohli, A., "State-Directed Development: Political Power and Industrialization in the Global Periphery", Cambridge, Cambridge University Press, 2004.
  • Woo-Cumings, M. (ed.), "The Developmental State", New York, Cornell University Press, 1999.

Philip S. Golub

Docente di Relazioni internazionali presso l’Institut d’études européennes dell’Università Paris VIII e l’American University of Paris. Ha insegnato anche all’Institut d’études politiques (IEP) e all’Institut national de langues orientales (INALCO) di Parigi. Collabora con l’Institut de relations internationales et stratégiques" (IRIS). Autore di numerosi saggi, collabora con varie riviste specializzate, tra cui "Le Monde diplomatique" e "Les Cahiers de l’Orient", e è consulente di "France Culture". (...)


Note

[1] B. Cumings, "The Origins and Development of the Northeast Asian Political Economy: Industrial Sectors, Product Cycles, and Political Consequences", in "International Organization", 1984, 38, pp. 1-40 (capitolo 2 in F.C. Deyo, ed., "The Political Economy of the New Asian Industrialism", New York, Cornell University Press, 1987, pp. 44-83). Dello stesso autore: B. Cumings, "Parallax Visions: Making Sense of American-East Asian Relations at the End of the Century", London, Duke University Press, 1990; B. Cumings, "Webs with no Spiders, Spiders with no Webs: The Genealogy of the Developmental State", in M. Woo-Cumings, ed., "The Developmental State", New York, Cornell University Press, 1999, pp. 61-92.

[2] C. Johnson, "MITI and the Japanese Miracle. The Growth of Industrial Policy 1925-1975", Stanford, Stanford University Press, 1982.

[3] A. Kohli, "Where Do High Growth Political Economies Come From?: The Japanese Lineage of Korea’s Developmental State", in "World Development", 22, 9, settembre 1994, pp. 1269-1293 (in M. Woo-Cumings, ed., "The Developmental State", New York, Cornell University Press, 1999; in R. Ash e A. Booth, eds., "The Economies of Asia 1950-1998: Cultural Perspectives on the World Economy. Volume III: The Four Tigers", London, Routledge, 2000). Dello stesso autore: A. Kohli, "State-Directed Development: Political Power and Industrialization in the Global Periphery", Cambridge, Cambridge University Press, 2004.

[4] K. Akamatsu, "A Historical Pattern of Economic Growth in Developing Countries", in "Developing Economies", vol. 1, 1962, pp. 3-25.

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