Bologna, 23 maggio 2007

Dall’eclissi alla rinascita: percorsi storicifr

Traduzione di Silvia Dotti

In questa seconda conferenza, presenterò una ricostruzione archeologica della storia dell’Asia nel mondo, partendo da ciò che l’Asia è stata prima della rivoluzione industriale europea e ciò che l’Asia è diventata durante la rivoluzione industriale europea. La mia tesi è che, oggi, l’Asia – l’Asia orientale e meridionale – stia ritrovando la sua collocazione nell’economia politica internazionale, la collazione che le era appartenuta prima della rivoluzione industriale europea, ma in un contesto radicalmente diverso.

26 agosto 2007, di Philip S. Golub
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Fernand Braudel, "La dynamique du capitalisme" (1985)

Come afferma Fernand Braudel (1985) [1], il passato "contamina" il presente, nel senso che non ci sono mai, nella storia, discontinuità e rotture assolute: per quanto sottili, ci sono sempre legami che collegano il passato più remoto al presente e all’attualità del mondo, ripercuotendosi sui diversi percorsi storici. In quest’ottica, cercherò di dimostrare che l’odierna rinascita dell’Asia – come ho suggerito nella prima conferenza – non risulta soltanto dalle pressioni tendenzialmente unificanti della globalizzazione novecentesca o dalla mera trasposizione dei modelli neoclassici di modernizzazione: il ritorno dell’Asia al centro del mondo s’inscrive in una storia più lunga e profonda, basandosi più su fattori endogeni che su fattori esogeni.

Tuttavia, la lettura attualmente dominante – che cercherò di confutare – interpreta la trasformazione asiatica (e la tendenziale unificazione del mondo) come il risultato della diffusione progressiva della cultura occidentale, dei suoi modi di pensare e d’agire, e soprattutto come il risultato dell’assimilazione imitativa del modello di sviluppo americano. Personalmente, ritengo che questa lettura (su cui tornerò nella sesta conferenza) debba essere considerata soltanto come un meta-racconto della modernità e della globalizzazione.

Un meta-racconto della modernità e della globalizzazione

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O’Brien, Clesse, "Two Hegemonies" (2002)

Lo schema interpretativo che intendo criticare presuppone che l’Occidente costituisca una singolarità storica e rappresenti la misura del resto del mondo, che l’espansione occidentale (inaugurata dalle "grandi scoperte" ed estesasi a livello mondiale grazie alla rivoluzione industriale e al colonialismo) abbia condotto, alla fine del XIX secolo, alla convergenza e – come afferma Robert Gilpin (2002) [2] - alla costruzione di "un’economia mondiale liberale veramente globale".

Questo meta-racconto sostiene, quindi, che la diffusione della cultura occidentale (nel senso più ampio del termine) avrebbe creato legami d’interdipendenza mondiali e complementarità positive, basate sui vantaggi fattoriali comparati di tutti gli attori. Grazie al liberalismo economico – come sottolineano Sachs e Warner (1995) [3] –, la diffusione della cultura occidentale avrebbe anche innescato, nel XX secolo, una nuova dinamica di crescita del mondo intero, poiché la liberalizzazione e l’industrializzazione si estendono ben al di là dell’epicentro europeo e delle colonie neoeuropee di popolamento, coinvolgendo progressivamente la maggior parte – se non la totalità – del pianeta. Questa prima ondata di modernizzazione ed unificazione del mondo, che avrebbe avuto luogo nel XIX secolo sotto l’egida britannica, sarebbe stata interrotta, tra il 1910-1914 e il 1945, dal ciclo di guerre e depressione, per poi riprendere, dopo la seconda guerra mondiale, sotto l’egida americana. Alla fine del XX secolo, questa seconda ondata di modernizzazione ed unificazione del mondo avrebbe condotto, con la caduta del muro di Berlino e la trasformazione capitalista cinese ed indiana, alla quasi-universalizzazione dei mercati liberi e ad un nuovo ciclo di convergenza mondiale.

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Paul Bairoch, "Victoires et déboires" (1997)

Ora, come evidenzia Paul Bairoch (1997) [4], questa lettura storica è soltanto un mito.

