Bologna, 24 maggio 2007

La guerra fredda in Asia orientalefr

Traduzione di Silvia Dotti

Nella seconda conferenza, ho cercato di individuare le fonti profonde del declino e della rinascita dell’Asia in una prospettiva storica a lungo termine, che andava dal periodo antecedente la rivoluzione industriale europea fino all’epoca dell’imperialismo. Oggi cercherò di situare la rinascita dell’Asia in una prospettiva temporale più breve, concentrandomi sulla guerra fredda post 1945 e sul ruolo dell’Asia nel sistema internazionale americano.

26 agosto 2007, di Philip S. Golub
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L’imperialismo ha rappresentato l’aspetto dominante dell’esperienza asiatica durante l’intero XIX secolo. Tranne il Giappone e il Siam, tutti i paesi asiatici – Asia orientale e meridionale – sono stati colonizzati dalle potenze imperiali occidentali o dalla potenza imperiale giapponese. Questo movimento d’espansione coercitiva si arresterà soltanto nel 1945, con il crollo o il declino delle metropoli imperiali europee e la distruzione militare, nelle macerie della seconda guerra mondiale, dell’impero giapponese.

Il fenomeno di desimperializzazione, o decolonizzazione, può essere analizzato ed interpretato attraverso tre approcci principali:

  • In primo luogo, l’approccio nazionalista, che spiega la decolonizzazione attraverso fattori endogeni alle società colonizzate, principalmente la comparsa e il consolidamento di movimenti nazionalisti, elitari o popolari, di resistenza all’imperialismo: in questa prospettiva, il colonizzato non è un oggetto passivo, ma un soggetto storico attivo ed agente.
  • In secondo luogo, l’approccio metropolitano, che spiega la decolonizzazione attraverso fattori endogeni alle potenze coloniali, come il cambiamento di mentalità delle élite o le evoluzioni dell’economia nazionale: in questa prospettiva, il colonizzato è marginalizzato e privato del ruolo di soggetto attivo.
  • In terzo luogo, l’approccio di politica internazionale, che spiega la decolonizzazione attraverso fattori esogeni internazionali, cioè le trasformazioni del sistema mondo.

Questi tre livelli d’analisi sono spesso considerati incompatibili e contraddittori. Tuttavia, poiché l’ambito internazionale e l’ambito interno si costituiscono l’un l’altro, ritengo che le pressioni internazionali e i processi economico-politici sia della metropoli sia della periferia s’intersechino reciprocamente in tutti momenti della storia. Di conseguenza, focalizzerò le mie osservazioni sull’interazione tra i diversi fattori, mettendo l’accento soprattutto sui fattori sistemici internazionali: in questa conferenza, cercherò d’identificare le variabili esogene atte a spiegare la rinascita asiatica del secondo dopoguerra, mentre le variabili endogene verranno trattate nella quarta conferenza.

La seconda guerra mondiale e il nuovo ordine mondiale

Lo Stato moderno, infatti, rappresenta un "Giano a due facce", una che guarda all’esterno, volgendosi all’arena internazionale, e l’altra che guarda all’interno, volgendosi alla società nazionale. Ne esaminerò innanzi tutto la faccia esterna: da questo punto di vista, la fine della seconda guerra mondiale ha avuto tre conseguenze fondamentali.