Ed è quasi impossibile liberarsi da questo genere di meta-racconto, da questo racconto mitico, perché il mito offre schemi narrativi totali con cui ordinare la realtà disordinata e conferire un significato ontologico alla storia, alla società, alla vita e al mondo intero. È per questo motivo che il meta-racconto sopravvive nel tempo e ritorna di continuo, proprio come sopravvive nel tempo e ritorna di continuo la tesi mitica di Max Weber, per cui il mondo moderno e la rivoluzione industriale sarebbero scaturiti unicamente dal protestantesimo puritano.

In ogni caso, questo meta-racconto sulla modernità e la globalizzazione maschera, sommerge o elude tre realtà storiche fondamentali.

  • In primo luogo, questo meta-racconto ignora tutto ciò che è avvenuto nel mondo prima della rivoluzione industriale europea, come se la storia moderna fosse cominciata soltanto con l’ascesa dell’Occidente e la sua irruzione sulla scena mondiale. Invece, è opportuno ricordare che, prima della rivoluzione industriale europea, il mondo non era verticale, gerarchico ed accentrato, ma orizzontale, decentrato e policentrico. È opportuno ricordare che, fino alla fine del XVIII secolo, non c’erano un sistema e un mondo al singolare, ma sistemi e mondi al plurale. Soprattutto, non esisteva un’economia mondiale, ma una molteplicità di "economie mondo" (l’Europa, la Cina, l’India, l’Impero Ottomano, ecc.) nel senso braudeliano del termine – per cui "l’economia di una parte soltanto del pianeta forma un tutto economico". Le economie mondo comprendevano al proprio interno l’organizzazione e la divisione del lavoro, le conoscenze scientifiche e le capacità tecnologiche; tra le diverse economie mondo c’erano contatti, connessioni, interrelazioni, scambi e fusioni, ma senza una vera e propria dimensione globale. In particolare, il racconto mitico occulta il fatto che le economie mondo che prosperavano in Asia avevano strutture economiche, produttive e commerciali di livello equivalente o persino superiore rispetto alle economie mondo europee.
  • In secondo luogo, il meta-racconto in questione ignora il ruolo della violenza e della coercizione nell’espansionismo europeo in Asia (e altrove) nel corso del XIX secolo. Sebbene i fattori esogeni non possano spiegare interamente il declino relativo dell’Asia nell’Ottocento, l’imperialismo resta comunque una variabile esplicativa determinante.
  • In terzo luogo, il meta-racconto in esame ignora il carattere per nulla liberale dell’espansione capitalista che ha avuto luogo, alla fine del XIX secolo, in Europa e negli Stati Uniti, dove il liberalismo era fortemente limitato sia nello spazio sia nel tempo.

In questa discussione, cercherò quindi di rimettere in questione i fondamenti del racconto mitico appena descritto e di presentare racconti alternativi della storia mondiale, evidenziando le fonti remote della trasformazione asiatica contemporanea. Una prima parte della conferenza tratterà delle economie mondo asiatiche; una seconda parte si concentrerà sul fenomeno dell’imperialismo.

Le economie mondo asiatiche

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Kenneth Pomeranz, "La grande divergenza" (2000)

Prima della rivoluzione industriale europea, il sistema internazionale era orizzontale, decentrato, policentrico, essenzialmente equilibrato ed egualitario, nel senso che non c’erano, tra le diverse economie mondo, disparità economiche o tecnologiche fondamentali. Come afferma Kenneth Pomeranz (2000) [5], nel 1750 – alle soglie della rivoluzione industriale – le diverse zone dell’Eurasia presentavano "somiglianze sorprendenti nello sviluppo agricolo o commerciale e (nelle attività) protoindustriali", cioè nella produzione e nel commercio di manifatture preindustriali (tessuti artigianali, siderurgia artigianale, ecc.) destinate non solo alla consumazione domestica, ma anche al mercato locale e regionale.

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Christopher Bayly, "The Birth oh the Modern World" (2004)

Come osserva Christopher Bayly (2004) [6], gli studi comparativi di questo tipo hanno modificato lo sguardo degli storici (ma non degli economisti), dipingendo società asiatiche che, come la società cinese, erano caratterizzate da un "commercio florido, una specializzazione commerciale infraregionale sempre più sofisticata, un coinvolgimento positivo della nobilità e dei contadini nel mercato emergente". E questo non soltanto nel caso della Cina, ma anche del Giappone, di vaste regioni delle Indie e del Medio Oriente, che hanno goduto di condizioni economiche complessivamente favorevoli - secondo Paul Bairoch (1997) [7] - almeno fino alla metà del XVIII secolo.

In breve, prima della rivoluzione industriale europea le società asiatiche non erano né immobili né in declino, come dimostrano le quote delle diverse zone del mondo nella produzione manifatturiera protoindustriale mondiale.

Quote nazionali (%) nella produzione manifatturiera mondiale 1750-1900

1750
Europa 23.2 28.1 34.2 53.2 61.3 62.0
Gran Bretagna 1.9 4.3 9.5 19.9 22.9 18.5
Stati Uniti 0.1 0.8 2.4 7.2 14.7 23.6
Giappone 3.8 3.5 2.8 2.6 2.4 2.4
Cina 32.8 33.3 29.8 19.7 12.5 6.2
India 24.5 19.7 17.6 8.6 2.8 1.7
TM 73.0 67.7 60.5 36.6 20.9 11

Fonte: P. Bairoch, "Storia economica e sociale del mondo: vittorie e insuccessi dal XVI secolo a oggi" (1997), Torino, Einaudi, 1999.

Nel 1750, l’Europa rappresentava il 23,2% della produzione manifatturiera artigianale mondiale e, all’epoca, la quota della Gran Bretagna era molto bassa, 1,9% (la quota degli Stati tedeschi era del 3% circa e quella della Francia del 4% circa). La quota degli Stati Uniti era soltanto dello 0,1%, mentre la quota della Cina (32,8%), delle Indie (24,5%) e del Giappone (3,8%) era complessivamente del 61,1%. Se si aggiunge l’Impero Ottomano, la quota della produzione manifatturiera del Non Occidente nel 1750 era circa del 75%. E la situazione resta pressoché la stessa nel 1800: sebbene l’Europa (28,1%) e in particolare la Gran Bretagna (4,3%) stessero conoscendo un’accelerazione importante, le quote rispettive non hanno subito cambiamenti sostanziali e la quota della Cina resta del 33,3%. Nemmeno nel 1830 emergono divergenze fondamentali: la Cina, le Indie e il Giappone continuano a rappresentare il 50,1% della produzione manifatturiera artigianale mondiale. La vera frattura si registra soltanto tra il 1830 e il 1840-1850.

L’assenza di disparità fondamentali tra Occidente e Non Occidente prima della rivoluzione industriale europea è ancora più evidente se si considera il PIL pro capite, un indicatore più sofisticato e significativo delle cifre globali.

Prodotto Interno Lordo (PIL) pro capite (dollari 1960)

PPA
1750 230 182 188
1800 242 198 188
1860 575 324 174
1913 1.350 662 192
1950 2.420 1.050 200
1995 5.230 3.320 480

PPA: Paesi Più Avanzati
MPE: Media Paesi Europei
MPNE: Media Paesi Non Europei

Fonte: P. Bairoch, "Storia economica e sociale del mondo: vittorie e insuccessi dal XVI secolo a oggi" (1997), Torino, Einaudi, 1999.

I calcoli di Bairoch mostrano che, nel 1750, il PIL pro capite dei paesi più avanzati (PPA) – ad esempio la Gran Bretagna – era di 230 dollari, la media dei paesi europei (MPE) era di 182 dollari e la media dei paesi non europei (MPNE) era di 188 dollari, per cui l’Europa e l’Asia avevano livelli di vita sostanzialmente analoghi. Ad esempio, il livello di vita nel Delta dello Yangzi (la regione più sviluppata della Cina, con, all’epoca, una popolazione compresa tra 31 e 37 milioni di abitanti) sarebbe stato marginalmente superiore a quello dell’Inghilterra, come dimostrano, ad esempio, le stime sulle rispettive speranze di vita (34-39 anni in Cina, 35-38 anni in Inghilterra). O ancora, il livello di vita reale degli artigiani tessili dell’India meridionale – che dominava il mercato mondiale delle stoffe di cotone ed aveva un tasso di produttività più elevato di quello britannico – sarebbe stato marginalmente superiore a quello degli artigiani inglesi dello stesso periodo.