  • La prima conseguenza della seconda guerra mondiale è l’affermazione degli Stati Uniti come potenza dominante in Asia e il ricentramento del sistema capitalista mondiale attorno al polo americano. Il processo di ricentramento dell’economia mondiale da Londra verso New York era già iniziato alla fine del XIX secolo, negli anni Ottanta e Novanta, e giunge a compimento nel 1945: alla fine della guerra, gli Stati Uniti diventano il vero e proprio cuore del mondo, non solo sul piano economico, commerciale e finanziario (50% della produzione mondiale, 50% degli scambi internazionali, unico creditore mondiale, significativi vantaggi comparati nel settore tecnologico), ma anche sul piano politico, qualificandosi come la sola fonte d’autorità politica per tutti i paesi capitalisti.
  • La seconda conseguenza della seconda guerra mondiale è l’indebolimento dei centri metropolitani coloniali, o, nel caso del Giappone, la distruzione politico-economica e il passaggio sotto tutela americana (paragonabile all’occupazione americana della Germania occidentale). La crisi dei centri metropolitani coloniali ed imperiali trova la propria fonte originaria in una situazione di vulnerabilità e rovina economica: come osserva John Maynard Keynes, nel 1945 la Gran Bretagna era minacciata da un "financial Dunkirk" ed è stata salvata soltanto dal prestito americano del 1946, di 3,5 miliardi di dollari.
  • La terza conseguenza della seconda guerra mondiale è l’affermazione di vaste forze sociali nazionaliste, anti-coloniali e rivoluzionarie, elitarie o popolari, in tutte le regioni colonizzate del mondo – in Asia orientale e meridionale, in India, in Medio Oriente.

Nel contesto appena descritto, l’affermazione degli Stati Uniti come potenza egemone mondiale ha esercitato un impatto decisivo in Asia orientale. Dall’inizio della guerra, dal 1940-1941, le élite economiche e politiche americane avevano già compreso che la guerra avrebbe prodotto un vero e proprio stravolgimento degli equilibri di potere a livello internazionale, che gli Stati Uniti sarebbero diventati "l’erede, il legatario universale e l’amministratore dei beni economico-politici dell’Impero britannico", che "lo scettro sarebbe passato dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti".

Nel 1941, Henry Luce scrive che il secolo a venire sarebbe stato il secolo americano, che gli Stati Uniti – in quanto "nazione più potente" del mondo – avrebbero dovuto "esercitare il pieno impatto della loro influenza con i mezzi che avrebbero ritenuto più opportuni" e diventare il partner dominante in una relazione futura con l’Impero britannico – una relazione in cui la Gran Bretagna sarebbe stata the junior partner [1]. E nel 1943, il Ministero della Difesa afferma che, alla fine della guerra, gli Stati Uniti avrebbero avuto "due nuove frontiere strategiche": la prima sarebbe stata l’Atlantico fino a Berlino (la frontiera europea o euro-atlantica) e la seconda sarebbe stata il Pacifico. Alla metà degli anni Quaranta, si profilavano già i contorni del "secolo americano": predominio economico accompagnato dalla supremazia strategica, che si sarebbe fondata su una rete di basi militari estese dall’Atlantico al Pacifico e dall’Artico al Capo.

La realtà nascente implicava la riconfigurazione delle strategie di potere e dei rapporti di forza a livello globale, spingendo gli Stati Uniti a ridefinire la loro posizione rispetto agli antichi imperi coloniali, europei e giapponese. Durante la guerra, il presidente americano Franklin Roosevelt aveva chiaramente espresso l’intenzione di smantellare gli imperi giapponese, francese e tedesco, e di decolonizzare l’impero britannico con un sistema più graduale di mandati internazionali – sostituendovi poi gli Stati Uniti come nuova potenza dominante. Nel 1941, Roosevelt aveva imposto a Churchill la firma della Carta Atlantica, il cui articolo 3 consacrava "il diritto di tutti i popoli di scegliere la forma di governo sotto cui vivere" alla fine della guerra.

Come osserva John Foster Dulles (nel 1955, dieci anni dopo la fine della guerra mondiale):

"Per tutta la durata della guerra, Roosevelt ha creduto che le potenze europee avrebbero dovuto seguire l’esempio degli Stati Uniti (decolonizzazione delle Filippine), predisponendo le condizioni per l’autonomia (self government) e, infine, per l’indipendenza di tutti i loro possedimenti coloniali. Era convinto che, nelle regioni asiatiche liberate dal Giappone, non avrebbe dovuto essere restaurata alcuna autorità straniera e che, laddove l’autonomia fosse stata impraticabile, le Nazioni Unite avrebbero dovuto agire come potenza mandataria".

Quest’obiettivo aveva come corollario una politica di dialogo e negoziazione con i dirigenti nazionalisti e, talvolta, persino rivoluzionari (Ho Chi Minh, Mao), cui gli Stati Uniti avrebbero promesso il loro appoggio nelle lotte anticoloniali per l’indipendenza. Ma queste promesse non sono state mantenute.