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E.J. Hobsbawm, "Industry and Empire" (1968)

Su quest’ultimo punto, è da sottolineare che la sua importanza emerge soprattutto se si pensa che il tessile è stato il settore più dinamico e l’industria guida della prima fase (dei primi 40 o 50 anni) della rivoluzione industriale britannica. Come ricorda Hobsbawm (1968) [8], l’industria tessile britannica ha conosciuto, tra il 1815 e il 1840, i tassi di crescita più elevati del mondo (tra il 6% e il 7% di crescita media ogni anno); in questo periodo, le stoffe di cotone rappresentavano il 50% del valore totale delle esportazioni britanniche e vent’anni più tardi, all’apogeo della dominazione economica britannica, esse rappresentavano il 72% del valore totale delle esportazioni. Si assiste, quindi, ad un vero e proprio spostamento del centro mondiale della produzione tessile dalle Indie e dalla Cina verso la Gran Bretagna: ma da cos’è causato questo spostamento?

Secondo la narrazione dominante, che ho presentato e criticato all’inizio del mio discorso, questo tipo di spostamento è causato dalla scoperta occidentale della razionalità strumentale, dai progressi della conoscenza scientifica, dalle nuove tecnologie energetiche (carbone, macchine a vapore), dalla meccanizzazione progressiva dell’agricoltura e dell’industria, dal significativo aumento di produttività che ne risulta. In effetti, è incontestabile che, nel XIX secolo, la produttività agricola sia cresciuta enormemente, malgrado forti differenze nazionali: ad esempio, nel 1750 servivano tra 1200 e 1800 ore di lavoro per produrre una tonnellata di grano nelle economie tradizionali dell’Europa (o della Cina), mentre, nel 1850, cent’anni più tardi, bastavano 86-200 ore a seconda del paese. La crescita della produttività agricola ha spesso consentito un grande incremento demografico. L’aumento della produttività sarà ancora più significativo nei nuovi settori industriali: grazie alle macchine per la tessitura, nel 1820 un operatore inglese produceva 20 volte più tessuto per unità di lavoro che nel 1750, e 400 volte più tessuto alla metà del XIX secolo.

I cambiamenti indotti dalla rivoluzione industriale occidentale sono ben visibili se si considera, ancora una volta, il PIL pro capite:

Prodotto Interno Lordo (PIL) pro capite (dollari 1960)

PPA
1750 230 182 188
1800 242 198 188
1860 575 324 174
1913 1.350 662 192
1950 2.420 1.050 200
1995 5.230 3.320 480

PPA: Paesi Più Avanzati
MPE: Media Paesi Europei
MPNE: Media Paesi Non Europei

Fonte: P. Bairoch, "Storia economica e sociale del mondo: vittorie e insuccessi dal XVI secolo a oggi" (1997), Torino, Einaudi, 1999.

Nel 1860, il PIL pro capite in Gran Bretagna (575 dollari) è tre volte più elevato che nella media dei paesi non europei (174 dollari).

I cambiamenti indotti dalla rivoluzione industriale occidentale sonoevidenti anche se si considera, ancora una volta, la quota delle diverse zone del mondo nella produzione manifatturiera mondiale:

Quote nazionali (%) nella produzione manifatturiera mondiale 1750-1900

1750
Europa 23.2 28.1 34.2 53.2 61.3 62.0
Gran Bretagna 1.9 4.3 9.5 19.9 22.9 18.5
Stati Uniti 0.1 0.8 2.4 7.2 14.7 23.6
Giappone 3.8 3.5 2.8 2.6 2.4 2.4
Cina 32.8 33.3 29.8 19.7 12.5 6.2
India 24.5 19.7 17.6 8.6 2.8 1.7
TM 73.0 67.7 60.5 36.6 20.9 11

Fonte: P. Bairoch, "Storia economica e sociale del mondo: vittorie e insuccessi dal XVI secolo a oggi" (1997), Torino, Einaudi, 1999.

Tra il 1750 e il 1860, la quota dell’Europa è passata dal 23,2% al 53,2% e la quota della Gran Bretagna è passata dal 1,9% al 19,9%. Invece, la Cina è passata dal 32,8% al 19,7% e le Indie sono passate dal 24,5% al 8,6%; alla fine del percorso, nel 1900, la Cina e le Indie produrranno appena, rispettivamente, il 6,2% e l’1,7% delle manifatture mondiali.

Ma perché la rivoluzione industriale non si è diffusa fuori dall’Europa? Per rispondere a questa domanda, bisogna passare alla seconda tematica, cioè all’imperialismo.

L’imperialismo

La rivoluzione industriale e gli incrementi di produttività che hanno avuto luogo in Europa nel XIX secolo non possono spiegare, da soli, il declino dell’Asia. Nemmeno la mano invisibile del mercato avrebbe potuto produrre, da sola, gli effetti asimmetrici che abbiamo costatato. È, quindi, necessario considerare un’altra mano invisibile, quella dell’imperialismo e della colonizzazione, cioè l’incorporazione coercitiva delle società orientali (e non solo) nell’economia politica dei nuovi centri occidentali.

In altri termini, dopo aver creato il centro era indispensabile creare le periferie, dipendenti dal centro e volte ad alimentare il centro: l’ascesa delle economie industriali occidentali determina la creazione di un’economia mondiale tendenzialmente unificata e una divisione internazionale del lavoro strutturata in base alle esigenze delle economie dominanti – un’economia politica verticalmente integrata e gerarchizzata, organizzata attorno ai centri euro-atlantici.

Nel XIX secolo, l’espansionismo territoriale diventa l’obiettivo supremo della politica europea, producendo effetti globali.

Popolazione colonizzata (milioni di abitanti)

Popolazione Europea
1760 125 27
1830 180 205
1880 244 312
1913 320 554
1938 396 724

Fonte: P. Bairoch, "Storia economica e sociale del mondo: vittorie e insuccessi dal XVI secolo a oggi" (1997), Torino, Einaudi, 1999.

Nel 1760, la popolazione dell’Europa era di 125 milioni di abitanti e la popolazione sotto controllo europeo, la popolazione dei paesi colonizzati (essenzialmente nelle Americhe) era di 27 milioni di persone. Ma la popolazione dei paesi colonizzati, sottoposti al dominio territoriale ed amministrativo diretto delle metropoli coloniali, si eleva progressivamente a 205 milioni nel 1830, a 312 milioni nel 1880, a 554 milioni nel 1913, a 724 milioni nel 1938. E queste cifre non comprendono né la Cina, che all’epoca era "semi-colonizzata" (una "colonia virtuale", per riprendere l’espressione di Bairoch), né le dominazioni coloniali americana, russa e giapponese.

Una breve digressione sul catastrofico impatto demografico della colonizzazione sulla popolazione delle Americhe.

Demografia (stime in milioni di abitanti)

1500
Mondo 427 641 731 890
Europa 68 106 130 173
Asia 231 420 484 590
Africa 85 100 100 100
Americhe 41 13 15 25

Secondo queste statistiche, con la colonizzazione spagnola la popolazione amerinda passa da 41 milioni di persone nel 1500 a 13 milioni di persone nel 1700 (soprattutto a causa del propagarsi delle malattie), senza tornare più al livello d’origine: 15 milioni nel 1750 e 25 milioni nel 1800.