Nei primi anni della guerra fredda, la decolonizzazione sotto supervisione americana e onusiana ha ceduto il passo a una politica più ambigua e contraddittoria, che consisteva nel sostenere alcuni imperi coloniali europei per associarli alla lotta – ormai primaria e globale – contro il comunismo (dapprima contro l’Unione Sovietica, poi contro la Repubblica Popolare Cinese), limitando allo stesso tempo i loro margini di manovra e la loro speranza di vita. Ad esempio, gli Stati Uniti hanno sostenuto l’impero francese in Indocina (almeno fino all’ingloriosa sconfitta dell’esercito francese a Dien Bien Phu, nel 1954), nella speranza che i francesi avrebbero contribuito a contenere e respingere le forze comuniste, negoziando, allo stesso tempo, con i nazionalisti locali. O ancora, gli Stati Uniti hanno sostenuto l’impero olandese in Indonesia per impedire il rafforzamento delle forze comuniste, ma poi hanno utilizzato la minaccia di tagliare gli aiuti del Piano Marshall per obbligare i Paesi Bassi a lasciare la regione (guerra d’indipendenza indonesiana, 1946-1950). Per quanto riguarda l’Impero britannico, l’assistenza americana – come sostiene William Roger Louis (2001), uno dei principali storici americani dell’imperialismo – "l’ha aiutato a rivivere prima di crollare interamente" [2].

Invece dell’architettura onusiana immaginata da Roosevelt, i pianificatori americani della guerra fredda hanno istituito un sistema radicalmente diverso, basato sull’integrazione dell’Asia orientale in un nuovo ordine di sicurezza e prosperità; si trattava, quindi, di un ordine autoritario e, allo stesso tempo, di un ordine di sviluppo, strutturato attorno a Stati “nazionalisti” ed inserito nel sistema economico regionale.

In una prospettiva comparativa, è interessante distinguere tra l’azione americana in Europa e in Asia orientale. In entrambi i casi, l’obiettivo principale degli Stati Uniti era lo stesso, cioè la costruzione di una cintura di sicurezza (arginare le forze comuniste, l’Unione Sovietica e la Repubblica Popolare Cinese, impedendo le crisi sociali e le lotte di classe alla base delle rivoluzioni) e di strutture di prosperità (promuovere rapidamente la ricostruzione e lo sviluppo economico dei paesi alleati subordinati attorno ai poli dominanti, la Germania e il Giappone). Tuttavia, l’azione americana è stata molto diversa nelle due zone, in Europa e in Asia orientale.

Gli Stati Uniti in Europa

In Europa, gli Stati Uniti hanno istituito quello che il teorico di relazioni internazionali John J. Ruggie (1982) [3], che è stato consigliere di Kofi Annan all’ONU, chiama embedded liberalism, un sistema che incoraggiava la nascita di un mercato economico libero, politiche di laissez-faire e strategie neomercantiliste fondate sulle esportazioni, assicurando, allo stesso tempo, la stabilità sociale interna attraverso l’intervento pubblico. In altri termini, per arrestare l’ascesa delle forze rivoluzionarie e garantirsi mercati funzionanti, gli Stati Uniti hanno creato, in Europa, Stati nazionali che promuovessero lo sviluppo economico in un quadro di pace sociale.

Il sistema internazionale europeo era certamente gerarchico ed altamente istituzionalizzato, ma esso si basava sia un’intensa collaborazione tra le élite europee e gli Americani sia su un vasto consenso popolare alla leadership degli Stati Uniti: sebbene abbiano limitato la capacità di manovra e l’autonomia politica dei paesi europei, gli Stati Uniti hanno comunque favorito la ricostruzione e lo sviluppo economico della regione, la nascita degli Stati sociali (Welfare States) e il processo d’integrazione orizzontale dell’Europa.

Gli Stati Uniti in Asia orientale

Rispetto all’esperienza europea, l’esperienza asiatica è differente sotto tre aspetti principali, anche se l’obiettivo americano era sempre quello di costruire cinture di sicurezza e prosperità.