Ma cos’è una colonia? Per ottenere una crescita produttiva sempre più rapida e un arricchimento sempre più intenso, le potenze coloniali impongono ai paesi colonizzati numerose regole e restrizioni: scambi monopolistici (le colonie possono commerciare soltanto con la metropoli); la non competizione con i prodotti manifatturieri della metropoli; il controllo dei mercati locali e dei mezzi di trasporto (tutti gli scambi monopolistici bilaterali devono farsi con i mezzi di trasporto della metropoli); il controllo dei prezzi, fissati dai grandi attori oligopolistici della metropoli senza consentire alcuna protezione (tariffe doganali, ecc.).

La conseguenza dell’azione congiunta della mano invisibile del mercato e della mano invisibile dell’Impero è stata la dislocazione o la scomparsa, con una velocità temporale più o meno elevata e con un’estensione spaziale più o meno ampia, delle reti di produzione protoindustriale dei paesi colonizzati.

Quote nazionali (%) nella produzione manifatturiera mondiale 1750-1900

1750
Cina 32.8 33.3 29.8 19.7 12.5 6.2
India 24.5 19.7 17.6 8.6 2.8 1.7
TM 73.0 67.7 60.5 36.6 20.9 11

Fonte: P. Bairoch, "Storia economica e sociale del mondo: vittorie e insuccessi dal XVI secolo a oggi" (1997), Torino, Einaudi, 1999.

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Paul Kennedy, "Rise and Fall of Great Powers" (1988)

Queste statistiche sulla quota delle diverse regioni del mondo nella produzione manifatturiera mondiale mostrano chiaramente che le trasformazioni strutturali indotte dall’imperialismo si traducono, globalmente parlando, nella graduale deindustrializzazione dei paesi colonizzati. E analizzando queste cifre, Paul Kennedy (1988) [9] scrive giustamente che esse hanno "implicazioni significative e terrificanti", perché non c’è soltanto la diminuzione della quota relativa delle periferie, ma anche l’annientamento delle reti protoindustriali dei paesi colonizzati.

La stessa drammatica situazione emerge se si considera l’arretramento del PIL pro capite (quindi del livello di vita) delle colonie nel XIX secolo e la sua stagnazione nella prima metà del secolo seguente.

Prodotto Interno Lordo (PIL) pro capite (dollari 1960)

PPA
1750 230 182 188
1800 242 198 188
1860 575 324 174
1913 1.350 662 192
1950 2.420 1.050 200
1995 5.230 3.320 480

PPA: Paesi Più Avanzati
MPE: Media Paesi Europei
MPNE: Media Paesi Non Europei

Fonte: P. Bairoch, "Storia economica e sociale del mondo: vittorie e insuccessi dal XVI secolo a oggi" (1997), Torino, Einaudi, 1999.

In definita, l’economia globale cosiddetta "liberale" del XIX secolo ha determinato la frattura del mondo in due, perché l’imperialismo ha creato ed istituzionalizzato strutture durevoli di disuguaglianza e dipendenza, strutture gerarchiche profonde e potenti sopravvissute almeno fino alla metà del XX secolo.

Ovviamente, ci sono eccezioni alla regola. Unico paese asiatico (con il Siam) ad aver evitato la colonizzazione diretta, il Giappone è riuscito ad appropriarsi della rivoluzione industriale europea e a partecipare alla spartizione inter-imperialista della regione alla fine del XIX secolo (tornerò su questo punto nella quarta conferenza). Inoltre, la Cina non è mai stata interamente colonizzata, perché il controllo diretto degli Occidentali si limitava alle coste, alle regioni marittime, e non si è mai esteso all’interno del paese (tornerò su questo punto nella quinta conferenza).

In conclusione, non ci sono mai, nella storia del mondo, discontinuità assolute. Dopo la lunga parentesi dell’imperialismo, l’Asia sta ritrovando, oggi, il suo posto nell’economia politica internazionale – il posto che aveva occupato prima della rivoluzione industriale europea -, ma in un contesto radicalmente nuovo, perché, ora, l’integrazione della regione nell’economia internazionale non è più coercitivamente imposta dall’esterno, ma voluta dagli stessi paesi asiatici.


P.S.