  • La prima differenza è che l’ordine istituito dagli Americani in Asia orientale non era per nulla liberale, né sul piano economico né sul piano politico. Nei paesi non comunisti dell’Asia nord orientale (Giappone, Corea del Sud, Taiwan), gli Stati Uniti hanno creato un ordine basato su Stati di sviluppo burocratici o semi-burocratici autoritari, inestricabilmente legati e subordinati allo Stato di sicurezza americano (tornerò su questi concetti nella quarta conferenza). Oppure, nei paesi del Sud Est asiatico (Tailandia, Indonesia, ecc.) gli Stati Uniti hanno sostenuto e sono stati sostenuti da regimi autoritari o semi-autoritari, talvolta vere e proprie dittature militari. Tutti gli Stati asiatici - autoritari o dittatoriali, burocratici o non burocratici, Stati di sviluppo e non – sono stati inseriti nel nuovo sistema internazionale egemonico e i loro apparati politici, amministrativi e militari sono stati integrati direttamente nello Stato di sicurezza americano, in posizione subordinata. Inoltre, in Asia gli Stati Uniti non hanno assolutamente permesso l’emergere della società civile (e nemmeno della democrazia) come spazio autonomo ed intermedio tra cittadini e Stato. Globalmente parlando, i paesi dell’Asia settentrionale e del Sud Est asiatico sono stati concepiti, nel progetto americano, come macchine economiche funzionali alla guerra fredda, oppure - come si legge in un rapporto del "Policy Planning Staff" del Dipartimento di Stato americano del 1949 – come "satelliti" senza "identità propria".
  • La seconda differenza è che, contrariamente al sistema atlantico, il sistema transpacifico era sotto-istituzionalizzato. In Asia, gli Stati Uniti hanno costruito un sistema d’autorità verticale in cui i paesi capitalisti della regione potevano comunicare tra loro soltanto attraverso gli americani, senza alcuna integrazione regionale: i paesi capitalisti asiatici accettano implicitamente di rinunciare alla sovranità effettiva e all’autonomia politica in cambio del libero accesso al mercato americano; da parte loro, gli Stati Uniti incoraggiano o impongono, in Asia, strategie neomercantiliste di sviluppo e d’industrializzazione attraverso le esportazioni.
  • La terza differenza è che la frontiera transpacifica degli Stati Uniti era quasi costantemente in guerra. La guerra fredda, in Asia orientale, non è mai stata davvero "fredda", ma è stata sempre punteggiata da guerre "calde". Le statistiche sul numero di morti causati, nei paesi asiatici, da guerre interstatali o da guerre civili – in cui gli Stati Uniti sono sempre stati direttamente o indirettamente implicati – variano a seconda delle fonti: la maggior parte degli esperti stima il numero di morti della guerra di Corea tra 2,5 e 3 milioni, quello della guerra del Vietnam tra 2 e 3 milioni. La guerra civile indonesiana, seguita al colpo di Stato del generale Suharto, ha causato un numero di morti compreso tra 600.000-800.000 e un milione; l’invasione di Timor da parte dell’esercito di Suharto, nel 1975, ha causato quasi 250.000 morti. E, infine, il genocidio cambogiano – perpetrato da un regime comunista che era stato sostenuto alternativamente dalla Cina e dalle potenze occidentali – ha sterminato milioni di khmer rossi, sebbene i khmer rossi fossero rappresentati all’Onu (fino alla metà degli anni Ottanta) e avessero ottenuto il loro seggio grazie agli Occidentali. A tutto questo bisogna anche aggiungere, ad esempio, i morti della guerra civile cinese (1945-1949), nonché i morti delle innumerevoli guerre e guerriglie nelle Filippine, in Tailandia, ecc.

Con queste osservazioni non intendo sostenere la responsabilità unica ed esclusiva degli Stati Uniti nelle guerre asiatiche, ma, sottolineando le differenze che intercorrono tra l’esperienza europea e l’esperienza asiatica negli anni della guerra fredda, emerge un racconto che diverge in modo sostanziale da quello di un’economia politica liberale in espansione (di chi ho parlato nella seconda conferenza).

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Chalmers Johnson, "MITI and the Japanese Miracle" (1982)

In particolare, si può affermare che la guerra è stato il fattore esogeno determinante del successo economico degli Stati di sviluppo asiatici – Giappone, Corea del Sud, Taiwan – dopo il 1945. Come sostiene Chalmers Johnson (1982), "la guerra di Corea è stata, per il Giappone, l’equivalente del Piano Marshall" [4]. In effetti, secondo il primo ministro giapponese dell’epoca, Yoshida Shigeru, la guerra di Corea è stata, per il Giappone, "un dono degli dei", perché ha permesso di rilanciare con estrema rapidità l’economia giapponese, mobilitandone le capacità e dinamizzando i flussi d’investimento americani: a partire dalla guerra di Corea, tra il 1950 e il 1962, i flussi americani (doni e prestiti) verso l’Asia orientale sono stati superiori del 30% rispetto a quelli diretti in Medio Oriente o in Asia meridionale, 4 volte di più dei flussi diretti in America Latina e 25 volte di più dei flussi diretti verso l’Africa subsahariana.

Come la guerra di Corea è stata un dono degli dei per il Giappone, così la guerra del Vietnam è stata una fortuna inaspettata per la Corea del Sud, perché le ha permesso di diventare a sua volta, dopo il Giappone, una piattaforma regionale in cui confluivano investimenti non solo americani, ma anche giapponesi e in generale occidentali, creando le condizioni di possibilità per l’industrializzazione e la rapida crescita degli anni Sessanta e Settanta. Nel 1950, la Corea del Sud aveva un PIL pro capite di 146 dollari, cioè un livello di vita equivalente a quello dell’Egitto o della Nigeria; nel 1962, essa era soltanto 99° nella classifica della Banca Mondiale. Ma dodici anni più tardi, alla fine della guerra del Vietnam, la Corea del Sud avrà triplicato il PIL pro capite e sarà salita, nella classifica della Banca Mondiale, alla 61° posizione.

In conclusione, sono le circostanze della guerra fredda in Asia che costituiscono i fattori esogeni principali alla base dello sviluppo economico accelerato, nel secondo dopoguerra, dell’Asia orientale. Nella quarta conferenza, cercherò di identificare anche i fattori endogeni.


P.S.

Riferimenti bibliografici:

  • Johnson, C., "MITI and the Japanese Miracle. The Growth of Industrial Policy 1925-1975", Stanford, Stanford University Press, 1982.
  • Louis, W.R., "The Oxford History of the British Empire" (2001), Oxford, Oxford University Press, 2006.
  • Luce, H.R., "The American Century", in "Life Magazine", 17 febbraio 1941.
  • Ruggie, J.G., "International Regimes, Transactions and Change: Embedded Liberalism in the Postwar Economic Order", in "International Organization", Vol. 36, 2, 1982, pp. 379-415.

Philip S. Golub

Docente di Relazioni internazionali presso l’Institut d’études européennes dell’Università Paris VIII e l’American University of Paris. Ha insegnato anche all’Institut d’études politiques (IEP) e all’Institut national de langues orientales (INALCO) di Parigi. Collabora con l’Institut de relations internationales et stratégiques" (IRIS). Autore di numerosi saggi, collabora con varie riviste specializzate, tra cui "Le Monde diplomatique" e "Les Cahiers de l’Orient", e è consulente di "France Culture". (...)


Note

[1] H.R. Luce, "The American Century", in "Life Magazine", 17 febbraio 1941.

[2] W.R. Louis, "The Oxford History of the British Empire" (2001), Oxford, Oxford University Press, 2006.

[3] J.G. Ruggie, "International Regimes, Transactions and Change: Embedded Liberalism in the Postwar Economic Order", in "International Organization", Vol. 36, 2, 1982, pp. 379-415. Un’edizione elettronica di questo articolo può essere consultata, ad esempio, sul sito dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

[4] C. Johnson, "MITI and the Japanese Miracle. The Growth of Industrial Policy 1925-1975", Stanford, Stanford University Press, 1982.

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Con il contributo di:

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