Riferimenti bibliografici:

  • Bairoch, P., "Storia economica e sociale del mondo: vittorie e insuccessi dal XVI secolo a oggi" (1997), Torino, Einaudi, 1999.
  • Bayly, C.A., "La nascita del mondo moderno 1780-1914" (2004), Torino, Einaudi, 2007 (uscita prevista: settembre 2007).
  • Bayly, C.A., "Les causes de l’exception européenne", in "Le Monde diplomatique", aprile 2006, pp. 26-27.
  • Braudel, F., "La dinamica del capitalismo" (1985), Bologna, Il Mulino, 1988.
  • Gilpin, R., "The Rise of America Hegemony", in P.K. O’Brien, A. Clesse (eds.), "Two Hegemonies: Britain 1846-1914 and the United States 1941-2001", Aldershot, Ashgate Publishing, Ltd., 2002, pp. 165-182.
  • Hobsbawm, E.J., "La rivoluzione industriale e l’Impero: dal 1750 ai nostri giorni" (1968), Torino, Einaudi, 1980.
  • Kennedy, P., "Ascesa e declino delle grandi potenze" (1988), Milano, Garzanti, 1999.
  • Pomeranz, K., "La grande divergenza: la Cina, l’Europa e la nascita dell’economia mondiale" (2000), Bologna, Il Mulino, 2004.
  • Sachs, J.D., Warner, A., "Economic Reform and the Process of Global Integration", in "Brookings Papers on Economic Activity", 1995, pp. 1-118.

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Philip S. Golub

Docente di Relazioni internazionali presso l’Institut d’études européennes dell’Università Paris VIII e l’American University of Paris. Ha insegnato anche all’Institut d’études politiques (IEP) e all’Institut national de langues orientales (INALCO) di Parigi. Collabora con l’Institut de relations internationales et stratégiques" (IRIS). Autore di numerosi saggi, collabora con varie riviste specializzate, tra cui "Le Monde diplomatique" e "Les Cahiers de l’Orient", e è consulente di "France Culture". (...)


Note

[1] F. Braudel, "La dynamique du capitalisme", Paris, Arthaud, 1985. Trad. it. "La dinamica del capitalismo", Bologna, Il Mulino, 1988.

[2] R. Gilpin, "The Rise of America Hegemony", in P.K. O’Brien e A. Clesse (eds.), "Two Hegemonies: Britain 1846-1914 and the United States 1941-2001", Aldershot, Ashgate Publishing, Ltd., 2002, pp. 165-182.

[3] J.D. Sachs, A. Warner, "Economic Reform and the Process of Global Integration", in "Brookings Papers on Economic Activity", 1995, pp. 1-118.

[4] P. Bairoch, "Victoires et déboires. Histoire économique et sociale du monde du XVIe siècle à nos jours", Paris, Folio Gallimard, 1997. Trad. it. "Storia economica e sociale del mondo: vittorie e insuccessi dal XVI secolo a oggi", Torino, Einaudi, 1999.

[5] K. Pomeranz, "The Great Divergence. China, Europe, and the Making of the Modern World Economy", Princeton-Oxford, Princeton University Press, 2000. Trad. it. "La grande divergenza: la Cina, l’Europa e la nascita dell’economia mondiale", Bologna, Il Mulino, 2004.

[6] C.A. Bayly, "The Birth of the Modern World. Global Connections and Comparisons 1780-1914", Oxford, Blackwell, 2004. Trad. it. "La nascita del mondo moderno (1780-1914)", Torino, Einaudi, 2007 (uscita prevista: settembre 2007). Per una presentazione dell’opera: C.A. Bayly, "Les causes de l’exception européenne", in "Le Monde diplomatique", aprile 2006, pp. 26-27.

[7] P. Bairoch, cit.

[8] E.J. Hobsbawm, "Industry and Empire: from 1750 to the Present Day" (1968), London, Penguin Books, 1990. Trad. it. "La rivoluzione industriale e l’Impero: dal 1750 ai nostri giorni", Torino, Einaudi, 1980.

[9] P. Kennedy, "The Rise and Fall of Great Powers. Economic Change and Military Conflicts from 1500 to 2000", New York, Random House, 1988. Trad. it. "Ascesa e declino delle grandi potenze", Milano, Garzanti, 1999.

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